Le tracce di Hermann

Le tracce di Hermann
(già pubblicato su Le grandi storie in Montebianco, novembre 1998)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Ci sono state stagioni in cui per settimane intere scalavo nelle Dolomiti, sulle tracce di chi mi aveva preceduto. Il gruppo di Sella non era tra i miei preferiti, ma spesso per comodità era la meta della giornata. Un giorno (1983) salii la via di Hermann Buhl al Piz Ciavazes: stavo ripubblicando in lingua italiana il suo libro, È buio sul ghiacciaio.

Prima edizione italiana (Società Editrice Internazionale, 1961) di Achttausend drüber und drunter di Hermann Buhl

Verticale, difficile ed esposto, quel rossiccio diedro fessurato che evita la famosa traversata Micheluzzi non si differenzia di molto, a prima vista, da tante altre belle vie dolomitiche. Eppure, a gambe aperte in un vuoto da leggenda, mi sembrava di essere leggero, di volare quasi verso l’alto: anche il tracciato era lieve, senza peso, l’opera d’arte di un maestro che di pesante non cucinò mai nulla.

Ripetere le sue vie e leggere il suo libro sono cose sorprendentemente simili. Un’autobiografia quasi completa delle proprie imprese alpinisti­che iden­tifica la sostanza di quanto si è fatto in monta­gna e in quel libro è condensata, scarna e semplice, tutta la storia di Hermann Buhl. Ma i racconti non possono da soli riassumere ciò che un uomo ha rappre­sentato e rappresenta per centinaia di migliaia di alpinisti. Occorre anche capirne lo stile, e questo si comprende bene soltanto ripetendo le sue vie, gli itinerari dei suoi exploit.

Certamente oggi Buhl è un mito: leggendarie furono le sue impre­se, sovrumana la conquista del Nanga Parbat, epica la sua scom­parsa nei ghiacci del Karako­rum.

C’è stata sempre necessità di miti e di eroi, soprattutto di figu­re in cui credere, a dispetto di chi vorrebbe un’appiattita e uniforme classifica in cui figurino un primo e un ultimo.

E pensare che Hermann non aveva per nulla il fisico dell’eroe! Ricordo che negli anni ’60, ben lungi dall’internazio­nalità arrampicatoria di oggi, negli ambienti alpinistici italia­ni si parlava molto dei «tedeschi». Questi erano citati di so­lito quando si doveva portare un esempio di particolare follia. Si sottolineava il numero di disgrazie che capitavano loro, in questo secondi solo ai giapponesi, perché non erano pru­denti, perché lammeriani-nietzschiani, perché volevano sempre continuare a dispetto di ogni elementare norma. Alti, biondi, forti, questi teutonici energumeni popolavano l’universo della mia mente ragazzina lasciando un poco di spazio solo ai grandi nostrani, tipo Walter Bonatti, Cesare Maestri, ecc. Quando cominciai a saperne di più, mi accorsi che il più grande era mingherlino, nero, per nulla forte, apparentemente per nulla tedesco o austria­co; che Hermann era sulla bocca di tutti per come era vissuto e per come era morto. La sua semplicità parlò immediatamente anche a me che non l’avevo mai visto di persona: le sue avventure e i suoi racconti mi affascinarono, sostituirono i pregiudizi sui te­deschi e mica tedeschi, sgominarono altre figure imponendosi come capolavori, come vera forza dell’arte e della volontà.

Hermann Buhl (a sinistra) e Giulio Fiorelli in vetta al Badile dopo la prima solitaria di Buhl sulla Nord-est (6 luglio 1952)

Ci sono diversi modi per imporsi all’attenzione degli alpinisti: oggi uno dei sistemi più imitati è quello di aprire e attrezzare molte vie, preferibilmente declinare con maggiore o minore difficoltà lo stesso percorso base sulla stessa parete o nella stessa zona, allo scopo di favorire il maggior numero di ripetizioni. Fino ai primi anni Novanta invece si cercava la grande impresa, quella definitiva: il grande itinerario possibilmente irripetibile con quello stesso minimo di mezzi artificiali; prima ancora, negli anni Sessanta, più tempo si passava in parete, più la via era considerata difficile.

