Liss dal Pesgunfi

Liss del Pesgunfi

5 luglio 1984
La partita era chiusa solo provvisoriamente. Una parete, divisa a metà da una cengia, era stata salita fino alla cengia stessa. In seguito avevano salito quattro lunghezze difficili, per poi alla fine rinunciare di fronte alla vastità di ciò che li attendeva. Così in dieci anni i com­pagni di Popi, Giovanni Pirana, Francesco Boffini, e Jacopo Merizzi, abbandonarono per un motivo o per l’altro il progetto del Pesgunfi. Dal ben noto Sasso Remenno procedendo verso San Martino Val Masino, se si guarda in alto, ci si accorge di essere dominati da un’enorme parete grigia, a triangolo liscio e solcato solo da fasce strapiombanti. È il Liss dal Pesgunfi, un precipizio abbastanza tetro. Solo al mattino il sole indora quelle placche levigate, dando un po’ di colore ad un sogno per il resto assai sbiadito e uniforme. Sapevo di questo progetto vecchio di dieci anni e un giorno mi lasciai sfuggire con Popi una mezza provocazione: «E il Pesgunfi?». Con ciò mi ero condannato a un lavoro forza­to, ma ogni promessa è debito. Le rispettive esperienze alpinistiche si trova­rono d’accordo. Un problema, che senso ha nel 1984? Quando pareti ben più importanti sono state “fatte”, quando qualunque muro, se si usano i mezzi adatti, può essere salito e perfino può essere arrampicato in libera se si predispongono le protezioni a spit, per quale ragione vogliamo salire una parete che non è in alta montagna, che non è «il» problema, che richiederà una progressione decisamen­te artificiale? Non lo sappiamo, ma entrambi «sentiamo» che il Pesgunfi è lì per noi. Sap­piamo che il suo eterno ambiente ci concede­rà per un attimo la visita della nostra vita. Non vogliamo compiere l’impresa. Siamo ma­turi e la nostra efficienza è naturale, senza es­sere sorretta da allenamenti e diete. Per que­sto motivo le nostre produzioni non sono con­correnziali. Non mettiamo perciò in vendita questo nostro «affaire» e stabiliamo che sarà anzi una salita di lusso. Non ci poniamo limiti di tempo e di mezzi. Ogni notte dovrà essere rigorosamente dor­mita in un letto e concludiamo che lo spreco di corde fisse non aumenterà per nulla i valori da capogiro dello spreco d’energia che si per­petua quotidianamente nel mondo intero. È l’alba di una bella giornata estiva quando ri­saliamo, carichi come cammelli, vaghi sentie­rini che conducono alla cengia di metà pare­te, al di sopra dei primi 250 metri saliti dieci anni fa.

Liss dal Pesgunfi, Giuseppe Miotti in un tentativo
Liss dal Pesgunfi, G. Miotti in un tentativo

Un’occhiata in alto e poi i soliti rituali prepara­tivi. Sono questi i momenti in cui la conferma di quanto stiamo avviando dovrebbe esserci data dalle sempre meno incerte sensazioni che si affacciano all’approssimarsi dell’azio­ne. Credo di osservare e non posso farne a meno, e sento che mi succederà qualcosa, qualcosa di non grave. Devo impegnarmi su questa parete come si va ad un appuntamen­to del destino, ma non è un fato maligno quel­lo che incombe da questi tetti che ci sovra­stano e da quelle placche sfuggenti in alto: è piuttosto un pedaggio alla felicità. Gli aspetti esteriori di una grande salita cali­forniana occorrono subito: recuperi di zaini e materiale, risalite del secondo a jumar. Alla terza lunghezza vado avanti io: Popi ha dei brutti ricordi del tetto del Rondone, ma og­gi con l’aiuto dei friends tutto è assai meno complicato. Popi continua in un bellissimo diedro già chiodato fino a un piccolo gradino di sosta. Qui si arrestava il tentativo prece­dente. Una parete del tutto liscia ci costringe ad estrarre il perforatore e così ci alterniamo in un faticoso lavoro. II timore dell’oscurità ci fa ritirare in tempo e scendere velocemente sulle corde fisse.

