Marco Ballerini

La mia esperienza sulle falesie del Lecchese
di Marco Ballerini
Il presente post è tratto dalla relazione che Marco Ballerini fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

E’ vero, sono stato uno dei primi a portare l’arrampicata sportiva nel Lecchese però, ci tengo a dire, in contemporanea con altri scalatori sparsi per l’Italia da Arco di Trento a Finale Ligure alla Val di Susa, tutti intenti a “violentare” la roccia con i famosi spit.

Marco Ballerini libera la 1aL del Pilastro Rosso (Panzeri-Riva), Bastionata del Lago, 13.10.1984)

Grigna, Marco Ballerini sulla 1aL del Pilastro Rosso (Panzeri-Riva), Bastionata del Lago , (13.10.1984)

La mia storia proviene dall’alpinismo, come per tanti altri, perché all’epoca l’arrampicata sportiva non esisteva e quello che mi spingeva a muovermi sulle pareti era proprio la passione per l’alpinismo. Inoltre, essendo cresciuto con il riferimento ai personaggi mitici dell’alpinismo lecchese, Cassin, Bonatti, Boga, Ratti ed altri che ora non sto a citare, anch’io nel mio piccolo ero stimolato a migliorare ripetendo vie sempre più impegnative sulle grandi pareti delle Dolomiti e del Monte Bianco o anche fuori dall’Europa, mentre nel frattempo leggevo e cercavo di informarmi. Non c’era Internet ed era molto più difficile accedere alle notizie di quello che succedeva, per esempio, negli Stati Uniti o in altre parti del mondo. Non è come oggi che schiacci un bottone e scopri quello che hanno fatto certi scalatori cinque minuti prima.

Era chiaro però che l’alpinismo stava subendo una radicale trasformazione, grazie alla forte spinta verso l’innalzamento della difficoltà in arrampicata libera. Essendo appassionato di scalata e proveniendo dallo sci agonistico veniva spontaneo mettermi in gioco, ponendomi la domanda: “come è possibile migliorare frequentando solo le vie in montagna? Ci vorrebbe qualcosa di diverso”. Mi accorsi ben presto che la soluzione era a portata di mano… Le falesie non le ho inventate io; c’erano già; bastava semplicemente “vederle”. A quei tempi esistevano le vecchie vie sul Nibbio ai Piani dei Resinelli, il Sasso di Introbio era frequentato dal Don Agostino con i suoi Condor (il gruppo che il sacedote fondò nel 1974-75) e sulla comoda parete del Medale si allenavano i più forti alpinisti allora in circolazione.

Quindi, ripetendo a mia volta gli itinerari su queste “palestre di roccia”, mi accorgevo che c’erano larghi settori vergini e anche più compatti, perché le vie esistenti seguivano le linee logiche dove c’erano le fessure per piantare i chiodi. Era ovvio che proprio lì, su quelle falesie, bisognava cercare la difficoltà tecnica.

I primi esperimenti li ho fatti al Sasso di Introbio perché è il più comodo. Dopo aver salito le vie aperte dal Don Agostino Butturini, mi sono calato a fianco di queste posizionando gli spit per poi cercare di salire in libera come spiegava Pietro Corti. Da lì è partito tutto, poi ci sono stati gli sviluppi che hanno portato alla situazione di oggi.

Terrei a precisare comunque che allora non vedevo questi esperimenti come una cosa rivoluzionaria, considerandoli più semplicemente come una naturale evoluzione dell’alpinismo che era già in corso.

Anche i nostri “antenati” infatti hanno sempre cercato di salire vie sempre più difficili e già da qualche anno si parlava di settimo grado, andando oltre il mitico “sesto”. Nel 1977 Reinhard Karl ed Helmut Kiene aprirono la via Pumprisse al Fleischbank nel Kaisergebirge (Austria), gradandola provocatoriamente VII grado. Difficoltà che sarà ufficializzata nel 1979 aprendo finalmente verso l’alto la scala tradizionale delle difficoltà su roccia. A maggio del 1977 Antonio Boscacci e Jacopo Merizzi salirono la placca della Nuova Dimensione in Val di Mello, dichiarando VII-. Verso la fine degli anni ’70 Ivan Guerini ripeté alcune vie del Sasso di Introbio in Valsassina (Lecco) senza utilizzare i chiodi per la progressione, parlando di VII / VII+.

Marco Ballerini su L’Ange en decomposition, Verdon, 22.04.1984

Marco Ballerini su L'Ange en decomposition, Verdon, 22.04.1984

Pietro Corti sa esattamente che intorno alla metà degli anni ’70/ ’80 si aprivano vie lunghe al massimo 50 metri in stile classico, salendo dal basso e proteggendosi con i chiodi come se si fosse su una qualsiasi parete alpina. Mi ha detto di essere affascinato dall’idea che io, arrivato in auto alla base del Sasso, decidessi di chiodare la prima via sportiva del lecchese.
Lo ha intrigato anche la scelta dei nomi di quelle prime vie sportive, un modo anche quello per segnare una differenza rispetto al passato. Fino ad allora c’erano la Via degli Amici, la Via Cassin, la Via dei Ragni; nel resto delle Alpi era la stessa cosa. Con l’avvento del free climbing anche il modo di intitolare le vie nuove cambiò radicalmente, non è una invenzione mia, ma io e altri labbiamo applicata agli itinerari di arrampicata sportiva.

