Libera arrampicata

Siete mai stati in montagna?
di Francesco Marra (originariamente apparso il 26 agosto 2014 sul sito del CAI di Padova.

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Punto di partenza: il menu. Gnocchetti di zucca e spaetzle. E anche pizzoccheri. E due etti di lardo “tagliato fino, per favore, che lo vorrei far fondere..” come condimento. Non sia mai che facciamo la dieta dei climber!
Jack è un’amicizia recente, nata all’interno della scuola F. Piovan. Abbiamo scalato insieme ma oggi è la prima volta che ci leghiamo alla stessa corda. Napo è invece un amico di vecchia data, dai tempi del corso di scialpinismo. Chi lo conosce ha sicuramente intuito che lui è l’autore del menu.

Gli ingredienti promettono bene: amici, una bella parete, un sogno da seguire, quel che serve all’imbrago; il resto lo metteremo noi, quando il momento lo chiederà. C’è un’idea su dove passare, ma sarà un muoversi senza costrizioni. Non ci sono relazioni a condizionarci; non ci sono soste da trovare, potremo fare sosta dove saremo comodi. Non ci sono gradi con cui confrontarsi; non ci sono neanche passaggi chiave, a priori, sarà scoperta fino alla fine. La cosa bella è che non ci sono aspettative in termini di soddisfazioni; non ci sono neanche garanzie di successo per la verità. Però ci sono buone possibilità di divertimento ed esperienza.

Finalmente saliamo. Lungo i tiri i chiodi non servono, bastano le protezioni veloci. Pensavamo di dover fare qualche tratto in artificiale ma riesce tutto in libera, solo Napo, appesantito dallo zaino, è costretto a staffare per saltar fuori da uno strapiombo. Togliamo i chiodi usati per le soste e lasciamo la parete esattamente come l’abbiamo trovata. Domani se immaginerete di salire questa parete, potrete rivivere la nostra esperienza, con le stesse incognite e con le stesse soddisfazioni e gioie!

Napo in azione
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C’era una fettuccia sbiadita annodata intorno ad una clessidra verso l’inizio della salita, la lasciamo dov’è. Voglio ringraziare chi è passato prima di noi: ci ha permesso di sognare e di vivere una giornata che ricorderemo, nonostante queste nostre dolomiti invase di linee, chiodi, gradi, competizione e alpinisti. Ha lasciato solo una fettuccia ad invecchiare e a testimoniare che le belle salite non devono per forza essere pubblicizzate.

E’ più libera un’arrampicata in libera? O è più libera un’arrampicata in cui siamo liberi?

Jack all’opera
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In vetta
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postato il 24 ottobre 2014

 

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Libera arrampicata ultima modifica: 2014-10-24T07:30:51+00:00 da Alessandro Gogna

12 thoughts on “Libera arrampicata”

  1. 12

    Alberto, da sempre Alpinismo è sinonimo di Anarchia. Questo termine (Anarchia) che purtroppo è stato ed è, stravolto nel suo significato, per varie e note ragioni politiche, intende una evoluzione di pensiero che porta all’auto-determinazione. Quindi: “Chi è che definisce i limiti?” chiedi tu… “Bisogna essere in grado di auto-definirli, proprio nel concetto dell’auto-determinazione”, dico io…
    Rispetto, come termine di paragone, è ciò che promuove questa filosofia. Importante è crederci e viverla onestamente verso sè stessi e gli altri.

  2. 11
    Alberto Benassi says:

    Stefano chiamalo “limite” oppure “rispetto” due parole diverse ma che in definitiva portano ad uno stesso punto: cose che si ossono fare altre che invece non si possono fare od almeno non si dovrebbero.

    Chi decide se si può o non si può? Qualcuno di noi? No! Lo decide appunto il “rispetto”.
    Il rispetto degli altri, della storia, di chi verrà dopo delle futuire possibilità e il rispetto della roccia.

    Te dichi che non è giusto criticare un certo stile. Mas in fondo già il fatto di praticare uno stile diverso è un modo di non condividere uno stile altrui quindi è una critica un non condividere.

    Non vedo nulla di male nella critaca quando è fatta nel rispetto umano , quando non è offensiva e quando sopratutto si è aperti a riceverla e anche a cambiare le proprie convinzioni.

  3. 10
    Alberto Benassi says:

    E delle prese scavate che se ne pensa?? Anche quello è giusto praticare?
    Se uno è debole si può benissimo scavare le prese in base alle proprie personali necessità.
    Mi sembra giusto.

