Le vie di Giovan Battista Vinatzer

Le vie di Giovan Battista Vinatzer
(pubblicato sulla Rivista Mensilde del CAI, dicembre 1972)
(in corsivo le note attuali)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Il primo «sesto grado» che affrontai fu una via di Giovan Battista Vinatzer. Mi sono sempre documentato prima di attaccare salite, e prima di giungere alle soglie del sesto grado avevo già letto quasi tutto di ciò che ne era stato scritto. Quindi, già allora, Vinatzer era per me uno dei leggendari eroi, che per primi giunsero all’estremo limite dell’arrampicata libera; allora però non sapevo che le grandi imprese potessero essere mistificate in seguito dai ripetitori.

La via in questione è la diretta sulla parete nord-ovest del Catinaccio. Una via diretta dalla base alla vetta, dove il «logico» si confonde e si fa tutt’uno con la geometria. Le due ore di arrampicata mi fecero subito pensare che sesto grado e chiodi fossero la stessa cosa. In seguito ho capito: i tedeschi mettono un chiodo, la cordata italiana che segue ne pianta un altro, i polacchi rincarano la dose con cordini incastrati. E dopo qualche anno, dove il primo è passato con sei o sette chiodi, ora se ne possono trovare fino a cinquanta.

Giovan Battista Vinatzer (a sinistra) e Vincenz Peristi

Questo caso particolare, sulla nord-ovest del Catinaccio, rassomiglia alla maggioranza dei vecchi «sesti gradi». A tal punto che qualcuno ha creduto perfino suggestivo scrivere che il «sesto» non esiste. Eppure ci sono anche le eccezioni: eccezioni di oggi su cui veramente una tale idea si scioglie, ed eccezioni di ieri, su cui si è portati a credere che il coraggio non sia proprio la virtù maggiore di noi alpinisti contemporanei. Secondo me, l’alpinista che più conserva le sue vie in condizioni abbastanza simili a quelle in cui lui stesso le aveva aperte, è proprio Vinatzer.

Ho parlato recentemente con lui. Molte cose mi hanno colpito della sua forte personalità e del suo buon carattere. Di più, ho notato una sua frase: «Quando io facevo una salita, non mi preoccupavo molto di ciò che avrei dovuto fare: più che altro osservavo l’attacco e l’uscita». Cioè l’inizio e la fine. Ciò spiega perché le sue vie 1) siano sempre così splendidamente diritte, lungo fessure che non concedono quasi nulla agli andirivieni, e 2) perché oggi non siano così chiodate come tante altre. Penso infatti che il procedere diritti fidando più nel caso e nella propria forza, favorisca molto la geometria di una via; e penso soprattutto che, come Vinatzer non badava ai tratti intermedi della via, così non badava molto neppure, in ogni singola lunghezza di corda, alle difficoltà intermedie. Partiva, lasciava il suo compagno con la corda in mano, e ciò che lo interessava non era lo strapiombo, la strozzatura, il tratto liscio, bensì unicamente il terrazzino, trenta o quaranta metri sopra. Questo lo portava a superare tratti estremi senza interruzione. Ed anche oggi, sia perché le sue vie non sono ripetutissime, sia perché molto spesso quando se ne ha bisogno, non si riesce a piantare un chiodo intermedio, anche oggi le sue vie sono il grande modello di continuità.

È quindi ammirevole quest’uomo, che ha saputo intuire e realizzare cose così belle da essere perfino durature.

Ho avuto la fortuna di poter ripetere molte vie di Vinatzer, le più importanti tutte ad eccezione della Marmolada di Rocca (poi da me salita nel 1983, NdA): perciò, a seguito di questo breve scritto, troverete le relazioni tecniche di otto suoi itinerari.

Ecco altre notizie sull’attività di Vinatzer. La sua ascensione più pericolosa (roccia friabile) fu la prima salita direttissima della Nord della Furchetta. Con lo scultore Giovanni Riefesser, l’8 agosto 1932, attaccarono la parete con un martello, cinque chiodi e tre moschettoni. Procedettero slegati o quasi fino al «pulpito» Dülfer e di lì, a comando alterno, proseguirono fino in vetta!

Esistono altre due vie sconosciute di Vinatzer, sul Piz Ciavàzes: una è nella gola con la Terza Torre di Sella, circa 150 metri di IV e V grado (con Piazza, luglio 1934, NdA); l’altra è a destra della sua via sulla parete sud-ovest, e fu aperta nell’estate del 1940 con il bolzanino Rudi Mark, con difficoltà di IV grado con una placca finale fessurata di VI. Di questa non è mai stato pubblicato nulla, pertanto è facile che questo itinerario corrisponda a una successiva «prima» sulla stessa zona di parete (infatti la guida Gruppo di Sella, CAI-TCI, riporta di un itinerario del tutto sovraimpresso aperto da Bepi Loss ed Emilio Bonvecchio (7 maggio 1967), che nulla sapevano di essere stati da molto tempo preceduti, NdA).

