Libereinvetta

Donne libere in vetta
di Luca Calzolari
(pubblicato il 25 novembre 2016, vedi http://buonenotizie.corriere.it/2016/11/25/donne-libere-in-vetta/)

La montagna è uno spazio di libertà individuale. L’alpinismo in ogni sua forma lo rende concreto. In montagna impari ad ascoltare il silenzio e fare attenzione alle parole. Le mani e i piedi sulla roccia ti obbligano a crescere, a capire cosa significa la responsabilità verso te stesso e verso gli altri. Pareti e cime ti insegnano a fare i conti con la paura e con la necessità di reagire, impari la determinazione e la necessità della fatica. Conosci la bellezza dell’osare e scopri il senso del limite. Trovi la capacità di dire no, prima di tutto a te stesso. E’ un luogo che ti porta a liberare le emozioni (e condividerle). Nessun alpinista riderà mai della paura e delle lacrime che liberano dal dolore o che riempiono di gioia. E anche la rabbia ha dignità in quota.

Priscilla Porro ha 24 anni, Fabiana Gomba e Lara Codognotto ne hanno 26. Priscilla, Fabiana e Lara amano la montagna, la camminano e la scalano. Nel corso degli anni sono venute in contatto con storie di giovani donne abusate sia psicologicamente sia fisicamente. «Ci ha molto colpito un pezzo del racconto di una di loro» mi dicono.

Quelle parole sono state trascritte. E dicono questo: «Correvo, stavo scappando da lui, correvo più veloce che potevo, vicino a me c’era tanta gente che guardava, ma nel momento che ho chiesto aiuto, sembrava di essere nel deserto».

Come è possibile una cosa del genere? No, non deve accadere. E noi cosa possiamo fare? Priscilla, Fabiana e Lara hanno deciso di dare una mano alle donne che hanno subito violenza. Hanno scelto di farlo attraverso qualcosa che conoscono bene perché è una parte importante della loro vita: la montagna.

Il binomio donna-montagna è fatto soprattutto di carattere, dignità, forza e determinazione. E allora – si sono chieste – può la montagna servire a tutte quelle donne che si trovano a dover gestire e superare un’esperienza come la violenza fisica e psicologica? Possono cime innevate, pascoli, sontuosi ghiacciai aiutarle in un momento di cosi grande difficoltà a rompere il silenzio muto delle loro emozioni, ad ascoltare se stesse? La risposta è sì.

La montagna può sostenere anche chi non l’ha mai conosciuta davvero. Così hanno fatto nascere Libereinvetta. La montagna nelle parole delle tre ragazze «deve essere teatro di collaborazione, sostegno e amore: donne e uomini, qui, possono convivere imparando a riconoscersi l’un l’altro. Le donne possono e devono essere libereinvetta». E non solo in vetta.

Le tre alpiniste sono socie delle Sezioni del Club alpino italiano di Cantù (CO), Erba (CO) e Giussano (MB), che hanno aderito e sostenuto il progetto collaborando alla realizzazione del primo evento. Cui ha partecipato per sottoscriverne l’importanza anche il presidente generale del CAI Vincenzo Torti. Il 1° ottobre 2016 si è tenuto infatti il primo appuntamento di Libereinvetta: uomini e donne hanno indossato la maglietta rossa di Libereinvetta, e salito a piedi il monte Cornizzolo (Lecco) per poi raggiungere il rifugio Marisa Consigliere S.E.C.. Da lontano potevi vedere una macchia rossa piena di vita. “Siamo vestite di rosso – dice Fabiana – perché è il colore della lotta contro la violenza alle donne. Indossarlo significa mostrare il nostro no”.

