Mont Maudit, prima ascensione per la parete sud-est

Il brillante racconto della prima ascensione alla parete sud-est del Mont Maudit, anche se firmato a sei mani, è indubbiamente frutto della penna scanzonata, ma sempre precisa, puntuale e assai documentata, di Renato Chabod, come vedremo infatti più oltre in questa stessa antologia quando lo stesso Chabod ci racconterà La corsa alle Jorasses. Lo stile di Chabod è assolutamente nuovo, per l’epoca. Che ci venga in mente, solo Albert Frederick Mummery, da buon inglese, era latore di un umorismo del tutto ignoto alle relazioni alpinistiche e ai diari degli illustri viaggiatori ed esploratori dell’Ottocento. Il Novecento poi, tra nazionalismi e sport, di certo non aveva facilitato una visione disincantata dell’alpinismo in generale: visione che, ben dopo Chabod, vediamo appannaggio solo del grande e vero maestro di questo stile, il francese Georges Livanos. Come quest’ultimo, anche Chabod non esita a deformare leggermente l’oggettività del racconto pur di fare una battuta, un commento salace. Ma lo fa con mano leggera, come volesse avvertire il lettore che non bisogna mai prendersi troppo sul serio (NdR).

Mont Maudit 4471 m, prima ascensione per la parete sud-est (4 agosto 1929)
di Lino Binel, Amilcare Crétier e Renato Chabod
(da Rivista Mensile del CAI, n. 1-1930, pag. 13 e segg.)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Il 24 luglio 1929, giorno in cui incominciò a imperversare nella zona del Monte Bianco e in tutta la valle d’Aosta quel memorabile periodo di mal tempo che doveva durare per quasi un mese ed ostacolare tanti progetti alpinistici, noi effettuammo, in compagnia del Ten. Col. Baratono, il nostro primo tentativo alla grande parete, giungendo, come era facilmente prevedibile, non oltre la quota 3600 circa sull’alto Ghiacciaio della Brenva.

Il tempo si mantenne brutto per un paio di giorni, e noi ce ne tornammo al piano: poi divenne discreto, e noi ce ne andammo alle Grandes Jorasses, giusto in tempo per arrivare fin sulla P. Walker e ritornarcene precipitosamente indietro, cacciati dalla bufera. Finalmente divenne splendido (addì 30 luglio) e noi telegrafammo a Baratono (che nel frattempo era ridisceso al piano), di ritornare, che stavolta l’ascensione era sicura. Infatti il primo di agosto riuscimmo a raggiungere l’altezza di circa 3300 m. sulle rocce immediatamente sovrastanti il Bivacco fisso della Brenva, ritornandocene ad Entrèves sotto una pioggia dirotta.

Cominciavamo dunque ad essere ben stufi del tempo cattivo e della catena del Monte Bianco, con le sue montagne troppo alte, e ce ne stavamo mollemente sdraiati in un praticello presso Entrèves a gustare le delizie del fondo valle, quando giunse in bicicletta da Courmayeur Laurent Grivel, il quale ci narrò che un uomo giallo, con gli occhi a mandorla e con due formidabili guide svizzere, era andato da lui ad acquistare un gran numero di chiodi da roccia e da ghiaccio per tentare la parete del Maudit.

Inoltre, come se ciò non bastasse, due alpinisti inglesi, gli scalatori della via della “Sentinella” al Monte Bianco, stavano apprestandosi a partire per la stessa meta. Tutte queste belle notizie non mancarono di produrre una profonda impressione sul nostro animo, decidendoci a ritentare al più presto la prova, per precedere, se fosse possibile, i temibili rivali (Da informazioni cortesemente fornite al conte Riccardo Cajrati-Crivelli dal colonnello Strutt risulta che la nostra salita, o una via molto simile, fu ripetuta il 16 settembre dello scorso anno dall’alpinista giapponese Kagami con la guida Gottfried Perren. Smythe tentò la stessa cosa in agosto, ma uno della carovana fu ferito piuttosto in malo modo da una pietra all’inizio dell’ascensione, così che questa dovette essere abbandonata, NdA).