Pure sulla Steviola, parete sud-est, un appicco sopra Selva Gardena, c’è una sua via, non molto elegante però, aperta con lo scultore Vincenzo Peristi il 18 ottobre 1931. Rimarchevoli due vie sulla parete ovest del Sass de Mesdì della Val Cisles, e la variante diretta compiuta per errore con Peristi nel 1935 alla via Steger sulla Est del Catinaccio. Compì la settima ascensione sulla via Comici-Dimai della Nord della Grande di Lavaredo, con Raffaele Carlesso; e con Peristi ancora la terza ascensione della via Micheluzzi sulla Sud della Marmolada. Infine Vinatzer con Rudi Mark aprì una via sullo spigolo sud-est del Dente del Sassolungo, nell’estate del 1941: ma lui stesso dichiara che questa via è fallita, in quanto evita lo spigolo vero e proprio (in seguito lo spigolo fu salito dai gardenesi Vincenz Malsiner e Ludwig Moroder).

Qui il pdf con le relazioni tecniche.

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Le vie di Giovan Battista Vinatzer ultima modifica: 2018-08-14T05:57:51+00:00 da GognaBlog

21 pensieri su “Le vie di Giovan Battista Vinatzer”

  1. 21
    Umberto Pellegrini says:

    Matteo, basta leggere, ad esempio, il bel libro “il giorno delle Mesules” per capire che non solo Castiglioni andava da primo in molte occasioni con Detassis (tutta la via sulla torre Gilberti è opera di Castiglioni, ad es.), ma che tra i due c’era un’ottima sinergia, in apertura. Lo stesso libro mette in evidenza alcuni aspetti della personalità di Castiglioni, relativamente all’etica della roccia, che stupirebbero molti, se non altro per l’onestà con cui li dichiara. Ma tant’è.

    E’ interessante invece che si parli di Andrich, quello dello spigolo O alla De Gasperi. Quello della relazione con scritto “chiodi: nessuno”, e poi invece Livanos  trova “una splendida traccia di chiodatura” (pg 139-141, Al di là della verticale). E’ interessante perchè, nonostante sia palese che l’alpinismo è una questione privata, mentre ad esempio lo sport è pubblico, tutti coloro che invece lo acclamano come questione pubblica continuano ad ignorare tutte le tonnellate di balle che gli alpinisti hanno raccontato pubblicamente, balle che poi hanno permesso di creare i miti. Curiosamente su qualcuno di questi miti ci si è impuntati ed improvvisamente le loro balle sono diventate più pesanti di altre.

  2. 20
    Matteo says:

    P.S.: e non mi pare proprio che il legame tra Detassis e Castiglioni fosse il mero legame “commerciale” tra guida e cliente

  3. 19
    Matteo says:

    Non credo che Castiglioni andasse solo da secondo con Detassis e proprio per questo ha litigato con Vinatzer. Che fosse meno forte in arrampicata dei due è probabile. Di sicuro era meno interessato alla difficoltà che all’esplorazione.

    Però cercare di farlo passare per una “pippa” mi pare eccessivo: provate la Castiglioni alla torre dei Sabbioni e mi sapete dire…

  4. 18
  5. 17
    paolo panzeri says:

    Plasticare, Sboulderare, Sfalesiare, Scalare, Alpinistare, Himalayare…. e poi per salire i monti c’è la cultura, per me sono tutte “robe” diverse, ognuna con le sue bellissime caratteristiche (poi da un po’ c’è anche il mondo degli spit).
    Le persone che le praticano dovrebbero essere valutate attentamente e non mischiate fra di loro.
    Pochi sanno praticarle tutte molto bene.
    Castiglioni non era come Vinatzer, o Graffer, o Andrich, o Gilberti, o Cozzolino, o Rieser… lui era molto, molto diverso, anche quelli che ho nominati erano  diversi fra di loro, ma meno che Castiglioni.
    Mie opinioni nevvero.

  6. 16
    Alberto Benassi says:

    Rispetto ad un Vinatzer e ad un   Detassis , (forse anche Gilberti) sicuramente Castiglioni era tecnicamente meno dotato in arrampicata. Quindi con loro andava (forse?) sempre da secondo.

    Ma l’attività di Castiglioni è enorme, non si è limitato solamente ad aprire vie per allora estreme. Era un grande esploratore e su tantissime altre sue realizzazioni non credo abbia avuto  bisogno di un capocordata.

  7. 15

    D’accordo per guide minuscolo. Io la Storia me la sono letta. Le vie le ho fatte e quella che ho scritto é la mia opinione conseguente. Capisco che in certi ambienti, a me quasi totalmente estranei, certi argomenti ritenuti pilastri, non si possano toccare. Mi tengo l’energia per scalare. Scusate ma é più divertente che metterne qui. Ciao

  8. 14
    Luca Visentini says:

    No, non passa neanche la Storia, perché non andrebbe scambiata con un’opinione.

  9. 13
    Luca Visentini says:

    Bum!

    E passi per la Storia, ma guide va minuscolo.

