Chi l’erede di Walter Bonatti?

Spesso i titolisti dei giornali si sbizzarriscono a ricavare veri e propri “richiami per allodole”. Lo scopo è quello di attirare il lettore con argomenti che stimolano le curiosità più banali. Questo fu un caso da manuale e di certo Gian Piero Motti non fu mai molto contento della “trovata” di quel redattore.

Chi l’erede di Walter Bonatti? (GPM 012)
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Tuttosport del 12 maggio 1970)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Alcuni fanno coincidere la data d’inizio dell’alpinismo sportivo con l’avvento del VI grado, quasi fosse improvvisamente subentrata la competizione nelle imprese alpinistiche. L’alpinismo è un fenomeno complesso, sicuramente non è uno sport nel senso più comune della parola, in quanto, almeno ufficialmente, non dovrebbe esistere competizione e rivalità tra gli arrampicatori. Ma noi sappiamo che non è sempre così, e non solo nell’era del sesto grado.

La prima salita del Cervino fu una vera e propria corsa alla vetta, senza esclusione di colpi (leggi cadute di sassi provocate appositamente per far indietreggiare la cordata avversaria). Ripeto che l’alpinismo è un fenomeno assai complesso, degno di una profonda indagine psicologica; investe numerosi e importanti fattori costituenti la personalità umana, ma non è mia intenzione scendere a una analisi approfondita. Sicuramente è una fuga, un ritorno alle origini, una ribellione agli schematismi e alla prigionia del recinto sociale, soprattutto è una libera attività. Non vi sono dunque regole nell’alpinismo, ognuno va in montagna come crede e spinto da moventi personali, non sempre comunabili e categorici.

Tuttavia anche gli alpinisti sono uomini e non sfuggono al giudizio dei loro consimili; sovente si sente dire che Tizio è il più forte di tutti, Caio è stato un vero maestro, tutte affermazioni che tendono a instaurare un clima competitivo. Proprio perché uomini, gli alpinisti sono ambiziosi, più o meno, a seconda dei casi, e tendono a primeggiare, vogliono realizzare imprese sempre più difficili e rischiose. Ecco che allora, sovente, un «problema» viene alla ribalta e fa gola a numerose cordate. Il più delle volte cercare un accordo è difficile, per ovvi motivi e quindi si cade nella competizione. Ecco un aspetto sportivo se vogliamo intendere lo sport come competizione; se invece intendiamo lo sport come attività fisica a prescindere da ogni competizione, ebbene possiamo tranquillamente affermare che l’alpinismo è uno sport, senza paura di venir accusati di anatema o di bestemmia dai famosi “puristi” che si ostinano caparbiamente a cingere l’alpinismo di una aureola di spiritualismo eticizzante cadendo però in grossolana contraddizione quando affermano che l’alpinismo «è il più duro di tutti gli sport»!

Gian Piero Motti in pubblicità su Panorama ed Epoca (ma senza il suo nome…), anni ’70

Quindi anche nell’alpinismo esistono i campioni, i fuoriclasse, i capi-scuola. Non tutti possono correre i cento metri in dieci secondi netti, saltare più di due metri, scagliare il peso a venti metri. Così non tutti gli alpinisti sono sestogradisti (parola che non amo), non tutti possono permettersi il lusso di scalare in solitaria la Nord delle Grandes Jorasses (Alessandro Gogna), la Nord dell’Eiger (Michel Darbellay), il diedro Philipp del Civetta (Reinhold Messner)… Esiste dunque un alpinismo di élite. Si potrebbe cadere nello spinoso e dibattuto problema del senso dei propri limiti; ma ripeto l’alpinismo non ha regole fisse, ciascuno, a suo rischio e pericolo, è libero di fare ciò che crede. Se poi uno «ruberà» una salita, ossia se scalerà una parete che presenta difficoltà superiori alle sue capacità e alle sue forze, ricorrendo a chiodature esagerate o peggio infiggendo chiodi a espansione dove i primi salitori passarono in arrampicata libera, sicuramente avrà barato e certo non si può parlare di bravura e di onestà.

