Luca Schiera

Intervista a Luca Schiera
a cura di Giacomo Rovida

Di solito prima di un’intervista c’è sempre un trafiletto in cui l’autore parla dell’intervistato, racconta un’anticipazione delle sue avventure e lo riempie di elogi.

Quel trafiletto è fondamentale perché deve rapire lo sguardo del lettore, catturare la sua attenzione, invogliarlo a soffermarsi sulla tua intervista e leggerla.

Dopo aver intervistato Luca Schiera sinceramente non sapevo cosa scrivere, avrei probabilmente ripetuto la solita prassi fatta di complimenti ma non mi piaceva e così per qualche giorno il mio foglio è rimasto bianco.

Un pomeriggio poi sono andato in falesia e ho sentito due signori di fianco a me parlare di un’affermazione di Messner il quale diceva che l’alpinismo è morto.

Io sono andato a casa e un po’ ci ho pensato, mi sono chiesto se avesse ragione o meno, ho cercato di guardarmi intorno e capire; certo negli ultimi anni le cose stanno cambiando, ci si sta inevitabilmente portando verso una disciplina più sicura e divertente che ha alzato tantissimo il numero di praticanti molti dei quali non sono nemmeno a conoscenza delle origini dell’alpinismo.

Messner ha ragione allora, sono finiti i tempi di quelle avventure, di quelle scoperte, di quel gioco onesto nei confronti della montagna?

Luca Schiera sotto la Torre Egger per il tentativo finale: dopo sei giorni di pioggia esce il sole
estate australe 2013, L. Schiera (con Matteo Della Bordella stanno 1 week al Filo Rosso, sotto Torre Egger per il tentativo finale, dopo 6 giorni di pioggia esce il sole.jpg

Ho preso in mano l’intervista di Luchino (così lo chiamano i suoi amici) e l’ho riletta un’altra volta, mi sono soffermato sulle righe cercando di capire cosa c’era dentro, qual era il suo spirito e ho capito che l’alpinismo è tutto tranne che morto.

Luca assieme ai suoi amici, ragazzi intorno ai 20/25 anni sta facendo sognare il mondo alpinistico, sta realizzando tantissime nuove salite in posti impensabili e con un’etica ferrea, lasciando il trapano a casa e assumendosi tutti i rischi del mestiere.

Ha ragione Messner, è finito il tempo dei libri eroici, della lotta con l’alpe, dell’alpinista con i suoi racconti da “Superuomo” di Nietzche; questi ragazzi di racconti ne fanno pochi e di parole ne sprecano ancora meno, lasciano parlare i fatti che poi, alla fine, sono quelli che contano.

Wenden, primavera 2014, Silvan Schuepbach “opera ai denti” Luca Schiera. Apertura di El Gordo, con sole protezioni veloci
Wenden, primavera 2014, Silvan Schuepbach opera ai denti L. Schiera, in due giorni aprono una via (El Gordo) con sole protezioni veloci su una parete non ancora salita

Chi sei, quanti anni hai, dove vivi?
Sono Luca Schiera, ho (quasi) 24 anni e vivo tra la Val Masino e Anzano del Parco, un paese a metà tra Como e Lecco.

Quando hai iniziato a andare in montagna?
Non ricordo esattamente quando ho cominciato a girare per le montagne, ma probabilmente appena ho iniziato a camminare! Ricordo però ancora nitidamente la prima volta che mio padre mi ha portato ad arrampicare, in Val di Mello ovviamente. Poi per dieci anni ho frequentato il CAI giovanile, camminare era bello ma dopo un po’ noioso, preferivo sempre arrampicare.

E a impegnarti sul serio?
Credo quando andavo alle scuole superiori, è stato tutto molto graduale.