  10. 12

    Egr. Pellegrini, a parte che non credo che tutti capiscano cosa significhi “ciodera”, ribadisco la mia opinione su Castiglioni che legato a Vinatzer e a Detassis, poteva fare solo il secondo. Lo dico perché ho salito molte delle loro vie e  così mi sono fatto questa opinione. Castiglioni era un Grohmann o un Whymper della situazione. Colto, curioso, entusiasta e infaticabile, ma tecnicamente aveva bisogno di capicordata (che assoldava come Guide perché era pure ricco) forti e determinati per risolvere i problemi alpinistici che insieme (e pure no) si ponevano. Credo che questa sia la Storia.

  11. 11
    Umberto Pellegrini says:

    Avendo sempre considerato Vinatzer un personale riferimento nella scalata, ho ripetuto alcune sue vie e l’impressione che ho avuto non è stata proprio quella di una ciodera. Di queste vie mi resta molto più in mente la bellezza complessiva e la capacità arrampicatoria mostruosa per il periodo, mentre la questione di quanti chiodi, dove, come, chi, quando e perchè li hanno piantati, fa parte di quelle argomentazioni di un certo comune pensiero che vorrebbe espropriare la privatezza della montagna per renderla pubblica, catalogabile e storicizzata. Anche in tal senso Vinatzer dovrebbe essere da esempio per molti ubriaconi delle prime per primi, delle seconde a tempo di record e delle terze senza chiodi: chissenefrega.

    Aggiungo che leggere di Castiglioni “buon secondo”, oltre ad essere una cagata pazzesca (cit.), qualifica più che altro chi lo afferma.

  12. 10
    Dino M says:

    Posso solo dire che alcuni anni fa ho ripetuto la via al Sass de la Luesa ( quella in foto). Il socio ed io pensavamo di fare una vietta da sabato e poi la domenica fare una via impegnativa.

    Ne siamo usciti con la lingua fuori. La domenica siamo rimasti a casa a riposare.

  13. 9
    Giancarlo pettenati says:

    Concordo pienamente con quello che scrive Emanuele.

  14. 8
    Alberto benassi says:

    Castiglioni e’ stato un ottimo secondo per vinatzer, ma in tante altre avventure e’ stato un ottimo primo di cordata.

  15. 7
    Luca Visentini says:

    Mah! Ricordo che Detassis, quando gli chiesero di Castiglioni, rispose più o meno: “E’ forte, e basta!”. Che Vinatzer impose di comandare la cordata per tutta la via sulla parete sud della Marmolada di Rocca e che lo stesso Castiglioni accettò soltanto perché gli avevano da pochissimi giorni soffiato la linea della Soldà e non trovava al momento un altro compagno, è un altro dato di fatto. Io mi guarderei dal fare certe affermazioni, anche se potessi comunicare in una seduta spiritica con i soggetti in questione. E ci sono tante belle vie difficili, sulle Alpi, aperte da primo da Castiglioni.

  16. 6

    Diciamo che era un buon “secondo”. E in una cordata serve anche quello, per carità.

  17. 5
    Alberto Benassi says:

    Sicuramente Castiglioni non era un  fortissimo arrampicatore come Vinatzer ma  alpinista di alto livello  lo era senza dubbio.

  18. 4

    Io so che Vinatzer trattava Castiglioni come un cliente. Come del resto faceva Detassis. Entrambi facevano le guide, era normale. E questo, lo scrivo senza fronzoli e ombra di dubbio, non piace a chi si considera, anche tecnicamente, un grande alpinista senza in realtà esserlo.

  19. 3
    Mariana says:

    Cosa disse Ettore Castiglioni?

  20. 2
    emanuele menegardi says:

    Non è sempre vero quello che dici Paolo, di recente ho ripetuto due vie di Vinatzer quasi senza chiodi e con difficoltà date in scala chiusa!! Il Ciastel del Chedul in Vallunga e la Torre Occidentale delle Mesules. Sicuramente Vinatzer avendo portato l’arrampicata fuori dai camini e canali, aveva raggiunto una notevole dimestichezza con l’arrampicata in parete aperta(esposta come si dice oggi) e in questo modo ha potuto”creare” delle linee di notevole bellezza e difficoltà. Ma sinceramente, forse per ciò che ne disse Ettore Castiglioni dopo l’avventura della Marmolada, non mi ha mai ispirato simpatia!

  21. 1
    paolo panzeri says:

    Secondo me Vinatzer ha portato l’arrampicata “libera” ad un livello “mentale” talmente alto che ancora oggi poche persone sono in grado di superarlo.
    Se ne dovrebbe parlare di più, o forse pochi lo conoscono per aver salito le sue grandi vie nella maniera originale.
    Ora le sue vie sono molto ben chiodate e quindi mi è difficile supportare questa mia opinione: per capirla forse dovrebbero essere schiodate e portate quasi alla condizione dopo l’apertura.
    Per me la sua via in Marmolada è la via della Marmolada e dovrebbe venire ripulita, dovrebbe essere come lui l’aveva vista e tracciata.
    Pochi anni fa ci son passato dopo più di tre decenni e ho visto tantissimi chiodi vicinissimi, quasi azzerabili come i due tiri che erano difficili della Don Quixiote.
    I tempi cambiano, invecchio e mi resta un po’ di  malinconia, ma è bellissima!

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