Luce del primo mattino

Luce del primo mattino
di Marco Furlani

Prima ascensione di Luce del Primo Mattino, Dain Picol, terminata il 29 maggio 1991 e dedicata a Tita Weiss.

Marco Furlani sulla prima lunghezza
LucePM-Furly 1 tiro
Marco Furlani sulla lunghezza di corda sotto al grande tetto
LucePM-Furly tiro sotto tetto

Quella notte avevo bivaccato benissimo, la sera prima mi ero scavato una piazzola niente male sulla testa del pilastrino dove avevamo deciso di bivaccare, e mentre contemplavo la valle che era ancora nel buio ed incerta avanzava la luce dell’alba, osservavo estasiato in alto, oltre i grandi strapiombi e il formidabile tetto: il sole incominciò a illuminare la roccia tingendola di colori incredibili, uno spettacolo mozzafiato.

– Andrea, Andrea… ho trovato il nome della via… che ne dici di Luce del Primo Mattino?

Al contrario Andrea Andreotti, il mio compagno, usciva dal torpore di una notte passata male, dopo la prima dura giornata trascorsa in parete; era stanco e la sera precedente aveva optato per bivaccare in amaca. Non aveva dormito nulla, però a sentire il nome si destò e disse: – Bello, molto bello… la nostra via si chiamerà Luce del Primo Mattino!

 

Intanto la giornata radiosa di sole inondava tutta la sottostante valle e fu una ridda di sfumature e colori fantastici come solo la valle del Sarca può garantire a chi la guarda dall’alto.

Andrea era un bell’uomo, alto, colto e con un volto particolare sempre abbronzato e incorniciato da una barba ben curata che lasciava spiccare la luminosità degli occhi: grande alpinista, uomo che volava alto, al di sopra di tutto, soprattutto delle sterili polemiche e chiacchiere che circondano la più insulsa delle attività umane cioè l’alpinismo, persona acuta, sapeva sdrammatizzare anche nella più critica delle situazioni, ma soprattutto era uno che sapeva quello che faceva e faceva quello che diceva.

Con modo gentile di fare, non si alterava mai e le uniche cose che gli interessavano erano famiglia, lavoro, e aprire belle vie: intendeva l’alpinismo come una forma d’arte suprema, quasi esoterica.

Nel trionfo della luce dunque ci destammo e facemmo una magra colazione, poi preparammo il saccone e ripartimmo. Il programma di quel giorno era superare la zona delle pance rosse. Io superai il diedro bianco, poi le placche color ruggine sotto le aggettanti pance rosse e lì riprese lui il comando. Io mi sistemai sul seggiolino di legno e assicurai attento il compagno che saliva lentamente lo strapiombo in un vuoto assoluto.

Nelle lunghe ore di attesa ero rapito dalla visione sul sottostante lago di Toblino con le sue acque appena increspate dalla leggera brezza dell’òra: era la fine di maggio 1991, il verde intenso creava un delicato contrasto con la fioritura bianco rosa dei meli che era al massimo splendore.

Mentre Andrea avanzava con pazienza, tenacia e meticolosità piantando quei piccoli chiodini a espansione che a salirci sopra ti vengono i brividi, mi chiedevo quale fosse il segreto di questo magnifico atleta. Stava appeso per ore e ore a martellare senza battere ciglio, aveva una resistenza che trascendeva l’umanamente possibile, non esisteva né caldo né freddo e aveva per la montagna una passione esaltante.

Marco Furlani in sosta sotto al grande tetto
LucePM-Furly sooto tetto

A un certo punto un rumore di ferraglia secco e un violento strappo alle corde mi risvegliarono dalla contemplazione, uno di quei famigerati chiodini era uscito ed Andrea era volato con i suoi 90 kg per qualche metro nel vuoto…

Tutto bene, riparte con la calma che lo distingue, supera il tiro, attrezza la sosta su di un appoggio dove stavano appena i piedi, in un vuoto da mal di stomaco. Dopo sette ore posso ripartire.