Liss dal Pesgunfi, Giuseppe Miotti si appresta a salire le corde fisse nella prima ascensione
Liss dal Pesgunfi, G. Miotti nella prima ascensione

6 luglio 1984
Dopo un pasto soddisfacente e una notte di buon sonno, la ripida salita fino alla cengia è un piacere. L’aria fresca del mattino, il carico più leggero, le piccole grandi cose del bosco e il silenzio addolciscono l’incombenza della grigia parete. Le corde pendono immobili nel vuoto e presto, uno dietro all’altro, siamo ben al di sopra delle appuntite cime delle conife­re. Quel vago vuoto allo stomaco che ti pren­de quando lasci il regno orizzontale per as­sorbirti nel verticale sparisce ai primi raggi di sole: si scioglie come neve. Non ho ancora detto a Popi le mie incertezze del giorno prima e ora mi sembra tutto così naturale che mi lascio prendere dai miei stes­si movimenti: faccio solo attenzione che nes­suna manovra contenga qualche errore. In breve siamo al punto massimo, dove ci atten­de un ammasso di materiale di ben complica­ta soluzione. Saliamo ancora in artificiale ma usando tutti i piccoli accorgimenti per forare il meno possibile. Dopo alcuni passaggi emo­zionanti Popi raggiunge la quinta sosta, un gradino esiguo ed erboso sotto un diedro gi­gantesco e obliquo a sinistra. È il mio turno, la fessura di fondo è di dimensioni assai variabi­li, quasi certamente si potrebbe salire in libera ma la continuità dell’ostacolo ce lo sconsiglia. Il tempo passa in fretta, non me ne accorgo perché sono del tutto impegnato nel gioco di risalire questo stupendo diedro. In cima trovo un piccolo terrazzino con una pianta, un pun­to di fermata naturale. Popi mi raggiunge do­po il consueto lavoro di pulizia e di sistema­zione della corda fissa. Decidiamo di scende­re perché è già tardi.

7 luglio 1984
Il giorno dopo è simile, con le stesse sensa­zioni rinnovate, gli stessi movimenti. Accusia­mo solo l’estrema lentezza in cui necessaria­mente stiamo progredendo. La settima lun­ghezza è un piccolo capolavoro di Popi in ar­rampicata mista. Da ricordare le sue esitazio­ni nel caricare con il peso un rurp, le protezio­ni sotto sono esigue e infide, il vuoto è gran­de. Siamo nel pieno cuore della parete, lungo la sua linea naturale, i colori vivi, la mica del granito luccica ad ogni sguardo che tenta di abbracciare questo mondo. La fessura conti­nua in seguito sempre ben incisa, così prose­guo io. Presto diventa camino strapiombante e subito dopo si restringe. Tento qualche mo­vimento in off-width, ma vengo respinto dalla paura. Sistemo un vis-roc, un aggeggio cilin­drico che si espande e fa pressione. Salgo ancora in off-width e mi sfugge di mano un grosso bong, allora metto un bong più piccolo di traverso e appeso a quello recupero il vis­roc che era sotto per rimetterlo più sopra. So­lo così riesco finalmente a piazzare un buon friend. Il seguito è sempre duro e arrivo ad una nicchia bagnata.

Val Masino, Liss dal Pesgunfi, Giuseppe Miotti nella prima ascensione
Val Masino, Liss dal Pesgunfi, prima ascensione

Intuisco che a destra, girando uno spigolo, si potrebbe proseguire con minori difficoltà e così, appeso con una mano ad una zolla rie­sco a mettere un chiodo oltre al quale mi af­faccio al di là dello spigolo. Le corde non scorrono più. Ritorno alla nicchia e faccio so­sta, l’ottava.

Popi non è molto convinto di questa mia de­viazione, ciò nonostante va a dare un’occhia­ta. Lo sento piantare uno spit, in posizione scomoda, poi traversa a destra a corda e, sull’attrito delle suole, pianta un altro spit. An­cora a destra sulle corde e raggiunge una zo­na meno verticale.

