Matteo Piccardi

Intervista a Matteo Piccardi
di Giacomo Rovida

Percorrere un tiro in libera, “farlo pulito” è qualcosa di magico. Riuscire a inanellare una serie di movimenti al tuo limite fisico è bellissimo soprattutto se lo stai facendo su una grande parete.

Oggi nel 2014 l’arrampicata è cambiata, totalmente. Non è importante arrivare in cima a una montagna, è importante il modo attraverso il quale ci arrivi, è importante riuscire a risolvere tutta la parete solo con il tuo corpo, utilizzando le protezioni (fisse o mobili non fa differenza) solo come assicurazione e non per progressione.

Purtroppo per capirlo ci ho messo un po’; sono nato con i libri di Bonatti, con “Capocordata” di Cassin, sono nato con i libri di chi ha scritto la storia tanti anni fa.

Così mi son trovato da una parte i libri di questi miei “eroi” e dall’altra parte Rockspot (palestra Indoor di Milano), la ricerca del grado, della difficoltà, della scalata in sicurezza.

Per anni sono andato avanti a cercare un qualcosa che potesse riassumere questi due mondi che tanto sembravano separati, ho cercato un modo di mischiare l’alpinismo con l’arrampicata sportiva e i miglioramenti tecnici che ha portato: ma senza risultato.

Un giorno poi sono andato ad Annot (famoso posto per l’arrampicata trad in Francia) e ho conosciuto Matteo Piccardi. Abbiamo passato insieme una settimana e ho iniziato a conoscerlo.

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Dopo il ritorno da quel viaggio io e Matteo siamo sempre rimasti in contatto e così son venuto a conoscenza di tutte le sue avventure ed è come se fossero state il tassello mancante, l’anello di congiunzione.

I grandi itinerari alpinistici spesso aperti con l’uso dell’arrampicata artificiale potevano essere risolti in arrampicata libera, sfruttando il livello fisico e del materiale raggiunto negli anni.

Questa era la novità, il passaggio avanti, il salto successivo.

Riuscire a scalare in libera e con l’attrezzatura tradizionale le vie classiche era il conseguimento logico dell’alpinismo d’epoca, è alpinismo di serie A.

Matteo per me è questo, Alpinismo di serie A.

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Le Grigne sono diventate il suo terreno di avventura e, nei ritagli di tempo, con costanza e dedizione ha liberato alcune fantastiche vie aperte da forti alpinisti in artificiale.

Questo dovrebbe essere tutto; questo è quello che ha fatto Matteo, la sua attività alpinistica, ma lasciatemi aggiungere altro…

Matteo è diverso da me, per tantissimi motivi e un sacco di volte mi sono trovato lontanissimo dal capirlo però mi ha insegnato a sognare e questa per me è la cosa più grande, più importante.

Arrampicare bene, essere forti, essere ottimi alpinisti non è abbastanza, bisogna essere capaci di sognare, di immaginare avventure, di continuare con i giorni a volere sempre qualcosa di più per noi, per migliorare il nostro mondo, per avere sempre nuove avventure e nuovi stimoli.

Matteo Piccardi durante i tentativi di libera sulla via del Det al Sasso Cavallo, 8a+. Foto Richard Felderer
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Sì, Matteo è forte, fortissimo, di gente che scala sull’8b a chiodi (spesso lontani) non c’è n’è tanta ma non è per me questa la cosa più importante.

Per me la cosa più importante di questa intervista è che leggendola possiate sognare, possiate trovare nuovi stimoli e che vi spinga a guardare le montagne intorno a voi con occhi diversi, con occhi pieni, che brillano per nuove avventure.

Perché la verità è che non contano i gradi, le realizzazioni, le prime pagine dei giornali, ma contano soprattutto le persone e quello che sanno trasmettere.

A me (anche se forse lui non lo sa) Matteo ha trasmesso tanto e spero che, con questa intervista, riesca a trasmettere qualcosa anche a ognuno di voi.

E ricordatevi che l’avventura è dentro di noi e la si può trovare ovunque anche nel posto dove meno c’è l’aspettiamo.

Intervista a Matteo Piccardi
1) Raccontaci un po’ di te… chi sei, quando hai iniziato a scalare?

