Meglio freeride che fuoripista!

Qualche considerazione su queste due parole oggi all’attenzione del pubblico: freeride e fuoripista.

Lo spunto a questo tema mi è stato offerto dal bell’articolo di Giulio Caresio su Planet Mountain, “Torniamo a sorridere dicendo freeride”, cui rimando per maggiori dettagli e per l’intervista a Nicolas Hale-Woods.

1. Leggerezza non significa superficialità
Essere giovani, pieni di vita e scanzonati ha sempre suscitato molta invidia nel cittadino medio, così tanta da far scuotere la testa e dire che “ai miei tempi queste cose erano inammissibili…”. Questa condanna apparentemente morale nasconde solo l’invidia per la libertà che quei ragazzi hanno. E se trasportiamo la cosa in montagna, ecco i freerider, vestiti colorati, street, apparentemente menefreghisti perché isolati nei loro clan farciti di slang: anche loro sono visti dallo sciatore e dall’alpinista medio come marziani che danno un po’ fastidio, che dissacrano le vecchie tradizioni e che sono insensibili alle norme.

3106

 

 

 

 

 

 

Ciò che colpisce in questi giovani è la leggerezza, contrapposta al rigido sapere scialpinistico. Gratta gratta scopri che anche quella è una maschera, perché dietro ai più bravi (e non solo a quelli) scopri anni di preparazione, di dedizione, di capacità di auto-soccorso, tutto mascherato da pretesa ignoranza. Loro vogliono fare la loro strada, la loro esperienza. Non riconoscono il nostro codice. Chi siamo noi per giudicare se ci fermiamo all’apparente superficialità?

2. Il rischio residuo c’è sempre
Per quanta esperienza uno possa avere, per quanto documentato e attrezzato sia, non esistono la salita e la discesa sicure al 100%. Se si parla poi di neve, di grado di pericolo, ecc. non esiste strumento che possa dare una valutazione precisa per ogni metro quadro di superficie nevosa. Ci affidiamo alla statistica, alla probabilità. E poi all’esperienza e all’intuizione, unite a prudenza. Riduci, riduci, ma non arriverai mai a rischio pari a zero.

3. Il clima è diverso da un tempo?
Può darsi, ma le slavine e le valanghe ci sono sempre state, semplicemente c’era meno gente disposta ad affrontare i pendii per un divertimento che nel XIX secolo ancora non c’era. Invece nel secolo XX (e non parliamo del XXI) di gente ce n’era proprio tanta e non tutti avevano e hanno capito cosa vuole dire mettere gli sci ai piedi e affrontare una montagna o un pendio di neve non battuta. Il clima è quello che è, la neve può avere mille classifiche diverse, altro che i modelli che per comodità teorica abbiamo accettato! Non è sperando nel tempo di una volta che eviteremo disgrazie, è accettando pienamente quello di oggi.

4. Differenza tra freeride e fuoripista
Abitualmente con la parola fuoripista si intende lo scendere pendii innevati (boschivi e non) da una sommità, raggiunta con un mezzo a fune, lungo percorsi in cui la neve non è stata battuta e in ogni caso a breve distanza dalle piste.
Coloro che normalmente praticano sci in pista guardano con una punta d’invidia i “matti” che invece scendono al di fuori: guardali una volta, poi due… alla fine si incuriosiscono e, provata una discesa e le inevitabili cadute in neve fresca, si convincono che per uscire dal battuto sia sufficiente comprare gli sci larghi e colmare un po’ di gap tecnico.
Niente di più sbagliato!
Il freeride è a un gradino ben più alto nella scala evolutiva: si cercano i pendii, i canaloni, i percorsi d’impegno e di soddisfazione, più o meno difficili, più o meno spettacolari. Come ogni sport outdoor in ambiente “non protetto”, è una disciplina che richiede preparazione a tutti i livelli, spesso con l’aiuto di grandi esperti o professionisti. Non basta essere dotati di ARTVA, pala, sonda e magari anche air-bag… occorre saper praticare auto-soccorso e conoscere la montagna.

5. Conviene voler diventare freerider!
Dunque, per conoscere la montagna e le sue insidie, per sapere come si soccorre l’amico, è necessario praticare corsi o lezioni. E qui dobbiamo denunciare la povertà dell’offerta in Italia. Siamo ricchi di proposte di scialpinismo, poverissimi di corsi di freeride. Ma, a costo di andare all’estero, è necessario sottoporsi a queste “scuole”.

Dice Nicolas Hale-Woods: “Oggi in Svizzera (non lo sostengo io, ma una statistica ufficiale del Club Alpino Svizzero) abbiamo circa lo stesso numero di morti per valanga di trenta anni fa, mentre il numero stimato di persone che vanno fuoripista è almeno dieci volte tanto. Perché? Il numero è stabile grazie al fatto che sempre più spesso la gente che finisce sotto le valanghe viene tirata fuori dai suoi compagni. Sappiamo che 15 minuti sono il limite temporale oltre cui la possibilità di sopravvivere diminuisce drasticamente, quindi un soccorso immediato operato da chi ti accompagna è la cosa migliore”. E occorre quindi che il gruppo non scenda assieme, ma ciascuno alla giusta distanza.
Insomma la differenza tra freerider e fuoripista è la stessa che potrebbe esserci se accostassimo “arrampicata” con “fuorisentiero”: questa è una specialità che non esiste, ma che potrebbe anche essere creata in futuro, magari declinandola all’inglese (off-path? of-trail?). Ad essa appartengono già cercatori di funghi e di stelle alpine.

