Lo sci totale

Lo sci totale
(scritto nel 1994)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Sarebbe decisamente parziale e monotematico presentare la monta­gna e i suoi grandi spazi solo con gli occhi di chi se la guada­gna con fatica. Qui vogliamo fare eccezione, vo­gliamo presentare le bellezze della montagna invernale anche dal punto di vista di chi non vuol fare grandi sforzi in salita, di chi cerca e trova nel gesto la propria momentanea felicità. La definizione di Circo Bianco per tutto il mondo che gravita attor­no allo sci e agli enormi inte­ressi e investimenti coinvolti è certamente corretta se giudichiamo con il cuore e se guardiamo al futuro delle Alpi. Forse però non ci si può contrapporre muro contro muro sempre, in ogni occasione.

Alessandro Gogna in vetta al Mont Joly, Monte Bianco, 24 aprile 1994. Foto: Marco Milani

Lo sci di fuori pista lo sognano in tanti: la neve purissima, la montagna che è lì solo per noi, lontano dalle tracce, dalle piste e dai gatti delle nevi. Ma è anche vero che porta a contatto con la montagna solo in apparenza addomesticata, quella che può essere anche mortalmente perico­losa. Proprio perché l’approccio del fuori pista è sempre su mez­zi meccanici, occorre avvicinarsi ai pendii col massimo rispetto e con molta circospezione.

Tutto nasce dalla grande attrazione che la neve ha sempre eserci­tato sull’essere umano. Dal gioco dei bambini con le palle di ne­ve (bello anche per gli adulti) a Leonardo da Vinci che, con qualche macchina volante di sua proget­tazione, voleva sollevare grandi quantità di neve dalle montagne e farla cadere sulle feste di paese dell’estate. Quindi neve come gioia, come freschezza di corpo e di anima. Il filosofo Martin Heidegger confidò a un ami­co che “era sulla neve, sovente sugli sci, ch’egli aveva fatto la più viva esperienza della presenza dell’Essere”. Quindi neve come momento di raccoglimento e di meditazione.

Appare perciò con evidenza un contrasto, ma forse un’armonia, tra attenzione psichica al pendio pericoloso e gioia incontrollabile del movimento veloce, ritmico e sinuoso; tra riflessione indotta dalla solitudine e dal silenzio della neve e umana frenesia di divertirsi con gli amici. Questo equilibrio impossibile (ma la Natura è maestra di queste meraviglie) nobilita la pratica del fuoripista a sport decisamente fuori dal comune.

Il 1893 è l’anno d’inizio ufficiale delle escursioni in montagna con gli sci. Infatti solo nel gennaio di quell’anno Christophe Iselin di Glaris e tre suoi amici, dopo essersi lungamente dedi­cati nell’esercizio del nuovo sport, riuscirono a superare il colle del Pragel, a 1554 m, traversata giustamente considerata come l’origine dell’esplorazione invernale delle Alpi con gli sci e quindi anche del fuori pista. Marcel Kurz, nel suo Alpinismo invernale, ci racconta come uno dei quattro, il dr. Naef, non calzasse gli sci bensì le racchette da neve e come questi rimase decisamente indietro durante la discesa. In quel tempo infatti vi erano parecchie discussioni sulla reale utilità di questi nuovi strumenti nordici e la marcia dei quattro fu anche un’amichevole sfida per vedere chi aveva ragione! E nel frattempo Nansen aveva da poco traversato la Groenlandia con gli sci, siglando un’impre­sa che fu molto importante per lo sviluppo dello sci nei paesi alpini. Perfino Jean-Paule Sartre si è occupato di neve: nel suo L’Être et le Neant dedica parecchi paragrafi allo scivolare, in­tuendo in particolare che quest’azione dell’uomo sulla neve è una forma di appropriamento del tutto speciale, che in chiave più i­ronica ma anche più rabbiosa il poeta Kikaku aveva già denunciato all’inizio del XVIII° secolo con una breve poesia zen: “Chi è quel fesso che ha orinato su questa neve fresca?”