Devo proprio andare indietro con la memoria: più di trent’anni. Oltre il tramonto al Sasso di Introbio credo proprio sia stata la prima via nel lecchese che possa essere definita di arrampicata sportiva. Poi c’è stata, sempre al Sasso, Incubo motopsichico.

Allora si andavano a cercare nomi che adesso mi fanno sentire davvero un po’ ridicolo… Ci terrei però a dire che l’arrampicata sportiva come l’abbiamo vista noi in quegli anni era estremamente diversa dal fenomeno di oggi, che rappresenta la tematica di questo convegno. All’epoca l’arrampicata sportiva serviva per migliorare, per spingere al massimo sul grado, per allenarsi e alzare ancora il livello.

Oggi, in parte, è ben altra cosa. Come affermavano anche altri, la falesia è diventata un terreno di gioco per tantissimi stili di arrampicata. Non ci vanno solo gli alpinisti per allenarsi nelle stagioni in cui non si può frequentare la montagna, oppure gli scalatori puri per alzare il grado; ormai l’arrampicata in falesia è un’attività fine a se stessa che coinvolge anche chi non ha particolari traguardi alpinistici o sportivi, ma ci va solo per divertirsi. Quindi è giusto che questa attività venga vista nel modo più allargato possibile.

postato il 6 agosto 2014

 

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Marco Ballerini ultima modifica: 2014-08-06T08:00:25+00:00 da Alessandro Gogna

5 thoughts on “Marco Ballerini”

  1. 5
    Michele Guerrini says:

    … dimenticavo il Camoss… come dimenticarsi di una persona come lui??

  2. 4
    Michele Guerrini says:

    Grande Marco. Ricordo un 1979/80 ricco di nuove idee e linee futuristiche qualcuna delle quali e’ divenuta probabilmente classica e di riferimento nelle falesie da noi chiodate. Poi dall ’81 in avanti è stato un susseguirsi di nuovi e famosi tiri : come dimenticare le linee del Marco Pedrini, Roberto Bassi, Mario Roversi, a parte i soliti Mariacher, Pederiva, Manolo… e ancora Gallo a finale, Sandro Neri.Icio Dall’Omo e Gigi Dal Pozzo ad Erto…. Da quel periodo ho imparato molto,da queste PERSONE ho imparato molto, l’attività di quegli anni mi ha migliorato come persona. Anche oggi imparo sempre cose nuove ma credo grazie al rispetto condiviso proprio in quegli anni. E’ stata indubbiamente una fortuna crescere in quella trasformazione ma credo che giustamente, tutti, anche oggi, possano trovare degli stimoli per sognare… basta volerlo.

  3. 3
    Massimo Bursi says:

    Questo riferimento al periodo di cambiamenti dell’arrampicata, mi ha fatto venire in mente questo articolo da cui traduco una frase.

    http://www.ukclimbing.com/articles/page.php?id=6360

    Il periodo di cambiamenti, o Nuovo Mattino, qui viene chiamata Epoca d’oro.

    “Se ti sei perso l’Epoca d’Oro dell’arrampicata, non tutto è perduto.
    Molti di noi hanno una personale epoca d’oro, di solito fra i 18 e i 25 anni, prima che le responsabilità comincino ad accumularsi.
    Ma davvero non importa, anche se sei vecchio, malconcio e pippa come il tipo che vedo ogni mattina nello specchio quando mi rado. Puoi sempre andartene là fuori questo fine settimana, con gli amici, e avere la tua epoca d’oro. Vai! “

  4. 2
    Dario Bonafini says:

    Gli anni di cui ci ha raccontato Marco Ballerini sono per me irripetibili, li ho vissuti solo in parte dal 1986 quando ho iniziato a scalare, forse per questo ne ho nostalgia e ne porto un ricordo molto bello, chi incontravi a scalare aveva una passione pura, la falesia, il Boulder, l’Alpinismo io li vivevo come un unica cosa anche se la via in Montagna rimaneva sempre in testa nei progetti con gli amici e il compagno di cordata. Quelli che non andavano in falesia li chiamavamo “Rigidones”. Da egoista dico che preferivo quando in falesia si scalava e si era in pochi, adesso ovunque se non c’è avvicinamento di almeno una ora trovi di tutto, schiamazzi, corde dall’alto allungo di rinvii gente che prova vie di due gradi superiori al proprio limite. Andare a vista non lo si fa più, ti telecomandano dal basso e tu vicino o vai via o ti devi sorbire tutti i consigli e i vari alé che detesto… E’ giusto che tutti possano godere il piacere di stare all’aperto in falesia come in Montagna ma preferivo quando questa Attività era conosciuta e praticata da pochi, il prezzo che si paga per la maggior diffusione si è pagato caro…

  5. 1
    Alberto Benassi says:

    Gli anni che racconta Marco Ballerini sono stati anni di cambiamento per tanti luoghi. Anche oltre Finale Ligure…

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