Ma c’era un guaio, e abbastanza grave: Baratono era ritornato per una seconda volta al piano e noi non eravamo più in tempo ad avvertirlo. Dopo un po’ di incertezza decidemmo di sacrificare il nostro amico, ché , pensavamo, se stiamo qui ad aspettarlo, gli Inglesi o l’uomo giallo con le sue guide ci fanno la parete, ed allora restiamo suonati tutti e quattro, Baratono e noi.

Il giorno dopo, che era il sabato 3 agosto, partimmo da Entrèves a mezzogiorno, con un caldo delizioso: avremmo ben potuto avviarci prima, ma non c’era il pane, e noi, piuttosto che scendere a Courmayeur a comprarlo, preferimmo aspettare il suo arrivo ad Entrèves. Di modo che giungemmo al Bivacco fisso della Brenva solo verso le 18.30 dopo lunghe ed abbondanti fermate per il caldo e per i sacchi discretamente carichi.

***

Alle 23.30 dello stesso giorno Crétier ci sveglia, mantenendo la minaccia fatta prima di addormentarsi ed alla quale nessuno aveva creduto: ma dal momento che avevamo tutti promesso di alzarci per tale ora, siamo costretti a farlo. Il sonno però non ci vuole abbandonare tanto presto e l’acqua del caffè non ha nessuna intenzione di bollire, onde solo alle 1.30 del giorno dopo, domenica 4, siamo pronti a partire, in pieno assetto di battaglia. Al lume della lanterna ce ne andiamo adagio adagio, finché, quando sono ormai le 4.30 e le ultime stelle stanno per sparire ai nostri sguardi, ci fermiamo per fare una piccola refezione su di un sasso in mezzo al ghiacciaio, sotto la Fourche de la Brenva. Abbiamo intanto per la prima volta la soddisfazione di vedere la nostra parete e di poterla studiare attentamente e da vicino, integrando così dal vero le cognizioni acquistate sulle numerose fotografie di Baratono. Del resto c’è poco da scegliere, che i casi sono soltanto due: o si passa a destra, o si passa a sinistra. A destra (Per chi guarda. In tutto il corso della relazione le parole: “destra-sinistra” non indicheranno mai: “destra-sinistra orografica” ma bensì “destra-sinistra di chi guarda o sta salendo”, NdA) c’è una successione assai complicata di inclinatissimi canali nevosi e di grandi placche, il tutto coronato graziosamente dalle cornici che dall’“Epaule” se ne vanno fino in vetta al Maudit con dolci ed eleganti curve, sporgendo esageratamente in fuori. Inoltre bisognerebbe attaccare molto a destra, nel gran canale vicino alla Cresta di von Küffner.

A sinistra c’è invece un gran crestone, ben individuato, che sale a congiungersi alla cresta di frontiera a non più di 40 metri dalla estrema vetta. Nella parte bassa della parete il crestone ha alla sua destra un gran pilastro rosso, alto circa 300 metri, cui sovrastano un altissimo salto a picco di rocce grigie e levigate ed infine il pendio nevoso posto sotto la sommità del monte. A sinistra è fiancheggiato per tutta la sua lunghezza da un ripido canalone di ghiaccio, sormontato da un’altissima ed insuperabile cornice. Il crestone ci appare subito la via più diretta e più sicura: ma il guaio si è che non sappiamo dove attaccarlo.

Qui la faccenda è un po’ più complicata, che ora i casi sono… tre!
1) attaccare all’estrema sinistra, salendo per un po’ di tempo nel canalone di ghiaccio;
2) prendere il pilastro rosso, seguirlo fino alla sua sommità e poi andare a raggiungere il crestone nel punto in cui esso forma una spalletta nevosa all’altezza di circa 4200 metri, salendo obliquamente per una specie di grande cengia inclinata, dove le rocce sono in parte coperte di neve ed apparentemente superabili senza troppi ostacoli;
3) innalzarsi per il cono di deiezione al centro della parete, salire delle placche coperte di vetrato in modo da poter raggiungere il grande nevaio triangolare immediatamente sovrastante alla base della parete, ed attraverso questo spostarsi a sinistra fino alla sommità del pilastro di cui al caso 2).