Estate australe 2014, Luca Schiera con Matteo Della Bordella e Silvan Schuepbach all’alba sul Glaciar Superior, dopo il tentativo sul pilastro est del Fitz Roy. Sullo sfondo, Aguja PoincenotEstate australe 2014, L.Schiera con Matteo Della Bordella e Silvan Schuepbach all'alba sul Glaciar Superior, dopo il tentativo sul Pilastro est del Fitz Roy, Aguja Poincenot sullo sfondo.JPG

La Torre Egger ti ha consacrato come alpinista di alto livello, com’è stata quell’esperienza?
Pazzesca! Un sogno a occhi aperti, in un ambiente completamente nuovo. Ricordo lunghe giornate ad aspettare al Chalten e una fortissima motivazione per andare a provare. Mi sembrava impossibile tornare a casa a mani vuote, forse però non avevo ancora capito che l’ultima parola ce l’ha il meteo.

La Patagonia è un posto magico, cosa vuol dire aprire una via di così alto livello a 22 anni? E per non farsi mancare niente anche un’altra via nuova sull’Aguja Saint-Exupéry?
Sicuramente devo molto a Matteo Bernasconi, Matteo “Teo” Della Bordella e a tutto gruppo Ragni, quella era la “loro” via ed è stato un bel gesto invitare un terzo. Oltre alle capacità serve anche l’occasione buona! Della Saint-Exupéry invece ne avevo sentito parlare da Simone Pedeferri, ma non conoscendo il posto l’unica cosa che avevo capito è che si poteva tirare dritto come sembrava guardandola; è stata una delle salite di “ripiego” dal progetto iniziale, ma di grande soddisfazione, soprattutto per lo stile: in tre, leggeri e in stile alpino.

Estate australe 2013, Patagonia: Luca Schiera, Matteo Bernasconi e Matteo Della Bordella all’alba si avvicinano al colle Standhardt, per ripetere in due giorni Festervillet
Estate australe 2013, Patagonia, L. Schiera, Matteo Bernasconi e M. Della Bordella all'alba si avvicinano al colle Standhardt, per ripetere in due giorni Festervillet.JPG

Sia in Oman che in Kirghizistan hai aperto delle vie in uno stile rigorosissimo e con un etica ferrea. Quanto conta lo stile nell’alpinismo? È meglio arrivare in cima con qualunque mezzo o fallire ma con stile?
In alpinismo lo stile è la cosa principale. Ognuno ha le sue idee ma io penso che la prima cosa da valutare sia rispettare ciò che ci sta intorno. Molte volte ho rinunciato a un progetto, altre le ho solo rimandate e mi sono preparato meglio per restare fedele all’idea iniziale.

Estate australe 2013, Luca Schiera sul fungo della Torre Egger
estate australe 2013, L. Schiera sul fungo della Torre Egger.JPG

Lo spit e quindi avere con sé il trapano non riduce l’impegno dell’Alpinismo? In caso di ritirata da una parete consente di potersela cavare molto più facilmente, è un’ancora di sicurezza. Tu cosa ne pensi?
Uso gli spit sia in falesia che sulle vie, e ci sono dei veri capolavori di intuito in questo stile. È una cosa che comunque mi attrae poco in questo momento. C’è una grossa differenza fra il partire su una via con l’idea di bucare e salire in modo pulito, anche sulla scelta della linea da seguire.

Moltissime vie si possono salire senza bucare, è una questione di livello fisico e controllo mentale, oltre che di accettazione dei rischi. La cosa che mi dà fastidio è lasciare un segno permanente sulla roccia.

I discorsi sulla sicurezza non reggono perché nessuno è obbligato ad andare in montagna, quindi dal momento in cui si decide di tentare qualcosa bisogna essere consapevoli al cento percento di quello a cui si va incontro oppure sapere rinunciare.

