L’indagine sull’incidente a Tito Traversa

L’indagine sull’incidente a Tito Traversa
di Carlo Bonardi (24 ottobre 2013)

Sul caso della morte (luglio 2013) dello sventurato ragazzino Tito Claudio Traversa molto è stato scritto e commentato.

Meno noto è l’intervento della Procura della Repubblica torinese del dr. Raffaele Guariniello, particolarmente attento alla tematica dell’infortunistica del lavoro (basti ricordare la vicenda dei sette operai deceduti per il rogo alla ThyssenKrupp).

Orbene, anche qui: dopo lunga gestazione, siamo al punto che per gli infortuni d’arrampicata si vogliono applicare la cultura e la normativa  della prevenzione sugli infortuni sul lavoro?

Se qualcuno lo auspica, esca allo scoperto, illustri la cosa, ci dica chi è e cosa ci guadagna, ed agli alpinisti spieghi per bene quali per loro saranno le conseguenze, specie per chi ha ruoli di responsabilità ma pure per gli indipendenti; tanto più se finora si sia limitato a fare la parte del tecnico promotore o gestore di rischi (altrui).

Gli alpinisti, allora, forse, smetteranno di fare spallucce o di stupirsi o di accontentarsi di pensare che può essere che ho ragione.

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Tito Claudio Traversa

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L’indagine sull’incidente a Tito Traversa ultima modifica: 2013-11-08T12:09:10+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “L’indagine sull’incidente a Tito Traversa”

  1. E anche quest’anno si rinnova lo spettacolo delle nostre montagne innevate, e per il terzo inverno un ragnetto di nome Tito – forse lo ricorderete, era un bambino – questo spettacolo non può gustarselo, come non può più progettare la prossima via da affrontare, in parete e nella vita.
    Mi chiedo dove sia lo Sport, la lealtà, la morale, dietro molte frasi che mi è capitato di leggere a commento del processo istruito dal dr. Guariniello in merito alla morte di Tito a Orpierre; processo, ricordiamolo, inevitabile, visto che una persona – un bambino – è rimasta uccisa. Uccisa da cosa? Lo stabilirà il processo. C’è chi dice: dalla fatalità. E’ un’interpretazione, ma c’è di mezzo la morte di un bambino e la sicurezza di tanti altri bambini nel futuro, attendiamone dunque i risultati senza fare disinformazione, perché fare disinformazione in questi casi è criminale visto che può portare a nuovi lutti.
    Non appartengo al mondo dell’arrampicata, anche se un po’ di quel mondo conosco per due motivi: essendo in costante vertenza sindacale con la mia ossatura vedo molti sport – l’arrampicata tra questi – con il fascino e l’attenzione di chi ne è forzatamente escluso; essendo insegnante di scuola media trovo spesso negli Sport non guastati dai riflettori della fama e del denaro, figure e modelli positivi da proporre ai miei ragazzi.
    Tito era tra questi, e – anche ora che non c’è più – ha saputo suscitare in loro stimoli e risultati didattici altrimenti irraggiungibili; mi piacerebbe parlarvene in un momento più sereno, per condividere con voi l’innegabile bellezza della vostra disciplina vista attraverso gli occhi di ragazzini che non sanno cosa sia una falesia, ma hanno visto nei filmati di Tito la loro stessa voglia di “arrampicare la montagna della vita” (sono parole di una bambina).
    Devo dirvi che molte delle parole che ho letto mi lasciano interdetto. Ringrazio questo blog, che mi lascia intervenire (altri me l’hanno negato), e vi chiedo di seguire il mio discorso, non mi riferisco a nessuno in particolare, ma voglio esser franco. Non cerco colpevoli a ogni costo (non serve a ridar vita a Tito), né penso ovviamente che chi risultasse colpevole di questa tragedia sia un criminale, penso anzi che se fossi nell’adulto che quei maledetti gommini ha maneggiato non dormirei la notte. Come insegnante so bene cosa significhi aver la responsabilità – morale, civile, penale – dei minori a me affidati. Tito aveva 12 anni, l’età dei miei alunni. Certo, un’aula scolastica è ben diversa da una falesia, come lo è una palestra: per questo una sentenza del 2004 (la trovate sul web) ricordava che, per le attività in falesia di persone non esperte – o di minori – , ci deve esser personale con specifico addestramento e certificazione: una guida alpina. Per questo l’assicurazione delle palestre non copre l’attività in falesia. E’ stata recepita quella sentenza? Se fosse stata recepita forse Tito si gusterebbe anche quest’anno lo spettacolo della neve; forse la FASI potrebbe rispondere (ma non ha risposto a due innocui appelli su Tito di centinaia di ragazzini della mia scuola).
    Su questo binario di leggi si muovono le imputazioni, puntuali, di Guariniello, inutile pensare “lui non è un esperto”: è un esperto di leggi, e si è avvalso della consulenza di esperti. E qui sia chiaro a tutti: la dinamica di quanto accaduto è ben chiara nelle parole – agli atti processuali – di una guida alpina francese che, per puro caso, si è fermato a seguire ammirato Tito che arrampicava su una via per lui facilissima, ha visto la caduta, ha partecipato ai soccorsi, ha visto i rinvii con i gommini strappati: fare altre illazioni significa fare disinformazione, significa uccidere una seconda volta un bambino di 12 anni, cui si imputano errori che non ha commesso, significa mettere altri bambini nello stesso pericolo, domani. Perché? Forse per difendere amici, forse per difendere il proprio sport, forse perché ci sono interessi economici (cui accenna uno di voi nel forum di 8a.nu: forse ho capito male, gli ho chiesto chiarimenti, non pervenuti). Infine forse perché parte dell’arrampicata italiana non ha saputo reagire a una tragedia che ora vuole rimuovere: agisce come un ragazzino messo di fronte a un fatto più grande di lui, lo nega, tende a minimizzarlo, prova a confondere dicendo tutto e il contrario di tutto.
    Parte dell’arrampicata italiana tace invece, ma non dimentica Tito: i nostri azzurrini lo ricordano in ogni momento importante, lo ricordano in molte manifestazioni i coetanei di Tito, che stanno diventando adulti, ma adulti lo sono di già, non rinunciando a ricordare.
    Alcuni si ostinano: è stata una fatalità. Qui la fatalità è inaccetabile, lo dice Messner: la morte è una possibilità nell’alpinismo, in montagna, ma non in un’arrampicata a Orpierre, soprattutto non nel mondo dei bambini: loro non scelgono di rischiare – come può liberamente fare un arrampicatore adulto – si affidano ai genitori o a coloro cui sono stati affidati. Di questo è consapevole ogni buon padre, di questo è consapevole la legge, di questo sembrano non esser consapevoli molti nei blog.
    Fortunatamente molti sono consapevoli di cosa significhi non calpestare, non dimenticare, chi non ha più voce: Erica Jessop tributa subito parole straordinarie a Tito (sono in inglese, in italiano ne ho sentite meno); un bambino bulgaro, amico di Tito (capace di farsi 1700 km, con il suo team, per andare a Ivrea al memorial per l’amico che non c’è più) gli dedica un pensiero semplice: “non capisco: i bambini vanno protetti”. Jansen, in 8a.nu, dice: dobbiamo capire per render sicuri i bambini di domani. Non si rendon sicuri i ragazzi di domani facendo disinformazione, attribuendo a priori tutto al “fato” o a un errore di chi non può più dire: “no, non è così” (ma parla la guida francese, e parlano quei gommini strappati). Una parte dell’arrampicata italiana sta perdendo una grande occasione per proporsi al mondo dei giovani – e dei loro genitori – per quel grande sport che è, per quella grande scuola di vita che può essere; ripeto, mi piacerebbe offrire serenamente alla vostra comunità i risultati didattici di un’intera scuola, lontana dalle falesie ma vicina ai valori di chi affronta lo Sport con grinta e onestà. Non prendete le mie parole per “offesa” personale: non lo vogliono essere. Vi prego solo di fermarvi a riflettere: il vostro mondo ha perso una promessa, Tito, cui è stato negato di diventare adulto, cercate di non negarlo a voi stessi e al vostro splendido sport.