Sci fuoripista a Mègeve

Oggi siamo a Mègeve, cittadina invernale della prima generazione. Adagiata nella sua larga conca, assomiglia a Cortina d’Ampezzo. Più in alto, sopra ai boschi, grandi pendii bianchi, come sinuosi oceani di neve, a onde raramente parallele; ombre che si muovono lente, si allungano, si allargano, scompaiono, come i flutti di un mare che respiri piano. Di fronte, ma ben al di sopra, è il Monte Bianco. Le montagne tra Megève e St-Gervais sono il balcone più aperto, più spazioso che esista sulla grande montagna. Davan­ti sono l’immensa mole di ghiacciai, le pareti, le cornici di ghiaccio e gli sbuffi di nuvole; dietro le no­stre spalle, non altre catene o montagne che ci rinchiudano, ma spazi enormi e vuoti, che gli Aravis e la Pointe Percée non riescono a contene­re. Scompare quindi ogni tipo di oppressione e la gita assai bre­ve al Mont Joly è una delle più aperte in ogni senso. Anche d’e­state si può avere una buona idea dei grandi spazi, ma l’inverno e la primavera con il loro manto nevoso creano una dimen­sione del tutto diversa: perché la neve maschera la differenza tra alta e media montagna. E, per conseguenza, sciare sul Mont Joly regala le stesse sensa­zioni dello sciare in alta quota.

Questa caratteristica del fuori pista a Megève non è una conclu­sione delle meditazioni di un esperto, quanto la generale convin­zione di ogni visitatore: sembra proprio di essere stati invitati in questo regno magico senza doversene assume­re i rischi.

Sciare fuori pista può voler dire anche farlo a pochi metri da una pista battuta, ma non è questo che noi andiamo cercando: lì si avrebbe soltanto la neve polverosa. È bello scegliere discese assai lunghe, in un ambiente intatto, vario e impegnativo. Per essere padroni di questa bellissima attività occorre saper sco­prire la montagna nelle sue pieghe, scegliere l’itinerario adatto e in condizioni migliori. Capire dove la neve è buona è un po’ come pensarla a fondo, rifletterla come si farebbe con un proble­ma del quale si sa che esistono più so­luzioni valide. Ed ecco an­cora perché lo sci fuori pista non è uno sport semplice.

Alessandro Gogna in vetta al Mont Joly, Monte Bianco, 24 aprile 1994. Foto: Marco Milani

Lo sciatore, visto dall’esterno, sembra scendere senza sforzo e con grande naturalezza. In realtà questo succede raramente e sol­tanto ai meglio dotati. È vero al contrario che a ogni curva occorre anticipare il movimento in funzione della qualità estre­mamente variabile e capricciosa della neve, analizzando le sue trasformazioni in tempo reale.

Sciare fuori pista è il coronamento di un apprendistato e di una pratica sciistica. Anche se a giudizio generale le sue caratteri­stiche hanno analogie con la men­talità della montagna da consuma­re, ho cercato di dimostrare che tanti aspetti lo collocano tra le attività “nobili”. E la ricerca della perfezione del movimen­to, del gesto, della neve pura, del divertimento ricordano quella “qualità totale” che è la filosofia alla base delle migliori pro­duzioni: anche lo sci totale dunque ri­sponde alle leggi del con­sumo, del “quanti metri di discesa mi fa fare quell’im­pianto ri­spetto a quell’altro”, della maniacalità quasi feticistica con la quale si usano sempre gli ultimi modelli di sci, scarponi e at­tacchi; ma per essere vera­mente totale quello sci deve ricordare le leggi sempre precise eppure sempre così misteriose che regola­no i pendii di neve e quindi la vita delle montagne.

