McKinley 1961

McKinley 1961
di Fabio Palma (da sito dei Ragni di Lecco)

È la montagna più alta dell’America del Nord, si eleva a 6194 metri di altezza e fa parte della grande catena dell’Alaska, un arco montuoso di 960 km che si estende attraverso la parte sud-orientale dello stato.

Anchorage, Alaska, 1961
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Il Mount McKinley, oggi comunemente chiamato Denali, ha un’imponenza perfino maggiore di quella dell’Everest. Infatti il Monte Everest, benché molto più alto in termini assoluti (8848 m sopra il livello del mare), si eleva al di sopra dell’altopiano tibetano, posto a circa 5200 m, sicché il dislivello tra la base e la vetta della montagna risulta pari a circa 3600 m. La base del McKinley al contrario poggia su un altopiano elevato in media 700 m, conferendo alla montagna un dislivello effettivo di 5400 m. Tale caratteristica non deve però essere confusa con il concetto di prominenza topografica: la prominenza del McKinley è pari a 6138 m (quasi quanto la sua altezza), calcolata tra la vetta della montagna e l’istmo di Panama (56 m). In base a questo criterio, la montagna è la terza vetta più prominente del pianeta, superata dall’Everest e dall’Aconcagua.

Il Mount McKinley (Denali) e il suo sperone sud
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Il monte veniva chiamato dai nativi Denali, “la grande montagna”. Questo è il nome riconosciuto ufficialmente dallo stato dell’Alaska. Fu poi in seguito ribattezzata dai colonizzatori come Mount McKinley nel 1896, in onore del presidente statunitense William McKinley.

La spedizione al campo base: In piedi, da sin.: R. Perego, G. Alippi, L. Airoldi, R. Cassin; in ginocchio, A. Zucchi, Jack CanaliMcKinley-perego_038-1024x728

Per raggiungere la cima dal lato sud esisteva un’ultima inviolata parete di 3200 metri, ricoperta di neve e ghiaccio. Il primo conquistatore del McKinley fu il reverendo Hudson Stuck che con tre amici il 7 giugno 1913 scalò la montagna per la cresta ovest e per una semplice scommessa. L’autore di una fondamentale carta topografica della regione è Bradford Washburn, appassionato alpinista, fotografo e profondo conoscitore del McKinley che tra l’altro scrive: “Sulle cime del McKinley regna un clima medio da considerarsi il più rigido al mondo”.

Riccardo Cassin, non più giovanissimo, raccoglie intorno a sé cinque Ragni di Lecco molto giovani e di tempra eccezionale: Luigino Airoldi, Gigi Alippi, Jack Canali, Romano Perego e Annibale Zucchi.

In salita sullo sperone CassinMcKinley-perego_108-1024x727

Piero Ghiglione per primo ha pensato a una spedizione in Alaska e in seguito Carlo Mauri mi ha proposto di parteciparvi. Purtroppo durante l’organizzazione e i preparativi, Bigio ha subito un brutto incidente sciistico che lo ha costretto a una lunga convalescenza, precludendogli ogni possibilità di partecipare alla spedizione. Il lavoro deve ugualmente procedere e appena spedito tutto il materiale occorrente, precedo i miei compagni per ragioni organizzative e parto, solo con Romano Perego, da Malpensa il 5 giugno 1961 per raggiungere Boston.

Siamo ospiti del dottor Washburn, direttore del Museo delle Scienze di Boston e profondo conoscitore del Mount McKinley. Ci mostra la sua prezio­sa raccolta di fotografie del McKinley e le car­te topografiche e suggerendoci di percorrere l’inviolata parete sud, ci fornisce spiegazioni e delu­cidazioni accurate che mi danno subito un’idea chiara delle difficoltà della parete.

L’11 giugno conosco Don Sheldon, il valoroso pilota che con il suo piccolo aeroplano ci porterà sino alle immediate vicinanze della zona di attacco sul ghiacciaio Kahiltna Est e Bob Goodwin, un noto alpinista nord­americano che si unirà al nostro gruppo (Riccardo Cassin)”.

