Libertà di salire in cima all’Etna

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GognaBlog ha già affrontato lo scottante argomento della libera salita all’Etna nei seguenti post:
6 ottobre 2014 http://gognablog.com/etna-libero-1/
26 ottobre 2014 http://gognablog.com/etna-libero-2/
2 dicembre 2014 http://gognablog.com/etna-libero-3/
1 settembre 2015 http://gognablog.com/etna-libera-4/

L’Etna è diviso in una decina di Comuni i cui sindaci sarebbero chiamati, in caso d’emergenza, ad emanare ordinanze di restrizioni degli accessi in quota. Per lunghi anni è stata però la Prefettura a esercitare un potere sostitutivo, sulla base, dal 2013, delle allerte di Protezione civile legate al rischio vulcanico. Da ultimo, i Comuni di Etna sud hanno provato a coordinarsi, rendendo un po’ più rapido lo sblocco dei divieti a eruzione finita. L’ultimo è stato revocato lo scorso luglio, dopo tre mesi di escursioni in cima vietate malgrado l’attività eruttiva di maggio 2017 si fosse rapidamente conclusa. Al momento è possibile spingersi senza accompagnamento fino a quota 2700 m; da lì alla vetta è poi obbligatoria la presenza delle guide.

Libertà di salire in cima all’Etna
di Pinella Leocata
(pubblicato su La Sicilia il 29 aprile 2018)

Il 28 aprile 2018, al Palazzo della Cultura di Catania, si è svolta la conferenza conclusiva del seminario itinerante del Club Alpino Italiano su La responsabilità nell’accompagnamento in montagna, sesta tappa – l’unica per il Sud – di un progetto nazionale che ha avuto inizio nel 2017. Un incontro formativo teso ad approfondire i vari aspetti di natura giuridica – civile e penale – e assicurativa legati alla responsabilità di chi accompagna persone in montagna, sia a titolo professionale sia in forma amicale.

L’Etna

Un appuntamento nel corso del quale è stata ribadita l’importanza di proporzionare l’attività formativa al rischio e di improntarla ai criteri della consapevolezza e della trasversalità, a partire dalla diffusione della conoscenza delle buone pratiche espresse dai territori. Di qui l’attenzione alle indagini statistiche – volte a misurare il rischio, come fosse un modo per governarlo – ma anche la contestazione della “cultura securitaria” che si è diffusa in Occidente, e in Italia in particolare, per cui si cerca di evitare il rischio, come se questo fosse possibile, traducendolo in forme di tutele legali che paralizzano le azioni e le iniziative istituzionali e individuali. Basti pensare, per quanto riguarda il nostro territorio, che la riserva naturale di Cava Grande è formalmente chiusa da 5 anni per caduta sassi, un fatto naturale, mentre Cava d’Ispica, pur nella stessa situazione, non lo è per il solo dato formale di non essere una riserva, con le maggiori responsabilità giuridiche che ne discendono.

Una problematica che si esprime in tutta la sua forza e contraddittorietà per quanto riguarda l’Etna, per il quale un regolamento prefettizio del 2013, ritenendolo ad alto rischio, ha disposto che non sia accessibile senza l’accompagnamento delle guide. Eppure, rilevano i soci CAI e il presidente provinciale Enzo Agliata, nessuno ha pensato di impedire le escursioni sul monte Vettore, spaccato in due dal recente terremoto di Amatrice. Così come nessuno ha pensato di vietare l’accesso al Cervino che è altrettanto e forse più pericoloso dell’Etna, con i suoi 8 morti in media l’anno – media che è di 1.700 morti su tutto l’arco alpino, normalmente aperto agli alpinisti – mentre sull’Etna negli ultimi anni se ne contano solo 2 a causa del ghiaccio. Gli ultimi morti per fenomeni vulcanici, motivo per cui l’ascensione è vietata, si sono verificati nel 1979, 9 in un unico episodio a causa di un’attività esplosiva improvvisa e imprevedibile. «Un dato statisticamente irrilevante».