Montagna d’inverno vuol dire anche sci di pista e la presenza sulle Alpi di mezzi meccanici di risalita è tanto antica e radi­cata da essere ormai accettata come fatto normale. Generalmente chi ama l’alpinismo e l’escursionismo ha con questo sport un rap­porto abbastanza difficile, eppure se bene interpretato lo sci fatto con l’ausilio degli impianti di risalita può dare grandi soddisfazioni. Sovente, ai bordi della pista, i primissimi giorni dopo un’abbondante nevicata è possibile anche dedicarsi a legge­re danze nella neve polverosa. E la cosa è tanto piacevole che diviene quasi un obbligo la sua ripetizione. Ma anche sulla tanto vituperata pista è possibile apprezzare lo sci. L’importante è l’approccio: molto più che il gusto puramente fisico di una serie di discese spesso poco controllate, è bello concentrarsi sui pro­pri movimenti, cercare di sentire gli sci, tentare di essere “perfetti”. È un po’ come un esercizio di arte marziale: la concentrazione e la coscienza del proprio corpo aumentano e nello stesso tempo si avrà il piacere di una sciata magistrale. Non conta più il numero delle di­scese a fine giornata ma la loro qua­lità: due o tre possono anche bastare, poi­ché la loro esecuzione potrà far ritrovare quel contatto con la natura e con noi stessi che lo sci di pista forsennato fa perdere e svuota.

Il prossimo passo? Una lenta salita con le pelli di foca e una discesa, una sola, che proprio per questo si ricorderà.

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Lo sci totale ultima modifica: 2018-09-08T05:55:11+00:00 da GognaBlog

23 pensieri su “Lo sci totale”

  1. 23
    Carlo Crovella says:

    Anche per stemperare il clima del dibattito, cerco di tornare indietro con la memoria per ritrovare, nella mia personale esperienza, le giornate di sci totale con l’uso degli impianti. Mi tornano in mente alcune settimane bianche che ho avuto la fortuna di vivere a cavallo fra anni ’60 e  ’70 (ero un adolescente). Me ne ricordo in particolare una a Lenk in Svizzera (non ridete: è una località situata in una valle che si chiama Simmenthal….), al tempo ancora dotata di ski lift ad ancora (!), e una seconda in Val Thorens (Vanoise, Francia), appena aperta (primissimi ’70)… Allora le piste seguivano le normali sinuosità del terreno e, per scelta, non venivano battute ogni giorno, anzi… Di notte metteva giù una spanna di neve e la mattina sciavi in fresca senza neppure uscire dal tracciato delle piste. QUELLO ERA DAVVERO LO “SCI TOTALE”, DA TOGLERSI LA VOGLIA: mi dovevo fermare, nel tardo pomeriggio, solo perchè “spegnevano” gli impianti.

    Poi il modello è entrato in crisi, credo per due motivi fondamentali: dapprima la scarsità di neve naturale, iniziata nei primi anni ’80 (con annessa successiva utilizzazione dei cannoni) e, negli ultimi 15-20 anni, l’evoluzione degli sci verso gli attuali modelli con sciancratura molto accentuata. Non che li condanni, ‘sti sci sciancrati, anzi…, ma evidentemente questi sci hanno comportato la diffusione della moda di “tirare” le curve sfruttando al massimo la sciancratura e per ottenere ciò è necessario che le piste non siano più “naturali” ma spianate come biliardi. Insomma: stadi artificiale per lo sci e non più lo sci immerso nel contesto naturale.

    Oggi mi concedo una o al massimo due giornate a stagione con gli impianti (privilegiando, se riesco, discese ben lontane dalle piste, dove purtroppo la popolazione è diventata molto “maleducata”). Per il resto, come ho già spiegato, non c’è confronto, ai miei occhi almeno, fra ciò che offrono, oggi, le discese con gli impianti e ciò che mi regalano le gite di scialpinismo.

    Da tutto ciò deriva la mia posizione ideologica: non chiedo di togliere gli impianti esistenti, ma combatto strenuamente contro l’ipotesi di nuovi impianti, sia in termini di nuove stazioni che di allargamento di quelle esistenti.

    Le considerazioni sul fatto che gli impianti (esistenti o potenzialmente aggiuntivi) portino sviluppo economico, denaro, benessere… personalmente mi lasciano del tutto indifferente, anzi: in generale (cioè non solo sui monti) negli ultimi 70 anni abbiamo tutti abusato del pianeta terra oltre ogni limite e fra un po’ ci tornerà poco o niente interessante il business, se non riusciremo neppure più ad abitarla, ‘sta benedetta terra.

  2. 22
    Fabio Bertoncelli says:

    Ragazzi, stiamo buoni (se possiamo).