Le ore passano, io sono tutto bagnato, l’ac­qua della nicchia è più abbondante del previ­sto e fa anche freddo. Di fretta iniziamo le ma­novre di discesa, abbiamo solo mezz’ora di luce. Non ci confessiamo che siamo intimoriti da quello che ci aspetta, pendoli e manovre a non finire. Arriviamo però alla base, anche se è buio pesto. È buio anche dentro.

9 luglio 1984
Anche dopo una domenica di riposo, conti­nua a sfuggirci il perché di quello che stiamo facendo. Nei giorni precedenti ci avevano se­guiti dal basso con i binocoli ma nessuno de­gli amici ha saputo suggerirci una risposta di comprensione. Popi ed io ci sentiamo un po’ fuori dal tempo, impegnati in un’azione che per avere approvazione generale avrebbe do­vuto svolgersi almeno dieci anni fa. Il cruccio maggiore è però quella preoccupazione ini­ziale, quel funesto incombere di un evento che nessuno sa e può evitare. È proprio così facile che una corda alla quale siamo appesi si rompa e fare la fine di John Harlin? O sono soltanto dubbi di vecchiaia incipiente quelli che ci fanno tenere a silenzio le nostre paure? La risalita a jumar è lunga e sotto forte tensione. Arriviamo direttamente al punto massimo, sosta 9, evitando quella prima nel vuoto più assoluto. Giustizia vuole che vada avanti io, e dovrebbe essere l’ultimo tiro duro e complicato. Dopo varie manovre in parete, una rampa sale ora obliqua a destra e dopo 50 metri posso attrezzare una sosta scomo­da. Riparte Popi su terreno più facile e in bre­ve raggiunge una cengia con alberi. Lo seguo a jumar, aiuto il mazzo di ferraglia a districarsi, «attento, attento!», un’ombra mi sfiora il volto e si perde rumorosamente nel vuoto. C’è sangue dappertutto, la maniglia dello ju­mar è rosso-attaccaticcia. II sassone mi ha appena sfiorato ma dalla ferita poco sopra la tempia sgorga un sangue che mi chiu­de gli occhi. Il mazzo di materiale ha provoca­to la caduta della pietra e Popi è più emozio­nato di me, che ora son sdraiato all’ombra di un larice. Mi chiede ripetutamente come mi sento­, se sono in grado di capire e di agire. Con il fazzoletto mi argina il sangue e io aspetto un po’ a rispondere. Poi faccio segno che voglio continuare, che non ha senso es­sere venuti fin qui solo per prendermi un bloc­co sul cranio.

Alessandro Gogna ferito dal sasso
Pesgunfi, arrampicata

Mentre Popi sale lento e sicuro le ultime lun­ghezze, io lo seguo abbastanza lucido con dei brevi intervalli di sogno, dopo dei quali mi domando che cosa avevo pensato prima. I problemi più grossi della mia vita sono qui con me, palpabili: sembra che il sangue abbia fatto piazza pulita di ogni dubbio, la felicità mi sembra solo la conseguenza di una decisione che dovevo prendere. La cima è solo un giro di boa. Sempre più luci­do io, pieno di mille attenzioni Popi, ci caliamo a precipizio: una, due, tre corde doppie, poi una quarta sulla soglia del grande vuoto. Oltre ci sono le corde fisse, che togliamo e sosti­tuiamo con la corda doppia. I mazzi di corde li gettiamo nel baratro. In parete rimarranno so­lo qualche chiodo, il rurp, tutti gli spit e le so­ste attrezzate.

La sera a Morbegno mi danno tre punti chie­dendomi perché noi andiamo a scalare. Ancora oggi non so rispondere.

Pesgunfi-schizzo

Chi è interessato, può scaricare la relazione tecnica.

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Liss dal Pesgunfi ultima modifica: 2014-12-19T07:30:22+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Liss dal Pesgunfi”

  1. 3
    sandro says:

    Eh, ragazzi… Che via! Un bijoux [a leggere, eh? Purtroppo mi manca… E non so se avrò mai più gli attributi per ripeterla]. Bel report 😀

  2. 2

    vecio mio che bota

  3. 1
    daniele brunelli says:

    Perché la gamba l’è tacata al pè… sgunfi.
    Bel racconto, come sempre d’altronde.

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