Mario “Boga” Dell’Oro

Mario Boga Dell’Oro
di Pino Comi
L’articolo è stato pubblicato nel 1987 su Alpinismo, l’Annuario del Club Alpino Accademico Italiano, e in seguito ripreso da Uomini e Sport n. 15.

Il 9 febbraio 1956 il rione di Belledo, alla periferia di Lecco, fu investito da un forte boato, avvertito anche in città: era saltato in aria uno dei caselli dislocati sulle pendici del monte dove si miscelava fulminato di mercurio per la vicina fabbrica di munizioni.
Mario Dell’Oro, da tutti chiamato Boga, era addetto a quel pericoloso lavoro che svolgeva con la massima scrupolosità: fu dilaniato dall’esplosione, decedendo poco dopo all’ospedale.
Nato l’1 ottobre 1906, aveva quasi cinquant’anni: lasciava la moglie e le figlie nella più profonda costernazione, sbigottiti e sgomenti i numerosi amici.
Questa è la cronaca di quella funesta giornata che aveva portato via al gruppo dei rocciatori lecchesi uno dei migliori.

Mario Boga Dell’Oro
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Mi è stato chiesto di rievocare la figura e le imprese alpinistiche del Boga: sono lusingato per la scelta, ma dispiaciuto per non poter assolvere questo impegno come si dovrebbe. Mario Dell’Oro, magro, tutto nervi, aveva occhi mobilissimi che osservavano sempre tutto e che se guardavano una parete ancora vergine, sapevano scegliere il tracciato migliore per una nuova salita. Gli ispidi capelli biondicci, le magre gambe leggermente arcuate non sembravano esprimere quella forza e quella resistenza dimostrata in tante occasioni e che lo ha portato al livello dei grandi alpinisti.

Ancora giovanetto si era trasferito con la famiglia da Civate nella parte alta del rione di San Giovanni sopra Lecco, dove un gruppo di ragazzi di 12-13 anni ogni domenica scarpinavano sui sentieri delle nostre montagne. Il Boga si aggregò subito al gruppo e si dimostrò il più forte e resistente anche se il più mingherlino.

Nel gruppo c’era anche Riccardo Cassin, che, arrivato a Lecco dal Friuli nel 1926, subito si era appassionato alla montagna.

Grignetta, Grignone, Resegone erano le mete della domenica. Fu sul Resegone che effettuammo la prima arrampicata. Il programma era l’ascensione per il canale Cazzaniga.
Ci voleva la corda, ci avevano detto, e la corda l’avemmo in prestito da un bracconiere che si calava dalle pareti per snidare il passero solitario. 60 metri, 13 millimetri, pesante e rigida come una matassa di vergella. Faticando a turno, riuscimmo a portarla nel canale: eravamo una quindicina con due ragazze, e giunti alla paretina resa viscida dalle recenti piogge, cominciarono i guai, specialmente per le ragazze.

Boga e Cassin dimostrarono subito la loro superiorità sugli altri. Arrivammo in vetta esultanti per il nostro primo contatto con la roccia. Nacque l’idea di procurarci l’indispensabile per arrampicare. Qualche ragazzo si era staccato dal gruppo: la paretina del Cazzaniga li aveva delusi. Restammo una decina e ci impegnammo a versare cinque lire al mese per poterci procurare una corda e alcuni moschettoni. I chiodi li forgiavano quelli del gruppo che lavoravano nelle officine di ferramenta.

Francesco Polvara, Mario Dell’Oro e Ugo Tizzoni
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Il nostro ritrovo era lo Sport Club Nuova Italia e lì si fecero i programmi per inaugurare le nuove attrezzature. Si scelse la Guglia Angelina, perché uno del gruppo, percorrendo il sentiero della “direttissima”, aveva visto una cordata salirvi. Giunti alla base cominciarono le discussioni: tutti volevano legarsi in quella corda ma il buon senso prevalse per fare due turni. Mario Dell’Oro parte con altri tre: attacca decisamente sulla destra, ma, dopo un tiro di corda, ridiscende perché senza chiodi non era consigliabile proseguire. Chi credeva di sapere dove era il tracciato della via normale, non ricordava più da che parte erano saliti gli alpinisti che aveva visto in azione. Il Boga aveva attaccato dove qualche anno dopo Cassin avrebbe tracciato la via Mary.

