MoJo, il giornalismo nel tempo del telefonino

MoJo, il giornalismo nel tempo del telefonino
di Francesco Facchini
Il mobile journalism ha regole precise e può essere l’ancora di salvezza per una una categoria in crisi
(già pubblicato su www.wired.it il 12 aprile 2017)

Una notizia: il giornalismo non è morto, anzi è nel bel mezzo di una rivoluzione senza precedenti. Il problema è che da qui, la rivoluzione, sembra non vedersi. Ci sono due parole che messe insieme stanno ribaltando qualsiasi concetto conosciuto del giornalismo internazionale. Eccole: mobile journalism. Definire questa disciplina è difficile: la materia è giovane e fluida e la tecnologia cambia di giorno in giorno. Per farla breve si tratta di quel tipo di giornalismo, principalmente visuale, che è pensato, prodotto, post-prodotto e consegnato tramite apparecchi mobili come smartphone e tablet. Senza passare dal pc. Questa la linea di base, ma le sue declinazioni sono infinite.

Dopo una tale definizione il pensiero va al citizen journalism. Ecco, dopo aver definito la materia del mobile journalism (o mojo come lo chiamano gli adepti), va definita la differenza tra i contenuti che chiunque può produrre e, appunto, il mojo. Le università inglesi e americane, gli accademici di questa disciplina della professione giornalistica, ma anche tutti coloro che praticano il mojo, sanno bene che i video di citizen journalism sono i cosidetti User Generated Content, contenuti generati dagli utenti.

Ecco, il mojo è quel linguaggio professionale che porta gli UGC al piano di sopra, quello delle User Generated Stories. Quello che sembra minacciare il giornalismo di oggi, il fatto che tutti possano schiacciare il tasto rec del proprio telefonino, diventa un alleato impareggiabile.

Il giornalista, quindi, se prende in mano il proprio smartphone diventa protagonista del cambiamento della professione e si riappropria della sua funzione primaria. Quale? Quella di far diventare il mare indistinto di video, un fiume appropriato di contenuti utili a raccontare la realtà. Il giornalismo sta benissimo, perché è in mezzo alla mojo revolution.

Il giornalismo scoppia di salute perché la convergenza dei media verso il linguaggio visuale risponde a una tendenza che va verso infinito. Si tratta della sempre crescente necessità di contenuti video che i miliardi di siti e i milioni di canali televisivi sulle più diverse piattaforme stanno mostrando. Qualche dato: agli inizi degli anni ’70, negli Usa, i broadcaster nazionali erano 3 con una capacità di 64 mila ore di contenuti; con l’avvento della tv via cavo e le televisioni commerciali di massa, i canali sono diventati 500 e le ore di contenuti 4,5 milioni. Con l’arrivo della fibra ottica e la fusione tv-internet i canali sono diventati 2000 (di caratura nazionale), ma sfiorano i 2 milioni quelli locali con diffusione ovunque. Mettiamo vicino YouTube: 56 miliardi di video nel 2012, 30 miliardi di ore.

Chi ha elaborato questi dati ha anche aggiunto, nel suo libro iPhone Millionaire: How to Create and Sell Cutting-Edge Video che i costi per un’ora di contenuto televisivo sono passati da 1 milione di dollari a 150 mila. Figuriamoci cosa può fare il mobile journalism, che costa pochissimo e rende tantissimo. A stare larghi 1000 dollari tra hardware e software più il costo lavoro. Una manna per gli editori. Un altro dato consegnato dall’autore di questo strano libro è che i nati dopo il 1990 passeranno oltre 56 anni davanti a uno schermo, in massima parte guardando un video. A questa nuova era visuale dei contenuti bisogna costantemente “dar da mangiare”. Ci possono pensare i giornalisti.