La seconda edizione italiana (Edizioni Melograno, 1984)

Lo stile di un alpinista si evidenzia dopo qualche anno e difficilmente cambia con il tempo. Accanto, c’è la storia parallela dei fuoriclasse istintivi, quelli che non ostentano uno stile e alla fine sono più carismatici di altri. Gli istintivi tendono ad adattarsi, a cogliere l’occasione, a programmare poco. Sono fulminei nelle loro decisioni, e in genere perseverano anche quando hanno capito di avere sbagliato, perché in qualche modo sentono che la loro scelta è comunque giusta.

Hermann Buhl divenne il mio eroe e lo è ancora oggi. Se fosse an­cora vivo quest’anno (1998, NdR) compirebbe i settantaquattro e sarebbe di certo an­cora in attività. Probabilmente un po’ meno povero, meno vagabondo, più centrato sulle esigenze della realtà e dei nipoti.

Credo che Hermann avrebbe saputo resistere al più forte e invin­cibile dei miraggi, quello dell’odierno asservi­mento alle esigen­ze di produzione di merce da vendere. Oggi si assiste a un pro­gressivo appiattimento della cultura, dell’arte e dello sport: an­che l’alpinismo non può fare altro che difendersi. E se dico oggi, 1998, che Buhl avrebbe accondisceso a ben pochi compromessi con il mondo dell’industria sportiva o dello spettacolo posso dirlo di sicu­ro con la complicità della sua morte inopportuna di più di cinquant’anni fa, ma anche con la certezza di non sopravvalutarlo più di tanto.

Buhl si espresse prima di questi cam­biamenti: visse quel momento magico che fu posteriore all’epoca di Riccardo Cassin, Emilio Comici e di tutto il sesto grado, ma fu anteriore alla professionalità di Walter Bonatti e alla figura totalizzante di Reinhold Messner.

Hermann Buhl al Campo 1 del Broad Peak, 1957. Foto: Kurt Diemberger

Quello di Hermann non fu alpinismo esplorativo: fece pochissime prime ascensioni sulle Alpi e non così importanti. Piuttosto le ripe­tizioni delle più celebri vie lo portarono alla ribalta, come pu­re le audacissime prime solitarie e invernali, sempre cinque o sei anni in anticipo sui tempi. La grande «prima» che fece fu il Nanga Parbat, e là di esplorativo non c’era nulla se si pensa a quanto la «Montagna nuda» fosse già stata il bersaglio tragico di molte spedizioni. Non fu alpinismo di conqui­sta con ogni mezzo e per capire ciò è sufficiente paragonare la sua solitaria vittoria al Nanga Parbat, solo contro il monte, contro se stesso e perfino contro i medesimi compagni di spedizione, al tecnologico successo che Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay riportarono sull’Everest nello stesso an­no 1953.

Solo nella sua ultima spedizione in Karakorum, sul Broad Peak e sul fatale Chogolisa, percorse da par suo i sentieri della grande esplorazione su montagne pressoché sconosciute.

Ma dicendo che non fu alpinismo esplorativo o di conquista non nego che entrambi fossero presenti nelle sue iniziative: sottolineo che Buhl è soprattutto esempio di un alpinismo simpatico, portavoce di una montagna da conoscere e da vincere, ma prima ancora da amare e con la quale convivere. È l’iniziativa intrapren­dente del singolo, quel barlume di umano che chiunque può sen­tirsi dentro ma che non è a tutti dato poter esprimere.

Come fu per Gary Hemming, nell’episodio del salvataggio sul Petit Dru (1966) e per tutta la sua vita. Ecco perché li sentiamo così vicini. Molti di questi istintivi non hanno avuto tempo di scrivere, sono morti prima, come Heini Holzer, l’alpinista spazzacamino che tanto avrebbe avuto da raccontare.