Racconta Priscilla che al rifugio con Dora Luisa Busato (responsabile di Lecco di Telefono Donna, associazione che si occupa di ascolto e sostegno alle donne) si è parlato di violenza e soprusi. Molto. Sono state raccontate storie di donne. Testimonianze difficili, dolorose. La giornata è continuata con il concerto folk dei Tavernicoli e la mostra fotografica 14 Scatti, una carrellata di immagini che rappresentano la libertà della donna nell’ambiente montano: “14 scatti – mi dice Fabiana – come i 14 ottomila della terra che donne e uomini hanno già scalato”. Sotto ogni foto hanno voluto riportare parole di donne che hanno subito violenze. “Questo – prosegue Fabiana – potrebbe portare ognuno di noi a guardare la mostra con uno sguardo empatico ma soprattutto a rendersi conto di come questo argomento possa toccare, in maniera differente, ognuno di noi”. La mostra è itinerante e disponibile: una è pensata per i rifugi e l’altra è un totem adatto agli spazi urbani (per informazioni ci può rivolgere alla sezione CAI di Cantù). In quella occasione sono stati raccolti fondi donati a Telefono Donna di Lecco.

Monte Cornizzolo, 1 ottobre 2016

Un percorso utile, replicabile. Ma per attribuire un significato nuovo a iniziative come queste, è necessario compiere un ulteriore passo in avanti. Soprattutto sul piano culturale. Per questo rivolgo un appello agli uomini. Sappiamo che gli autori della violenza sono quasi unicamente gli uomini; da uomini, quindi, possiamo scegliere se negare, giustificare o minimizzare questo problema. Oppure possiamo fare qualcosa in più per cambiare davvero un mondo in cui la cultura della violenza di genere trova ancora spazio per crescere. Cosa? Prima di tutto affermare che il problema ci riguarda proprio in quanto uomini, per questo ciascuno di noi deve prendere un impegno personale per contrastare e dire no alla la cultura che giustifica la violenza psicologica e fisica sulle donne.

Faccio mie le parole della campagna NoiNo.Uomini contro la violenza sulle donne (www.noino.org) alla quale ho da tempo aderito e invito tutti gli uomini a farlo: «Oggi si parla molto di violenza. Ma perché gli uomini comincino ad ascoltare, è necessario che gli uomini facciano sentire la loro voce».

Altrimenti nessuno, uomo o donna che sia, potrà mai essere davvero libero in vetta.

 

Questa iniziativa conferma, una volta di più, le sensibilità presenti all’interno del Sodalizio”, afferma il Presidente generale del CAI Vincenzo Torti “La collaborazione delle nostre Sezioni a un’opera di sensibilizzazione e di attenzione rispetto a problematiche così attuali e rilevanti rappresenta una positiva declinazione dell’andare in montagna come attività di elevato valore sociale”.

Laura Posani, Nicla Diomede, Lara Codognotto e Fabiana Gomba

Libereinvetta
di Priscilla Porro, Fabiana Gomba e Lara Codognotto

Le frasi associate alle immagini che seguiranno, sono tratte da testimonianze di donne che hanno vissuto, o che vivono tuttora, situazioni di difficoltà.

Le foto sono autoprodotte. Abbiamo iniziato a scattare qualche foto, ora ne abbiamo tante quante sono le cime che superano gli ottomila metri nel mondo. Sono foto di donne che esprimono la loro libertà in montagna.

Sono scatti pensati e realizzati per far sì che ognuno possa riflettere osservando e analizzando il concetto di libertà. In contrasto al bianco e nero, simbolo del malessere di una vita di soprusi, un elemento rosso – colore della lotta contro la violenza verso le donne – ci accompagna in ogni immagine.

Libera di… poter essere fragile e ritrovare la forza per rialzarsi e continuare il cammino.
«Non avevo la possibilità di parlare con qualcuno, di avere amicizie, interessi… non ho mai avuto neppure le chiavi per uscire da casa mia. Pensavo che magari, piano piano, le cose sarebbero cambiate…»

Libera di… poter essere se stessi in ogni luogo.
«Ad un tratto ho capito che per ogni cosa il mio primo pensiero era diventato “adesso come reagirà lui?“. Non sono capace di farmi rispettare, non sono capace di meritare rispetto»

Libera di… scegliere i legami che reputiamo importanti per la nostra vita.
«Cercavo qualcosa, qualsiasi cosa che potesse aiutarmi in un momento difficile, aiutarmi a dare risposte ad interrogativi sospesi. Ho trovato una porta aperta.
L’ho oltrepassata e ho trovato qualcuno pronto ad asciugare le mie lacrime… non è solo la comunione del disagio e della sofferenza, c’è una forza straordinaria in un gruppo di donne che si aiutano parlandosi e mettendoli a nudo.»