6. Effetto Tomba sull’Italia
Il fatto che in Italia l’offerta scuole freeride sia insufficiente è osservata anche da Nicolas Hale-Woods , il quale attribuisce questo ritardo nientemeno che ad Alberto Tomba. La forte popolarità del grande campione avrebbe infatti determinato nel nostro paese la moda sciatoria di almeno una generazione, se non di più.

7. Auto-Soccorso
Dopo aver frequentato un corso di freeride, oltre che allenarsi regolarmente, occorre praticare con regolarità l’esercizio all’auto-soccorso. Siccome è fondamentale la velocità di esecuzione, occorre che tutte le manovre, ricerca, scavo, recupero e primo soccorso siano fatte in velocità e con precisione. Non basta saperlo fare, bisogna saperlo fare bene e veloci. Senza panico e con automatismo istintivo.
Se, invece di produrre divieti a manetta, impianti e autorità predisponessero aree (come succede Oltralpe) di allenamento per le ricerche in valanga, si farebbero passi enormi in avanti: magari si colmerebbe il gap che oggi in Italia abbiamo con Francia, Svizzera e Austria.

6526-freeride
8. Piste monitorate
Già la percorrenza di decine o centinaia di sciatori e snowboarder al giorno di itinerari fuoripista significa avere in breve tempo il percorso battuto e quindi quasi non si può più parlare di fuoripista. Ciò non toglie che sia utile esercitarsi su un terreno del genere.
Alcune stazioni, specie all’estero, provvedono di minare certi percorsi, con ciò ottenendo l’addomesticamento di quella discesa e rinviando il problema di “formazione esperienziale” ad altro terreno. Ci si può convivere, ma è assolutamente necessario che chi s’ingaggia nelle discese sappia perfettamente se sono state “trattate” o meno.

9. La libertà è tale solo se responsabile
C’è sempre qualcuno che pensa di essere superiore, sotto sotto convinto di essere dotato di una certa immortalità innata, oppure convinto di essere più bravo, perfino più veloce della valanga come ha visto in certi film. Qualcuno confida nel vago stellone personale, qualcuno ritiene, in evidente stato di “overconfidence”, che l’essere passato di lì centinaia di volte voglia dire essersi guadagnati l’invulnerabilità. Qualcuno dice “se son passati quelli là lo posso fare anch’io… anzi lo devo fare anch’io…”. Qualcuno infine ha un programma da rispettare (tipo certe uscite dei corsi di scialpinismo, magari già rimandate due volte per brutto tempo…).
Sono tutti filtri mentali sulla presenza dei quali invece si dovrebbe riflettere molto, distinguendo ciò che è sicuro sapere da ciò che è transitoriamente fallace. Lì è la responsabilità che ci assumiamo, nella coscienza tranquilla di aver fatto la scelta giusta dopo essersi ascoltati a fondo ed aver eliminato i filtri.

10. Gli incidenti “stupidi”
Di solito per stupido s’intende l’incidente che si poteva evitare. Col senno di poi? No, con quello di prima. Quando non si ha esperienza, quando c’è un grado di pericolo 3 o più, quando ci sono i cartelli di divieto o le ordinanze ma nulla si sa del loro perché, quando il nostro proprio “io” inflaziona la nostra coscienza… quando siamo tentati di sperimentare, con il sottile equilibrio tra il galleggiare e l’affondare nella neve polverosa, quell’equilibrio che invece dovrebbe già essere dentro di noi… beh, in questi casi non si può parlare di scelta responsabile.

11. La rinuncia
Occorre convincersi che la rinuncia è uno dei coefficienti essenziali al grado di libertà di cui tutti vorremmo disporre. La rinuncia è “irrinunciabile”. Se solo uno del gruppo esprime qualche dubbio, se solo si avverte un vago senso di disagio, considerare l’opzione rinuncia è salutare. Considerare quest’opzione non vuole dire obbligatoriamente rinunciare. Vuole dire concentrarsi di più.
Occhio ai segni!

12. Divieto vs Formazione
In conclusione non ci si improvvisa freerider, ma è meglio voler essere freerider che incallirsi nel fuoripista (né carne né pesce).
I divieti indiscriminati del fuoripista e del freeriding non hanno senso. Chi è esperto e responsabile se ne andrà in altri luoghi, in ogni caso non rinuncerà semplicemente per un divieto. La pratica del fuoripista e del freeriding è normale in altri paesi, e anche da noi comunque non esiste stazione sciistica che non la pubblicizzi con depliant e filmati.
Il divieto è il mezzo più semplice per perpetuare la tendenza ormai purtroppo invalsa nella nostra società sedentaria e sicuritaria di esprimere giudizi positivi solo su ciò che è estremamente sicuro e di negare il diritto dell’individuo a responsabilizzarsi. Un divieto infatti dichiara a priori l’insicurezza di una zona, condanna e sanziona la disobbedienza e trasferisce sull’autorità le scelte che dovrebbero essere solo nostre (se vogliamo essere individui completi e non solo consumatori). Il divieto impedisce cultura, educazione, intelligenza e responsabilità. In definitiva il divieto nega il libero pensiero oltre che il libero transito: e chiudere le strade al pensiero è sempre stato negativo per tutte le civiltà.

3 febbraio 2014

freeride

0
Meglio freeride che fuoripista! ultima modifica: 2014-02-03T18:27:47+00:00 da Alessandro Gogna

5 thoughts on “Meglio freeride che fuoripista!”

  1. A PROPOSITO DI MIGLIORAMENTO NELLA CONCEZIONE DEL PERICOLO IPOTIZZATO PER LE NUOVE GENERAZIONI CHE SI DEFINISCONO FREE-RIDERS…AL LINK INDICATO SI PUò NOTARE COME QUESTO SIA UN DATO ASSOLUTAMENTE NON REALE. SITUAZIONI COME QUELLA IN FOTO CHE HO FOTOGRAFATO NEL GRUPPO DI SELLA SI PRESENTANO UN PO’ DAPPERTUTTO DOVE VI SIA FREQUENTAZIONE FUORIPISTA E NON SOLO IN ITALIA, BASTA FARE QUALCHE CURVA IN VALLEE’ BLANCHE FREQUENTATA DA SCIATORI DI TUTTO IL MONDO…

    https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10202048487066239&set=a.10201991024389708.1073741861.1008486313&type=3&src=https%3A%2F%2Fscontent-b-mxp.xx.fbcdn.net%2Fhphotos-frc1%2Ft1%2F1898088_10202048487066239_1368075565_n.jpg&size=960%2C717

  2. ueh…! ma sei permaloso mister Gogna eh…:-) mica era rivolto a te il mio commento, se non come riportatore (termine che forse emergerà nei neologismi…:-D ) di qualcosa trovato tra i vari siti che trattano di montagna ed a mio avviso dopo averlo frequentato per parecchi anni planet mountain spesso vuole far tendenza malgrado tutto…ergo…il mio intervento condiviso anche da Aldo, era rivolto a loro…

  3. Forse non mi sono spiegato in modo chiaro. Voglio rassicurare sia Aldo Stradiotti che Stefano Michelazzi che sono ben conscio del valore e del livello dell’attività di sci estremo (senza scomodare alcun nome) che è stata ed è quotidianamente compiuta sia all’ovest che all’est delle montagne italiane da italianissimi rider. E che anche io prediligo il suono del nostro idioma.
    Non suggerisco di sostituire la parola fuoripista con la parola freeride: in realtà il senso del mio post è volto a condannare la contrapposizione dei due diversi significati ormai consolidati nella comprensione del grande pubblico, suggerendo provocatoriamente all’individuo di abbandonare le caratteristiche negative del fuoripista così come lo vedono i media per sposare tecnica, capacità, serietà e responsabilità del freeride. Cioè, invece di pencolare tra due nomi, cambiare radicalmente il genere della propria espressione sportiva, dal superficiale al competente, dall’ignorante al responsabile.

  4. Molto d’accordo con Stefano. Anche dalle parti che piu’ frequento io (monte bianco) fuoripista significa sciare ad altissimo livello su pendii e canali da sogno!

  5. affascinante divagazione sulla terminologia…
    Io da anni tengo corsi di fuoripista o free-riding ogni inverno e l’unica differenza è che agli stranieri li indico come free-ride skiing mentre agli italiani come sci fuoripista…forse il termine inglese sarà più alla moda, più aggressive style…ma il bell’ idioma italico che ci invidia mezzo mondo per la sua musicalità e per le sue caratteristiche grammaticali non ha nulla da invidiare…
    Ora si vuole differenziare la pratica di alcuni principianti dello sciare a lato delle piste o di chi vorrebbe ma…non posso…per inventarne una nuova…
    Le statistiche svizzere sono senza dubbio perfette, ma in Italia le stesse non esistono o per lo meno sono assolutamente imperfette visto che si pensa più a scrivere porcate sugli incidenti che fanno molta più audience…
    Io credo che anche quì in Italia negli ultimi anni si sia evoluto molto il modo di andare fuoripista e basta vedere che differenza di stili non c’è venendo a sciare nelle Mecche dolomitiche (Sella e Cristallo) per accorgersi che ripido e fuoripista stanno diventando ormai la stessa cosa come un po’ ovunque.
    Nomi come Holzer, Rumez, Valeruz non arrivano dalla luna ma da queste parti e se prima imitarli veniva considerato sci estremo oggi viene considerato come i massimi livelli del fuoripista…!

    ciao stefano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *