Le vie e la Via del Mass

Le vie e la Via del Mass
Recensione a Le vie di Lorenzo Massarotto (Luca Visentini editore, Cimolais-PN, dicembre 2013)

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Per molti, quando sono al vertice in alpinismo, la gratificazione che ne ricavano è innegabile, specie in pubblico: l’ascolto che ti viene concesso, il rispetto che ti viene riservato, l’onore che ti viene tributato, perfino la leggera adulazione possono solleticare il nostro io al punto da trarne piacere. E il sospetto che questo possa diventare una droga non ci sfiora neppure. Poi però, in privato, se ne rivela la scomodità, se ne manifesta il pericolo. Chi non è in grado di capirlo in tempo, prima o poi rischia di perdere la bussola che lo ha condotto così bene fino a quel momento.

Lorenzo Massarotto, il Mass. Foto: Ivo Ferrari
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Per altri, una minoranza, questo piacere non esiste. Ogni tentativo di un eventuale pubblico di tributargli onori lo respingono con cortesia al mittente, ogni occasione in cui sono costretti ad affrontare una sala gremita e plaudente, la vivono come una realtà indigesta, chiusi in una scorza di timidezza che solo apparentemente è la causa di tanto disagio.

Per costoro, la causa del proprio andare in montagna, non ha radici nell’esibizionismo, non ha bisogno degli altri. Quando si fa un’impresa, le ragioni di quella scelta non sono le solite, o almeno non lo sono sempre. C’è un’invernale, una solitaria da fare? Un progetto capace di catalizzare le energie e i pensieri per mesi, anche anni, fino a che non si parte, fino a che non lo si realizza: poco importa che sia una “prima”. E’ facile capire che le “prime” si fanno in buona parte (il quanto dipende da noi) per catturare l’attenzione di un pubblico, se non c’è la “prima” spesso c’è solo passione allo stato nascente.

Loris Campeotto racconta nel libro un episodio. Mentre stavano salendo lo zoccolo della Terza Pala di San Lucano per salire d’inverno la via Casarotto-De Donà allo Spiz di Lagunaz, Lorenzo Massarotto, ormai di fronte alla grotta dove avrebbero bivaccato, dice a Loris di fare un inchino “perché in ogni grotta c’è uno spirito”. E la mattina dopo: – Hai sentito lo spirito?

Un vero e proprio selfie ante litteram del Mass (1a solitaria al diedro Casarotto-Radin sullo Spiz di Lagunàz, luglio 1982)
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Se non cerchi le “prime”, non cerchi il palcoscenico, neppure la videoripresa e ti accontenti di scattare le tue foto, vuole dire che accetti come grande, bello e per “unica cosa che conta” il tuo amore per la montagna, rinunciando quindi all’alpinismo “per gli altri”. Continui la tua attività con entusiasmo, senza mai desiderare d’essere altrove, quando ogni giornata è così ugualmente importante che potrebbe essere la tua ultima.

In questo profilo può rientrare la figura di Lorenzo Massarotto? Si direbbe di sì. Ma rimandiamo alla fine questo tentativo di giudizio.

Ora vediamo invece l’attività di Lorenzo sotto il profilo dei numeri.
Quanti sono gli alpinisti di fama mondiale che in 32 anni di salite possono vantare 123 vie nuove, tutte impegnative, e moltissime da considerare dei capolavori? Alcune sono irripetute, quindi abbiamo ancora grande possibilità di ingigantire una figura già mitica ora.
E se, accanto a queste 123 prime ascensioni, aggiungiamo 39 imprese (di cui 18 grandi solitarie, 3 stupefacenti invernali, 6 formidabili solitarie invernali, 12 salite notevoli per qualche titolo) e anche 3 spedizioni (Manaslu 1979, Patagonia 1999, Patagonia 2000) e la salita del Nose al Capitan (2000)?

E’ così che si è mosso in montagna una delle figure più silenziose ma più sbalorditive delle ultime due decadi del XX secolo: Lorenzo Massarotto, di Villa di Conte (PD), nato a Santa Giustina in Colle (PD), il 17 luglio 1950.