Libera di… stringere legami forti per vivere intensamente la propria femminilità.
«Ascoltando le altre storie ho sentito il dolore e le ferite. Ma ho sentito anche il coraggio e la voglia di non arrendersi… e le lacrime che scendono dagli occhi non sono solo lacrime di dolore, ma anche della speranza, lacrime di liberazione. Qui è il posto giusto, un posto sicuro e protetto dove poterle versare. Qui non c’è nessuno che ci ferisce, ma c’è la possibilità di imparare a non farci più ferire»

Libera di… poter decidere l’abbigliamento che più ci fa star bene in qualsiasi momento.
«All’inizio scambiavo la sua gelosia e il suo bisogno di controllo per attenzioni e premure»

Libera di… scegliere quale percorso intraprendere e trovare vie alternative per superare le difficoltà della vita.
«All’inizio anche le piccole cose erano in grado di buttarmi a terra, adesso riesco a gestirle molto meglio. Ma non si può superare tutto da sole, questo l’ho imparato. Pensi di poterlo fare ma non è possibile. Rischi di non fare niente, continui a dirti “forse domani, forse domani”»

Libera di… poter guardare la realtà da un’altra prospettiva.
«Io una volta avevo la voce bassa e quando parlavo non guardavo la gente negli occhi; parlavo e guardavo ovunque, guardavo in basso; mentre parlavo giocavo con le mani, con le unghie. Invece adesso no, quando parlo guardo in faccia, ho la voce alta»

Libera di… ammirare nuovi obiettivi.
«Perché vado in montagna?.. Perché ho bisogno dell’aria che a casa mia manca»

Libera di… poter vivere ruoli diversi.
«Cosa desidero per mia figlia? Che sia forte, libera; consapevole di valere, di esistere e di essere donna»

Libera di… crearsi diversi ponti.
«La permanenza nella casa mi è stata veramente tantissimo utile, perché è stata un ponte da una vita all’altra. Anche se sono passati solo cinque anni, il ricordo è sempre lo stesso, ma ho capito che una vita così non la voglio, ho capito che una persona non è obbligata a star male»

Libera di… poter arrivare in cima e godere delle bellezze del percorso fatto.
«Quando sono uscita dalla casa è cambiata la prospettiva di vita che ho per ogni giorno. Adesso mi sveglio con la voglia di affrontare la giornata e la sera mi sento stanca, ma felice e soddisfatta»

Libera di… poter andare contro corrente.
«I miei vicini sentivano le urla, ma non sono mai intervenuti, facevano orecchie da mercante»

Libera di… progettare un futuro.
«La fatica peggiore era il ricordo continuo del passato. Poi ho imparato a dirmi: ‘’tu puoi andare avanti, puoi continuare; non è tutto finito. Ci sono magari persone che hanno avuto storie più brutte della tua, quindi vai avanti»

Libera di… AMARE e FIDARSI dell’altro senza timore.
«Oggi mi sento libera. Ho un marito adorabile, e questo fa parte della libertà, fa parte della libertà di dire quello che voglio, fare quello che voglio…senti che hai in mano tutto: la tua vita, tuo figlio, il marito, ti guardi allo specchio e ti vedi un regno tuo in cui tu sei la regina alla fine. È una cosa bellissima

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Libereinvetta ultima modifica: 2017-03-17T05:50:53+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “Libereinvetta”

  1. In Italia i responsabili di uno stupro sono quasi sempre condannati a pene irrisorie, se confrontate alla gravità del reato e all’umiliazione inferta. Perché?
    C’è in linea qualche giudice che, con linguaggio arzigogolato, voli pindarici e triplo salto mortale all’indietro, voglia dimostrarmi che cosí è giusto?

  2. A forza di pensare e ricercare la libertà nel mondo e non l’autonomia nel vivere, molte persone vivono infelici, in solitudine e con un mucchio di rancori.

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