  4. 9
    GIANDO says:

    Luciano, mi pare che tu ti stia scaldando un po’ troppo, fra l’altro citando una persona, come il sottoscritto, che non ha mai fatto proselitismo, né in un senso né nell’altro, e che ha sempre sostenuto l’importanza della libertà personale.
    Nonostante ciò credo fermamente nel fatto che non si debba per forza di cose fare tutto. Il mio ragionamento è di ampio respiro (ma non posso scrivere dei papiri) e quando parlo di danno non mi riferisco tanto ai chiodi piantati su una parete di mille metri quanto piuttosto alla montagna di materiale e spazzatura lasciata ogni anno in Himalaya per far salire l’Everest, o altre montagne, a gente che ha semplicemente dei soldi da spendere per fare cose che, senza un massiccio aiuto da parte di terzi, non sarebbe in grado di fare. E anche con riguardo a certe belle falesie credo che con la spittatura si sia esagerato (e lì i chiodi li vedi eccome). Io abito a Bologna e quando facevo free climbing nella falesia di Badolo (anni 80) c’erano si e no 60 vie. Oggi ce ne saranno 200! Alcune addirittura con avvitate le prese da palestra. Beh, insomma, io credo che un minimo di decenza non guasterebbe. Oggi andare a Badolo è come andare allo stadio del Rock Master di Arco (sto esagerando, lo so, ma è per rendere l’idea).
    Ho citato, come es., anche certe ferrate le quali, anzichè seguire delle linee di salita logiche, permettendo così ai meno esperti di godere certe esperienze, sono di fatto dei cavi piazzati su pareti di quinto o sesto grado. In questo modo, più che degli alpinisti, la sensazione è quella di essere dei provetti marines. Di fronte a queste strutture sono in molti a storcere il naso, anche perché, oltre a fornire una sensazione di falsa sicurezza, insegnano ben poco in campo alpinistico e arrampicatorio.
    Il fatto che l’alpinismo e l’arrampicata costituiscano un’attività appagante non significa, a mio avviso (ma per carità, ciascuno può vederla a modo suo), che si debba per forza di cose attrezzare tutto per riuscire a salire in ogni dove e questo non significa nemmeno che si debba essere degli Honnold o dei Bachar. Personalmente, nella mia pochezza arrampicatoria, non sono mai andato oltre il 6a ma so di gente che per riuscire a salire un 7b si è scavata le tacche necessarie per passare dove, in caso contrario, non sarebbe mai passata.
    Una cosa così per me non ha senso anche se sicuramente ci sono cose ben peggiori. C’è gente che si mette al volante ubriaca fradicia e, quindi, piantare un chiodo in più o scavare una tacca sulla roccia non è certo così deprecabile.
    Non ho poi capito chi sarebbero i più deboli. Personalmente non mi sono mai sentito debole perché non riuscivo a fare certe vie, o meglio mi sentivo debole tecnicamente ma non certo come persona. Credo che ciascuno di noi dovrebbe anche imparare a conoscere e ad accettare i propri limiti, cercando sì di superarli ma senza necessariamente farne una questione di vita o di morte.
    Comunque stai sereno perché non ci penso proprio ad andare a smantellare quanto c’è di esistente e nemmeno ciò che verrà realizzato in seguito così come non ci penso proprio a fare campagne di sensibilizzazione. Dico solo, e lo ribadisco, che in linea di principio il concetto che “si può fare tutto” può avere delle ripercussioni anche gravi e che, pertanto, su quest’aspetto bisognerebbe seriamente riflettere perché a certi livelli l’impatto è minimo ma ad altri livelli non è poi così indolore.

  5. 8
    Francesco Marra says:

    Ci è piaciuto molto poter salire a modo nostro questa linea nonostante fosse stata già salita almeno in parte da qualcuno. Ci siamo detti: “Ehi, per fortuna non ci sono notizie in giro, così ci siamo divertiti come avremmo voluto… un grande questo che ha annodato la fettuccia”. Di qui l’articolo, che non voleva aver niente a che vedere con spit, chiodi e altro.. è più il desiderio di condividere una esperienza che ha ci ha dato qualcosa ed è al di fuori delle esperienze che (almeno noi) viviamo usualmente in montagna.

  6. 7

    Certo Alberto, non l’ho menzionato perchè nel contesto secondo me andava oltre , io lo chiamo rispetto, per l’ambiente, per la storia ecc. ecc. ma… non giudico (aldilà di situazioni palesemente ed universalmente riconosciute come lesive) il valore, la bellezza o l’etica di chi scala, ognuno dev’essere libero di farlo come meglio crede e se una linea si poteva salire in altro modo, poteva andarci qualcun altro…
    La mia personale etica è quella di usare meno protezioni possibile e ove possibile, removibili, ma è la mia personale visione, che potrà essere apprezzata o disprezzata a seconda dei gusti.
    Ebbi una discussione non proprio garbata con Larcher qualche anno fà in merito ad una salita che ripetemmo entrambi e sulla quale ebbe da disquisire sul metodo di apertura dei primi salitori, considerando, come sempre fa, il suo l’unico modo giusto… ecco questo è un esempio di come da libertà si potrebbe passare ad omologazione, “l’unica via giusta”…
    Di pareti vergini da salire ce ne sono per i prossimi 4000 anni perciò “scannarsi” su questi argomenti volendo imporre (anche in maniera un po’ subdola), il proprio punto di vista, non lo condivido…