La soluzione numero 1), la più facile, non ci soddisfa, perché ci porterebbe troppo fuori dalla vera parete, quella numero 2) ha un aspetto troppo arcigno: resta la numero 3), che, lì per lì, decidiamo di seguire.

Alle 4.50 ci rimettiamo in cammino, dopo di esserci legati con tutti i nostri 50 metri di corda nella seguente formazione, che resterà immutata per tutta la salita: in testa Crétier, secondo Binel, e ultimo Chabod. Giungiamo in breve alla base del cono di deiezione, donde avrà inizio la lunga scalata (ore 5.15).

Ma, oh sorpresa! più saliamo e più le placche che dovremmo superare per portarci sul nevaio triangolare, diventano lisce, inclinate, ricoperte di vetrato; motivo per cui, dopo matura riflessione, decidiamo di andarcene ad esaminare il pilastro rosso. Seguiamo cautamente il labbro inferiore della crepaccia più alta, fin dove un canaletto, scavato nel ghiaccio dai sassi e dall’acqua, s’innalza a raggiungere un camino del pilastro, il primo a destra del canale che lo divide dal gran crestone. Il canaletto ci serve per passare la crepaccia in questo punto ancor piena di neve per le lavine: dopo pochi metri ne usciamo e incominciamo a salire il pendio alla sua destra. Qui l’inclinazione, per quanto forte, non è di quelle che non permettano a un buon ramponista di salire senza gradinare; ma Crétier preferisce tagliare dei piccoli scalini, specialmente dove il ghiaccio vivo affiora, poiché non ci seduce affatto l’idea di ritornarcene in volata fin sul piano del ghiacciaio.

Tocchiamo con piacere la roccia, ché siamo un po’ intirizziti dal gelo mattutino e Chabod incomincia a nutrire serie preoccupazioni sullo stato di salute delle sue estremità inferiori.

Il camino cui siamo giunti sale verticalmente nella parete rossastra, ed ha un aspetto poco invitante: ma, un paio di metri sopra l’attacco, se ne distacca, obliquando verso sinistra, un provvidenziale diedro dall’apparenza assai meno fiera. In buone condizioni anzi esso non deve presentare difficoltà molto forti, ma ora gli appigli sono ricoperti di abbondante neve e di vetrato, cosicché la faccenda si complica assai, come ben ci fa comprendere la lenta avanzata di Crétier, il quale impiega un bel po’ di tempo prima di arrivare, dopo circa venti metri di durissima e difficile salita, in un punto in cui gli è concesso fermarsi e far sì che l’“aiuto morale” si possa mutare talvolta in aiuto materiale. S’avanza ora Binel, carico di ben due piccozze (per essere più libero Crétier aveva lasciato giù la sua): mentre sta arrabattandosi nel fondo del camino per poter salire (pensiamo all’uomo giallo che ci obbliga a fare l’ascensione con questa orribile neve!) una di esse, spezzando violentemente il laccio che la tiene avvinta al braccio del suo portatore, precipita a tutta velocità per il camino ed il pendio sottostante, andando a piantarsi sull’orlo del canaletto, pochi metri sopra la crepaccia.

La piccozza perduta è quella di Crétier, ed il suo legittimo proprietario vorrebbe che qualcuno andasse a prenderla: ma questo qualcuno (nel caso concreto Chabod, il quale le è assai più vicino degli altri due) naturalmente non si muove e propone che si ritorni a prenderla il giorno dopo, affermando che sarebbe grave imprudenza scendere da solo fino alla piccozza e che inoltre ciò farebbe perdere troppo tempo. Dopo qualche minuto di animata discussione la proposta è accettata. Ma il giorno dopo, per svariati motivi che in seguito avremo occasione di esporre diligentemente, non si poté andare a prenderla. Vi andò poi Chabod, 11 giorni dopo, ma la disgraziata piccozza (un’autentica e magnifica Willisch) era ormai definitivamente perduta. Miseramente travolta da una lavina, essa riposa oggi in fondo ad una delle due crepacce o in seno alla lavina stessa, donde nessuno la caverà mai più. La sua perdita, che lì per lì non ci addolorò gran che, ebbe in seguito le conseguenze più disastrose per Binel, al quale, nella traversata dai Rochers Rouges alle Bosses, toccò quasi unicamente per questo motivo, un grave congelamento alle mani.