  3. 21
    Alberto Bonino says:

    A un non essere non vale la pena di rispondere.

  4. 20
    Carlo Pucci says:

    Discussioni e litigi quanto volete (magari argomentando), le volgarità non mi piacciono e invito l’Amministratore del blog ad intervenireintervenire cancellando post volgari.

  5. 19
    Matteo says:

    “dalla vita ho avuto molto, una moglie con cui divido piaceri e soddisfazioni e anche i problemi,un lavoro”

    con malcelata soddisfazione apprendo che bonino non si è riprodotto…che per una volta Sigmund Freud abbia azzeccato un’analisi?

  6. 18
    Fabio Bertoncelli says:

    Invito il tale che si è nascosto dietro lo pseudonimo di Sigmud Freud III a modi piú civili. Il suo non è sarcasmo: è offesa, è trivialitá. Grazie.

    P. S. Piuttosto, la prossima volta si presenti con nome e cognome.

  7. 17
    Sigmund Freud III says:

    La tipologia umana cui si rifa il Bonino denota i tipici problemi di chi in etá infantile ha subito profondi deficit di accudimento e in etá adulta ha subito il dominio genitoriale in maniera totalmente negativa.

    Nella coppia il Bonino si sará chiuso gli occhi (sindrome dello struzzo) quando sua moglie lo tradiva con atri uomini, per non intaccare la stabilità del castelluccio costruito a fatica attorno a se.

    L’assoluta mancanza di visione sul futuro denota l’assenza voluta di non riprodursi, anche per un istintivo ma inconscio senso di non voler arrecare danni ulteriori alla sua specie, e quelli come lui si sentono appagati dalla superficialità gaudente di ogni cosa.

    Questa preoccupante tipologia umana si sente spalleggiata e rassicurata dalle persone di successo come: dittatori, prepotenti, impotenti che sanno ben mascherarsi.

    Dal berlusconismo in avanti abbiamo assistito al proliferare di quella che ormai é divenuta una vera e propria categoria, capace di autoalimentarsi durante la vita stessa dei suoi componenti per poi spegnersi con la morte.

    Per una diagnosi più approfondita rivolgo una domanda al Bonino: quante volte fa sesso (escludendo l’auto erotismo) alla settimana?

  8. 16
    Alberto Benassi says:

    “Con molto ricrescimento per il suo astio e l’insoddisfazione che traspare da lei e quegli altri che qui scrivono.”

    Parli del nostro astio nei tuoi confronti e poi ci tratti di tutti i titoli: razzisti, insoddisfatti, superiori, gente che parla  a vanvera, frustrati, radicalchic, ect., ect.

    Mi fai proprio ridere. Sei comico.

    A dimenticavo, grazie dell’egregio. Devo ammetere che sei BEN EDUCATO.

  9. 15
    Alberto Bonino says:

    Egr.Sig.Benassi, no n sono azionista di nulla, sono un semplice pensionato che ama sciare e viaggiare, che non sopporta i buonisti, gli pseudoambientalisti, i radicalchic, i difensori della decrescita “felice” (direi infelice piuttosto), che non ama il vostro astio per quelli che non la pensano comne voi. per aggiungere ancora più astio nei miei confronti dico che sono orgoglioso di Salvini e spero che diventi sempre più duro. Amo gli impianti che danno lavoro e piacere agli sciatori, amo i rifugi dove si mangia bene e mi diverto moltissimo a vedervi inc*****i quando scrive, perchè fondamentalmente siete voi i frustrati. Io no perchè dalla vita ho avuto molto, una moglie con cui divido piaceri e soddisfazioni e anche i problemi,un lavoro che mi è piaciuto, e che adesso mi permettedi togliermi tante soddisfazioni, quindi il vorrei ma non posso non abita presso di me, forse si riferiva a lei stesso. Con molto ricrescimento per il suo astio e l’insoddisfazione che traspare da lei e quegli altri che qui scrivono.

  10. 14
    Carlo says:

    Bellissimo articolo. Sono anni che pratico lo “Sci totale”; mai definizione fu più azzeccata e mai descrizione delle emozioni che si provano fu ma  scritta. Bravo sig. Gogna.