Mi chiamo Matteo Piccardi, “Pota” per i pochi amici e quella santa donna di mia moglie Alessandra! Sono nato a Castione della Presolana e tiro a campare professando il mestiere di guida alpina, non amo gli elicotteri, le funivie, i trenini, il gps e tutte quelle robe lì.
Quando ho iniziato a scalare certe cose nemmeno riuscivo a sognarle… ora fatico a immaginarle ma mi piace provare a realizzarle. Ho iniziato a scalare per gioco nel 1993 e non ho nessuna intenzione di smettere di giocare…

Matteo Piccardi sul 2° tiro della via Castagna Alta ai Torrioni Magnaghi, IX-°. Foto: Richard Felderer
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2) Qual è il motivo per cui dopo tanti anni continui a scalare, a cercare rocce e avventure?

Scalare è un viaggio, un gioco, un momento di libertà assoluta, un momento tutto mio! Perché le pareti sono lì, fatte apposta per essere scalate, per farci sognare, farci sentir vivi, parte integrante di una natura magnifica e selvaggia.

Scalare mi ha insegnato ad amare il profumo delle rocce, perché scalare è qualcosa di primordiale di cui sento il bisogno, ogni giorno. Quando forzatamente non posso scalare, soffro.

Ho cominciato a scalare sognando le grandi avventure dei “maestri” Rébuffat, Bonatti, Desmaison, Livanos, Grassi, Casarotto, con il tempo ho preso coscienza di cosa volevo vivere attraverso la scalata; non una indistinta collezione di numeri e nomi, ma momenti unici e irreperibili, vissuti con amici che stimo profondamente.

Matteo Piccardi su Hatù per tu, storico tiro dell’Antimedale. VIII°. Foto Richard Felderer
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3) Che ricordi hai dei primi anni? Le prime avventure? Le prime trasferte in Dolomiti?

Bellissimi! A posteriori so di aver vissuto la mia età dell’oro! Partivo in pullman da Castione della Presolana fino a Bergamo, poi treno fino a Vicenza cambiando a Brescia, a Vicenza avevo un gruppo di amici più grandi e auto-muniti che mi davano la possibilità di scalare con loro in Dolomiti… Ogni fine settimana un’avventura. Che ravanate indimenticabili, anche sulle montagne di casa! La Presolana in primis… la prima volta che ho fatto la Bramani-Ratti sulla Sud, io e mio cugino avevamo 14 anni io e lui 16, tre friend Ande, una corda da 45 m, una da 50 m. 12 ore di pura avventura. Immersi in una nebbia talmente fitta che non ci si vedeva nemmeno in sosta a momenti. Che roba!

4) Quando hai capito che potevi migliorare e cosa ti ha spinto a impegnarti fino in fondo?

Non l’ho ancora capito… Si può sempre migliorare, contano gli stimoli e i progetti! Vivo l’arrampicata in modo molto naif, anche se può sembrare l’opposto agli occhi di chi non mi conosce.

Fondamentalmente la ricerca della bellezza del movimento, il gesto perfettibile, mi spinge a migliorarmi a impegnarmi, ma senza un programma e in base alle voglie del momento. Ciò che conta non è quello che fai ma come lo fai. Non so dire come sia la mia scalata, quello che so è che sono alla costante ricerca dell’eleganza, della bellezza, nel movimento, nella via da salire, nella montagna da scalare. È questo il mio “mantra”, ricalcando ciò che è stato di Mc Intirye “la cima era l’ambizione, lo stile divenne l’ossessione”.

Matteo Piccardi si prepara per una giornata sulle pareti delle Grigne. Foto Richard Felderer
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5) Sei membro dei Ragni di Lecco, che importanza ha questo nella tua vita e nelle tue avventure (non le chiamo imprese perché mi diresti che non lo sono)?

Il gruppo Ragni è un po’ come una grande famiglia, ci sono entrato a 19 anni, ed è stato uno dei momenti più belli ed emozionanti della vita, ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere grandi alpinisti, ma soprattutto grandi uomini, che mi hanno indicato una strada; penso al Marna, al secolo Claudio Corti, al Canela, Pierlorenzo Aquistapace per citare due Ragni a cui sono particolarmente affezionato.