Ritornando al nostro camino-diedro, esso dopo una trentina di metri finisce in un bel terrazzino, o, meglio, in un posto dove dovrebbe esserci un bel terrazzino piano, asciutto e confortevole, e dove ora c’è invece un gran mucchio di neve. Di qui, spostandosi a destra per circa due metri, si entra in un secondo camino, assai più facile del primo, che porta sullo spigolo del gran pilastro, dove si sale per placche e paretine, con ottimi appigli, ma sempre molto esposti causa la forte inclinazione.

A noi pare di andare molto in fretta e di aver già superato almeno almeno un terzo della parete: peccato che la Tour Ronde non ne voglia sapere di scomparire definitivamente sotto i nostri piedi e continui ad alzare fieramente il capo, malgrado la sua altezza assai modesta. Abbiamo tutti la gradevole impressione che la sommità del pilastro vada avvicinandosi di momento in momento: qualcuno propone già di fare una piccola fermata gastronomica, non appena si trovi un luogo adatto. Ma il luogo adatto è introvabile: troviamo in sua vece due passaggi assai difficili, uno spigolo liscio ed un camino non meno liscio, alto una decina di metri. In seguito finalmente la pendenza diminuisce ed il procedere diventa più agevole; giriamo lo spuntone finale alla sua destra, per rocce non difficili ricoperte di neve, giungendo su una crestina nevosa non molto inclinata, ma assai sottile, dove decidiamo di fermarci a mangiare, che almeno sulla neve si può stare seduti abbastanza comodamente. Mentre Crétier costruisce un piccolo ometto sulla cima dello spuntone, ci accorgiamo con nostro grande stupore che sono già le 11.10. Siamo infatti a non più di 4000 metri, e dalla base del cono di deiezione a venir fin qui abbiamo impiegato 5h 55’, superando in tutto non più di 400 m. di dislivello (Dalla base del cono di deiezione all’attacco della roccia vi sono circa 100 m. di dislivello; il punto più basso del gran crestone è quotato sulla carta Imfeld-Kurz 3671 m. e l’attacco è ad un’altezza di pochissimo superiore, NdA).

Ci fermiamo molto, forse troppo data l’ora tarda: ma abbiamo appetito, e poi ci pare di essere ormai a posto, avendo superato il tratto più difficile di tutta l’ascensione. Mentre stiamo calmando la rabbiosa fame, vediamo sul Ghiacciaio del Gigante due comitive, una di tre, l’altra di due persone, dirette al Col de la Fourche, evidentemente per venire a studiare la nostra parete. Saranno loro, non saranno loro? Noi crediamo che siano loro, e proviamo in questo momento – si parva licet componere magnis – la soddisfazione che provò Whymper quando dalla vetta del Cervino vide Carrel sul Pic Tyndall.

La parete sud-est del Mont Maudit

Alle 12.30 ci rimettiamo in cammino. Superata la crestina, contornando con qualche difficoltà un curioso gendarme di neve, sul suo versante nord-est, e raggiunta la parete, ci innalziamo per quelle rocce semi-coperte di neve che avevamo osservato dal basso e che non sono poi tanto semplici come sembravano. Resta inteso che si può salire, perché sulle rocce si trovano ogni tanto degli appigli, e per gradinare quella neve basta in generale prenderla energicamente a pedate, ma in certi punti si ha l’impressione di non esser troppo sicuri, quando cioè ci si trova tutti e tre su certe placche lisce e verniciate che è un piacere.