Sulla cima dell’Angelina arrivammo tutti. Uno del gruppo, nell’attesa del suo turno, cominciò a salire senza corda da un’altra parte, che poi risultò essere la via giusta. Fu raggiunto da Cassin che aveva chiamato dalla selletta dove inizia la strozzatura ed arrivarono sulla cima dove giunsero anche gli altri guidati dal Boga. Un’avventura conclusa felicemente, che Cassin ha descritto molto bene nel suo libro Dove la parete strapiomba. Fu la prima di una serie di salite gradualmente sempre più impegnative, che ci permisero di perfezionarci in quella tecnica – tutta nostra – suggerita solamente dall’istinto e dalla grande passione.

Da Mary Varale, che si era unita a noi dopo aver arrampicato in Dolomiti con i migliori di quelle zone, apprendemmo accorgimenti che ignoravamo e che il Boga e altri misero subito in pratica, consentendo ai capicordata di procedere con maggior sicurezza.

Nel 1931 Boga con Cassin, i due fuoriclasse, tracciavano sulla verticale parete vergine della Medale, che si innalza per 400 metri sopra Lecco, la prima via.

Ogni domenica, i pochi rimasti del gruppo, arrampicavano con l’uno o con l’altro, e così per parecchi anni fino alla seconda guerra mondiale.

La via Dell’Oro-Giudici-Longoni alla parete sud-ovest della Torre Trieste
Torre Trieste da Cima delle Lisytolade (Civetta)
Col Boga sono stato compagno di cordata in parecchie ascensioni, sia sulle Grigne che in Dolomiti. Legato alla stessa corda ammiravi, sui passaggi impegnativi, la sua disinvoltura, la sua tranquillità, la sua sicurezza nel procedere, che infondeva a chi lo seguiva tanta fiducia e gli rendeva meno faticoso il salire.

Sulla Medale voleva tracciare una via tutta sua, una diretta al centro della parete, a goccia d’acqua come si usava dire. Discutemmo parecchio su questo tracciato che scrutammo metro per metro con un binocolo. Così, la prima domenica di settembre del 1933, alle 5 del mattino, il Boga attaccò al centro come aveva deciso. Dopo 16 ore di arrampicata eravamo a 40 metri dalla vetta: era ormai buio e per un malaugurato incidente chiodi e moschettoni erano finiti al punto di partenza. Impossibile proseguire sia per il buio che per la mancanza di chiodi, così accettammo l’aiuto dell’amico Giuseppe Gerosa, che al corrente della nostra impresa, era sceso dai Resinelli e ci aspettava sulla vetta. Ci calò la sua manila di 40 metri ed alle 22 eravamo sulla cima a sorbirci del caffè freddo che aveva nel sacco. Fu nel settembre dell’anno successivo che il Boga con Ugo Tizzoni e Francesco Polvara ripercorse il tracciato e portò a termine il suo sogno. Non ho potuto essere della cordata perché assente da Lecco. Con la sua energia, il suo coraggio, il suo intuito e abilità aveva tracciato su quella muraglia di 400 metri la sua via, la via del Boga che è ritenuta la più bella della Medale.

Ancora oggi, a oltre trent’anni della sua scomparsa, chi ripete le sue vie tracciate in tempi ormai lontani, quando la tecnica dell’arrampicatore era molto diversa da quella di oggi e scevra da quegli artifici che permettono di salire su pareti ritenute a quei tempi inespugnabili, classificarono le vie del Boga fra le migliori.

Possedeva tutte le doti dello scalatore di classe ma aveva anche qualcosa di più: un qualcosa fatto di idealismo, di generosità, di modestia e bontà. Elemento prezioso anche per la Sezione del CAI di Lecco, che lo trovava sempre in prima fila quando chiamava a raccolta i più fedeli per ogni manifestazione. Fu uno dei promotori e fondatori della squadra di volontari del Soccorso Alpino, una delle primissime fra le Sezioni del CAI, costituitasi a Lecco nel 1932, con apposita cerimonia sulla vetta del Resegone per la benedizione degli attrezzi.