Scalare è anche un modo per sentirmi parte di questa storia seppur in piccola parte e con le poche cose che posso fare.

6) Sei impegnato nel progetto Academy che coinvolge i giovani alpinisti, ci puoi raccontare di cosa si tratta?

L’Academy, è prima di tutto un idea meravigliosa, un modo per avvicinare i ragazzi giovani e desiderosi di avventura, ad un certo modo di andare per monti. Grazie a questo progetto ho la fortuna di scalare con alcuni ragazzi veramente talentuosi, peccato solo che viviamo in Italia, un posto dove diventare uno scalatore professionista è impossibile.

Matteo Piccardi sui tiri alti della via dei Ragni al Torrione Magnaghi, IX°. Foto: Richard Felderer
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7) Sei anche e soprattutto Guida Alpina, perché hai scelto questo lavoro? Cosa ti ha spinto così giovane a intraprendere questo cammino?

Sono un montanaro, diventare guida è stato la diretta conseguenza della mia condizione. Non avrei potuto far altro. Ho pure provato a fare un lavoro “normale” ma senza successo, stava stretto, mi sono sentito prigioniero di me stesso.

Scalare è la mia vita, la montagna il mio mondo. La Guida il mestiere più bello che potesse capitarmi di fare.

8) Un filo conduttore della tua attività alpinistica è la “libera”, che sia in parete, in falesia. Cos’ha di magico percorrere un tiro in modo “pulito”?

In falesia non conta molto, è un gioco, un allenamento per poter affrontare preparati i sogni. Scalare in libera una via su di una grande parete è un esperienza totalizzante, devi essere al 100% di testa e di corpo.

Inanellare tiro dopo tiro una via in libera è una magia assoluta, è qualcosa che mi regala emozioni incredibili! Paura, tensione, determinazione, gioia, grande complicità e affiatamento con il compagno, tutto si svolge in brevi istanti… magici.

Matteo Piccardi sui tiri bassi della Via Oppio al Sasso Cavallo. Liberata con passaggi fino al 7b. Foto: Richard Felderer
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9) Nella storia dell’arrampicata, il concetto di Libera, si è evoluto di pari passo con l’evoluzione dello spit. Come vedi tu l’utilizzo dello spit su grandi pareti? La libera giustifica la spittatura?

Dipende dal contesto storico/ambientale e dal tuo stile, anche dalla tua cultura. Accettare la sconfitta è la prerogativa di un alpinismo cristallino, di un alpinismo che lascia aperte le porte sul futuro, di un alpinismo leale.

Certo lo spit permette di salire laddove non ci si può proteggere adeguatamente con mezzi tradizionali…ci sono capolavori a spit, mi vengono in mente le ineguagliabili vie dei maestri Beat Kammerlander, Rolando Larcher, Pietro Dal Pra, La premiata ditta dei due Nicola, Tondini e Sartori… Dipende dalla cultura di chi apre, dalla conoscenza storica, dalla sensibilità e dal rispetto per la roccia per chi è passato prima di noi ma anche per chi verrà dopo di noi.

Non sono contrario allo spit, ma penso che l’uso non consapevole uccida l’avventura, annichilisca il senso profondo dello scalare.

Vie come il Pesce, o più recentemente Colonne d’Ercole sono dei riferimenti assoluti per quanto riguarda l’arrampicata su pareti alpine, dei capolavori che hanno fatto sognare e faranno sognare!

10) Hai ripercorso grandi classiche in libera, mi viene in mente la Camillotto Pellissier sulla Cima Grande di Lavaredo. Da dove è nata quest’idea? Mi ricordo che nell’articolo su Stile Alpino parlavi di sogni, che valore hanno i sogni nell’alpinismo?

La Camillotto è nata casulamente, avevo letto sulla guida di Svab che tra le “difficili” è la via più facile in libera delle tre cime.

Considerando che non ho un livello da supereroe ho pensato che potesse essere alla mia portata. E poi mi ricordo di averla sognata sin da subito quando vidi le foto di quell’eclettico di Bubu che stringeva gli appigli.

