L’ossessione della sicurezza «totale»

Montagna vietata e divieti assurdi
L’ossessione della sicurezza «totale»
di Pierangelo Giovanetti (direttore del quotidiano L’Adige)
p.giovanetti@ladige.it
Twitter: @direttoreladige

La richiesta da parte della Procura di Torino di rinvio a giudizio per omicidio colposo nei confronti dei tre amici superstiti della vittima di una valanga durante un fuori pista, ripropone in maniera eclatante la questione della sicurezza.
O meglio, dell’ossessione alla sicurezza «totale» e obbligatoria, che è diventato uno dei miti ideologici oggi più di moda nella società dell’«assistenzialismo garantito» e del «rischio eliminato». Anche quando si va in montagna, si cammina su un marciapiedi, o soltanto quando si salgono le scale.
Non si spiegherebbero altrimenti l’aumento esponenziale di cause legali, richieste di risarcimenti verso tutto e verso tutti (specie se è un ente che può pagare), quando – magari per distrazione – si inciampa, attraversando la strada, o si scivola andando a fare visita a un amico.

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La pretesa di una «société sicuritaire», come dicono i francesi, cioè di una società che si faccia carico ad ogni costo della sicurezza dei suoi membri, e che elimini l’alea del rischio nelle cose, sembra aver contagiato non soltanto la cultura generale, ma anche quella giuridica delle procure, se un ufficio quale quello del procuratore torinese Raffaele Guariniello in nome della sicurezza dovuta, chiede il processo per omicidio colposo, oltre che per valanga colposa, nei confronti degli amici superstiti di una disgrazia.

Come pure ha contagiato il legislatore, quando s’impone di prefissare per legge il divenire umano e ogni aspetto dell’imponderatezza della vita secondo dettagliate e prescrittive norme regolamentari, le quali rasentano a volte una psicopatologia della sicurezza, quasi un delirio deresponsabilizzante dell’individuo sulla base del teorema che è la società che deve garantire la sicurezza personale di ciascuno.
Per non parlare di politici, amministratori, ma soprattutto burocrati, che preferiscono stabilire divieti e vincoli ad ogni piè sospinto in maniera totalmente autoderesponsabilizzante per timore che possa succedere qualcosa di non pedissequamente previsto in ogni sua dinamica.

Evidente che la montagna è un ambito che non può rientrare in tale casistica di prevedibilità totale degli eventi. Perché, se si percorre il sentiero delle Bocchette sul Brenta, non si può escludere – né per legge, né per sentenza di tribunale – che si possa staccare un sasso e che possa cadere purtroppo addosso a qualcuno.

Così se si nuota in un lago, può accadere di incorrere in un pericolo, senza che l’addetto alle Spiagge sicure o gli amici di nuotata debbano venir incriminati per omicidio colposo in caso di annegamento. E così pure, se si allerta il Soccorso alpino e disgraziatamente uno dei volontari del soccorso soccombe sotto la neve, non può esistere l’ipotesi di responsabilità giuridica o di omicidio colposo per chi ha richiesto l’intervento.

La casistica in sede penale e civile al riguardo si sta arricchendo mese dopo mese in maniera impressionante, e porterà probabilmente di questo passo a ipotizzare l’abolizione stessa del Soccorso Alpino (perché espone a pericoli gli eventuali soccorritori); a rinunciare da parte di volontari o di associazioni alpinistiche come la SAT a garantire la manutenzione e il controllo dei sentieri o di via attrezzate e ferrate (perché qualcuno potrebbe infortunarsi, con conseguenze civili e penali); ma soprattutto ad evitare la compagnia in montagna, perché – se succede qualcosa – la responsabilità (e l’ipotesi di reato colposo) è di chi ti accompagna.

Non è un caso che la Società Alpinisti Tridentini nel suo ultimo congresso in val di Sole abbia posto la questione «ansia di sicurezza» come tema centrale del dibattito, discutendo se la montagna sia spazio di libertà o debba essere invece regolamentata (e impedita) se solo presenta margini di pericolosità o di rischio. Il tema è dibattuto anche oltralpe (vedi il forum di Grenoble e di Chamonix), come ha molto bene documentato l’antropologo ed editorialista dell’Adige Annibale Salsa. Ma la ricerca ossessiva della sicurezza ad ogni costo invade ormai tutti i campi del vivere sociale, con una conseguente smania di monetarizzazione di ogni evento, in una corsa al risarcimento che sta intasando i tribunali e – troppo spesso – trova supporto e incoraggiamento in molta giurisprudenza.

Oggi assistiamo al paradosso che non si ristrutturano vie di montagna perché equivarrebbe a dare a chi vi transita patente di sicurezza totale. Quindi si preferisce l’abbandono per lavarsi le mani da eventuali rischi. Come pure si frena la realizzazione e il riutilizzo di percorsi (per esempio la ciclabile lungo il Garda, fra Riva e Limone, sulla ex Statale) perché potrebbe succedere che qualche sasso si stacca dalla parete rocciosa. E invece di apporre il cartello: «chi percorre la strada, lo fa a suo rischio e pericolo» godendosi uno dei panorami più belli del mondo, si preferisce emanare divieti ed erigere cancellate, proibendo il passaggio.

Ora, non si tratta di rifuggire le regole, ma di declinarle con il buon senso. La montagna certamente richiede preparazione, esperienza, autodisciplina, consapevolezza dei rischi, prudenza. Ma non si può ipotizzare un determinismo meccanicistico della vita, che sterilizza ogni atto da eventuali rischi, imponendo l’obbligo di compiere solo ciò che è immune da ogni aleatorietà, addebitando per forza a un responsabile qualsiasi accadimento eventuale.

Così pure è giusto esigere la cura nella manutenzione delle strutture, la cartellonistica esatta nelle segnaletiche, l’assicurazione di forme di precauzione e di modalità di soccorso in caso di necessità. Ma ci deve essere un ambito di responsabilità personale lasciato alla libertà di ciascuno, sapendo anche che non esiste la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione. E soprattutto non esiste – e non deve esistere – la compensazione economica di ogni accadimento, di ogni eventuale conseguenza di una libera scelta.

Probabilmente anche tale ossessione alla sicurezza ad ogni costo è uno stadio ulteriore della pretesa tecnocratica e assolutista di controllare la vita in ogni suo determinarsi, che ha contagiato a quanto pare pure i tribunali, e rischia di tradursi in pericolosa giurisprudenza.
Pericolosa per il futuro della libertà della persona, ma anche per il destino di una società che rischia di finire prigioniera dei suoi deliri.

postato il 2 aprile 2014

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L’ossessione della sicurezza «totale» ultima modifica: 2014-04-02T08:11:09+00:00 da Alessandro Gogna

12 thoughts on “L’ossessione della sicurezza «totale»”

  1. 12
    Paola says:

    Claudio dice: “Se vado con un mio amico in montagna piuttosto che a fare una nuotata e per una disgrazia uno dei due ci rimane secco, non si puo’ certo dare la colpa all’altro. ”
    A nuotare non si provoca un maremoto, ma a fare sci fuoripista si può provocare una valanga

  2. 11
    Vinicio says:

    Claudio, condivido pienamente quanto tu hai asserito per quanto concerne la compagnia.
    Il significato di accompagnare è bivalente: in un caso è fare compagnia e nell’altro è condurre un singolo o un gruppo di persone.
    Io mi riferivo esclusivamente a chi ti accompagna quale “accompagnatore” ovvero Capo gita, Conduttore, Accompagnatore di escursionismo.

  3. 10
    Claudio says:

    @Vinicio: avere la compagnia, non significa accompagnare qualcuno nel senso di essere guida o istruttore. significa andare insieme. Se vado con un mio amico in montagna piuttosto che a fare una nuotata e per una disgrazia uno dei due ci rimane secco, non si puo’ certo dare la colpa all’altro. Quando si fanno delle cose insieme si corrono, accettano e condividono gli stessi rischi.

  4. 9
    Claudio says:

    Condivido e diffondo. Un articolo pieno di buon senso.

  5. 8
    Vinicio says:

    Leggo nell’articolo: “…ma soprattutto ad evitare la compagnia in montagna, perché – se succede qualcosa – la responsabilità (e l’ipotesi di reato colposo) è di chi ti accompagna.”

    Chi accompagna qualcuno in montagna deve avere delle responsabilità. Se compie degli errori e l’accompagnato subisce danni è giusto che l’accompagnatore paghi per l’errore commesso. Nessuno obbliga ad accompagnare.