Hermann Buhl sale alla vetta del Broad Peak, 1957. Foto: Kurt Diemberger

Buhl ancora oggi fa sogna­re che l’avventura sia lì a portata di mano. Se andassimo a scalare la Nord-est del Pizzo Badile partendo da casa in bicicletta e facessimo questo da soli, senza un soldo in tasca, faremmo esattamente quello che egli fece quasi cinquant’anni fa. Ma la simpatia di lui che dalla cima scende slegato per lo spigolo nord, risale pedalando i tornanti del Passo Maloja e casca di notte, stanco morto, nelle gelide acque dell’Inn è un episodio unico nella storia dell’alpinismo, irripetibilmente comi­co e grande.

L’odierna divisione dell’alpinismo in arrampicata sportiva e al­pinismo classico sta portando significative modifiche ai meccanismi di pensiero sia della gente che guarda da lontano (o che non guarda) sia degli addetti ai lavori.

Paul Preuss non era certo della mia ge­nerazione, eppure tutti i miei amici di trent’anni fa sapevano chi fosse. Poi ecco calare un’oscura ignoranza su Preuss e su tanti altri, tra questi lo stesso Buhl.

All’inizio dell’arrampicata sportiva, quindici, venti anni fa, si sapeva con massima preci­sione quante flessioni con un dito solo faceva Patrick Edlinger mentre si vociferava che l’asso inglese Jerry Moffatt si tingesse i capelli. Si sapeva molto meno di Wolfgang Güllich e del suo vagabondaggio di ricerca, e ancor meno delle magie di Maurizio “Manolo” Zanolla.

Ci sono e ci sono stati tanti criteri, e così pure tanti feticci. Ma l’arrampicata sportiva, come ogni sport, non ha mai prodotto una letteratura im­portante e si spera quindi che, al di là della cronaca, ci sarà un ritorno dell’alpinismo e dei suoi grandi, almeno per ciò che è stato scritto o si scri­verà: un ritorno filtrato dall’esperienza sportiva di questi an­ni. Un po’ quel che fece Reinhard Karl, altro sognatore capace di far sognare.

«Non può accadere nulla, se c’è anche Hermann Buhl… (Hein­rich Harrer, primo salitore della nord dell’Eiger)». «Non ha avuto il tempo di diventare un maestro e non ne aveva le caratteristiche: era un indipendente nato, spinto alle imprese da un temperamento dall’ecce­zionale audacia (Marcel Schatz, membro della spedi­zione francese all’Annapurna)». «Al tirolese Hermann Buhl riuscì il quasi impossibile… circa 1400 metri di dislivello senza ossige­no, dalle due di notte fino alle sette di sera, tratti di diffi­cile arrampicata su roccia, circa quaranta ore nella zona della morte: è stata un’impresa senza paragoni (Reinhold Messner)». Questi giudizi sono datati nel periodo 1957-1979. Da allora l’in­teresse per la figura di Hermann non si è spento, ma è brace che cova: forse occorre attendere che qualcuno dica cose nuove su di lui o che ne ripren­da l’esempio. La scalata agli Ottomila in stile alpino (senza portatori, assedio, corde fisse), così ti­pica del nostro tempo, ha probabilmente attirato l’attenzione del pubblico. Ma i protagonisti sanno bene (o dovrebbero sapere) a chi attribuire il merito sia teorico che pratico di un Ottomila in stile alpino: a Buhl. Egli infatti, assieme ai suoi tre compagni di vagabondaggio, colse quella domanda sul Broad Peak e la sua risposta ancora oggi scorre nel vento.