  7. 6
    Luciano says:

    Lo spazio per aprire vie nuove non è infinito, quindi ben venga il lasciare una linea di salita non solo come l’abbiamo trovata, ma anche evitando di pubblicarla, solo così le generazioni future potranno godere della ricerca come abbiamo avuto la fortuna di poter fare noi.
    D’altra parte non mi sento di condannare chi apre vie impegnative a spit, perchè su quella parete di solito liscia non sarebbe possibile nessun’altra attività umana, non si sottrae nulla a nessuno, quindi non vedo perché non sfruttarla per praticare uno sport che non ha alcun impatto ambientale. Le piastrine? Sfido chiunque a vedere da sotto una piastrina delle migliaia presenti sulle pareti del Wenden, e a dire che provocano inquinamento ambientale, sono lì per evitare di schiantarsi, senza alternative, e al contempo permettono di praticare una bellissima attività in ambienti spettacolari; mi chiedo se chi pontifica in questo senso, poi va al lavoro in bici o a piedi e si illumina con le candele, oltre a lavare gli indumenti a mano, ecc. Sento spesso dire “Un domani le stesse vie si potrebbero salire senza spit, solo con protezioni rimovibili” ma domani quando, nel 2300? O dobbiamo seguire tutti Honnold? Credo che ci voglia più elasticità nell’affrontare certe questioni, l’estremismo non ha mai portato progressi, libertà è anche rispettare quella degli altri, nei limiti della sostenibilità ambientale (e, nel caso dell’arrampicata, anche nel rispetto della storia alpinistica). Credo che chi arrampica su certi livelli non rubi nulla a nessuno attrezzando una via a spit, ma nemmeno i meno dotati che salgono una placca di quarto protetta a spit, perchè non dovrebbero divertirsi anche loro, se il quarto per loro equivale ad un 8a per un big? Che danni concreti hanno provocato le numerose vie a spit al Falzarego adatte a tutti? Quale “gran danno è già stato fatto”, Giando, me lo spieghi senza giri di parole? Mi sembra che come al solito si colga l’occasione per infierire contro i deboli, con argomentazioni molto deboli, perchè chi i danni seri li fa veramente è inattaccabile, basta guardarsi attorno…

  8. 5
    matteo says:

    Che bravi e che bella storia.
    E che invidia!
    Mi siete simpatici, ragazzi!

  9. 4
    Alberto Benassi says:

    Stefano, che ognuno lo debba viverla a modo suo è sacrosanto. Ma sono convinto che anche a questa libertà ci debba essere comunque un limite.
    E il limite è quello che non siamo noi alpinisti/arrampicatori il centro dell’universo. Non è la montagna/parete/roccia che si deve piegare alle nostre esigenze ma siamo noi che ci dobbiamo invece adattare.

  10. 3
    GIANDO says:

    Secondo me la cosa più importante è adottare uno stile che impatti il meno possibile sull’ambiente e, quindi, anche sulla roccia. Non sono in grado di stilare statistiche però mi pare, tutto sommato, che diversi alpinisti e/o arrampicatori di punta e non cerchino di fare un minore uso di chiodi rispetto al recente passato, senza per questo eliminare le protezioni, utilizzarne di scadenti o non utilizzarle affatto (anche in questo senso la tecnologia aiuta).
    Certamente un gran danno è già stato fatto e diventa oggi difficile intervenire se non in maniera drastica (schiodando vie, smantellando ferrate ignobili, ecc.). Se comunque la logica del “bisogna salire a tutti i costi” fosse gradatamente sostituita dalla logica “si sale solo dove si può salire con mezzi per così dire puliti” si potrebbe cominciare ad intravvedere un passo avanti significativo e ciò, sempre secondo me, a prescindere dai gradi e dalla competizione che esisterà sempre. Già una competizione che tenga conto dello stile sarebbe di gran lunga più auspicabile di un’altra che si fonda sono ed esclusivamente sul risultato.

  11. 2

    Sono scelte personali. Ognuno deve viverla a modo suo, questo è il succo della libertà.
    Tutto da imparare, tutto da insegnare, non esiste la formula magica, altrimenti si scade nell’omologazione e quella è esattamente l’opposto.

  12. 1
    Alberto Benassi says:

    Grande dilemma…

    Si è criticato e si critica tanto l’arrampicata artificiale poi si aprono vie con chiodatura seriale ad espansione.

    E si parla di arrampicata libera…?

    Poi ci sono le relazioni che di dicono tutto: grado massimo, grado obbligatorio, materiali, avvicinamento, discesa, tipo di attrezzatura, S oppure R. Poi naturalmente la copertura cellulare e naturalmente, tanto per non farsi mancare nulla, le coordinate GPS!!!

    E si parla di arrampicata libera….?

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