Il tempo degli uomini duri

Da oggi 26 marzo e fino al 29 Courmayeur e Chamonix ospiteranno la 22a edizione dei Piolets d’Or, quella che può essere considerata l’annuale Oscar dell’Alpinismo.

Allo statunitense John Roskelley è già stato assegnato il sesto Piolet d’Or alla carriera (premio Walter Bonatti). Questo premio è stato creato per insignire le figure di alpinisti che, con le loro imprese leggendarie, sono stati gli ispiratori di intere generazioni. Il primo nome fu quello di Walter Bonatti, nel 2009, cui seguirono doverosamente quelli di Reinhold Messner (2010), Doug Scott (2011), Robert Paragot (2012) e Kurt Diemberger (2013).

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Nato a Spokane, Washington (USA), il 1° dicembre 1948, non è una figura così conosciuta in Europa. Ed è anche per questo motivo che riteniamo importante illustrarla al lettore e appassionato italiano. Come nel 2012 ci fu in Italia chi si domandava “chi è Robert Paragot”, allo stesso modo nel 2014 corriamo lo stesso rischio per Roskelley…

Ebbene, già il 12 maggio 1973 lo troviamo in vetta al Dhaulagiri 8167 m, salito per la cresta nord-est: era la terza ascensione di quella montagna di ottomila metri, e suoi compagni erano Louis Reichardt e lo Sherpa Nawang Samden.

Negli anni precedenti si era preparato divorando le tappe, sia sulla roccia delle Rocky Mountains che su ghiaccio. Fu anche uno dei primi a dedicarsi alla scalata sul ghiaccio delle cascate canadesi. Ma, dopo il Dhaulagiri, inizia ad accumulare salite difficili ad alta quota e a un ritmo davvero accelerato.

Nel 1976 è la volta del mitico Nanda Devi 7816 m (Himalaya indiano dell’Uttar Pradesh), quinta ascensione: Roskelley raggiunse la vetta il 1° settembre per una via nuova sull’immenso sperone nord-ovest. Suoi compagni, ancora Reichardt e Jim States. Di questa spedizione Roskelley dimostrò d’essere la colonna portante per il suo carattere, così forte, e la sua efficiente resistenza ad alta quota. Siccome Nanda Devi Unsoeld, la figlia di Willi Unsoeld, morì sulla montagna, Roskelley intitolò articolo e libro relativi Nanda Devi: The Tragic Expedition.

 

Il Nanda Devi 7816 m, versante ovest. A sinistra è lo sperone salito da Roskelley e compagni nel 1976
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Nel 1977, con Galen Rowell, Dennis Hennek, Kim Schmitz e Jim Morrissey, conquista l’inviolata Great Trango Tower 6286 m (Karakorum). Chiunque abbia percorso il Baltoro Glacier nell’impazienza di vedere le grandi vette dei giganti del Karakorum, non può non ricordare l’eleganza e la grandiosità possente della Great Trango Tower, fiancheggiata dalla slanciata e più conosciuta Nameless Tower (Torre di Trango).

Great Trango Tower (a sinistra) e Nameless Tower (Torre di Trango), a destra
Trango Towers, Pakistan

Nel 1978, reduce da un tentativo in stile alpino sulla parete nord dello Jannu, Roskelley partecipa a una grande spedizione al K2, diretta da Jim Whittaker. Agli americani scottava ancora lo scacco subito al K2 con le sfortunate spedizioni Houston. E dopo il successo italiano, seguito da anni di chiusura politica del Karakorum, erano alla ricerca di una specie di rivincita. Così Whittaker e i suoi, per la terza salita al K2 (l’anno precedente i giapponesi avevano ripetuto lo Sperone degli Abruzzi) si rivolsero all’inviolata cresta nord-est.

I polacchi di Janusz Kurczab nel 1976 avevano fatto un tentativo assai spinto su questa cresta, già tentata nel 1902 da Oscar Eckenstein e compagni: il tentativo si era arrestato sulla piramide sommitale, prima a 8250 m sotto una fascia rocciosa (Leszek Cichy e Jan Holnicki-Szulc), poi il 15 agosto 150 m più in alto (Eugeniusz Chrobak e Wojciech Wróz) per le gravi difficoltà su roccia (V grado) e l’esaurimento delle bombole d’ossigeno (peraltro usato solo sopra gli 8000 m). La decisione di scendere aveva salvato loro la vita, perché presto si scatenò una bufera d’intensità tale da rendere difficile ai due di ritrovare il campo dove gli amici stanno aspettando.