In salita sullo sperone CassinMcKinley-perego_077-717x1024

Sarà proprio Don Sheldon a creare il primo problema. Al momento della partenza il pilota sbaglia il luogo dell’atterraggio, portando la spedizione su un ghiacciaio distante da quello scelto per l’allestimento del campo base. Nessuno se ne accorge, se non quando Sheldon è già ripartito. Scesi a valle a piedi gli alpinisti rimandano il pilota a raccogliere i materiali ma nel frattempo il tempo volge al brutto e in totale, per l’equivoco, viene persa più di una settimana.

Quando poi il tempo ritorna al bello c’è troppa neve molle per tentare ancora l’atterraggio e la gran parte del materiale si deve portare al campo base “giusto” a piedi, perdendo così ancora giorni su giorni.

In discesa sullo sperone CassinMcKinley-0000+15

La preparazione del campo-base è finalmente nella fase più attiva: vengono sistemati i viveri, l’equipaggiamento, il materiale alpinistico, le tende e il combustibile. Ognuno di noi si pro­diga con spirito di sacrificio e grande entusiasmo. Nasce così, quasi per miracoloso contrasto a questa natura così gelida e selvaggia, un pic­colo «mondo abitato». Il McKinley ci sovra­sta con la sua imponente parete sud, dove i miei occhi si posano spesso per scrutarne e carpirne ogni piccolo segreto (Riccardo Cassin)”.

Un rientro al campo base in piena tormentaMcKinley-perego_113-1024x739

Le manovre per l’allestimento sono lunghe e proprio alla fine inizia a nevicare. E andrà avanti per quattro giorni, costringendo tutta la spedizione all’immobilità.

Intanto Cassin continua a scrutare l’imponente parete sud. Per carpirne ogni piccolo segreto, per vedere se esiste via migliore di quella tracciata con le carte o con le ricognizioni.

Finalmente il 6 luglio la battaglia ha inizio. Si attacca il canalone e lo si attrezza con le corde fisse. Ma inizia a nevicare di nuovo, e si è costretti a scendere e a rimandare al giorno dopo.

Giornata successiva che si presenta come la precedente. Bella, ma con nuvole minacciose all’orizzonte che porteranno la neve entro il pomeriggio. Nonostante ciò viene superato il punto precedente e si sale anche in mezzo alla nebbia e alla bufera.

Fino a che la parete regala il primo vero problema. Un canale ripidissimo sormontato da un diedro che sembra impossibile da superare. Ma si deve passare da lì, e l’imperativo è riuscire a trovarne la chiave.

Ancora un giorno di tentativi, l’indomani, che non porta però a nulla. Cassin decide così di dividere gli uomini in squadre che tenteranno a turno di aprire la via, risparmiando così energie per il tratto successivo.

E il mattino del 9 luglio, grazie a Canali, Alippi e Airoldi, l’ostacolo è finalmente superato. I tre hanno trovato il modo di aggirarlo, scendendo in un canale e risalendo poi alcuni colatoi fino a trovarsi in cima.

Peccato che il tempo non riesca a stare bello per più di qualche ora di seguito. Ma ora la via verso il campo 1 è aperta, e nei prossimi giorni si potrà già cercare la posizione migliore per allestirlo.

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Il 19 Luglio 1961 tutti e sei raggiungono, dopo 17 ore filate di scalata, la cima, alle 23. Non c’è buio, data la latitudine. Ma il freddo è degno di un’invernale all’Himalaya, quelle che riusciranno ai polacchi da metà degli anni ’70 in poi. La discesa, infatti, è epica, Jack Canali arriva allo sfinimento e Alippi gli regala i suoi scarponi (di cuoio, che col freddo diventavano trappole), continuando la discesa su ghiaccio e neve con quattro paia di calze. Una valanga travolge Cassin, Perego cade ma si salva per l’atterraggio su un cumulo di neve soffice, poi la corsa all’ospedale, per i congelamenti, e infine il successo mediatico, meritato.

Il 26 Luglio 1962 John Fitzgerald Kennedy invia un telegramma a Riccardo Cassin, congratulandosi per la salita sua e del suo team della Sud del McKinley. E’ una pietra miliare nella storia dei Ragni di Lecco, la consacrazione a livello mondiale.

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McKinley 1961 ultima modifica: 2015-01-09T07:30:18+00:00 da Alessandro Gogna

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