Può darsi quindi che seguire Buhl sia ritornare un poco alle origini, alla fonte del moderno osare, ma inseguire Buhl è soprat­tutto rivivere i propri ricordi, perché chiunque abbia lottato contro la propria debolezza per poter vivere qualcosa ha facilità a ritro­varsi con lui e con i vagabondi cantati da Dylan e Springsteen. Messe da parte le differenze di età, di difficoltà e di luoghi, ci ritroveremo gli stessi dub­bi, le stesse gioie che un tempo abbiamo provato.

Buhl ci è molto vicino, è un mito che ci scalda, non un punto lu­minoso cui fare soltanto riferimento. Quella sua umanità, che traspare così tenera nel suo agire e nel suo raccontare, è entrata nel nostro cuore.

A dispetto di ciò che sembra leggendo la copertina, il libro è proprio il diario di Hermann Buhl (Vivalda Editori, 1998)

Scheda
Hermann Buhl nasce a Innsbruck il 21 settembre 1924. L’innata passione lo porta assai presto in montagna dove, i primi tempi con attrezzatura a dir poco rudimentale (pantofole e corda da bucato), sale subito alle estreme difficoltà sulle pareti vicino a casa del Wetterstein, del Kaisergebirge e del Karwendel. In seguito ripete le più importanti pareti del tempo, sia nelle Dolomiti che nelle Alpi Occidentali. Tra le sue prime più grandi, la Marmolada, parete sud-ovest, via Soldà, prima invernale con Kuno Rainer, il 19 e 20 marzo 1950; oppure il Pizzo Badile, parete nord-est, via Cassin, prima solitaria in quattro ore e mezza, il 6 luglio 1952. Nella notte tra il 28 febbraio e 1 marzo 1953, per allenarsi al progetto Nanga Parbat, sale la parete est del Watzmann per la via dei Salisburghesi in prima invernale notturna solitaria.

Poi la montagna della sua vita: il Nanga. Grazie a lui, e solo grazie a lui che rimase solo dai 6700 metri in su, il 3 luglio 1953 il terzo ottomila è conquistato (dopo Annapurna ed Everest): un’impresa che gli costa gravi amputazioni alle dita dei piedi per i congelamenti riportati e una lunga convalescenza. Ma nel 1956 si sente coì ristabilito da salire (1 agosto) in tre ore e in prima solitaria la via Auckenthaler alla parete nord della Lalidererspitze.

Infine l’epilogo, la prima spedizione leggera a un Ottomila, il Broad Peak. Hermann Buhl, con i suoi giovani compagni Markus Schmuck, Fritz Wintersteller e Kurt Diemberger, vi riesce in stile alpino e cioè senza assediare la montagna con corde fisse e campi intermedi riforniti da portatori. Hermann e Kurt decidono di continuare la loro campagna: il Chogolisa, una montagna di oltre settemila metri, è lì vicino, seducente. Una bufera li costringe, già ben alti, a desistere. Nella discesa sulla cresta i due procedono ciascuno al proprio passo e Kurt s’accorge poco dopo che una gigantesca cornice di ghiaccio è crollata e s’è portata nella caduta ogni traccia fisica dell’amico Hermann. È il 27 giugno 1957.

Sull’onda emotiva di questa tragedia, il diario di Buhl è pubblicato poco dopo: in Italia appare nel 1960. Ripubblicato nel 1984 e ben presto esaurito, occorre aspettare quest’anno 1998 per avere grandi novità su Hermann Buhl: Horst Höfler e Reinhold Messner (che oltre ad essere un grande alpinista e scrittore è pure un attento storico) vogliono vederci chiaro su chi prese a suo tempo i diari originali di Buhl e li adattò a libro. A loro parere il giornalista Kurt Maix interpretò il materiale un po’ troppo soggettivamente. Oggi il diario autentico è una realtà, Hermann Buhl, in alto senza compromessi, Edizioni Vivalda.

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Le tracce di Hermann ultima modifica: 2018-09-05T05:13:30+00:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Le tracce di Hermann”

  1. 6
    Giancarlo Venturini says:

    Una storia di un Gr. Alpinista , Esploratore..! che ho sempre ammirato e Letto ” persone uniche che rimangono per sempre ( Bella ! la Foto del “Broad Peak ” )..Saluti…..G.C.

