Le valli a est del Cevedale

A oriente del Passo del Tonale, la Val Vermiglio confluisce nella Val di Sole che scende ampia e dolce a immettersi nella Val d’Àdige. In fondo alla Val Vermiglio si diparte verso il cuore dell’Ortles-Cevedale la Val di Pejo, percorsa dal torrente Noce. A Cògolo la valle si biforca: verso occidente si apre la Valle del Monte, con il vasto bacino artificiale del Lago di Pian Palù, mentre verso settentrione la Val de la Mare conduce agli anfiteatri glaciali del Cevedale. Oltre il limite arboreo negli alti pascoli e nel deserto nivale vi sono numerosi laghetti glaciali. Splendide e molto importanti sono le numerose torbiere, nelle quali fiorisce il candido Erioforo.

Val di Pejo
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La Val di Pejo, il cui nome pare derivi dal celtico «Pellus», di certo fu abitata da genti galliche fin dall’epoca preromana, per le miniere di ferro e per le vie di comunicazione verso Lombardia e Svizzera, passaggio di contrabbandieri in epoche più recenti. L’attività mineraria ha consentito una certa floridezza economica dal ‘500-‘600 fino alla metà del secolo scorso; famiglie lombarde qui insediatesi nel passato avevano il monopolio delle industrie estrattive. Sempre il ferro contenuto nelle montagne della «Valletta» è responsabile della mineralizzazione delle sorgenti d’acqua, che dal ‘600 hanno alimentato una sempre maggiore frequentazione termale. Poi vi furono lo sfruttamento idroelettrico dei notevoli corsi d’acqua, con la costruzione delle faraoniche dighe del Càreser (dal 1928 al 1935) e di Pian Palù (negli anni ’50), e il turismo. È del 1952 lo stabilimento di imbottigliamento dell’acqua minerale che porta il nome di Pejo sulle tavole di tutta Italia.

Il Mas di Zonadi, tra le frazioni di Ceresè e Tassè, Valle di RabbiRabbi-masdiZonadi-traCeresèeTassè-slidehpentrata

Un’isola particolare è la Val di Rabbi, parallela a est della Val Pejo, che grazie ad un maggiore isolamento ha mantenuto più vive le antiche usanze; la parlata è romancia e la gente mantiene legami con la limitrofa Val d’Ùltimo, forse per antichi collegamenti fra le due valli e migrazioni reciproche. La Val di Rabbi è priva di strutture idroelettriche e di impianti sciistici. Percorsa dal torrente Rabbies, ha origine a Malè e a Bagni si biforca: verso meridione si apre la selvaggia Val Cercen, mentre verso nord la carrozzabile prosegue in Val di Saent. Il torrente Rabbies forma qui una tumultuosa serie di cascate; la fauna è qui abbondante, con camosci, caprioli, marmotte, galli forcelli e cedroni, pernici, volpi e lepri. In Val di Rabbi è stata pure segnalata la presenza dell’orso bruno.

Una caratteristica di questa valle è il gran numero di masi sparsi, costruzioni con destinazione agricola staccate dalla casa di abitazione; il rustico ha generalmente forma quadrata, con il locale della stalla in pietra al piano seminterrato e il fienile in legno ai piani soprastanti. Con il tempo il legno, in genere di larice, assume una colorazione quasi nera, con riflessi e sfumature argentei; spesso c’è un ballatoio aperto con un parapetto dove viene steso il fieno (in passato anche il grano) ad essiccare, mentre l’interno è suddiviso in piccoli vani destinati a deposito degli attrezzi. Attorno all’anno 1000 si registra la prima presenza umana in valle, all’inizio masi stagionali che solo nel periodo propizio venivano occupati dai proprietari, abitanti al di fuori della valle.

Il Mas di Zonadi, tra le frazioni di Ceresè e Tassè, Valle di RabbiRabbi-33559561_002

La località di Bagni di Rabbi 1222 m è conosciuta per le sue acque curative; già la fama dell’Antica Fonte cominciò verso la metà del XVII secolo, quando nel 1670 i forestieri giunti per le cure termali furono mezzo migliaio. Secondo la leggenda, si deve la scoperta al giovane pastore Bastianel dei Michi: le capre a lui affidate per il pascolo acquistavano un pelo più lucido e miglioravano la qualità e la quantità del latte. Il giovane pastore non sapeva spiegarsi il singolare fenomeno fino a quando notò, con sorpresa, che gli animali preferivano abbeverarsi presso una polla che sgorgava tra i sassi rossastri, emanando uno strano odore e dal sapore tutto particolare. Anche queste acque, come quelle della confinante Valle di Pejo, sono definite «acidule» e fanno parte di quel gruppo di sorgenti acidule-ferruginose che interessano una vasta area che attraversa il gruppo Ortles-Cevedale: a Bormio, con acque termali e calde, a Valfurva, oggi estinte, nell’alta Valle delle Messi e a Pejo. Tutte le acque appartengono probabilmente a un unico sistema di circolazione idrica sotterranea e la loro mineralizzazione è dovuta alla presenza di particelle di carbonato di ferro contenute nella faglia che attraversa le rocce scistose. L’utilizzo terapeutico delle acque delle Terme di Rabbi dà ottimi risultati sia per bibita (cura idropinica) che per bagni (cura balneare); la prima adatta per malattie dell’apparato digerente, dell’apparato urinario e per le anemie, la seconda efficace per le arteriopatie, le sindromi vasomotorie e l’ipertensione arteriosa.

St. Walburg, Val d’ÙltimoRabbi-St-Walburg-Ulten-0

La Val d’Ùltimo (Ultental) è percorsa dal Rio Valsura (Valschauerbach) e risale dolcemente da Lana in Val d’Àdige al contrafforte che la divide dalla Val di Rabbi. Con i suoi 40 km di sviluppo è una delle valli più lunghe del territorio del Parco Nazionale dello Stélvio. La valle è gradevole e riposante, con estese foreste di conifere e ampi prati, pascoli e campi coltivati e, sebbene rettilinea, è molto variata nelle prospettive. Un notevole interesse culturale e architettonico è dato dai numerosi masi presenti in tutta la valle fino a quote elevate. I ritrovamenti sotto la chiesa di S. Valburga testimoniano una presenza umana nel periodo preromano. È però soltanto nel 1082 che appare citato il nome di «Ùltimo» negli atti di cessione della parrocchiale. Il nome pare che si riconduca a radici indogermaniche che si riferiscono al terreno umido e paludoso; il nome del torrente che la percorre, il Rio Valsura, significherebbe «valle scura». L’economia della valle, oltre che alle consuete attività pastorali e casearie, si basa sul legname che, prima della costruzione della strada avvenuta nel 1906, veniva trasportato lungo il torrente per venire recuperato con abilità dai Trifter, operai specializzati in questo difficile compito.

 Alta Val Martello, sentiero per la Cima Marmotta. Sullo sfondo il rif. Martello. Foto: Federico Raiser/K3Alta val Martello, sentiero per la Cima Marmotta,  P. N. dello Stelvio. Sullo sfondo il rif. Martello

La Val Martello (Martelltal), percorsa dal Rio Plima, è uno splendido solco che si stacca in direzione sud ovest dalla Val Venosta per finire ai piedi del grandioso anfiteatro glaciale del Cevedale, all’interno dei confini del Parco Nazionale dello Stélvio. È una valle di eccezionale interesse naturalistico, di grande bellezza paesaggistica e di notevole importanza alpinistica, con pregiate foreste di pino cembro, dai versanti costellati di innumerevoli masi, alcuni dei quali di grande pregio architettonico.

Anche la Val Martello probabilmente rimase disabitata fino a che la popolazione trovava terreno da coltivare e pascoli sufficienti in Val Venosta; soltanto cacciatori e pastori stagionali si avventuravano nella valle selvaggia. Verso l’anno 1100, a causa dell’aumento della popolazione, iniziò una colonizzazione intensiva delle valli laterali. Nel 1348 e nel 1636 disastrose epidemie di peste decimarono le popolazioni della Val Martello, le quali non ebbero mai vita facile anche a causa delle inondazioni che da sempre colpiscono questa valle attorniata da ghiacciai con torrenti imponenti. In fondo alla valle la lingua della Vedretta del Cevedale sbarrava spesso la valle, formando un lago i cui argini cedevano improvvisamente quando la pressione delle acque era eccessiva. Tra il 1127 e il 1891 si registrano ben dodici inondazioni; di recente memoria quella del 1889, quando un lago, della capienza di 711.000 metri cubi d’acqua, si svuotò in mezz’ora, trasformando il Plima in una gigantesca fiumana di fango che distrusse ogni cosa in fondo valle. Furono costruiti alla fine del secolo imponenti argini artificiali in pietra, visibili tutt’oggi, per permettere il ristagno dell’acqua e il deflusso graduale, scongiurando in questo modo una successiva inondazione nel 1918; in seguito, con il ritiro dei ghiacciai, il lago non si formò più. A metà degli anni ’50 fu costruito il bacino artificiale di Gioveretto, tuttavia il 24 agosto 1987 una nuova inondazione colpì la valle poiché, in seguito a forti piogge, le bocche della diga dovettero essere aperte, provocando un’improvvisa ondata devastante. Piccole aziende familiari coltivano fragole oltre i 1200 metri di quota; a causa dell’altezza i frutti, particolarmente saporiti, maturano fino a tarda stagione, alcuni anni anche in settembre, offrendo in questo modo fragole fresche saporite quando in nessun altro luogo possono essere colte. La quasi totale assenza di impianti sciistici in Val Martello ha senz’altro garantito l’aspetto incontaminato di una valle con alcuni tra i più bei panorami del parco nazionale.

Estate in Val di Pejo

Un’escursione in Valle di Rabbi

Area vacanze Laces-Val Martello

Speedflying val d’Ultimo

postato il 19 settembre

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Le valli a est del Cevedale ultima modifica: 2014-09-19T07:30:24+00:00 da Alessandro Gogna

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