  2. Non condivido una valutazione così superficiale. Dovrebbero esserci protezioni tali da non rendere fatali disattenzioni mopccorse al povero tito,tanto più quando quando si tratta di un giovane di 12 anni.

  3. Io credo che voler applicare la normativa degli infortuni sul Lavoro agli incidenti mentre si scala è pura follia, già discernere sui vari terreni in cui si praticano le discipline scalatorie sarebbe difficile. Come si potrebbe dividere il Professionista con cliente e una cordata tra Amici ? Spesso gli incidenti avvengono in posti dove già è complicato recuperare i feriti o i deceduti, figuriamoci se ci fosse di mezzo la prevenzione del rischio sul lavoro, i soccorritori dovrebbero rinunciare perché pericoloso se si mettono dei paletti. Questa società che vuole avere il controllo su tutto e su tutti sarebbe capace di fare solo danni ad una “Attività” che ci lascia ancora qualche spazio di scelta personale. Qualche regola si può’ anche trovare la dove si è visto che gli incidenti sono più frequenti, e per assurdo ne succedono tanti in palestre indoor e in falesia dove la mancanza del rischio tende a far “rilassare” e si commettono errori banali.
    La vicenda del Povero Tito Traversa è molto chiara e non mi sembra una fatalità, chi ha montato le coppie o almeno quella su cui è caduto ha fatto passare nel moschettone l’elastico nero invece della fettuccia. Io non accuso nessuno e spero non sia un giudice a farlo, il materiale io lo controllo sempre due volte, questo mi hanno insegnato come le chiusure delle ghiere dei vari assicuratori ecc…
    Chi comincia in Indoor e poi va in falesia spesso è impreparato e non pensa che si muore cadendo da 15 metri come da 600. Incidenti ne capitano in ogni sport ma quando c’è di mezzo la montagna una parete i Midia tendono a fare scalpore pur non sapendo nulla o poco del nostro Mondo. _()_

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