Quanto all’affermare Tizio è il più forte, Caio è più forte di Tizio, sono affermazioni con cui è meglio andare molto cauti; l’alpinista prima di tutto si giudica dall’attività compiuta e non certo vedendolo arrampicare su un sasso, dove chiunque è capace di rischiare fino al limite della caduta. Inoltre vi sono alpinisti completi su ogni terreno e altri invece che eccellono su un determinato terreno, la dolomia ad esempio, e difettano invece sul ghiaccio e viceversa. Vi sono professionisti che dedicano tutto il loro tempo alla montagna e sono quindi costantemente allenati; vi sono dilettanti con doti eccezionali ma con scarso tempo a disposizione perché operai o impiegati. Quindi voler giudicare gli alpinisti con il bilancino dell’orafo o con criterio matematico o di classifica è quanto mai detestabile. E’ vero, esistono i campioni, i maestri, ma ammiriamoli così in blocco, non fomentiamo competizioni e rivalità e non giudichiamo un’attività che sfugge ai comuni metri di giudizio.

Esistono dunque i capi-scuola, coloro che hanno detto e dicono qualcosa di nuovo nel mondo dell’alpinismo, che creano nuovi indirizzi, nuove tecniche. I capi-scuola necessitano di un campo di attività per poter esprimere la loro personalità, devono realizzare imprese eccezionali, scoprire problemi di grande interesse, aprire itinerari di eccezionale difficoltà.

I nostri predecessori trovarono sulle Alpi il loro terreno di gioco, il terreno di azione. Così Paul Preuss saliva sfruttando ciò che la natura gli aveva dato, le mani, i piedi e l’intelligenza, e con audacia incredibile vinceva pareti difficilissime, anche da solo, in libera arrampicata disprezzando i sistemi di assicurazione e ignorando il chiodo. Ma Hans Dülfer capì che usando i chiodi si potevano vincere difficoltà superiori a quelle vinte da Preuss, perché il chiodo diminuiva la lunghezza di un volo eventuale e poteva servire da appiglio dove questi venivano a mancare. Così fu rasentato il limite delle possibilità umane.

Frattanto la tecnica si perfeziona, si comprende che le corde passate nei chiodi ed opportunamente tirate dal compagno di cordata, permettono di superare strapiombi e tetti, dove l’arrampicata libera si era fermata. Emil Solleder, Tita Piaz, Emilio Comici sono i pionieri del sesto grado inteso come scalata artificiale. Affermazione questa che porterà a errori e confusioni che si trascinano anche ai giorni nostri.

Gian Piero Motti sulla via Bertrand, parete sud-ovest della Tete Noire (Massif des Cerces), 10 ottobre 1971

Frattanto nelle Alpi Occidentali si era dormito ancora un po’ rispetto ai dolomitisti; ma Willo Welzenbach attacca e sale pareti di ghiaccio vertiginose, le famose pareti nord che avevano respinto gli assalti dei pionieri armati unicamente di rudimentali piccozze per incidere centinaia di gradini nel ghiaccio vetroso. Mitiche figure di guide-boscaioli e taglialegna quali Alexander Burgener e Joseph Knubel.

In Dolomiti si corre, e sorgono campioni stupefacenti che sembrano non conoscere ostacoli. Arrampicatori di un’audacia straordinaria, quasi incosciente se si pensa ai mezzi e ai tempi di allora. Giovan Battista Vinatzer, Alvise Andrich, Attilio Tissi, Raffaele Carlesso lo stesso Emilio Comici realizzano imprese che ancora oggi, malgrado le chiodature impietose, danno filo da torcere ai moderni campioni armati di ogni sorta di aggeggio che la tecnica attuale fornisce. In arrampicata libera si è forse toccato il limite estremo, il limite oltre il quale non vi è che la caduta, Poiché, come asserisce Georges Livanos, è una questione di appigli: o ci sono, per piccoli che siano, o non ci sono.

Io sono convinto comunque che il limite si sfiori ma non si raggiunga mai. A questo proposito citerò una frase di Reinhold Messner: «Il sesto grado è come il limite matematico; è qualcosa cui ci si avvicina sempre di più, ma che non si raggiunge mai».