Crétier sosteneva, prima di attaccare, che la neve fresca ci sarebbe stata d’aiuto anziché d’ostacolo. Ora non deve più esser tanto convinto della sua affermazione, malgrado continui a difenderla con grande ardore.

Alle 15 raggiungiamo finalmente il gran crestone all’inizio della spalletta nevosa, all’altezza di circa 4200 m. La spalla è lunga una ventina di metri, ma è così guarnita di cornici che il percorrerla sarebbe tutt’altro che facile e richiederebbe un lungo lavoro. Noi però, quando ripartiamo dopo una fermatina di circa 15, giriamo elegantemente l’ostacolo alla sua sinistra (sud), per certe rocce non difficili che formano quasi un ballatoio sotto la cornice fortemente strapiombante. Oltre la spalla il crestone riprende a salire quasi verticalmente, ma la roccia è ottima, gli appigli molti, e si sale bene e rapidamente, tanto più poi che, dal punto in cui siamo, ci pare che la sommità del tratto di roccia che stiamo salendo (e che di qui ha tutta l’apparenza di un torrione) sia quasi all’altezza della vetta, sulla quale crediamo di poter giungere fra non molto. Tra una mezz’oretta, pensiamo con gioia, ci potremo finalmente concedere una bella fermata al sole, godendo nel contemplare le difficoltà della via percorsa e la comodità della via ancora da percorrere per giungere sul M. Bianco ed alla Capanna Vallot.

Ma, più saliamo e più ci accorgiamo con doloroso stupore che il sedicente torrione non è altro che il sostegno di una cresta nevosa, ripida, e all’inizio piena di cornici e di giravolte, la quale va a congiungersi alla cresta di frontiera solo dopo aver superato un notevole dislivello.

Questa non ce l’aspettavamo proprio: ci aspettavamo sì una cresta nevosa, ma breve, poco inclinata, e, perché no? facile. Inoltre, per colmo di sventura, la cresta di frontiera è accompagnata per tutta la sua lunghezza da una rispettabile cornice, continuazione di quella al sommo del gran canale di ghiaccio, che ci appare di qui in tutta la sua orrida magnificenza. Non riusciamo a scorgere, per quanto s’aguzzino attentamente gli occhi, in qual modo riusciremo a superare il temibile ostacolo.

Qui però i casi non sono né due né tre: c’è poco da scegliere, e quindi incominciamo a salire quella maledetta cresta. Dapprima, per pigrizia, non calziamo i ramponi, ma, dopo un breve tratto, siamo costretti a fermarci in posizioni alquanto acrobatiche per mettere i nostri preziosi Eckenstein, che l’inclinazione diventa sempre più forte e se si parte c’è pericolo di andare tutti e tre in compagnia a riprender la piccozza di Crétier. Quando siamo a circa 30 metri dalla cresta di frontiera abbandoniamo la nostra crestina e ci spostiamo verso destra, dove pare ci sia modo di superare la cornice senza aver bisogno di fare il minatore.

Qui Crétier viene per l’occasione sostituito da Chabod, il quale, data la sua alta statura, è il più indicato a superare l’ostacolo: dopo un po’ di lavoro, alle 19.15 ci troviamo tutti e tre su un comodissimo e delizioso pianoro nevoso del versante francese, avendo impiegato complessive 14 ore dalla base del cono di deiezione, per superare poco più di 800 m. di dislivello (L’orario potrà parere molto lento, ed infatti in condizioni normali la nostra via può essere percorsa in non più di 7 o 8 ore: noi però trovammo la montagna in pessime condizioni, dato che aveva nevicato abbondantemente nei giorni precedenti la nostra salita, NdA).

A una ventina di metri da noi sono le ultime rocce del Maudit: quattro passi e si sarebbe in punta. Crétier s’incammina anzi in quella direzione, ma Chabod, che già si è incamminato nella opposta (cioè verso il Colle della Brenva) energicamente si rifiuta di seguirlo, che ormai, se vogliamo arrivare alla Vallot prima di notte, non abbiamo più un minuto da perdere.