     

  11. 13
    Tarcisio Bertone says:

    Bonino (se esiste) é il re del vorrei ma non posso, ovvero uno sfigato.

  12. 12
    Alberto Benassi says:

    il Sig. Bonino che ha come idolo il DIO DENARO e,  ammira e invidia il super attico del  cardinale Tarcisio Bertone, deve essere azionista di qualche società che gestisce piste e/o impianti di risalita.

  13. 11
    Andrea Parmeggiani says:

    @Alberto Bonino

    Cito dall’articolo:

    “Montagna d’inverno vuol dire anche sci di pista e la presenza sulle Alpi di mezzi meccanici di risalita è tanto antica e radi­cata da essere ormai accettata come fatto normale. Generalmente chi ama l’alpinismo e l’escursionismo ha con questo sport un rap­porto abbastanza difficile, eppure se bene interpretato lo sci fatto con l’ausilio degli impianti di risalita può dare grandi soddisfazioni. ”

    Dov’è che viene demonizzato lo sci di pista? Per questo che ho detto che hai la coda di paglia…
    Io per primo pratico lo sci di pista con soddisfazione, anche se farei più volentieri sci alpinismo, ma necessita di più tempo, impegno, e possibilità di dedicarcisi, e non ce l’ho.

    Eppure credo che di piste e impianti da discesa ce ne siano già tanti, forse troppi.

  14. 10
    LUIGI GALLY says:

    Per la precisione Serre-Chevalier non é il nome di un paese, ma il nome di una montagna dove attualmente arriva una funivia. Oggi la comunità locale per comodità ha dato il nome di Serre-Chevalier all’insieme dei quattro villaggi della valle. Marcello Cominetti sei poco preciso.

    Ciao, LUIGI

  15. 9
    Alberto Bonino says:

    Egr.Sig. Andrea, io non ho coda di paglia. Amo lo sci , scio da 58 anni, dato che ne ho 65, ma non sopporto il taglio di certi articoli, per i quali esiste un’unica verità e non sopporto persone che qui scrivolno per le quali il progresso, la tecnica, le novità e le cose che non pasicciono a LORO, sono prodotti del diavolo. Abbassate le arie e le abbasserò io.  Ricordatevbi a furia di abbaiare alla luna sarete sbranati dai cani. Meditate. parlate sempre a vanvera. Siete le stesse persone che accusano di razzismo, quando i primi razzisti siete voi.

  16. 8
    Andrea says:

    Alberto Bonino ha proprio la coda di paglia..

    Nell’articolo mi pare che si esprima un’opinione… che può essere condivisa o meno come sempre.

    E ne è la dimostrazione l’ottimo commento di Carlo Crovella, che sposa entrambe le tesi senza nessun pregiudizio.

  17. 7

    Certo che é proprio strano per uno che vive a Serre Chevalier, non saper scrivere il nome del proprio paese.

  18. 6
    LUIGI GALLY says:

    Sono sempre stato un grande appassionato dello sci totale. Ho vissuto fino ai 19 anni in quel di Limone colle di Tenda. Nel 1948 avevo tre anni mio padre mi fece dal falegname un paio di sci. Ho sempre alternato fin da piccolo lo sci-alpinismo allo sci da pista e al fondo. Ho sempre praticato lo sci in tutte le forme, compreso lo sci-ripido. Fino a qualche anno fa riuscivo ancora a fare quaranta gite sci-alpinistiche e praticare in modo permanente lo sci fuori pista con gli impianti. Oggi che ho superato i settanta pratico lo sci-fuoripista con gli impianti, neve permettendo, con gli sci da Free-ride, tre quattro volte la settimana. Riesco facilmente essendo sul posto a fare tre volte 1500mt di discesa fuori pista in poche ore, due tre ore. Lo sci-alpinismo lo pratico quando  sugli impianti non c’è piu’ neve intonsa.  Sono sicuro di essere invidiato, da qualche lettore. Adesso vivo in modo permanente a Cherre-Chevallier. Quest’anno sono cadute sulle piste  circa 12mt di neve, in alcuni posti abbiamo avuto il record storico di innevamento.

    Saluti, LUIGI

     

  19. 5
    Emanuele says:

    che pena Alberto Bonino, spero solo non sia troppo tardi quando se ne accorgerà… per il suo bene e quello di tutti

  20. 4
    Giorgio Daidola says:

    Bellissimo articolo, bellissimo commento di Carlo Crovella. La neve, quella vera, è magica. Se l’industria dello sci non fosse diventata pesante, con impianti mostruosi, con la neve finta come regola e la neve vera come surrogato, se si ritornasse ad impianti leggeri e poco impattanti, a piste sinuose che seguono i pendii naturali, senza sbancamenti e senza disboscamenti contrari ai basilari concetti di estetica e di bellezza,  allora si potrebbe vivere tutti, dico tutti,  i piaceri dello “sci totale”. Arnold Lunn, sciatore alpinista eccelso e al tempo stesso inventore dello slalom e dell’Alberg Kandahar (poi snaturato in Coppa del Mondo) aveva capito molto bene tutto questo. I suoi “A history of skiing” e “Alpine Ski-ing at all heights and season” sarebbero  un’utile lettura per i tanti Bonino che sfrecciano sulle tristi autostrade di neve finta, senza soffermarsi a gustare il profumo di quella vera.

  21. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Per Carlo
    «Va’ dove ti porta il cuore»

  22. 2
    Carlo Crovella says:

    Ma perchè ‘sto Bonino continua a leggere articoli che a lui appaiono razzisti? Si dedichi ad altro! Vabbè, lasciamo perdere e parliamo di cose più interessanti.

    Inizio dicendo che adoro sciare in discesa (forse è la passione più intensa della mia vita, più dell’arrampicare su roccia, più del gusto della birra in gola, più di un bel libro) e mi piace moltissimo vivere un’intera giornata utilizzando gli impianti per concedermi lunghi percorsi fuori pista. Anche nelle aree super battute da impinati (come in alta Val Susa, zona Setriere, etc), ci sono ancora discese interamente fuori pista di parecchie centinaia di metri di dislivello.

    Tuttavia lo scialpinismo (per la mia esperienza personale) non è solo un’alternativa di discesa con gli sci, ma è proprio un’altra “cosa”: è vivere la montagna nella sue veste innevata. Se avessi fatto gite in sci esclusivamente alla ricerca di discese inebrianti, sarei probabilmente molto deluso. Intendo dire che, in oltre 50 anni di ininterrotta attività, le “belle” discese coprono circa il 20-25% del totale delle mie gite.

    Ben altre sono le motivazioni che mi hanno spinto a fare gite in sci: il silenzio dei boschi invernali, oppure l’immensità dell’alta montagna primaverile, la curiosità dell’esplorazione, il vento che ti schiaffeggia il viso, il sole che ti cuoce sui ghiacciai, i pernottamenti nei rifugi incustoditi, il saper rattoppare una pelle squarciata da un sasso… insomma, in sintesi, l’arrivare su una vetta e il saper tornare indietro muovendosi con l’istinto di un animale.

    Per tutti questi motivi, mi è stato mille volte rinfacciato (dai puristi delle discese) di avere una visione “alpinistica” dello scialpinismo, non nel senso che corro dietro al VI grado su roccia durante le gite in sci, ma perchè della discesa complessivamente mi importa poco. Quello che mi intriga è l’andare in montagna.

    Concepisco la montagna innevata come un grande oceano bianco, dove lo onde sono le creste cui seguono profondi valloni, tutti da esplorare. Come il marinaio, di fronte al mare, è attirato dal senso di avventura, anche io (calzando gli sci con le pelli) alzo la vela e parto…

  23. 1
    Alberto Bonino says:

    Articolo pieno di razzismo che identifica lo sci alpinismo come unico sci nobile e lo sci da dsiscesa solo come mezzo propedeutico per la nobile attività dello sci alpinismo, unico sport nobile…per l’articolista e per molti di questo forum. Siete solo razzisti verso chi fa solo sci da discesa utilizzando gli impianti. La vostra pseudo superiorità si evince nel vostro disprezzo che trapela in ogni istante…..che pena.

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