Bisognava quindi unire le due scuole, quella occidentale e quella orientale. Giusto Gervasutti, il fortissimo, cresciuto nelle Dolomiti e trapiantato nelle Occidentali, seppe creare la fusione, trasportando sulle pareti di granito la tecnica del calcare. Anche Riccardo Cassin rappresenta l’alpinista completo in tutti i sensi; risolve problemi grandiosi sia in Dolomiti che nel Gruppo del Monte Bianco, la sua tecnica è perfetta, la sua volontà non conosce ostacoli. Con lui forse idealmente si chiude l’annosa e spinosa polemica tra le due scuole.

Inizia la grande vendemmia, le Alpi sono un terreno ideale, vengono vinte tutte le cime, poi l’assalto continua sui fianchi, sugli spigoli, nei camini, nei diedri. Anche i francesi non dormono; sotto la spinta di Jacques de Lépiney creano un Gruppo Alta Montagna che raccoglie l’elite. In breve sorgono uomini come Lionel Terray, Louis Lachenal, Gaston Rébuffat, Guido Magnone, Pierre Allain. Alpinisti fortissimi, completi, all’altezza di ogni situazione in ghiaccio, in granito, in dolomia. Studiosi profondi dei problemi alpinistici, della valutazione delle difficoltà, a cui danno intelligenti e chiare soluzioni. Il nome di Jean Couzy fa testo a sé.

In Germania arrampicatori liberi eccezionali come Hias Rebitsch gettano le basi di una formidabile scuola sassone che oggi darà uomini come Dieter Hasse, Lothar Brandler, Toni Hiebeler, Toni Kinshofer, Jörg Lehne… In Austria Hermann Buhl diventa una figura leggendaria: alpinista completo, apre il capitolo delle prime ascensioni invernali di estrema difficoltà con la Sud-ovest della Marmolada e continua il filone delle solitarie aperto da Preuss e da Comici con numerose imprese straordinarie.

E così a poco a poco si giunge ai moderni; sulle Alpi i grandi problemi insoluti sono andati via via assottigliandosi, restano solo le pareti più difficili, quelle che hanno resistito a tutti gli assalti.

Uomini come René Desmaison, come Michel Vaucher, Walter Bonatti, Cesare Maestri, Carlo Mauri, Andrea Oggioni, Armando Aste, Gino Soldà, Georges Livanos, attaccano gli ultimi problemi suggeriti dalla logica, ma devono ricorrere abbondantemente all’arrampicata artificiale. Cominciano a vedersi gli artificialisti, strani mostri meccanici che restano in parete sei, sette, dieci giorni armati di amache, seggiolini, punteruoli, decine, quando non centinaia di chiodi, progressioni di venti-trenta metri al giorno… Ma anche questa è una scuola, una tendenza.

Ma Bonatti insegue il filone classico, è un maestro, un artista. Sale da solo, in prima ascensione, in inverno, la Nord del Cervino lungo una nuova via diretta. Con questa impresa conclude la sua carriera alpinistica, ma dà inizio forse ad una nuova era.

Sulle Alpi, vi sono ancora bellissime vie da tracciare di ogni difficoltà, ma sinceramente, i grandi, grandissimi problemi suggeriti dalla logica vanno lentamente esaurendosi, e diviene quindi arduo stabilire chi tra i più forti e giovani alpinisti, oggi, può aspirare alla definizione di caposcuola. Chi vorrà attaccarsi a un muro liscio e strapiombante per tracciarvi una direttissima, una via tecnologica segnata da una lunghissima fila di chiodini infissi nella roccia, sicuramente troverà pane per i suoi denti.

Poi resta l’inverno. Attaccare in inverno le vie più difficili, le più lunghe, le più ardue, aprire nuove vie in inverno, ripetere da soli vie in inverno, aprire da soli vie nuove in inverno. Qui è il domani sulle Alpi e Bonatti con la Nord del Cervino ha dato l’avvio. Poi c’è l’Himalaya, dove si ricomincerà da capo.

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Chi l’erede di Walter Bonatti? ultima modifica: 2018-10-10T05:53:31+00:00 da GognaBlog

15 pensieri su “Chi l’erede di Walter Bonatti?”