Nel 1933 si svolse la prima spedizione lecchese alle Dolomiti. Attendamento sopra Misurina: e le pareti del gruppo delle Tre Cime di Lavaredo furono prese d’assalto da quei ragazzi che arrampicavano sui paracarri delle Grignetta, come erano stati definiti da alcuni occidentalisti. Di fronte a queste altissime pareti, i venti ragazzi lecchesi partirono subito all’assalto e le dieci cordate ripeterono le vie più classiche. Il Boga col compagno, raggiunse la vetta della Punta Frida per la via Innerkofler. Fu poi la volta della Guglia De Amicis sui Cadini di Misurina e delle Tofane, della Torre Grande d’Averau per la fessura Dimai ed anche un tentativo sulla parete centrale della Tofana dove il Boga aveva visto la possibilità di un nuovo tracciato. Dopo due tiri di corda ridiscese perché il  terzo che si era unito alla cordata, per il poco allenamento e per le difficoltà superiori alle sue possibilità, non ce la faceva più. Tracciò poi una nuova via sul Monte Popena.

La via Boga al Medale
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L’anno successivo il gruppo rocciatori venne inquadrato nel Fascio giovanile che offrì la possibilità di poter effettuare ogni anno un campeggio fuori dalle nostre zone. Nel 1935 le tende furono piazzate vicino al rifugio Vazzoler in Civetta. Boga e Cassin ripeterono subito, alternandosi in testa alla cordata, la via Solleder ritenuta la classica di sesto grado, questo perché i due potessero farsi un’idea per classificare i passaggi delle loro vie. Alla sera qualcuno si soffermava al Vazzoler per sentire i commenti di alpinisti sulle ascensioni che avevano effettuato.

Il Boga col compagno erano seduti a un tavolo con tre bellunesi che commentavano sulla via tracciata da Tissi sul Campanile di Brabante l’anno prima con Re Leopoldo dei Belgi e Domenico Rudatis, e del passaggio che su questa via era ritenuto il più difficile della Civetta, in arrampicata libera. Chiesero ai bellunesi l’ubicazione del Campanile e il giorno dopo Boga e compagno, superato il passaggio, erano sulla vetta dello stesso.

Sulla Torre Trieste, che si erge maestosa di fronte al Vazzoler, il Boga con Giudici e Longoni segnò un nuovo tracciato sulla parete sud-ovest.

Anche in Val Masino sull’evidente spigolo Parravicini alla Cima di Zocca con Tizzoni e Cazzaniga e sulla Punta Allievi con Tizzoni tracciò nuovi itinerari.

Doveva escogitare qualcosa di nuovo: una salita in notturna. Alle 22 di un sabato sera partenza dai Resinelli per l’Angelina: c’era anche Ugo Tizzoni. Con una pila appesa al collo arrivammo in vetta alla guglia poco dopo mezzanotte, dove sostammo parecchio, poi giù a corda doppia nel buio, verso la base. Come sono diverse queste rocce, queste guglie, quando svettano nel sole. Paurose visioni si profilano mentre si scende in quell’intaglio alla base dell’Ago Teresita. Poi via per la Capanna Rosalba, dove arrivammo alle tre del mattino. Una comitiva di milanesi stava festeggiando una ricorrenza con panettone e spumante e ci pregarono di aggregarci a loro.

Nel 1937 gli fui compagno sulla parete Fasana del Pizzo della Pieve che si eleva per oltre 800 metri sopra Primaluna in Valsàssina: era la seconda volta in quell’anno. Voleva imprimersi bene in mente i passaggi che potevano risultare molto impegnativi se ricoperti di ghiaccio perché il prossimo inverno intendeva tentare la prima invernale.