  2. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Matteo, io mi sono basato sullo Zingarelli, edizione 2008, le cui tre definizioni di “eroe” ti riporto nel seguito:

    1 In molte mitologie, essere intermedio fra gli dei e gli uomini che interviene nel mondo con imprese eccezionali | Nella mitologia greco-romana, figlio nato dall’unione di un dio o di una dea con un essere umano e dotato di virtù eccezionali.

    2 (est.) Chi sa lottare con eccezionale coraggio e generosità, fino al cosciente sacrificio di sé, per una ragione o un ideale ritenuti validi e giusti: morire da eroe; battersi, sacrificarsi da eroe per la fede, per la scienza, per un’idea politica | (est.) Uomo illustre per virtù eccelse e in particolare per valore guerriero: gli eroi del Risorgimento | L’eroe dei due mondi, (per anton.) G. Garibaldi | (iron.) Persona coraggiosa solo a parole: eroe da poltrona, da soffitta, da caffè; fare l’eroe a chiacchiere.

    3 Personaggio principale di un’opera letteraria, teatrale, cinematografica: eroe omerico, ariostesco | Il nostro eroe, il protagonista dell’opera di cui si sta trattando | Eroe negativo, quello che si contrappone all’eroe convenzionale per essere privo dei valori positivi a questo di solito attribuiti | (iron.) L’eroe della festa, chi primeggia in essa. SIN. Protagonista.

    Ti ho riportato il tutto non certo per polemica o altro, ma per evidenziare un problema che tu mi hai fatto ricordare. La lingua italiana, e presumo tutte le altre lingue del mondo, spesso associano piú significati a una sola parola. Tali significati possono essere molto differenti tra di loro.

    Quindi che cosa può succedere? Succede che chi parla intende il significato (A) e chi ascolta intende magari (B) o (C). In altre parole non ci si capisce l’un l’altro, con equivoci e fraintendimenti a non finire. Cosí scoppiano litigi, inimicizie, rancori e forse molto peggio.

    Questo è un grave difetto delle lingue. Una volta lessi addirittura di un tale (non ricordo chi) che addirittura disse: «Le lingue non servono per esprimere il proprio pensiero (stato d’animo, volontà, ecc.) bensí per celarlo». Stando cosí le cose, allora siamo messi proprio male.

    Che sia meglio stare zitti? (sto scherzando!)

    Sperando di essermi espresso con chiarezza (=senza equivoci!), ti invio un caro saluto.

  3. 4
    Matteo says:

    “Eroe è chi immola la propria vita – o comunque la rischia seriamente – per salvare il prossimo”

    Questa Fabio potrà essere la tua definizione di eroe (o la tua speranza), ma non è quella della lingua italiana, per cui anzi eroe è tendenzialmente chi ammazza più nemici!

    “chi dà prova di straordinario coraggio e abnegazione, specialmente in imprese guerresche” [Garzanti]

  4. 3
    Ivo F. says:

    Le tracce non si sono cancellate, sono semplicemente nascoste dal volere vederle

  5. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Sí, con la sua storia Buhl riesce ancora a farci sognare.

    Ma non era un eroe. Eroe è chi immola la propria vita – o comunque la rischia seriamente – per salvare il prossimo. E non dimentichiamo il suo carattere autoritario: “Si fa come dico io!”.

    Ma nonostante tutto, Buhl rimane uno dei miei “eroi”. Come Gervasutti. Come Comici. Come pochi altri.

  6. 1
    Marco Tatto says:

    Lo scritto riprende in buona parte la prefazione a E’ buio sul ghiacciaio che Alessandro Gogna scrisse nell’ottobre del 1984. Una bellissima prefazione ad un bellissimo libro di un grandissimo alpinista che ancora riesce a farci sognare.

     

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