  6. 7
    Bonardi Carlo - Brescia says:

    “OSSESSIONE SICUREZZA”.
    L’articolo del Direttore Giovanetti riprende ed opportunamente diffonde quest’espressione, egregiamente illustrata a noi appassionati d’alpinismo da Annibale Salsa anche nel corso del suo intervento all’IMS di Bressanone 2012 (consiglio a tutti di andare a vederlo in questo Blog, nel video riassuntivo sotto il titolo “Il delirio della sicurezza calcolata”; meglio sarebbe l’audio del suo più vasto intervento, nella stessa occasione).
    Qui aggiungo una constatazione e qualche considerazione.
    Per caso, nei giorni scorsi, ho letto un libretto di Massimo D’Alema (“Nonsoloeuro”, ed. Rubettino) che nulla c’entra con le cose d’alpinismo (si occupa di politica in riferimento all’Europa ed a ulteriori questioni internazionali): orbene, l’A. usa la stessa espressione “ossessione per la sicurezza” (es. pag. 96) a proposito della politica e ideologia di Israele in riferimento ai problemi dell’Olocausto nonchè dei conflittuali attuali rapporti coi suoi avversari.
    Così – noto – vediamo applicazioni sia per questioni molto serie sia per altre, francamente assai meno stringenti.
    Essere ossessionati può voler dire avere qualche paura (di volta in volta più o meno reale) ed è evidente che su questi elementi c’è chi lavora (ad esempio, è nota appunto anche l’espressione “industria della paura”) con intenti e pratiche – più o meno – giustificati, strumentali, trasparenti, leciti, ecc.
    Dunque, per cercare di non farci mettere ulteriormente in gabbia, rendiamoci conto che metodi e rimedi suggeriti per cose serie sono impiegati, in forme sistemiche e striscianti, pure per quelle che non lo sono o che lo sono molto meno o che altrimenti non lo richiederebbero: cosa che dovrebbe portare un pensiero un po’ critico ad una presa di coscienza ed anche una dichiarata opposizione.

  7. 6
    Riccardo says:

    Condivido pienamente quanto scritto dal Direttore.
    La società non è in grado di garantite la “totale” sicurezza dei cittadini a meno che non limiti le libertà personali.
    Mi auguro che i giudici usino il buon senso nel giudicare i casi d’indipendenza in montagna.

  8. 5
    Alessandro Gogna says:

    Paolo Scoz, su L’Adige 25 marzo 2014
    La vita è fatta di rischi!
    Egregio direttore Giovanetti, mai titolo fu più centrato del suo editoriale sull’Adige di domenica scorsa sulla «ossessione della sicurezza totale»!! Complimenti!!
    Dovremmo bandire la parola sicurezza, o meglio convincerci e convincere che tal vocabolo è una chimera, perché
    qualsiasi attività umana comporta dei rischi, compreso quello di morire.
    Paolo Scoz, su L’Adige 25 marzo 2014

  9. 4
    Alessandro Gogna says:

    Marco Giacomelli, su L’Adige 25 marzo 2014
    Così ci scoraggiano! Caro direttore, mi complimento con lei, per il modo di pensare e scrivere su argomenti particolari e difficili come quello di domenica scorsa sulla «ossessione della sicurezza totale», in montagna e non solo.
    Concordo su tutto quello che ha scritto: ci stiamo togliendo anche quelle poche libertà e soddisfazioni che possiamo avere gratis, sane per il corpo e per la mente.
    Ho fatto parte per vent’anni del soccorso alpino (speleologico), dei vigili del fuoco e della direzione e presidenza dalla SAT del mio paese, sono felice di aver messo a disposizione il mio tempo libero e non, ma non so se ora lo rifarei.
    Non possiamo e non dobbiamo mettere in sicurezza il mondo! Tutti i problemi che lei ha nominato sono un fortissimo deterrente per le persone che si vogliono aiutare o che propongono di fare qualche cosa per gli altri, ogni idea viene abortita dalla nuova mentalità dettata dalla ricerca di denaro «facile» ricevuto da qualche assicurazione dopo liti immense in tribunale.
    Non è che «sti ani» non ci facevamo male o non ci fossero dei problemi, ma ce li tenevamo e soprattutto ci aiutavamo a vicenda ( specialmente nei piccoli paesi).
    La ringrazio ancora.
    Marco Giacomelli (Vigolo Vattaro) su L’Adige 25 marzo 2014

  10. 3
    Alessandro Gogna says:

    Riccardo Lucatti, L’Adige 25 marzo 2014
    Solo tanta burocrazia: sicurezza «vera» o «burocratica»? Egregio direttore, concordo pienamente con quanto da lei esposto nell’editoriale sull’Adige di domenica scorsa, ed estendo i suoi ragionamenti alla nautica da diporto. In Italia, per condurre in alto mare una barca poco più che un semplice natante, occorre la patente nautica. In Francia, paese che ha sviluppato la nautica da diporto molto più che l’Italia, la necessità della patente nautica è molto, molto limitata.
    Io stesso, tanti anni fa, navigando «contra legem» (ma il reato ormai è prescritto!), per sei volte ho veleggiato dall’Italia alla Corsica ed alla Sardegna con il mio piccolo Fun da regata (7 metri, dislocamento kg.1000). Io ero munito di super patente nautica, di tutte le necessarie dotazioni di bordo e della necessaria esperienza, ma alla mia barca, per renderne più semplice il possesso e la gestione, era stata «tolta la targa», cioè era stata dichiarata «ciclomotore del mare» e come tale non era più autorizzata a tali navigazioni. Uscito dalle acque territoriali ed entrato in quelle francesi, ero comunque in regola.
    In compenso io, a bordo di una barchetta a vela dotata di un motore ausiliario fuoribordo di 4 CV, fui fermato in mare da chi, essendo a bordo di un potente yacht a motore (500-1000 CV!), mi chiedeva se, per arrivare a Budelli, Palau o Caprera, dovevano «girare a sinistra o a destra»!! Sono stato informato con certezza che alcuni di questi «capitani da piscina comunale» la patente l’hanno «comperata » insieme allo yacht. Hanno il documento, e questo basta ad autorizzarli a navigare con la stessa filosofia con la quale guidano il loro Suv in autostrada! Ecco, si impone il conseguimento (acquisto?) della patente nautica senza ad esempio quantomeno preoccuparsi – come invece si fa per i piloti di aeromobili anche da diporto – di registrare le effettive ore di conduzione del mezzo, se non altro per testimoniare la maturazione di una certa esperienza (nautica).
    Paradossalmente mi sono detto che – se lo Stato volesse essere coerente – dovrebbe imporre il conseguimento preventivo di una patente anche per percorrere la via ferrata delle Bocchette in Brenta o per affrontare le piste nere da sci, o, ancor più, per praticare il fuori pista con gli sci.
    Che dire? Sbaglia la Francia o l’Italia? Vale di più la diffusione della cultura del mare e della montagna o la burocratizzazione della loro frequentazione? Vale di più la sicurezza «vera» o quella «burocratica»?
    Riccardo Lucatti – Trento L’Adige 25 marzo 2014

  11. 2
    Alessandro Gogna says:

    Carlo Podetti, su L’Adige 24 marzo 2014
    Egregio direttore, ho letto il suo fondo di domenica 23 marzo e dal mio piccolo osservatorio di cittadino, padre di famiglia, praticante sport di montagna (sci alpinismo compreso) e bike, ma anche quale professionista della sicurezza (nell’attività di lavoro professionale ed anche quale datore di lavoro), i miei sinceri complimenti per le sue riflessioni.
    Quante volte si perde la capacità di «non rifuggire le regole, ma di declinarle con il buon senso»? Purtroppo ciò accade sempre di più (ne sono testimone quale professionista che si occupa di sicurezza, progettazione e di consulenze nei procedimenti civili).
    Le conseguenze, che purtroppo spesso non sappiamo cogliere, sono negative per la tenuta sociale, per i rapporti interpersonali e la sana convivenza frutto di libertà, passioni, disponibilità, sano buon senso e volontariato.
    Tutto ciò, come lei giustamente scrive terminando le sue pacate riflessioni, «pericolosa per il futuro della libertà della persona, ma anche per il destino di una società che rischia di finire prigioniera dei suoi deliri».
    Di nuovo complimenti sperando che molti riflettano!
    Carlo Podetti

  12. 1
    Alessandro Gogna says:

    Franco Andreoni, su L’Adige 24 marzo 2014
    Caro direttore, mi congratulo per l’articolo di domenica 23 marzo sulla sicurezza in montagna a tutti i costi.
    Come membro della Commissione Sentieri della SAT non posso che essere d’accordo con quanto scrive, il pericolo nascosto è che i volontari che prestano la loro opera per la manutenzione sentieri, sentendosi minacciati più dal leguleio che dall’ipotetica caduta di un sasso, preferiscano non correre il rischio di problematiche legali, che, come ben sappiamo, in Italia possono essere più pericolose di una slavina.
    Continuiamo a mandare messaggi come il suo, nella speranza che il buon senso prevalga, e che la cultura della sicurezza rientri nell’ambito della logica delle cose.
    Franco Andreoni

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