A proposito: l’autore di questo libro si chiama Michael Rosenblum ed è il padre del mobile journalism. Forse il nonno, visto che nella sua carriera di producer tv ha aiutato migliaia di giornalisti e decine di televisioni a “mobilizzarsi”, ma prima di farlo con un telefonino ha anche battezzato e codificato il video giornalismo, vale a dire quella filosofia professionale per la quale i giornalisti delle tv sono divenuti capaci di unificare diverse professionalità (cameraman, giornalista e montatore). Fra le sue imprese, di rottura, il passaggio della BBC a un modello produttivo basato su video giornalisti e poi mojoer, la conversione in VJ e poi in mobile journalist di The Voice of America, agenzia governativa di broadcasting, la fondazione di The New York Times TV, collaborazioni con televisioni dalla Germania allo Sri Lanka, dall’Eritrea al Giappone, la fondazione di Video News International, la cofondazione di Current TV (poi ceduta ad Al Jaazera). Dal 2012 in poi, con un iPhone 4 in mano, la conversione definitiva al mobile journalism che lo ha fatto diventare un evangelist e un trainer chiamato in tutto il mondo, in grado di formare un esercito di mojoer dell’ordine di 40 mila persone.

La BBC ha deputato una parte della sua academy all’insegnamento del mobile journalism. L’intera organizzazione del lavoro dell’Ekstra Bladet danese è improntata sul mojo, l’Hidustan Times sta creando una redazione mojo di 750 giornalisti. Al Jaazera ha più di 50 giornalisti che lavorano in mobile allenati dal guru del mojo Glen Mulcahy. Lo stesso può dirsi per CNN International. La maggior parte dei reportage di guerra dei principali network mondiali è mobile journalism, la tv svizzera RSI ha mandato buona parte dei suoi giornalisti a coprire le presidenziali Usa con il solo iPhone e in questi mesi stanno andando in edizione i primi format totalmente mojo come The Collectors della RTE. Già nel 2015 Der Spiegel raccontava la crisi migratoria con questo lavoro in mobile journalism.

Questi sono solo alcuni degli esempi di mobile journalism e di redazioni in evoluzione, ma cercando tra le pieghe del web si scopre che perfino paesi africani come il Marocco, la Tunisia o il Bostwana stanno spingendo sul mojo. Con il nord Europa a fare da locomotiva a questo treno. Quando la connessione 5G arriverà a disposizione di tutti (2020-2022) la gran parte delle telecamere andranno in pensione per lasciare il posto al mobile journalism e al mobile videomaking quasi in totale. I video, infatti, saranno consegnati in tempo reale e questa è un’altra caratteristica del mojo: la velocità di realizzazione. Se  la connessione va 200 volte più veloce di quella che abbiamo oggi, è facile capire che video anche pesantissimi arriveranno nelle regie delle tv pochi secondi dopo la loro realizzazione.

Il giornalismo sta benissimo, ma in Italia ben pochi lo sanno. Le redazioni di siti e televisioni cavalcano da tempo l’onda dei video e sono migliaia i videoreporter che usano il protocollo smart inventato da Rosenblum senza aver conosciuto Rosenblum. La necessità ha portato tutti a sveltire e snellire i processi produttivi dei video per cui, da Palermo a Bolzano, i giornalisti hanno già preso in mano telecamere e telefonini. Nei processi di produzione e pubblicazione di video ci sono passaggi mojo anche nelle testate italiane, ma le redazioni non vengono ancora riprogettate in senso mobile.

La materia deve ancora ricevere una degna collocazione accademica. Dal punto di vista della formazione ci sono solo sparute e valide esperienze come il corso di formazione tenuto dal giornalista Rai Nico Piro e dal videomaker Enrico Farro o piccoli workshop avvenuti in Piemonte con il giornalista Nicola Assetta. È particolarmente attivo il mojoer genovese Fabrizio Cerignale. Notevole anche il lavoro di Rosa Maria Di Natale e dell’Ona Italiana, retta da Mario Tedeschini-Lalli. Le accademie e le scuole di giornalismo, tuttavia, non si stanno muovendo in quella direzione: fra le poche che fanno accenno al mobile journalism c’è la Lumsa che nella presentazione del suo master ne accenna. La pratica, invece, racconta di mobile journalist costretti a non dire come producono i video per venderli alle redazioni, perché se è fatto col telefonino è sinonimo di minore qualità. La prima agenzia nata con spirito mobile e VJ è Alanews a Roma.

Francesco Facchini

E gli editori? Stanno a guardare. Il tutto mentre attorno tutto corre. Corre verso i contenuti giornalistici a 360 gradi sui quali verterà la prossima edizione di Mojocon o verso la realtà virtuale. Oppure verso i live da tutte le piattaforme (anche in 360) che i mojoer sanno fare in solitaria. Sempre col solo telefonino. L’Ordine dei giornalisti ha varato recentemente i piani di studio per le scuole di giornalismo: non ci sono le due parole, mobile e journalism, dentro. Il mobile journalism, però, resta il linguaggio verso il quale si stanno dirigendo tutti i principali produttori di media, anche per la versatilità delle macchine con cui si possono fare inquadrature impossibili a qualsiasi telecamera. Ormai hardware che producono video in 4k sono nelle tasche di tutti, le principali marche di strumenti audio, da Senheiser a Rode, fanno microfoni per telefonini e tablet, le app di montaggio come Kinemaster e Luma Fusion hanno colmato il gap di qualità con software come Premiere di Adobe. Una rivoluzione. Il giornalismo sta benissimo, ma gli editori nostrani non se ne sono accorti.

Francesco Facchini, Sharingdaddy part time di professione, giornalista e blogger per passione, studia, adopera, scrive e parla di mobile journalism da quasi un decennio.

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MoJo, il giornalismo nel tempo del telefonino ultima modifica: 2017-04-18T05:10:13+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “MoJo, il giornalismo nel tempo del telefonino”

  1. Dappertutto sbandieravano che il Trump aveva mandato la flotta per intimidire la Korea del nord. La portaerei è arrivata alla destinazione prevista senza modificare la rotta per le esercitazioni programmate da mesi: l’Australia!
    Forte questa, ora non so cosa sia vero.

  2. In Italia vedo due problemi: 1) i dinosauri del giornalismo, giornalisti ed editori, sempre perennemente in ritardo su tutto e che, sordi e ciechi alla realtà del mondo che cambia, sono rinchiusi nel fortino a difendere battaglie di retroguardia; 2) la velocità media schifosa delle connessioni (provare a fare una diretta streaming decente). Che è figlia delle battaglie di retroguardia di cui sopra, per cui “ma a che ti serve la banda?” e “Il web è il regno delle bufale”. L’Italia è il paese delle corporazioni in cui tutti frenano disperatamente di fronte ad ogni cambiamento, da Uber alla fibra “che non serve”, al documento preteso “in originale” dalle amministrazioni pubbliche (non sia mai che tu lo possa spedire via mail), e giù giù per li rami.

  3. Certo che sì, Paolo.
    La cosa incredibile per me è che ne fanno l’elogio (e ne sostengono l’utilizzo) molte delle testate che “combattono” contro le fake news… La mia impressione è che così sarà davvero facile pubblicare qualsiasi cosa, un’istante dopo che è successa, senza alcuna verifica. Ma sono ugualmente certo che se provenissero da reporter o testimoni russi o siriani filo governativi saranno timbrate come falsi, mentre se venissero dai “White Helmets” (quelli che raccolgono le vittime del Sarin senza maschere e tute antigas e senza guanti, giusto per dire quello che un qualunque medico o infermiere non farenne mai…) sarebbero verità colata. Come il twitter del medico siriano che ha dato l’annuncio dei gas su Idlib, subito ripreso come Verità dai media occidentali e lanciato nelle prime pagine (ma bastava leggere The Times, la Pravda camuffata, naturalmente… https://www.thetimes.co.uk/article/kidnap-trial-doctor-treats-gas-victims-5dmnzz5k0

  4. Non è che la velocità di informazione porti alla superficialità dell’informazione?
    Ogni tanto mi chiedo come facciano ad approfondire o solo meditare 5 minuti ciò che scrivono…. talvolta si leggono robe che non stanno né in cielo né in terra….
    Però forse il sistema delle società degli uomini funziona così.

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