Era appena iniziato il 1938: la data fissata per la salita era il 5-6 gennaio, festa dell’Epifania. Pernottammo la sera prima al rifugio Tedeschi al Pialeral gestito dall’amico e Guida Alpina Giovanni Gandin che cercò di dissuaderci dal nostro proposito. Alle prime ore del 5 lasciammo il rifugio per la nostra meta. Fu una marcia lenta e faticosa per la troppa neve: la crosta gelata spesso cedeva e si sprofondava fino alle anche. Dopo 4 ore eravamo quasi arrivati al punto d’attacco con piccozza, ramponi e un sacco da bivacco che avevamo confezionato con carta catramata retinata che allora si usava per pacchi postali, e naturalmente zaini con viveri e una coperta. Tutto era diverso dall’estate scorsa: un silenzio e una pace impressionanti gravavano nella zona, ogni tanto rotti dal boato provocato da grosse slavine che dalla parete ad intervalli regolari, precipitavano lungo il percorso di salita infrangendosi alla base. Spettacolo pauroso e affascinante: guardavamo quelle cascate di neve che ci toglievano la possibilità di attuare il nostro ambizioso programma. Anche il tempo era cambiato: cominciava a nevicare. Amareggiati ricalcammo le nostre orme e alle 14 eravamo al Pialeral, con il Gandin che ripeteva: “ve l’avevo detto che la Fasana d’inverno è impossibile!”. Questa è l’unica ascensione che il Boga non è riuscito a portare a termine.

Negli anni che seguirono l’attività alpinistica si ridusse: il conflitto bellico che sconvolse l’Europa spezzò le cordate e le amicizie. Mario Dell’Oro, il caro Boga, continuò ad arrampicare, fino a quando entrò nelle file partigiane dove si distinse per il suo coraggio in imprese rischiose.

L’inspiegabile incidente sul lavoro lo portò via per sempre ai suoi compagni di scalate, ai suoi amici, e quei pochi che sono rimasti, ricordano le doti di carattere, di esperienza alpinistica, di ardimento e la sua mirabile prudenza. Elemento prezioso anche per la Sezione di Lecco del CAI alla quale diede sempre largo contributo in tutte le manifestazioni sociali. La Sezione stessa ha dedicato a lui la sala da pranzo nel proprio rifugio ai Piani di Bobbio. Sulla vetta della Grignetta un medaglione in bronzo, riproducente la sua effigie è stato posto vicino ad altri alpinisti scomparsi, dal gruppo Ragni del CAI Lecco.

Ricordo con rimpianto un uomo onesto, un grande alpinista, un compagno di tante ascensioni e soprattutto un carissimo amico.

Sotto agli strapiombi finali della via Boga al Medale. Foto: http://sassoincastrato.wordpress.com/
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ELENCO DELLE VIE BOGA
Mario Dell’Oro ha partecipato a numerose prime ascensioni e prime ripetizioni, ma ha legato particolarmente il suo nome alle vie che ha aperto prevalentemente da capocordata, quelle vie “Boga” diventate per i conoscitori sinonimo di eleganza e di tecnica raffinata.

Qui di seguito, l’elenco le cose più notevoli della sua attività alpinistica negli anni che vanno dal 1930 alla sua morte. Basta un minimo di immaginazione e di umanità per farsi un’idea della consistenza di questo nostro grande scalatore e dell’importanza, non solo locale, che gli deve essere attribuita.