Decidiamo solennemente che in vetta ci verremo domani, scendendo dalla Capanna Vallot al Rifugio Torino, e c’incamminiamo a tutta velocità verso la sommità del M. Bianco, sulla quale naturalmente crediamo di poter arrivare abbastanza in fretta.

Al Colle della Brenva ci fermiamo per mangiare la nostra cena quotidiana, poi continuiamo adagio adagio a salire, fermandoci di tanto in tanto per prendere fiato e per contemplare nostalgicamente le valli di Courmayeur e di Chamonix, dove si starebbe tanto bene a quest’ora. Sono quasi le nove quando giungiamo ai Rochers Rouges, dove un tempo era costruita quella tale capanna, di cui oggi resta solo un piuolo [sic!] a ricordarne la nobile esistenza. È quasi notte ed il tempo incomincia a guastarsi irreparabilmente. Binel e Crétier decidono di bivaccare qui: Chabod, che non ne avrebbe nessuna intenzione e preferirebbe continuare fino alla Vallot ad ogni costo, è costretto a cedere alla maggioranza ed a tirar fuori la tenda dal suo sacco.

La parete sud-est del Mont Maudit

Questa tenda leggerissima, solida e pratica, frutto della fervida fantasia di Baratono, aveva un solo difetto (ora non l’ha più perché è stata pazientemente ricostruita con altri criteri) e cioè quello di richiedere per il suo piazzamento un tempo bello e calmo, nonché mezz’ora di luce a disposizione ed alcuni sassi di opportuna grandezza. Ora invece è notte, soffia un vento indiavolato che non lascia stare accesa la lanterna, e fa un freddo cane: inoltre mancano i sassi, mezzi sepolti nella neve e nel ghiaccio, donde si possono estrarre solo con grandi difficoltà. La tenda viene quindi piazzata assai male, e quando Binel e Chabod si sono già nascosti al riparo si accorgono che non c’è quasi posto per l’infelice Crétier (e dire che nella tenda, secondo il suo costruttore, c’era posto per quattro persone!).

Crétier protesta e vuol entrare ad ogni costo, affermando che ne ha il pieno diritto, che è già stato abbastanza al fresco e che i suoi compagni sono degli egoisti patentati, amanti solo del comodaccio loro. Gli altri due, impietositi, si decidono a fargli un po’ di posto, ammettendolo finalmente ad entrare. Nel far ciò con un po’ troppo slancio egli produce un piccolo strappo nella sottile seta: tanto basta perché il vento, che non aspettava che l’occasione buona, ne approfitti per strappare la tenda in due, lasciandoci alla bella stella. Dopo alcuni istanti di doloroso stupore e di incertezza, riusciamo a riprendere buona parte del nostro sangue freddo, decidendo che il pezzo più grande servirà per coprire la testa e le spalle a Binel e Crétier, quello più piccolo farà da coperta a Chabod, e così passeremo la notte ottimamente.

Di tanto in tanto un soffio di vento ultrapotente ci strappa di dosso il nostro involucro, svegliandoci di soprassalto dal dormiveglia in cui siamo immersi. La notte si riduce così ad una continua lotta con la bufera per cercare di aver almeno la testa all’asciutto, dal momento che nevica vigorosamente e che, più fortunati di tanti altri alpinisti i quali dormono ora sulla paglia o sul fieno, noi tre siamo tutti ricoperti da un “candido lenzuolo” di neve.