Il presidente del CAI Catania Umberto Marino

Per questo gli iscritti al CAI rivendicano il diritto ad una gestione consapevole del rischio di salire sul vulcano come espressione di libertà, così come avviene per chi va per mare o svolge altre attività sportive. Piuttosto, dicono, sarebbe necessario garantire a chi scala la montagna un’informazione plurilingue sulle condizioni climatiche e vulcaniche, mentre oggi al rifugio Sapienza non esiste neppure un chioschetto informativo, e bisognerebbe tracciare sentieri e realizzare rifugi. E c’è chi, come Giuseppe Riggio, propone che, come avviene in altri Paesi, si preveda la registrazione con liberatoria per il singolo escursionista, attraverso un sito internet, e magari il numero chiuso nel caso si tema un eccesso di presenze.

Una richiesta, questa lanciata da Catania, che anche il presidente nazionale del CAI, Vincenzo Torti, fa propria. «La montagna deve essere tendenzialmente libera: devono esserci ragioni comprovate e statisticamente rilevanti per impedirne l’accesso e per l’Etna non ci sono. Il pericolo in montagna è sempre presente, in qualunque tipo di frequentazione. Se ci sono fenomeni in fase parossistica si ha in dovere di intervenire, altrimenti è una limitazione che appare una forzatura. Noi alpinisti siamo stati definiti conquistatori dell’inutile, inutile secondo il metro della remuneratività, ma la montagna è una scuola di carattere, di solidarietà, di onestà e di amore per l’ambiente. Salire in montagna è la migliore riscoperta di se stessi. In questa ottica il CAI sta realizzando una Casa della montagna ad Amatrice, al posto di una scuola crollata con il terremoto, e insieme stiamo ricostruendo il Sentiero Italia, il più lungo del mondo con i suoi 7000 chilometri. Un percorso a mezza quota che consentirà di riscoprire borghi dimenticati e strutture abbandonate, creando occasioni di lavoro e di turismo, come è stato per il cammino di Santiago de Compostela, e consentendo la riscoperta della cultura di un’ltalia che non è affatto minore».

Carmelo Ferlito e VincenzoTorti alla conferenza stampa del 27 aprile 2018, Catania

Per questo il CAI considera la battaglia per l’accesso libero all’Etna una battaglia di civiltà. Lo dice chiaramente il vulcanologo e guida alpina prof. Carmelo Ferlito, dopo avere ricordato che il rischio è insito in qualsiasi attività umana e alpinistica. «Ciò che è rischioso o no dipende da come consideriamo la vita. Impedire ai giovani di salire sull’Etna e sul cratere centrale significa togliere loro la possibilità di crescere, di maturare. Nelle società primitive la natura era considerata ineluttabile, mentre oggi la società securitaria vuole evitare il rischio ad ogni costo prevedendone le conseguenze legali e penali utilizzate come deterrente».

Carmelo Ferlito e VincenzoTorti alla conferenza stampa del 27 aprile 2018, Catania

Il pensiero di Vincenzo Torti
Il Club Alpino Italiano, nella persona del suo presidente generale, Vincenzo Torti, ha preso una decisa posizione sulla chiusura “sine die” della vetta dell’Etna al libero escursionismo.
Torti ha espresso il suo pensiero sia nella conferenza stampa che ha preceduto i lavori, che nell’ambito della giornata di formazione del Club Alpino Italiano.
Il suo autorevole intervento, che riassume un pensiero condiviso fra i soci del CAI e che “sposa” la posizione portata avanti ormai da alcuni anni dal Comitato Etnalibera che si batte per la riapertura della cima del vulcano alle libere escursioni, si riassume in una montagna libera “di” essere vissuta e libera “da” divieti.