I membri della spedizione americana di Whittaker sono: Craig Anderson, Terry Bech, Chris Chandler, Skip Edmunds, Diana Jagerský, Louis Reichardt, Rick Ridgeway, John Roskelley, Robert Schaller, William Sumner, James Wickwire, Cherie Bech (australiana), Diane Roberts. Pongono il CB a 4950 m, nello stesso luogo dei predecessori, il CB avanzato a 5334 m ben oltre lo sperone Abruzzi nella parte superiore del Godwin Austen Glacier. Gli scalatori fissano il C1 alla base della cresta NE il 12 luglio. Sulle orme del tentativo polacco del 1976 salgono l’aguzza e nevosa cresta, interrotta da pinnacoli e cavolfiori di ghiaccio, con enormi cornici e lunghi tratti orizzontali, fino a 6950 m (C4): il lavoro dei 4 portatori hunza, Honar Beg, Sanjer Jan, Gohar Shah e Tsheran Shah, è determinante per il trasporto dei materiali; poi risalgono i lunghi pendii nevosi sotto alla piramide sommitale fino ai 7680 m del C5. Roskelley e Ridgeway si spingono a stabilire un piccolo C6 a 7925 m, sotto alla fascia rocciosa superata con tanta fatica dai polacchi. Il 6 settembre tentano la salita ma desistono e ritornano al C5, per poi ripartire quasi subito all’inseguimento di Reichardt e Wickwire. Questi infatti il 5 settembre si erano portati molto a sinistra per evitare le difficoltà e i pericoli di una via diretta e fissare un piccolo C6 a 7950 m sulla sommità della Spalla, ormai sulla via italiana. E il 6 settembre, continuando così lungo la nostra via, giungono in vetta alle 17.20. Nella discesa Reichardt è costretto a bivaccare all’aperto a 8230 m. Il 7 riescono anche i tenaci Roskelley e Ridgeway. Quanto all’ossigeno, Wickwire lo usa dopo gli 8075 m, mentre Reichardt è costretto ad abbandonare subito l’apparato per non funzionamento. Anche Roskelley e Ridgeway salgono senza, ma in discesa ai campi più bassi il secondo è costretto a farne uso per curare una congestione. Pertanto Reichardt è il primo uomo a raggiungere la vetta del K2 senza fare uso di ossigeno, e Roskelley è il secondo. È da ricordare che la prima salita all’Everest senza ossigeno (Reinhold Messner e Peter Habeler) è del maggio 1978 e probabilmente nessuno degli americani ne era al corrente. Wickwire riportò severi congelamenti: colpito da polmonite fu trasportato a Paju, quindi evacuato da un elicottero militare.

Il Gauri Sankar visto da Dolakha, all’inizio della Rolwaling Valley (Nepal)
Gauri Shankar Sunrise From Suri Dhoban

A questo punto si comincia a parlare di Roskelley e celebre fu il titolo che gli dedicò l’allora seguitissima rivista inglese Mountain: “Who is this man?”
L’8 maggio 1979 Roskelley raggiunge la vetta dell’inviolato e remoto Gauri Sankar 7134 m (Rolwaling Himalaya, Nepal), con Sherpa Dorje.

John Roskelley al Gauri Sankar
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E, nello stesso anno, incredibile, sale per primo un’altra torre simbolo del Karakorum, la Uli Biaho Tower 6109 m, per la parete est (VII F8 A4), con Ron Kauk, Bill Forrest e Kim Schmitz.

La Uli Biaho Tower (Karakorum)
Torre Uli Biaho, Baltoro, Pakistan

In seguito John continua a fare spedizioni ogni anno, alternando successi a insuccessi (come a esempio il versante nord dell’Everest, il Melungtse, o ancora il Gauri Sankar). Nel 1982, prima ascensione della parete sud-ovest del Cholatse 6440 m (Khumbu Valley, Nepal), con Vern Clevenger, Galen Rowell e Bill O’Connor. Nel 1989, prima ascensione della parete nord-est del Taboche Peak 6501 m (Khumbu Valley, Nepal), con Jeff Lowe: i due raggiunsero la vetta il 13 febbraio.

Nel 1995, con Tim Macartney-Snape, Stephen Venables, Jim Wickwire e Charlie Porter, va al Monte Sarmiento (Tierra del Fuego): solo con i primi tre Roskelley arriva in vetta, per una via nuova sulla cima Ovest.

Nel 1980 raggiunge in solitaria la vetta del Makalu per la via normale, dopo che i suoi compagni uno a uno rinunciarono. Dopo una discesa assai problematica, Roskelley si trovò a fronteggiare sia in luogo che in patria l’accusa di non aver fatto abbastanza per soccorrere un altro alpinista americano, Mike Warburton, membro di una spedizione al Makalu II: questi, colpito da edema, era stato comunque soccorso dalla squadra sherpa della sua spedizione, ma i danni permanenti riportati furono la scusa per cercare di offuscare la limpida carriera di Roskelley. Che per questo dette anche le dimissioni dall’American Alpine Club.

Attivo ancora oggi, anche se si è dato alla politica, nel 2009 ha salito il canalone Slipstream al canadese Mount Snowdome, e due anni fa la più lunga cascata di ghiaccio degli USA, Goats Beard.

E’ autore di numerose pubblicazioni dedicate alle sue spedizioni:
(1980) The Obvious Line – Uli Biaho. Su American Alpine Journal (Golden, CO, USA: American Alpine Club) 22 (53): 405–416. ISBN 978-0-930410-76-6.
(1991) Last Days. Mechanicsburg, PA, USA: Stackpole Books. ISBN 0-8117-0889-6.
(1998) Stories Off the Wall. Seattle, WA: Mountaineers Books. ISBN 0-89886-609-X.
(2000). Nanda Devi: The Tragic Expedition. Seattle, WA: Mountaineers Books. ISBN 0-89886-739-8.

Postato il 26 marzo 2014

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Il tempo degli uomini duri ultima modifica: 2014-03-26T07:43:37+00:00 da Alessandro Gogna

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