E’ stato lui il vero continuatore delle idee e del sentire di Enzo Cozzolino, altro campione di cui un po’ ci disperiamo per l’eccessiva riservatezza, perché oggi vorremmo saperne di più. Mentre Renato Casarotto si è presto dedicato alle imprese extraeuropee o invernali, mentre Manolo e Heinz Mariacher si sono dedicati maggiormente alla difficoltà pura, Massarotto (assieme a Maurizio Giordani) è il più accreditato scalatore di grandi pareti dolomitiche, d’estate o d’inverno o da solo, con l’uso il più possibile limitato di chiodi e con l’assenza del chiodo a pressione. E di tutti quelli che ho appena nominato è l’unico a difendere con ostinazione la propria privacy alpinistica, proprio come Cozzolino.

Eccolo quindi sulla parete nord dello Spiz d’Agnèr Nord, via Tiziana Weiss, con Ilio De Biasio, il 14 agosto 1980. In 10 ore supera 24 lunghezze, di cui alcune estreme, usando solo chiodi alle soste! Ma questo è solo l’inizio: non dimentichiamo che è proprio di quell’agosto 1980 l’apertura da parte di Manolo e Piero Valmassoi della Supermatita al Sass Maor, un balzo in avanti dopo Vinatzer, Rebitsch e Messner. Per l’autore, la chiave di accesso alla leggenda. Sono 1200 metri di sviluppo, 7 chiodi, qualche excentric e tante clessidre, su difficoltà fino al VII continuo, forse VII+, in 13 ore. Leopoldo Roman riporta che il Mass, come affettuosamente era chiamato Lorenzo dagli amici, giudicò così quell’exploit: «L’impresa, bella anche dal punto di vista estetico, fece scalpore e fu importante perché dimostrò che si poteva salire con purezza di stile e con scarso impiego di chiodi pareti ritenute impossibili anche dai più accaniti chiodatori (Rivista del CAI, 1984)».

Dal 10 al 12 aprile 1981, Massarotto apre la Figlia del Nagual, con Roberto Zannini sulla parete sud della Terza Pala di San Lucano, tra la Gogna e la Panzeri. Posseduta dal demone della conquista, la cordata proseguì poi sulla cresta integrale fino al Monte San Lucano, attraverso lo Spiz e la Torre di Lagunàz, una cavalcata a dir poco wagneriana. Le difficoltà di Figlia del Nagual arrivano al VII+, la via non è perfetta perché per una sessantina di metri si svolge in comune con la Gogna. Lorenzo tornerà in seguito per cercare di eliminare quella comunanza, purtroppo senza riuscirci.

Dal 30 al 31 maggio 1981, il Mass ed Ettore De Biasio superano la parete sud-ovest della Seconda Pala di San Lucano mantenendosi a sinistra della Gogna-Cerruti, con solo 4 chiodi intermedi per i 1400 metri della Via degli Antichi, VI, A0: la salita è però compiuta in due tempi.

Il 1° luglio 1981, con Leopoldo Roman, è la volta dello Spiz de la Lastìa, parete nord-ovest, via diretta, a destra della Detassis-Castiglioni, 700 metri, 9 chiodi usati in neppure 11 ore: «L’ottavo tiro sulla destra del libro aperto, nella massima esposizione e verticalità, è stato il capolavoro di Lorenzo Massarotto. Lui lo ha definito uno dei tiri in libera più difficili che abbia mai fatto, se non addirittura il più duro. E poiché il suo curriculum (vie nuove sulla Nord dell’Agnèr, sulla Nord dello Spiz Nord, sullo spigolo ovest dello Spiz Pìcol, sulla Seconda e Terza Pala di San Lucano, in Moiazza; solitarie all’Ideale in Marmolada, all’Aste in Civetta, Cassin e Carlesso sulla Torre Trieste, Cozzolino allo Spiz Nord, Navasa sulla Rocchetta di Bosconero, tanto per citarne alcune fra le più significative) il suo curriculum, dicevo, è di tutto rispetto, c’è da crederci veramente. Una placca di 45 metri, panciuta e strapiombante, solcata da minime fessurine e rugosità: il tutto in libera e con l’impiego di sei chiodi intermedi di sicurezza. Nell’aereo punto di sosta alla fine di quel tiro di corda ci chiedevamo perché tanta febbre per le montagne della California e tanto abbandono per queste placche stellari, che offrono ancora così tante possibilità. “È lo stato primitivo di questi luoghi che me li ha fatti scegliere come mio luogo preferito per arrampicare” disse Lorenzo (Leopoldo Roman, Rivista del CAI, 1983)».