Catania, Palazzo della Cultura, 28 aprile 2018. Parla Vincenzo Torti. Foto: Umberto Marino

«Il CAI desidera frequentare liberamente la montagna – argomenta il presidente – che non si traduce in libertà totale. Vi sono delle aree che per motivi legati alla biodiversità in certi periodi non si frequentano. E se si ipotizza il rispetto della biodiversità non si può non considerare la sicurezza della persona. Detto questo, se non sussistano motivi di rischio, non è giustificata la chiusura della montagna. Vi sono dei segnali che precedono l’attività del vulcano a fronte delle quali si possono adottare dei provvedimenti di volta in volta, non privando la Sicilia di godere pienamente di una montagna straordinaria qual è l’Etna».
Il presidente ha aggiunto che è giusto affidarsi alla professionalità delle guide (le uniche al momento autorizzate a “scortare” gli escursionisti sino ai crateri sommitali ndr), ma le escursioni con le guide devono essere una delle possibilità, non certamente l’unica.
D’altronde, vietare a quanti abbiano capacità ed esperienza per poter raggiungere in autonomia la vetta dell’Etna, rappresenta una insopportabile limitazione, così come specifica la piattaforma del Comitato Etnalibera.

Il giorno dell’orgoglio
di Giuseppe Riggio (Comitato Etna libera, riggiog@tiscali.it)

Ai piedi dell’Etna una delle giornate che il CAI nazionale ha voluto dedicare alla RAM (responsabilità accompagnamento in montagna ) si è trasformata in qualcosa di più. Perché alle pendici del più importante vulcano attivo italiano la questione dell’accesso alle montagne è argomento scottante. Perché ormai da quattro anni la cima dell’Etna è di fatto costantemente vietata, a causa delle varie ordinanze prima prefettizie, ora dei sindaci competenti che al massimo hanno consentito (come nel periodo attuale) l’accesso solo con accompagnamento obbligatorio da parte di guide alpine o vulcanologiche oltre i 2700 metri di quota, minacciando l’applicazione dell’articolo 650 del codice penale ai contravventori. Nelle ultime ordinanze è stata in effetti prevista una incerta eccezione per le figure “espressamente abilitate all’interno del CAI”. Ma abilitate a cosa, ci si chiede? L’accompagnatore di escursionismo che accompagna se stesso? Su questa disputa interpretativa a Catania il presidente generale del CAI non è volutamente entrato. Nella giornata siciliana della RAM l’avvocato Torti ha invece rivendicato il ruolo del CAI quale formatore di competenze ed erogatore di esperienze di godimento della montagna, ma ha soprattutto sottolineato l’autodeterminazione degli alpinisti.

Giuseppe Riggio

L’Etna vietata (perché è Muntagna nel riferimento popolare prima ancora che Vulcano) è un caso da raccontare in quanto sintetizza in maniera perfetta la deriva che ha assunto il fenomeno del “divieto preventivo”. Il vulcanologo Carmelo Ferlito dell’Università di Catania, intervenendo alla giornata della RAM, ha ribadito che non è possibile prevedere, malgrado una eccellente rete di monitoraggio, tutti i fenomeni vulcanici etnei. Gli stati di allerta diramati dalla Protezione civile possono quindi delineare un quadro soltanto indicativo. Le stesse guide sono perfettamente consapevoli che alcune attività etnee sono repentine e quasi completamente imprevedibili. Basti pensare che nel 2011 in occasione di alcune fortissime attività esplosive – che comportarono la formazione di fontane di lava alte più di un chilometro – non vi furono  sostanzialmente segnali strumentali premonitori. Allora che senso ha il divieto generalizzato e persistente imposto dalla Protezione civile se non quello di escludere la responsabilità dei soggetti che emanano la disposizione stessa? Anche l’obbligo dell’assistenza da parte delle guide, oltre a imporre all’accompagnatore professionale l’odioso ruolo di custode ex lege della montagna (da remunerare però secondo tariffe scelte unilateralmente), gli impone anche un supplemento di responsabilità in quanto valutatore unico del reale livello di pericolosità, trattandosi di una condizione che viene comunque definita di potenziale rischio.

