Lo Scoglio di Mróz

Una “prima” vista da sotto: lo Scoglio di Mróz
di Mario Pozzo (pubblicato su l’Eco di Biella, ottobre 1972)

Lasciamo le macchine dove finisce la strada e subito il Miller rovescia in terra la ferraglia: ce n’è per una spedizione. L’ha cavata da un sacco giallo nuovo fiammante che “si allunga e s’allarga” e, appollaiato com’è su un paio di scarponi nuovi, plastificati, color ruggine, lucenti come scarpe di vernice, l’aggettivo più gentile che si attira è quello di marziano. Ha un bel mettere un mazzo di banane fra quelli dei chiodi quando qualcuno comincia a fotografare: l’aria del marziano gli resta e i «dove credi di andare» si sprecano. Lo salva l’urlo del Guido: – Eccolo là, lo vedete? Bello, eh…

8 ottobre 1972. Guido Machetto assicura Miller Rava, 1a asc. via Machetto allo scoglio di Mróz
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Machetto assicura Rava

 

Un colpo di vento ha spazzato la nebbia e vediamo finalmente questo Scoglio di Mróz. Uno spuntone tozzo e diritto che si staglia dietro una macchia di verde e i fili della teleferica. Visto da sotto in certi punti sembra di cemento, tanto è liscio. In mezzo l’ombra di un crostone giallo fa venir voglia di disegnare una via con il dito. La stessa voglia che quest’estate è venuta al Miller e al Guido. Solo che loro col dito non si sono contentati e hanno deciso di andare a metterci il naso. In quei giorni sull’Aiguille Noire de Peuterey, era morto Andrzej Mróz. Guido lo conosceva di nome: avrebbe dovuto essere suo compagno in un nuovo tentativo all’Aiguille de Peuterey in inverno che poi non si è fatto. Poiché lo spuntone che sembra uno scoglio non ha né nome né via, diventa lo Scoglio di Mróz. Un problema è risolto. Resta da fare la via. Una via di palestra, da aprire anche a rate, nelle domeniche morte. La prima rata quello stesso pomeriggio, la seconda in autunno.

Ed eccoci nella valle del Piantonetto. Dalle foto, scattate dal basso, lo Scoglio sembrava finire al terzo tiro di corda, oltre un tettuccio: un capriccio più che una scalata. Ma cambio idea subito. Saranno i ferri del Miller, sarà che quel coso fila su diritto per duecento e fischia metri, ma non rimpiango affatto la fermezza con cui ho respinto l’invito-complimento a cimentarmi. Del resto per questo capriccio si sono scomodati quattro signori che vanno: Guido Machetto, Miller Rava, Alessandro Gogna e Carmelo di Pietro. All’appello manca il Carmelo, appiedato dai ladri. Ha telefonato che si aggiusterà e nessuno l’aspetta.

Al momento di partire, Machetto il selvaggio è folgorato da un lampo di genio: sballare una cinquantina di scatole di attacchi di sci per fare spazio nel bagagliaio. Alle nove del mattino, lassù, con gente che ha già il sacco a spalle! Ne apre due, poi andiamo. Appena in tempo: alla terza Gogna, il «Dano», l’avrebbe mangiato. Appena tornato dalla Nuova Guinea dove ha trascorso un mesetto sugli altopiani popolati dai Dani, famosi oltre che per la curiosa guaina che sale dai genitali al collo anche per le tradizioni antropofaghe, cannibale di temperamento, divoratore di «prime» (quest’anno se n’è mangiate quattro fra le migliori delle Alpi) Gogna diventa subito «il Dano». Salgo così con un marziano, un selvaggio e un dano verso l’attacco dello Scoglio di Mróz che, secondo le promesse del Miller, è a mezz’ora di marcia. Dopo aver fatto un po’ di confusione tra capre e camosci, quando la mezz’ora del Miller sta diventando un’ora abbondante, arriviamo al «passaggio del buco». Il canale si restringe e ci si deve infilare sotto alcuni massi incastrati in una serie di cunicoli.

Il Guido e il Miller rallentano per darmi una mano. Intenti come sono a raccontare del Piero Grava che quest’estate si è fatto da solo lo Sperone della Brenva, finiscono però per lasciare che me la veda da solo. E così apprendo a testa in giù e gambe per aria, incastrato fra zaino e roccia, le differenze psicologiche che corrono fra la solitaria del Guido giovane e quella del Piero Grava quasi vecchio, a tutto vantaggio di quest’ultimo.