Sognare è la più grande fonte di avventura che uno scalatore ha a disposizione! Le montagne con i loro spigoli, le loro pareti, i loro vuoti assoluti sono fonti inesauribili di sogni spaventosi! Quante salite, quante montagne non scalerò mai! Innumerevoli ma mi faranno sognare e questo e ciò che più conta.

Matteo Piccardi sul tiro più duro della via Camillotto Pelissier sulla Cima Grande di Lavaredo, 8a+. Foto Richard Felderer
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11) Oggi il tuo terreno di avventura preferito sono le Grigne. Hai percorso in arrampicata libera un lunghissimo elenco di vie (Via del Det al Sasso Cavallo, Via Oppio al Sasso Cavallo, Via Bonatti alla Torre Costanza, Via dei Ragni al Torrione Magnaghi, Via Castagna Alta al Torrione Magnaghi) c’è ancora spazio per nuove avventure sulle Grigne? Per mettersi in gioco?

Mah lungo elenco… ce ne sono ancora una quantità infinita di linee da scalare in libera, basta saper guardare con occhi che sanno vedere. Lo spazio è infinito, le avventure le abbiamo dietro casa, non serve andare in Patagonia.

12) Per ripetere in libera queste vie hai utilizzato l’attrezzatura presente in parete? Sono tutte vie di stampo classico aperte con il solo utilizzo di chiodi: aggiungere spit ai tiri è giustificabile in ottica di liberare la via?

Sì, ho mantenuto la chiodatura originale, salvo sostituire qualche chiodo normale. Non ho aggiunto spit lungo i tiri di nessuna via, solo sulla via dei Ragni ai Magnaghi ho messo 4 fix alle soste (i fix presenti sul primo tiro di questa via appartengono a un precedente tentativo di libera di altri, mai portato a termine). Potevo farne a meno? Forse, ma non ho avuto le palle per rischiare e far rischiare chi era con me. Sui tiri non trovo ragione di aggiungere spit o fix. Soprattutto su questo genere di vie. O riesco a proteggermi tradizionalmente o vuol dire che non ho il livello per fare quello che sto facendo, quindi preferisco lasciar perdere.

12) Hai voglia di consigliare qualche via nelle Grigne a chi volesse conoscere meglio questo posto?

Sicuramente! Una delle salite che amo di più è lo spigolo di Vallepiana alla Piramide Casati, una via classica sul IV grado aperta dalla grande guida Giovanni Gandin in compagnia del conte Ugo di Vallepiana; salendo un po’ di livello, la Bonatti al Torrione Costanza… Andate a ripeterla avrete modo di apprezzarne il vuoto, l’eleganza e la selvaggia bellezza. Tra le più estetiche e difficili sicuramente le quattro lunghezze della via dei Ragni ai Magnaghi…attendono ancora una seconda salita in libera per confermare le difficoltà. La bellezza della linea è indiscussa!

13) Ormai è tanti anni che sei “dentro” il mondo dell’alpinismo, in che direzione si sta muovendo???

Boh, che ne so! Sicuramente è vivo, molto vivo, soprattutto se guardiamo oltre i nostri ristretti confini. Ma anche a casa nostra di ragazzi che spingono c’è ne sono e non pochi, penso ai ragazzi della Valtrompia che ho conosciuto a novembre in Adamello (che se non era per loro ero ancora sulla morena a girovagare), ad alcuni giovani dell’Est che spingono di brutto e parlano gran poco. Ad alcuni giovinastri con cui ho la fortuna di legarmi ogni tanto (quando presi da pietà mi portano con loro) tipo Dimitri Anghileri e Maurizio Tasca, gente che ha entusiasmo e capacità da vendere!

14) Che consigli daresti a un giovane che vuole arrivare ad alto livello nel mondo dell’alpinismo???

Impara l’inglese, compra un furgone per l’estate, a ottobre vendilo e affitta un appartamento a Chamonix, gira a più non posso! Scala senza sosta, ma soprattutto impara a nutrirti dei sogni!

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Matteo Piccardi ultima modifica: 2014-12-21T06:00:25+00:00 da Alessandro Gogna

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