Come ben sanno i frequentatori di questo blog, alla base di tutto vi è la convinzione sempre più diffusa nella nostra società, che il rischio possa essere azzerato anche in ambiente naturale, come fosse un’officina o un ufficio. Il vulcano per quella che è la sua immagine sui mezzi di comunicazione si presta ancor di più alla applicazione di questo insensato principio.  Essendo considerato luogo infernale per eccellenza, merita di conseguenza l’etichetta di “montagna cattiva” anche se questa percezione contrasta con evidenze statistiche in realtà rassicuranti. Basti pensare che l’incidente più grave collegato alla fruizione dei crateri attivi dell’Etna avvenne ben 39 anni fa, mentre l’ultimo decesso causato da una esplosione improvvisa accadde nel 1987, in entrambi i casi  vennero peraltro coinvolti degli escursionisti regolarmente accompagnati dalle guide autorizzate.  

Catania, Palazzo della Cultura, 28 aprile 2018.

In realtà non è  solo il vulcano ad aver meritato l’applicazione di “divieti preventivi”. Anche in altre zone naturalistiche della Sicilia si pone in maniera gravissima lo stesso problema. Basti pensare che una delle più note riserve, quella della Cavagrande del Cassibile, è “ufficialmente” chiusa ormai da quattro anni per “caduta massi”,  mentre centinaia di visitatori ne percorrono ogni giorno ugualmente i sentieri semplicemente superando una simbolica recinzione. E’ un gioco delle parti che sarebbe bello poter definire semplicemente pirandelliano, ma che invece è sintomo e origine allo stesso tempo di un  mutamento di rapporti tra uomo e ambiente naturale.  Solerti giudici condannano amministratori e accompagnatori chiedendo di escludere qualsiasi tipo di rischio, impauriti gestori di riserve e parchi siciliani si cautelano da possibili condanne vietandone semplicemente la fruizione. Tutto questo avviene probabilmente in maniera ancora più diffusa al sud dove i tagli ai fondi pubblici (soprattutto se destinati alle aree protette) vengono inaspriti un anno dopo l’altro.

Dopo la giornata catanese del CAI, il Comitato Etna Libera ha ripreso fiato e confida in  un rinnovato ruolo del club alpino per eccellenza nel combattimento della strenua battaglia. E’ stata in qualche modo la giornata dell’Etna Pride, come l’ha definita Enzo Agliata, vero “motore” della macchina organizzativa. Adesso forse facendo scendere in campo anche la tecnologia si potrà provare ad aggredire nuovamente il muro di gomma frapposto da burocrati ed amministratori. Pensando ad esempio ad un sistema di registrazione degli escursionisti intenzionati a  salire sul vulcano attivo, una sorta di moderno libro del rifugio da corredare di liberatoria da far sottoscrivere digitalmente.  Una forma, probabilmente meschina, ma pratica, per allontanare lo spettro delle richieste di risarcimento e delle cause giudiziarie dal mistico mondo dei vulcani, luoghi dove la natura esprime energia allo stato puro e non tollera ridicole gabbie protettive.

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Libertà di salire in cima all’Etna ultima modifica: 2018-05-14T05:18:51+00:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Libertà di salire in cima all’Etna”

  1. 10
    Dino says:

    Io, devo dirlo, non sono sempre d’accordo con Arianna, la cui passione ammiro molto e di cui non mi permetto di giudicare i toni.

    Non concordo quando, generalizzando, critica le Guide. Quasi tutti quelli che  conosco per riuscire a mantenere la famiglia fanno il doppio lavoro e si dannano l’anima per continuare la loro attività. Stessa cosa fanno molti Istruttori del CAI che fanno molti sacrifici per mantenere un livello adeguato ad insegnare per pura passione. Come già espresso in altri post, ritengo ormai non più compatibile con i tempi e le norme sulle concorrenza la distinzione tra professionisti o meno. Tantissime Guide come detto fanno il doppio lavoro e non vedo differenze con gli Istruttori CAI. Anzi per effetto delle specializzazioni (alpinismo, sci alpinismo etc) qualche volta la preparazione di questi ultimi è superiore,  perché è difficile mantenersi aggiornati su tutto quindi la specializzazione premia.