Poi, finalmente, ricevo la mano promessa e siamo all’attacco. La parete ha riassunto l’aspetto delle fotografie, la parte superiore nascosta da un tettuccio oltre il quale si intuisce una cengia d’erba. È il punto massimo raggiunto al primo tentativo. Arretrando di qualche decina di metri nel vallone si può vedere anche la parte alta: il problema è senz’altro negli ultimi cinquanta metri.

Placconi gialli strapiombanti che convergono in un diedro: un bel capriccio. Se non fosse che i «mostri» fanno colazione a base di toma e vino come crodaioli domenicali e fra una risata e l’altra sono da mezz’ora impegnati a offrirsi a vicenda il posto di capo cordata senza che qualcuno si decida ad accettarlo, sarei tentato di prendere sul serio momento e parete. Alla fine è il vecchio Machetto il primo a perdere la pazienza, armarsi di corde e ferraglia e attaccare il tratto attrezzato. Pochi metri e entrano in gioco le staffe. Ne ingarbuglia una e stavolta mi sfogo. – Calma Machetto, ci vuole calma: usare la testa, che diamine!

Me lo ha ripetuto venti volte in un passaggio di dieci metri in palestra, potrò rinfacciarglielo! Grugnisce e minaccia qualcosa. Poi riprende a salire, raggiunge il terrazzino, batte un chiodo e si appresta a far salire il Miller. Comincia la trafila, il gioco affascinante della scalata. Recupera! molla! tira la gialla! fai scorrere la rossa. Poi improvvisamente dal basso un richiamo: è il Carmelo arrivato in pulmino, che non ha scoperto il passaggio del buco e gira imprecando da dieci minuti da una placca all’altra per trovare la via che porta all’attacco. Si cambia formazione: invece di una cordata da tre, due cordate da due. Guido e Miller davanti, Alessandro e Carmelo in coda. Ora la scalata sembra farsi seria. Il Guido sfodera le unghie su un passaggio che il Dano classificherà di sesto. Non lo prendiamo sul serio.

Copertina di Andrzej Mróz, biografia a cura di Christophe Mróz e Ludwika Włodek (2013)
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Mentre continua a fare l’acrobata, io brontolo e il Miller torna a cantare a squarciagola una canzone di De André. Canta per poco però. Raggiunta la cengia erbosa dopo il terzo tiro, si va sul nuovo e il Guido lo spedisce in testa. Un tentativo sulla sinistra, un paio di chiodi che cantano, poi a destra lungo una placca in libera. Terrazzino, autoassicurazione, il compagno che sale e si riprende. La verticalità della parete non è male. Dal basso vedo le suole dei quattro che diventano sempre più piccole.

Adesso il Miller bara: attacca addirittura una staffa su una pianta cresciuta chissà come in cima a uno strapiombo. Gli altri dietro, lentamente, nel gioco sempre più perfetto. Seguo la scalata metro per metro, appiglio per appiglio. Mi viene in mente il Guido che conta di come ogni tanto arrampicando gli succeda di finire sulla cresta vicina, a vedersi arrampicare. È molto bello, dice. A me succede il contrario. Guardo tanto che mi sembra di arrampicare. È ancora più bello. Vedo ancora il Guido tornare in testa all’inizio degli strapiombi gialli dell’ultimo tratto, poi la nebbia sale e devo accontentarmi di seguire la progressione dal ritmo delle martellate.

I quattro sono appena adesso al centro del problema, ma per me la via è fatta. Sono saliti spediti proprio lungo la via che ho tracciato col dito. È vero che proprio in quel punto un chiodo a U esce da una fessura e il Miller rischia di raggiungermi in dieci secondi, ma da sotto non si vede; l’alpinismo, le prime tornano ad essere cose lontane, irraggiungibili. Mentre scendo faccio propositi di allenamento: l’alpinismo bisogna viverlo. Altrimenti basta un po’ di nebbia e ne sei già fuori del tutto. Ne sono così convinto che nel famoso passaggio del buco invento una «variante» e scendo come dalle scale di casa.

I quattro usciranno in vetta all’imbrunire. Lo spuntone che sulle carte è segnato soltanto a quota 1950 m ha un nome e una via. Un capriccio levato.

 

 

8 ottobre 1972. Carmelo Di Pietro, 1a asc. via Machetto allo scoglio di Mróz
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Carmelo di Pietro

postato il 5 novembre 2014

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Lo Scoglio di Mróz ultima modifica: 2014-11-05T07:30:37+00:00 da Alessandro Gogna

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