Sul grande tetto
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Fra equilibrismi e contorsioni ci scambiamo e riprendo il comando, superando la grigio- rossa placca superiore con una roccia a gocce incredibilmente bella, fantastica, e con un’arrampicata libera stupenda raggiungo la cengia sotto il grande tetto. Lasciando riposare Andrea mi do da fare a spianare per il bivacco, poi pianto qualche chiodo nel tetto, ma presto diventa buoi e ci prepariamo alla seconda notte in parete.

Andrea Andreotti in uscita dal tetto
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Non ci manca niente, il saccone da traino era pesante da recuperare ma adesso abbiamo tutto quello che ci serve per una bella cena, pane, speck, persino torrone e acqua in abbondanza. Il tempo è sempre bellissimo, parliamo, facciamo progetti, siamo contenti per la via che è veramente bella, e poi di donne e della fatica che queste fanno a sopportare noi scalatori che siamo così presi dalla nostra passione che a volte egoisticamente ci dimentichiamo di loro… poi arriva il sonno ristoratore.

Un’altra alba, la terza sempre bella, sempre mozzafiato e le riflessioni sulla fortuna di abitare nel nostro ridente Trentino con tutte le sue bellezze. Andrea vuole finire di chiodare il tetto: – Così lo chiamerò Tetto delle Aquile.

Io lo guardo e rispondo: – Ma che aquile… non vedi che sembri un passerotto impaurito?

Lui mi guarda e risponde: – Hai ragione, lo chiameremo Tetto dei Passerotti… va bene?

Annuisco ma il mio sguardo è preso dall’enorme soffitto.

LucePM-luce01_2

Il tetto è veramente un tetto e richiede parecchie ore per chiodarlo. Finalmente verso mezzogiorno riesce a superarlo, io rapidamente sui chiodi lo seguo e riparto con due tiri di arrampicata sempre difficile ma su roccia ottima e raggiungiamo il bosco sommitale.

Conoscevo già Andrea per la sua eccezionale attività ma non avevamo mai scalato assieme prima che lui mi invitasse ad aprire questa via. Ci siamo veramente trovati bene insieme, siamo due elementi che si compensano bene: le forze dell’uno equilibrano le lacune dell’altro, come deve essere in una cordata vera.

Quella sera sulla cima del Dain Picol scesi con due certezze: una, che prima o poi sarei venuto ad abitare nella valle del Sarca, l’altra, che avevo trovato il compagno giusto per scalare i grandi tetti del Monte Brento. Ma questa è un’altra storia.

Un maledetto male ce lo ha portato via lasciandoci attoniti increduli, proprio LUI così buono, generoso e solare. Come sempre rimaniamo senza parole, non riusciamo a mandarla giù.

Ciao Andrea… ci rivediamo!

 

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Luce del primo mattino ultima modifica: 2015-01-16T07:00:28+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “Luce del primo mattino”

  1. Bel ricordo di un uomo che ricordo con lo sguardo fiero, gli occhi acuti di falco, un gran portamento che lo distingueva immediatamente, aveva carisma.

  2. Grande via. Come tante altre realizzazioni di Marco. La “Lucia Pia” è un’altra di queste.

    che senso ha sminuire un’itinerario del genere? mi piacerebbe saperlo.

  3. Racconto intenso e pieno di passione, la stessa che comunichi di persona. Un alpinismo con la A maiuscola, ricco di quegli ideali e quell’energia di cui sei portatore. Grazie Marco ci vediamo in Sarca. Pietro Matarazzo

  4. Come più volte ho avuto modo di esprimere, considero la “Luce del primo mattino”, una delle più belle e complete vie di tipo alpinistico della Valle del Sarca. La linea armoniosamente pefetta nella sua dirittura e la varietà dei passaggi, inseriscono lo scalatore in una condizione da grande parete che raramente si riesce a vivere in Valle.
    Ci avete lasciato un capolavoro che malgrado i tentativi poco eleganti di sminuirlo nella sua bellezza, da parte di chi vive solo per il grado, incapace di apprezzare ciò che supera il mero esercizio atletico, rimarrà scolpito ad aeternum come esempio di grande alpinismo.
    Non amo, di solito, le frasi auliche ma in questo caso un’eccezione è d’obbligo.

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