  1. 15
    Alberto Benassi says:

    ciao Salvatore

     

    si è vero hai ragione, tra queli che ho elencato ci sono delle grandi differenze.

    Andreotti, Craxi e Dalema sono senza dubbio di un livello politico ben superiore. Ma troppo furbi e inciucioni. E la troppa furbizia spesso porta a mettere troppo avanti gli interessi personali e di partito rispetto a quelli del paese che rappresenti.

    Il professoro Prodi,  per me,  è uno di quelli che ha contribuito  a svendere l’ Italia a tecnocrati europei.

    Veltroni BOHHH….?? Gli interessano più i libri e i film che l’Italia.

    Renzi….ecco qui siamo veramente scaduti. Diaciamo che dopo  l’inizio della crisi della sinistra, ce l’hanno messo per farla affondare del tutto.

  2. 14
    salvatore bragantini says:

    Alberto,

    scusami, non saranno stati grandi statisti ma non sono da mettere tutti sullo stesso piano…

    Salvatore Bragantini

  3. 13
    Alberto Benassi says:

    “A qualcuno serve ricordare che siamo ben nel 2018.”

    si lo so,  son passati tanti anni. E ogni anno passato sempre peggio. Andreotti, Craxi, Dalema, Veltroni, Prodi, Renzi, ect. Tutti grandi statisti.

  4. 12

    A qualcuno serve ricordare che siamo ben nel 2018.

  5. 11
    Alberto Benassi says:

    sarebbe servito a qualcosa avere trovato l’erede di Aldo Moro , di Berlinguer ?

     

    Visto il livello dei politici di oggi, credo di …SI!

  6. 10
    paolo panzeri says:

    Discutere delle “altezze” serve per dare esempi unici e sublimi ai giovani, per spiegare loro che, se trascurano la “mercanzia insapore” massificata urlando dai media, possono realizzare qualcosa che li soddisfi pienamente.

  7. 9
    Alberto Benassi says:

    Ma serve a qualcosa trovare a tutti i costi l’erede di Bonatti? Dai…

    Si fa tanto per farsi delle seghe…mentali.

  8. 8

    Ma serve a qualcosa trovare a tutti i costi l’erede di Bonatti? Dai…

  9. 7
    Alberto Benassi says:

    Anche se Bonatti ha indicato nei “Giorni Grandi”  R.Messner . Credo che il suo vero erede sia stato Renato Casarotto. Questo sotto il profilo strettamente alpinistico nel senso che l’alpinismo di Renato è stato GRANDE  su tutti i terreni. Di certo non lo è stato sotto l’aspetto mediatico. Renato a differenza di Bonatti e di Messner poi, non è diventato un personaggio mediatico che tutti conoscono, anche chi la montagna non sa che cosa sia e se ne frega.

    Forse non ne aveva le capacità e magari non gli interessava neppure.

  10. 6
    paolo panzeri says:

    Per me oltre l’alpinismo di Renato Casarotto non è ancora andato nessuno qui da noi e Renato non c’è più da troppi anni.

    Forse siamo solo capaci di involverci, ci siamo fermati alla mitologia decantata dai vari guru e non sappiamo più aprire gli occhi.
    Forse questo succede perché i “brocchi volonterosi” ora spadroneggiano dappertutto senza aver provato a fare dell’alpinismo.
    Forse siamo così demotivati che cerchiamo Dei per vivere e ci consoliamo creando Miti effimeri.

    Non capisco perché non si scalino le montagne, è così, così. così, beh è avvicinarsi al Tutto.

  11. 5
    Alberto Benassi says:

    e perchè non di  Livanos, Aste, oppure Vinatzer, Detassis, Castiglioni od ancora Ursella, Casarotto.

     

    Insomma questo EREDE deve per forza essere una celebrità ?

  12. 4
    albertino says:

    Alberto alberto, alberto!!!

    Hai sputtanato Matteo, che per altro è molto bravo.

  13. 3
    Andrea says:

    Non c’è un erede, ogni alpinista ha il proprio stile, filosofia e morale.

  14. 2
    Alberto says:

    Della Bordella

  15. 1

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