Estate 2013: il giorno dopo la salita alla Nameles Tower, Luca Schiera e Silvan Schuepbach salgono anche la Great Trango, completando la trilogia Uli Biaho-Nameless-Great Trangoestate 2013, il giorno dopo la salita alla Nameles Tower L. Schiera e Silvan Schuepbach salgono anche la Great Trango, completando la trilogia Uli Biaho-Nameless-Great Trango.JPG
Il versante meridionale dello Jebel Misht, Oman
Schiera-Jebel-Misht-photo-courtesy-Geog


Raccontaci dell’esperienza in Oman, cosa ti ha spinto a andare in quei luoghi?
Avevo sentito parlare dell’Oman come di un posto ricco di potenzialità, e in effetti dal materiale raccolto su internet sembrava vero. Io e Andrea Migliano abbiamo quindi organizzato insieme questo viaggio. Era un po’ la voglia di provare un nuovo tipo di roccia. È stato molto divertente girare il paese, perderci in continuazione sulle strade e incontrare una cultura diversa. E poi un gran caldo e i giri in macchina per cercare le pareti. Ma ricordo anche dei momenti davvero spaventosi.

Siamo partiti alle 4 dalla tenda, in un’ora abbondante siamo arrivati al materiale lasciato il giorno prima sotto lo zoccolo e abbiamo iniziato a salire per la maggior parte in conserva (sempre sul V). Dal basso si vedeva una zona incerta, infatti abbiamo sbagliato linea e perso tempo, un diedro strapiombante sporco e spaventoso di 6c e subito dopo un muro un po’ più facile ma da cercare, poi abbiamo ripreso veloci. Altro tiro su muro verticale esposto poi siamo arrivati alla grande cengia a due terzi, ma era tardi: alle 18 è già notte.

Con poca roba abbiamo bivaccato, abbiamo acceso un fuoco e stavamo bene… fino a quando ha iniziato a piovere (non lo credevamo possibile qui): panico. Poi ha smesso. Alle 7 (senza mai avere dormito) siamo ripartiti per la parte più facile, con roccia spesso molto bella e tagliente. Cima. Poi abbiamo cercato la discesa in un canale, nel primo pomeriggio siamo rientrati. In totale, la via è stata aperta con 34 ore di veglia, un numero imprecisato di tiri, 6c max, tutto a vista, lasciato un chiodo.

E invece in Kirghizistan? E come mai con Matteo De Zaiacomo? Come è nata la vostra amicizia?
Ci conoscevamo da diversi anni perché scaliamo entrambi in Val Masino. Lui è uno scalatore di talento, ma al di là di questo avevo notato un entusiasmo fuori dall’ordinario. Sapevo di aver fatto la scelta giusta quando gli chiesi di venire in spedizione (ancora non sapevamo dove). Siamo arrivati in Kirghizistan con pochissime informazioni, in una valle bellissima. Ci siamo subito attivati per scalare e credo che abbiamo fatto davvero tutto il possibile.

Sull’Uli Biaho Tower il vostro progetto iniziale è saltato e avete seguito un’altra linea. Quanto è più difficile muoversi a quelle quote?
Sì, l’idea iniziale era quella di salire in stile capsula la parete nella zona centrale. In realtà la linea era solo ipotetica, puntavamo a trovarla sul posto di fronte alla parete. L’accesso si è rivelato molto laborioso, siamo rimasti solo in tre e abbiamo attaccato la zona più logica della parete, una bella successione di lame e fessure.

Siamo stati rigorosi con l’acclimatamento e infatti è andato tutto molto bene. In verità io sono stato male proprio il giorno del tentativo finale, avevo un fortissimo mal di testa e facevo davvero fatica a fare anche le cose più semplici. Pochi giorni dopo siamo andati a Trango, la quota era leggermente superiore ma lì mi sono sempre sentito davvero bene. Come prima esperienza in quota è stata molto interessante, soprattutto ho scoperto come reagisce il mio corpo in situazioni non comuni.

Ti abbiamo visto sempre in spedizioni arrampicatorie, non ti interessa qualche 6000 o 7000 inesplorato magari di arrampicata mista?
Sì, in realtà in Pakistan sono stato in qualche modo folgorato dalla vista di tutte quelle montagne, penso che in futuro tenterò qualcosa di simile, ora mi manca un po’ di esperienza sul quel terreno. Poi ci sono un sacco di cime semisconosciute su quella quota, anche molto tecniche.