    So anche che svolgere unicamente la professione di Guida è molto difficile e spesso ciò può portare a comportamenti eccessivamente corporativi; qui concordo con Arianna, il corporativismo ingiustificato frena tutto e intasa stato e tribunali.

    Ritengo giusto che l’alpinismo e l’insegnamento delle tecniche alpinistiche e d’arrampicata sia materia sensibile e quindi sottoposta a tutela ai sensi di legge; li se non si fanno le cose bene ci si ammazza.

    Tutta la restante regolamentazione, mi sembra francamente non necessaria e quella si di freno allo sviluppo del settore accompagnamento. Come in molti altri settori economici ritengo che un “marchio di qualità” o una cosa del genere sarebbero  sufficienti.

  2. 9
    Alberto Benassi says:

    “Bruno, l’articolo che citi non parla di limitazioni imposte dalla legge per ragioni di sanità e sicurezza?”

     

    questa è una scusa a cui, sempre di più, si ricorre per LIMITARE la libertà delle persone.

  3. 8
    Arianna says:

    Il decreto di perimetrazione è stato annullato dalla Regione Sicilia. Quindi il dibattito suscitato da questo post in qualche modo si esaurisce con la (sacrosanta) parola fine su un decreto che sappiamo tutti quanto fosse viziato da una battaglia di dietrologia per mantenere riserve di mercato attraverso steccati e orticelli. Misure anticoncorrenziali per chi vuole mascherarsi dietro una patacca.
    C’erano finiti dentro normalissimi sentieri escursionistici, come la Schiena d’Asino, ben lontani dalle aree di cratere.
    C’è un articolo di Meridionews che spiega come e perché il Decreto è stato annullato. Articolo che è esaustivo soprattutto da un altro punto di vista: il “caso” dell’esame per Guide Vulcanologiche appena svoltosi in Sicilia, che apre scenari inquietanti per il Collegio Guide Alpine, che dovrebbe essere un Ente Pubblico…
    In qualsiasi dibattito a un certo punto le opinioni vanno sulla bilancia anche sulla base del peso della credibilità. E un’opinione sul motivo di tante scelleratezze tutte in fila inizio ad averlo. Tra Collegi regionali e quello nazionale nessun iscritto davvero inizia a mettere in discussione le persone che hanno portato verso questo baratro? Azzeccarne una, anche ogni tanto e per caso, sarebbe importante…

  4. 7
    Grazia says:

    Bruno, l’articolo che citi non parla di limitazioni imposte dalla legge per ragioni di sanità e sicurezza?

    La libertà è confinata sempre dalla libertà di qualcun altro: la libertà non deve essere letta come un semplice “faccio ciò che voglio e quando voglio”, se la condotta incide sulla libertà di qualcun altro.

    La perimetrazione del vulcano parla di qualcos’altro.

  5. 6
    Bruno Telleschi says:

    In un paese democratico i cittadini si potrebbero appellare anche alla Costituzione (art. 16: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”), se la società non fosse inquinata dal sospetto e dalla persecuzione autoritaria che preferisce imporre limitazioni piuttosto che garantire la libertà.

  6. 5
    Grazia says:

    Penso che la chiave di tutto sia nello scindere l’andare in montagna dall’accompagnamento in montagna.

    Una cosa è salirsene da soli ai Sommitali di tanto in tanto, un’altra è guidare frotte di escursionisti. Conosco pochissimi montanari solitari che possono dichiarare di essere stati fermati dalle autorità. Mentre qualche stagione fa è stato proprio un gruppone del Cai ad essere bloccato.

    Mi va di aggiungere anche che alcuni di quelli che si battono perché la montagna sia liberata, dedicano tanto tempo ai social e alle public relations, ma in giro non si vedono…

     

  7. 4
    Arianna says:

    Arianna, amica di un sacco di accompagnatori di ogni tipo. Anche di Guide Alpine e Accompagnatori di Media Montagna che non si prestano ai giochetti subdoli delle denunce e delle zonazioni come trucchetto per bloccare la libera e sana concorrenza. Amica soprattutto di quelli con la schiena dritta che prendono posizione e ci mettono la faccia con il proprio Collegio di appartenenza, dicendo di finirla con queste stupidaggini che fanno male al turismo e alla montagna che ne avrebbe invece tanto bisogno.
    Sono stata morsa da colleghi vipere. Sì Marcello, direi che calza come definizione. E non ne posso più.
    Se non capite che è decisamente ora di voltare pagina è inutile che poi vi interroghiate sul perché siete diventati una categoria “antipatica”, vista come negativa, corporativa e come un vero e proprio freno dell’intero comparto.

  8. 3

    E’ un bellissimo segnale che una Guida dell’Etna si batta per la libera frequentazione della montagna al pari di ogni appassionato.
    Arianna ma ti ha morso una vipera?
    Su con la vita.
    Marcello (guida alpina e amico di una sacco di accompagnatori GAE, istruttori del Cai, guide turistiche, taxisti, pescivendoli, avvocati, notai e muratori)

  9. 2
    Arianna says:

    CAI e Guide Alpine sempre più schizofrenici.
    Ditelo nero su bianco che il trucchetto delle “zonazioni” serviva per creare orticelli di esclusività nell’accompagnamento professionale per le Guide Alpine e/o relativi sottoposti, invece di confrontarsi con il mercato. Si chiama protezionismo ed è una politica suicida, che trascina tutto il comparto. Come al solito senza distinguere escursionismo e alpinismo. E che il tutto serve ad alimentare il business dei corsi, che senza promettere una futura esclusiva avrebbero molto meno appeal. Soprattutto a quei costi completamente fuori mercato.
    E il CAI abbia il coraggio di sconfessare chiaramente, senza giri di parole, questa strategia di cortissimo respiro dei “vicini di pianerottolo” (Collegio Guide Alpine).
    Le divergenze tra CAI e Guide Alpine sono sempre più marcate e i più avvezzi le stanno vedendo: dalla questione sul Soccorso Alpino e i Vigili del Fuoco a questa delle perimetrazioni arbitrarie e dal valore legale nullo.
    Ma Torti ha il peso politico e il ruolo, persino dentro al Collegio Guide Alpine, per fare qualcosa di più di un vago appello senza soggetti destinatari.
    Anche perché nel mentre la sentenza TAR Piemonte ha dato una tale definitiva conferma alla sentenza della Corte Costituzionale sulla non esclusività dell’accompagnamento escursionistico che persino il CAI non potrà far finta che le esistano altre figure professionali come le Guide Ambientali Escursionistiche ancora a lungo… È ora di togliere la testa dalla sabbia tutti quanti e confrontarsi con la realtà.

  10. 1
    Nico Zuffi says:

    Con la filosofia di salvaguardare la sicurezza di turisti, alpinisti, ecc si dovrebbe chiudere l’accesso a tutto l’arco alpino, dove sempre maggiori escursionisti si avventurano in gite di sci-alpinismo ignorando i bollettini valanghe o comunque sempre più spesso rimanendo vittime di slavine. E non si tratta di semplici appassionati ma anche di guide e maestri di provata esperienza. E le valanghe vengono giù regolarmente con frequenza quasi quotidiana e non ogni 30-50-100 anni. La salita sull’Etna con Accompagnatore a pagamento ha più l’aspetto di voler fornire qualche posto-lavoro in più (guide, accompagnatori, impiegati, ecc) e avere un sicuro introito per la gente locale. Cosa che ha una sua giustificazione nel caso del Kilimangiaro o dell’Ararat che si trovano in aree depresse con scarse risorse economiche per la popolazione locale (col pretesto di offrire assistenza, sicurezza e garanzia di riuscita).

    Dato che bufere di neve si abbattono sul Monte Bianco o sull’Antelao molto più frequentemente delle eruzioni dell’Etna, sarebbe ragionevole che anche gli abitanti di Courmayeur o Borca di Cadore imponessero un “pedaggio” ai salitori delle loro cime. Rientriamo allora nella logica dei Diritti da versare per la salita alle cime Himalaiane. Senza tanta ipocrisia.

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