Il 16 e 17 agosto 1981 Massarotto, con Sandro Soppelsa, sale sull’Agnèr per la Via del Cuore con 13 chiodi e 25 di sosta. Una via di 1200 m, fino al VI-, A1, A2. Questa via è bellissima e si delinea a sinistra della via di Messner sulla parete nord-est dell’Agnèr, un capolavoro di astute traversate e di arrampicata libera tra strapiombi dalla discesa impossibile.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via del Cuore sulla parete nord-est dell’Agnèr (16 agosto 1981)Mass-90-L-V-3-GRU196-OK

Assolutamente non convinto della validità dell’impresa di Graziano Maffei e Paolo Leoni sullo spigolo nord-est del Sass Maor, il Mass voleva salire la parete nord-est subito accanto. Il 9 luglio 1983 ci riesce, assieme a Leopoldo Roman, con l’uso di soli 4 chiodi e difficoltà superiori al VI (via Alessio Massarotto). Una settimana dopo, con Danilo Mason, sale la diretta della parete nord-est della Torre Armena, Battesimo del Fuoco, 750 metri, passi di VII, chiodi ovviamente pochissimi (17-18 luglio 1983).

Nel 1985, in un’intervista della Rivista del CAI, Massarotto dice: «Per il mio alpinismo uso metodi pionieristici, cioè mi rifaccio al sistema secondo il quale uomini come Rebitsch, Vinatzer, Soldà, Carlesso e Cassin affrontavano le grandi pareti. Loro non avevano dadi, friend e ricetrasmittenti. E quando io dico che in una mia via ho usato soltanto quattro chiodi, non intendo dire che ho usato quattro chiodi, dieci dadi e tre stopper. Intendo dire che ho usato quattro chiodi e basta». Il non usare chiodi a pressione è uno dei principi fondamentali che ispirano l’attività del Mass. «Sembrava un problema ormai superato e invece i chiodi a pressione stanno tornando a galla. Ho saputo che qualcuno li ha usati di recente per aprire delle vie nuove perfino sulla Sud della Marmolada, dove di itinerari ce ne sono già oltre cinquanta. Non capisco proprio questa mania di forzare la montagna a tutti i costi! Mica ce l’ha ordinato il dottore, di aprire vie nuove!». E poi: «L’alpinismo è per me una questione soggettiva imperniata sul rapporto che ho instaurato con la montagna. Potrei definirlo un mezzo che mi ha aiutato a capire me stesso come anche un gioco che mi ha aperto intimamente nuovi orizzonti. Lo considero però un gioco con delle regole che, anche se non sono scritte in nessuno statuto, dovrebbero essere conosciute e tacitamente accettate dalla maggior parte degli alpinisti, perché è molto importante rispettare la montagna. Vincere una parete non è lo stesso che violentarla… Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima… Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro. Montagna come mezzo e non come attrezzo».

Un Lorenzo perplesso, sulla Marmolada di Rocca, tra i soccorritori che lo hanno appena recuperato benché non li avesse affatto chiamati (9 marzo 1982)Mass-51-L-V-2-GRU157-OK

Sull’Agnèr Lorenzo Massarotto torna con Giovanni Rebeschini il 18 e 19 settembre 1987 per un’ulteriore via nuova sulla parete nord, 35 lunghezze con difficoltà fino al VII-: sarà la via Luciano Cergol. Questa via nuova è un arricchimento di conoscenza dell’immane parete nord, la cui reale portata non è stata ancora compresa, anche se magari “superata” dai campioni moderni, tipo i fratelli Florian e Martin Riegler o ancor prima da Roland Mittersteiner e pochi altri. Lo dice anche Luca Visentini, quando scrive: Diverse vie di Massarotto non sono mai state risalite. Ripeterle sarebbe rivoluzionario, sovvertirebbe molte certezze dell’arrampicata odierna”.