Progetti futuri?
Migliorare, e poi qualche viaggio. A gennaio andrò in Patagonia, stessa squadra Teo, Silvan e io.

Cos’è per te l’alpinismo? E quale valore ha nella tua vita?
È una forma di scoperta, sia di nuovi luoghi (non necessariamente lontani) che della propria mente e corpo.

Estate 2014, Aksu Valley (Kirghizistan): Luca Schiera sui primi tiri di Perestroicrack, un’unica fessura perfetta fino in cima, con Matteo De Zaiacomo
estate 2014, Aksu valley, Luca Schiera sui primi tiri di Perestroicrack un'unica fessura perfetta fino in cima, con Matteo DeZaiacomo.JPG

L’attività di Luca Schiera
Il 3 marzo 2013 Luca Schiera e Matteo Della Bordella concludono le doppie dalla Torre Egger, parete ovest, dopo aver terminato la via tentata nei due anni precedenti da Della Bordella e Matteo Bernasconi e aver raggiunto la cima. È la prima salita della difficilissima e molto pericolosa parete, un’impresa all’altezza delle più grandi del gruppo dei Ragni di Lecco.

A luglio 2013 Luca Schiera, sempre con Della Bordella, parte in una spedizione di cinque alpinisti per aprire una nuova via sulla Uli Biaho Tower, Pakistan. I due riescono nell’impresa in perfetto stile alpino, in due giorni, insieme allo svizzero Silvan Schuepbach. Nei giorni successivi Luca Schiera riuscirà a salire insieme a Schuepbach la via degli Sloveni alla Nameless Tower e la normale alla Grande Torre di Trango, così a chiudere un tris mai riuscito prima di allora.

Nel novembre 2013 con Andrea Migliano, Luca Schiera apre onsight Physical Graffiti, una via nuova di 900 sul pilastro sud dello Jebel Misht, Oman.

Il 6 e 7 giugno 2014 Luca Schiera e Silvan Schuepbach aprono El Gordo, una via in stile tradizionale di 450 m (6c/7a), a vista, in un settore ancora inesplorato del Wendenstöcke.

Nell’estate 2014 Luca Schiera e Matteo De Zaiacomo vanno nella Aksu Valley in Kirghizistan, una piccola “spedizione” ricca di successi. Tra tutti spicca naturalmente la nuova via Atlantide (700 m, 6c/7a max) aperta dai due il 26 giugno 2014, sulla parete sud dell’Ortotyubek 3895 m (o Central Pyramid), in 22 ore complessive dalla partenza al ritorno al campo base. A questa si aggiunge l’apertura da parte di Schiera in solitaria dei 300 m de La Bolla sull’Avancorpo della Central Pyramid 3400 m. Ma anche la ripetizione della bellissima e difficile Perestroicrack (7a/b, 800 m) sul Pik Slesova (Russian Tower, 4240 m), della French route sulla Petit Tour 3500 m e di una via “sconosciuta” sullo spigolo sud-ovest dell’Ortotyubek.

Estate 2014, Aksu Valley (Kirghizistan): Luca Schiera sul primo tiro di placca di Perestroicrack, prima dell’inizio della fessura. Con Matteo De Zaiacomoestate 2014 Aksu valley, L. Schiera sul primo tiro di placca di  perestroicrack, prima dell'inizio della fessura. Con Matteo DeZaiacomo.JPG

0
Luca Schiera ultima modifica: 2014-11-21T07:30:06+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “Luca Schiera”

  1. Questo e il Della Bordella sono una categoria a parte. Non molto rappresentativi dell’attuale situazione alpinistica italiana, da quelli famosi che vanno in elicottero a quelli famosi che vanno solo sulle montagne di casa a tutti i giovani che fanno solo falesia. Visto appena il film della Egger spaventosi degni dell’Ermanno

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *