Marco Albino Ferrari: il cacciatore di storie

Martedì 28 ottobre 2014, presentazione presso la sede del CAI Milano del nuovo libro di Marco Albino Ferrari, Le prime albe del mondo (Edizioni Laterza).
Dall’emozionante chiacchierata con la quale l’autore, stimolato da Alessandro Gogna, ha saputo intrattenere un pubblico interessatissimo, estraggo, quasi parola per parola, ciò che Ferrari ha raccontato di Ettore Castiglioni. E questo è solo un esempio di come l’autore sappia “cacciare” e poi finemente cucinare le storie che lo affascinano. I diari di Castiglioni erano stati curati da Ferrari e pubblicati nella collana dei Licheni con il titolo Il giorno delle Mésules, 1993.

Il turning point di Ettore
di Marco Albino Ferrari (28 ottobre 2014)

Erano i primi mesi di lavoro nella redazione di ALP, avevo 27 anni, e il potermi improvvisamente interessare in modo professionale alle storie della montagna per me era stato un cambiamento di vita radicale.

Si presentò in redazione un personaggio curioso, non tanto alto, con i capelli bianchissimi, gli occhi azzurri e vivaci, nervoso, con l’accento toscano: Saverio Tutino. Tra le altre attività, quest’uomo era direttore del Centro Diaristico di Pieve S. Stefano, dove è conservata una moltitudine eterogenea di diari, memorie, memorie intime. Tra questi c’erano i diari di Ettore Castiglioni. Conoscete tutti Castiglioni: di origini trentine ma naturalizzato milanese, era lo zio di Saverio Tutino.

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Tutino è stato corrispondente a Cuba per L’Unità, ha scritto sul Politecnico di Elio Vittorini, un personaggio quindi centrale nella cultura italiana, ma anche un giramondo e uomo d’avventura. Lui raccontava di questo zio fenomenale, l’esploratore delle Dolomiti, il compilatore magnifico e insuperabile delle grandi guide monografiche del territorio dolomitico.

Il diario era costituito, nella circostanza materiale, da sei faldoni trascritti a macchina da una signora che, innamorata di Castiglioni, dopo la morte di Ettore, ne aveva copiato i manoscritti. Occorreva fare una selezione, perché a voler pubblicare l’intero corpus sarebbero stati necessari sei volumi. In realtà dunque bisognava scartare molto e tenere un sesto del complesso degli scritti. Occorreva avere un criterio, dare una direzione, interpretare quel patrimonio tramite una precisa angolatura di visuale. Va da sé che si era scelto di focalizzare la lente sul Castiglioni alpinista. Quindi tutto ciò che riguardava l’alpinismo, la montagna, l’esperienza diretta con la roccia, con le Dolomiti, doveva essere trattato con più riguardo rispetto al resto.

Questa era un’altra pietra che cadeva dal cielo, una sorta d’inaspettata novità che mi portava a tu per tu con un altro dei miei miti, perché già da quel poco che era stato in precedenza pubblicato di suo si intravvedeva un personaggio assai complesso e ricco. Era un intellettuale, laureato in legge a Londra, figlio dell’alta borghesia, ma aveva rifiutato la carriera, la professione, e si era rinchiuso in questo mondo molto solitario, circoscritto a se stesso, chiuso, che metteva al centro della sua esistenza la montagna. Un luogo ideale, sacralizzato, che lui percorreva e nel quale vagava, per colmare lacune cartografiche, per cercare di appropriarsi dell’orografia, cosa necessaria alla compilazione delle sue guide, con una visione sistematica, classificatoria, ma nello stesso tempo idealizzante, piena di entusiasmo per questi altrove che lui raggiungeva in una specie di estasi continua. E poi c’erano i fine stagione che lui raccontava nei diari, settimane di vagabondaggio nelle Dolomiti senza meta, senza sapere dove i suoi passi lo avrebbero condotto nella notte successiva, magari in un fienile, magari in un fondovalle, in rifugio, in un bivacco… sempre da solo con il suo diario, che come amico fedele avrebbe tenuto dalla sua tarda adolescenza fino agli ultimi giorni della sua vita, nel marzo 1944.

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Ebbene, quel malloppo di scritti doveva essere ridotto, e la scelta non poteva essere fatta in orario di lavoro. Era un compito a casa che era stato affidato a me, studente che doveva imparare il mestiere del redattore. Essere alle prese con un diario inedito è un’esperienza molto intima, un dialogo muto, una sorta di rapporto a distanza, certo incolmabile perché uno dei dialoganti non c’era più: però le parole da lui vergate erano davvero intime. Normalmente ciò che l’interlocutore ti dice è quello che vuole dirti, che vuole far passare all’esterno, ma il diario è qualcosa di davvero intimo, a volte una trascrizione diretta dal nostro inconscio. E in questa sfera dell’inconscio di Ettore Castiglioni, nelle sere d’inverno passate in una camera a torre nel centro di Torino, ho trovato un periodo di grande passione. Alla fine ce la feci a riordinare la massa di materiale, aveva una logica: il lavoro era finito.

Ettore Castiglioni dopo l’8 settembre 1943 si era ritirato con un gruppo di allievi della scuola di alpinismo in Valle d’Aosta, a Ollomont, un punto strategico all’inizio del cammino per la Fenêtre Durand, uno dei pochi passaggi possibili per entrare in Svizzera. Dopo l’8 settembre c’era un viavai di gente in fuga dalla guerra e dalle leggi razziali, per tentare di rifugiarsi nell’isola di pace della Svizzera. E lì lui, Ettore Castiglioni, che da sempre aveva rifiutato la società, la relazione con gli altri, che si era rifugiato nella solitudine come categoria massima, come luogo d’elezione per stare solo a tu per tu con la montagna, per evitare il grigiume del mondo… ecco, quando gli è stato chiesto aiuto, Ettore non si è girato dall’altra parte. Non si è rifiutato, lui che si era sempre rifiutato, e nel momento in cui il mondo e la società imploranti gli hanno chiesto aiuto, lui si è girato dalla parte giusta, fino a dare la vita.

Un personaggio siffatto e con una svolta di quel tipo fa la gioia degli sceneggiatori, che chiamano turning point quel momento in cui la storia prende una direzione totalmente imprevista: affascinante, quel punto in cui tu puoi scegliere se essere te stesso come sei sempre stato sempre oppure cambiare perché c’è qualcuno da aiutare. Castiglioni si è rivelato un perfetto protagonista di turning point, da elogio. Con l’abbandono del suo spirito misantropo, si era dedicato appieno ai progughi disperati.

Dopo tre settimane di traffico e di cammino per portare in salvo ebrei in fuga per il Vallese, tra cui anche Luigi Einaudi, il futuro presidente della repubblica italiana, Castiglioni è stato arrestato dalle guardie di frontiera che lui tra l’altro corrompeva con fontine perché, quelli sì, si girassero dall’altra parte. Imprigionato a Martigny, fu poi liberato ma gli fu proibito di rientrare in Svizzera. Nel novembre 1943 tornò a Milano, una città appena bombardata, mezza vuota e sfollata. Tenne fede al suo appuntamento quotidiano con il diario, ma qui si comprende bene come gli fosse ormai impossibile confidarsi con le pagine bianche nel modo così intimo cui ci aveva abituati in precedenza. Se il diario fosse caduto nelle mani dei fascisti, per lui sarebbe stata la fine. La lettura penetra in una zona misteriosa, come è misteriosa la sua morte, che avviene nel marzo 1944. Con gli sci da scialpinismo dalla Valmalenco si recò al Passo del Forno, poi scese al Passo del Maloja e si rifugiò alle ultime luci del giorno in una locanda, dove cenò cercando di non farsi notare. Aveva uno zaino e un passaporto smaccatamente falso. Non si capisce cosa volesse fare, il diario non lo dice. Il padrone del ristorante notò quell’uomo solo, chino sul piatto, un clandestino. Chiamò le guardie che, alla vista del documento risibile, lo trassero in arresto. Lo portarono in altra sede, lo rinchiusero in una stanza in alto, dopo avergli tolto i vestiti.

Lì successe qualcosa in lui, qualcosa che può essere solo immaginato. Di fatto lui si calò dalla finestra, a marzo, in pieno inverno, a 1800 metri e fuggì verso il Passo del Muretto, a oltre 2500 metri. Si era fatto un mantello a mo’ di poncho con la coperta di lana e si era confezionato un paio di calzature con le lenzuola. Una traversata impossibile, come immaginare di traversare l’Atlantico a nuoto… pensiamo di notte, d’inverno, svestito sul ghiacciaio del versante settentrionale del passo. E poi, anche se fosse riuscito in questo pazzesco intento e fosse arrivato a Chiesa Valmalenco? Lì c’erano i neri, i fascisti… che non avrebbero certo tardato a capire cosa tramasse un figuro così agghindato in giro per le montagne. Lo avrebbero messo in prigione, quasi certamente fucilato.

Niente diario, solo la nostra immaginazione, appoggiata su alcuni fatti. E il nostro entrare in punta di piedi in un Castiglioni così interiore da preferire la morte alla prigionia.

Era impossibile cercare e trovare la libertà da quella parte, lì si trovava solo la morte. Eppure Castiglioni arrivò al Passo del Muretto, scese sul versante italiano. Ma era allo stremo, forse gli sembrò di fermarsi solo un istante a riposare e invece si accasciò, sfinito nel vento. Lo ritrovarono a primavera, con il viso immerso nella neve.

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Marco Albino Ferrari: il cacciatore di storie ultima modifica: 2014-12-08T07:30:02+00:00 da Alessandro Gogna

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