 

L’etica del Mass è ben chiara, anche se poco difesa e praticata da altri: salire al massimo delle proprie possibilità, senza spit né dal basso né dall’alto, senza essere schiavi del progresso a ogni costo. Chi come lui ha infatti salito il diedro Casarotto allo Spiz di Lagunàz da solo e in prima ripetizione può ritenere banale il progresso tecnico a colpi di spit. Massarotto ritiene che sia ora di codificare le regole del gioco, vuole maggiore precisione sul come l’impresa è effettuata, perché è vero che la confusione è grande. Dalla confusione alla piccola (o grande) mistificazione il passo è breve e a questo proposito sarebbe stato importante che lo stesso Lorenzo raccontasse per iscritto qualche cosa in più delle proprie imprese: le conferenze non bastano e a volte le parole riferite da altri distorcono il racconto originale.

«Massarotto era un mito, il Dolo-Mitico, l’aveva scherzosamente soprannominato Alberto Peruffo… Era più che una passione quella di Lorenzo per la roccia, era uno stile di vita, era quasi una mania. Il leit motiv dell’esistenza di Massarotto era questo ricorrente esercizio fisico e psicologico: la ricerca di un nuovo itinerario passava prima per lo studio attento, poi per la realizzazione pratica.
Fuori dagli schemi e dalle evoluzioni-involuzioni dell’alpinismo, Massarotto continuava imperterrito le sue ricerche, le sue esplorazioni ed il tema era sempre e solo quello, la pura roccia, d’inverno e d’estate. Non gli interessavano i viaggi extraeuropei, non partecipava a convegni, non scriveva se non in via eccezionale per riviste, non cercava sponsor, insomma nonostante la ormai acquisita notorietà non riposava su nessun alloro, perseguiva la sua filosofia, il gioco della vita aveva il suo sale nel conoscere rocce nuove, nel trovarvi nuove vie, nel continuare come se il tempo non contasse, seguendo il cammino imposto da una scelta giovanile alla quale per nessun motivo avrebbe voluto rinunciare (Bepi Magrin)».

Cito ancora l’Agnèr, parete nord, via Dante Guzzo, 800 m originali, con Cristoforo Groaz, 8 e 9 settembre 1988; l’Antelao, parete sud, Dell’uomo in strach, con Fausto Conedera, 20 agosto 1992; oppure ancora, dal 16 al 19 aprile 1995, il lungo itinerario diret­to sulla Sud della Seconda Pala di San Lucano, cioè sul pilastro a destra della via Gogna-Cerruti, portato a termine con i compagni Paolo Benvenuti e Gianluca Bellin, su difficoltà fino all’ottavo grado: via Dolce dormire.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Luciano Cergol sulla parete nord-est dell’Agnèr (18 settembre 1987)Mass-31-L-V137-OK

Ma non abbiamo lo spazio per raccontare la storia alpinistica di Lorenzo Massarotto. Per questo c’è il libro! Fino all’ultima fatale salita, quella del 10 luglio 2005 sulla Torre Émmele (Piccole Dolomiti), quando Lorenzo, in vetta, è colpito mortalmente da un fulmine. Ci accontentiamo qui di fornire la lista delle sue salite nel gruppo del Monte Agnèr e quella nel gruppo delle Pale di San Lucano.

Nel libro Le vie c’è tutto quello che si è potuto ricostruire, con le immagini, con gli scritti e con i ricordi. Il curatore (che è anche l’editore) non ha neppure provato a raccontare la vita di Lorenzo: questa infatti emerge comunque, prepotente, imperiosa, superiore.
«Emerge una personalità in conflitto con il mondo, che usa l’Alpinismo per non farsi inglobare in quello che doveva essere il suo destino di nato in una provincia veneta, destino che invece si è compiuto nei suoi coetanei, amici e paesani. Per questo etichettato come ribelle (non firmato, www.dimensionemontagna.it)».

Il recentemente scomparso Ilio De Biasio durante l’apertura della via Tiziana Weiss sulla parete nord dello Spiz d’Agnèr Nord (14 agosto 1980)Mass-14-L-V120-OK

La meticolosità con cui è stato ricostruito il “patrimonio” di relazioni e documentazioni sulle vie nuove aperte da Lorenzo Massarotto, e la vastità delle testimonianze raccolte tra i suoi amici e compagni di cordata, sono ben valutate riportando il numero totale di pagine di Le vie: 536, fitte, senza nulla concedere a spazi bianchi!

«Sbagli, torti, senz’altro ne avrà fatti, ma rimane il capo indiscusso dei ‘cani sciolti’ che hanno dato tanto all’alpinismo ricevendo in cambio pressoché un tubo. E non è del resto un torto nei suoi confronti stampare così come sono questi brani che lui aveva scritto da giovane, accantonandoli, e che con la maturità avrebbe probabilmente riveduto e corretto? Scusa ancora Lorenzo, è per amore (Luca Visentini)».

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Il Battesimo del Fuoco sulla parete nord-est della Torre Armena (17 luglio 1983)Mass-02-L-V108-OK

A questo punto, quasi alla fine, possiamo tornare alla domanda iniziale. Sappiamo abbastanza bene il patrimonio di vie e di coraggio che ci ha lasciato Lorenzo: la storia s’incaricherà di precisare, di schiarire ulteriormente. Coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di agire con lui sono dei privilegiati che sentono bene la forza dei momenti vissuti assieme. Ma cosa possiamo dire del patrimonio culturale di cui Lorenzo è direttamente responsabile? Davvero la sua figura aderisce al profilo che ho tratteggiato all’inizio?

Secondo Gabriele Villa, per Lorenzo “alpinismo era una parola ricca di significati oggi in gran parte dimenticati, se non perduti, nei quali le imprese non si annunciavano, nemmeno venivano divulgate e raccontate ad ogni piè sospinto e con tutti i mezzi di comunicazione possibili; più semplicemente venivano compiute e molto spesso senza nemmeno tanto raccontarle, ma conosciute quasi solo dai diretti protagonisti”.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Dante Guzzo sulla parete nord-est dell’Agnèr (9 settembre 1988)Mass-01-L-V107-OK

In realtà solo un editore anomalo come Luca Visentini poteva realizzare questo libro. Un editore che pubblica libri meravigliosi da anni, con le sole sue forze e di quelle degli amici, senza cercare la pubblicità, la ribalta e neppure i soldi. Un editore con le idee chiare, non segrete ma neppure sbandierate. Di ciò che si deve o non si deve fare, un’etica forte, valida una vita a dispetto di fortune e rovesci. Esattamente come le idee e le imprese di Lorenzo Massarotto, che nascevano e si realizzavano senza una pianificazione del proprio successo, senza pensare a un domani più bello di oggi: esattamente quando ogni giornata è così ugualmente serena che potrebbe essere la tua ultima. In pari con l’anima.

Ciao Mass!
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postato il 7 maggio 2014

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Le vie e la Via del Mass ultima modifica: 2014-05-07T07:08:55+00:00 da Alessandro Gogna

9 thoughts on “Le vie e la Via del Mass”

  1. Bravo Luca, complimenti, un lavoro fatto con vera passione e amore. Condivido alla lettera il commento di Andy Spitz

  2. Bellissimo sia il libro che la recensione. E poi, soprattutto un grande Massarotto. Credo che lui (pur non avendolo mai conosciuto di persona) sia l’alpinista che più di tutti sa cosa voglia dire “passione”.

  3. La serata di presentazione del libro a Villa del Conte e’ stata una rara occasione di vera storia e filosofia della Montagna, l’abbiamo toccata e vissuta: presente e vivente nei protagonisti delle salite con il Mass, con il racconto di aneddoti fuori libro, di montagna e di vita comune, che hanno consegnato al mito un uomo, semplicemente coerente, tra i più grandi nella filosofia dell’alpinismo. Credo sia assolutamente coerente la definizione che alcuni hanno associato al Mass, di Cavaliere della Montagna; titolo attribuito unicamente a Paul Preuss più di 100 anni fa, alla faccia che il vero alpinismo sia morto. Fenomenale Alessandro che ha guidato la serata con profondità e grande trasporto di pubblico, facendoci fare le ore piccole nel desiderio che i racconti non finissero mai. Onore a Luca, editore proprio anomalo (come lo ha definito anche Gogna), che nel moderno palinsesto editoriale ha avuto il coraggio di mantenere una promessa a Lorenzo, con un lavoro improbo, lungo e difficile, ma che porta avanti il concetto autentico di cultura. Il riconoscimento agli amici di Dimensione Montagna che hanno reso possibile tutto questo. Cos’è l’essenza dell’alpinismo se non ciò che ci ha testimoniato silenziosamente Lorenzo? Grazie Mass, dal profondo, per essere stato grande tra i grandi.

  4. Ci vuole coraggio per decidere di pubblicare un libro del genere. L’editoria in Italia è in profonda crisi da almeno 15 anni. Luca dimostra coraggio ma anche quella giusta lucidità per credere al successo di un libro molto particolare, su un soggetto particolare. La nicchia della nicchia, insomma. Ma è questo di cui abbiamo sempre più bisogno. Di editori coraggiosi. E di uomini coraggiosi. Bravo anche ad Alessandro Gogna, per aver subito dato la giusta visibilità e peso a questa opera, che pure io dico merita davvero tanto. Da gustare.

  5. Davvero un bellissimo scritto, un autentico contributo storico, (nelle mie sensazioni) scritto con cuore e generosità da un Alessandro Gogna davvero ispirato. Con piacere trovo citato un mio pensiero sul grande Mass nel finale dello scritto, con tanto di link e nome e cognome. Un gesto di correttezza che ho molto apprezzato, anche perché, pur se dovrebbe essere scontato, non sempre è rispettato da tutti.

  6. Grazie ancora, Alessandro, per la lezione che hai tenuto a Villa del Conte in ricordo di Lorenzo Massarotto. E’ stata una delle più belle serate a cui ho partecipato in tutta la mia vita. Un evento. Memorabile. Hai detto cose preziose, di cuore, e sagge. Profondissime e nello stesso tempo leggere. Continuo a ricordarmele, a ripetermele, mi-ci hai davvero arricchito. Grazie!

  7. Grazie Alessandro (e grazie Alberto) per la mia parte, ma grazie soprattutto per le parole più belle, profonde e azzeccate che finora ho letto sul Mass.

  8. Dopo quello sulle Pale di San Lucano e quello sulle Dolomiti Bellunesi Burel-Schiara non avevo dubbi anche questo sul MASS è BELLISSIMO.
    Bravo Luca. Non posso che farti i miei più sinceri complimenti per l’ottimo lavoro ma anche per averci permesso di conoscere più a fondo la storia di questo immenso alpinista.
    Dopo aver letto un libro del genere appare sempre più evidente che la storia dell’alpinismo andrebbe riscritta.
    Lo stile del MASS l’ho potuto assaggiare ripetendo la “Raffaele Conedera” alla Prima Torre del Camp. Uno stile che lascia il segno, che dà spazio ai ripetitori che devono interpretare, leggere la roccia, immedesimarsi negli apritori, adattarsi alla roccia e non cercare di vedere dove è il prossimo spit.
    Ho letto il libro e con tutta l’immensità di linee che ci ha lasciato c’è solo l’imbarazzo della scelta ma una mi piacerebbe in particolare, la via “DEL CUORE” un po’ perché è nel Cuore dell’Agner ma soprattutto per il nome perché per aprire una via così e con questo stile ci vuole del cuore.

    grazie Luca

    ciao MASS

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