Grigne
1930 – prima ascensione della Punta Giulia per lo spigolo sud-ovest e la parete nord-ovest, con G.B. Riva e Mario Villa (via Giovane Italia);
1930 – prima ascensione de La Mongolfiera per la parete sud e il versante sud-est con Vittorio Molteni e Mario Villa (via Lario);
1931 – prima ascensione della Torre Costanza per il versante nord con Mario Villa;
1931 – prima ascensione della Corna di Medale per la parete sud-sud-est con Riccardo Cassin;
1932 – prima ascensione del Fungo per lo spigolo sud con Mary Varale e Giuseppe Comi;
1932 – prima ascensione del Sasso dei Carbonari per la parete sud-est con Riccardo Cassin, a comando alternato (via fratelli Aldè);
1932 – prima ascensione del Pizzo della Pieve per la parete nord-est e la cresta est con Giuseppe Comi e Riccardo Cassin;
1932 – prima ascensione della Torre Costanza per la parete ovest con Giuseppe Comi (via Francesco Gatti);
1932 – prima ascensione della Guglia Angelina per la parete ovest con Mary Varale e Riccardo Cassin (via XXVIII ottobre);
1933 – prima ascensione del Corno del Nibbio per la parete est-nord-est con Emilio Comici e Antonio Piloni (via Comici);
1933 – prima ascensione dell’Ago Teresita per la parete est. Mario Dell’Oro, assicurato alla base da due compagni con due corde di 50 metri;
1933 – prima ascensione della Torre Costanza per la parete est con Riccardo Cassin e Mary Varale (via del Littorio);
1934 – prima ascensione del Corno del Nibbio per la parete est-nord-est con Vittorio Panzeri e Riccardo Cassin, a comando alternato (via Campione d’Italia);
1934 – prima ascensione del Corno del Nibbio per la parete est-nord-est con Ugo Tizzoni (via Boga);
1934 – prima ascensione dello spigolo sud-ovest del Torrione Clerici con Cesare Ferrario e Giovanni Giudici;
1934 – prima ascensione della Corna di Medale per la parete sud-sud-est con Ugo Tizzoni e Francesco Polvara (via del Boga o via IV novembre);
1934 – prima ascensione de La Mongolfiera per la parete nord-ovest con Giuseppe Comi (via Carlina);
1934 – prima ascensione della Cima di Piancaformia per la parete nord con Giovanni Giudici e Ugo Tizzoni;
1935 – prima ascensione del Torrione Fiorelli per la parete ovest con Ginetto Esposito;
1935 – prima ascensione del Torrione della Grotta per la parete sud con E. Bodega;
1935 – prima ascensione del Terzo Spuntone di Val Tesa per la parete sud-est con N. Rossi;
1946 – prima ascensione de La Mongolfiera per la parete sud-est con Oreste Viganò (via dello Zio);  

Resegone
1932 – prima ascensione della Punta Stoppani per lo spigolo sud-ovest con G. Riva;

Dolomiti
1934 – prima ascensione del Monte Popena per la parete est con Giovanni Giudici e Vittorio Panzeri, a comando alternato;
1935 – terza ripetizione della via Comici-Benedetti sulla parete nord-ovest della Civetta con Riccardo Cassin;
1935 – prima ascensione della Torre Trieste per la parete sud-sud-ovest con Giovanni Giudici e Angelo Longoni;

Masino-Bregaglia
1937 – prima ascensione della Punta Allievi per la parete sud-est con Ugo Tizzoni;
1937 – prima ascensione del Torrione di Zocca per lo spigolo sud-est con G. Gazzaniga e Ugo Tizzoni.

postato il 23 settembre 2014

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Mario “Boga” Dell’Oro ultima modifica: 2014-09-23T07:30:04+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Mario “Boga” Dell’Oro”

  1. Conoscevo il personaggio ma non l’attività e lo spessore morale:curioso e notevole.
    Interessante e coinvolgente l’articolo.

  2. I primi a ripetere la via del Boga sull’Ago Teresita furono Ercole “Ruchin” Esposito e Gentile Butta, il 2 Giugno 1940. Era una delle rare vie di VI classico in Grigna, e dunque ritenuta alquanto prestigiosa oltre che assolutamente difficile. Anche per questo pare che il Boga, quando venne a sapere di quella prima ripetizione, non la prese affatto bene: era come se gli avessero violato una sua opera d’arte, per di più per mano di due quasi “dilettanti allo sbaraglio”! – in effetti i ripetitori arrampicavano in modo serio solo da un anno o giù di lì. Di contro, Ruchin e Butta erano indescrivibilmente orgogliosi di quella loro impresa: la ripetizione di una via “estrema” di uno dei più grandi rocciatori lecchesi dell’epoca non era soltanto qualcosa di cui potersi vantare, ma pure una sorta di attestato di eccellenza alpinistica che permetteva ai due di considerarsi membri del club di quelli veramente bravi, in parete, oltre che assicurare loro una potenziale gran bella carriera e chissà quante nuove imprese, da lì in poi.

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