All’alba ci alziamo tutti prontamente, e non c’è pericolo che qualcuno voglia continuare a dormire. Strilliamo una buona mezz’ora per metterci le scarpe (per non gelare ce le eravamo tolte mettendo i piedi nel sacco), raccattiamo le corde e tutte le nostre impedimenta, mezze sepolte dalla neve, e ci mettiamo in cammino. È nostra intenzione attraversare orizzontalmente la parete del Bianco sotto la calotta terminale, in modo da raggiungere Les Bosses. È vero che non ci si vede a quattro passi di distanza e che continua a nevicar sempre più forte: ma star fermi non si può e questa ci pare la soluzione più spiccia, se non la più sicura. Affondiamo nella neve fino a mezza gamba, arrischiando ad ogni passo di far partire una lavina: ma tutto va per il meglio e lavine non ne partono, onde alle 6, dopo circa un’ora e mezza di marcia, nella quale Chabod e Crétier si alternano in testa alla comitiva a pestar neve, siamo sulla cresta fra la prima e la seconda delle due Bosses. Binel, data la sua posizione nella cordata, ha ceduto la sua piccozza a Crétier, ed ha compiuto tutta la traversata tenendo la mano sinistra nella neve per potersi sostenere, di modo che senza che egli se n’accorgesse la mano stessa gli si è gravemente congelata.

Abbiamo fretta di giungere alla Vallot: ma la cosa non è tanto facile come speravamo. Sulla cresta non si può stare, perché il vento è troppo forte: tentiamo di scender ai lati, ma, causa la nebbia fittissima, dopo un po’ andiamo a sbattere in seracchi, crepacci e altri ostacoli del genere, per cui ci tocca invariabilmente risalire al punto di partenza. Dopo un paio d’ore di inutili sforzi decidiamo di aspettare una schiarita: facciamo un buco nella neve e, tirati fuori dal sacco i resti della tenda, tentiamo di fare una dormita.

Ma non si riesce a dormir bene, per quanti sforzi si facciano, e dopo un po’ di tempo decidiamo di ripartire per un nuovo tentativo, da effettuarsi sul versante francese. (Bisogna però notare che in quel momento non avevamo affatto la certezza matematica di essere sul versante francese).

Scendiamo per un centinaio di metri e poi dobbiamo risalire ancora, che la via ci è sbarrata da formidabili crepacci. Finalmente le nubi si squarciano, il vento si calma un po’, e noi vediamo sotto di noi a breve distanza il pianoro e l’isolotto roccioso sul quale è costruita la Vallot, ancora però velata dalle nebbie. Questo fu in realtà la nostra salvezza, perché non eravamo in condizioni da poter sopportare un secondo bivacco, dato che dopo quel provvidenziale squarcio di nubi la bufera continuò ad imperversare fortissima fino alla mattina del martedì. In dieci minuti o poco più giungiamo a questo porto di salvezza, che troviamo in uno stato veramente deplorevole. Infatti i due tavolati inferiori sono interamente ricoperti dalla neve e dal ghiaccio (nel quale sono altresì semisepolte quattro o cinque coperte) e da una finestra (quella della seconda stanza o dortoir che dir si voglia) entra il vento che è un vero piacere, essendo completamente sprovvista di vetri o di qualsiasi altro sistema di chiusura.

Sono le 13 ed abbiamo così impiegate circa 8,30 ore dai Rochers Rouges a venir fin qui, fermate naturalmente comprese. Passiamo il pomeriggio a far cuocere una specie di minestra a base di dadi Liebig, lardo, formaggio e pane ed a frizionarci le mani ed i piedi, che siamo mezzi congelati. Binel specialmente ha la mano sinistra ed il piede destro in pessime condizioni, che i massaggi praticati quando eravamo ancora sulle Bosses a ben poco hanno servito, ed ora non si è più in tempo a fargli riprendere la circolazione perfettamente.

Nella notte dal lunedì al martedì il vento soffiò con una violenza formidabile, spalancando per ben due volte la porta della nostra baracca, ma spazzando via, per compenso, tutte le nuvole grandi e piccole che si erano addensate sul gruppo del Monte Bianco, di modo che il mattino seguente ci svegliamo con un tempo splendido. Mettiamo fuori la nostra roba ad asciugare e poi ci riuniamo a consiglio per decidere sul da farsi. L’idea di ritornare al Rifugio Torino ed anche solo alla Capanna del Dôme è tosto forzatamente abbandonata, ché Binel non può quasi più camminare; si decide allora di scendere ai Grands Mulets, unica via di scampo in simili circostanze. Non di meno Chabod e Crétier stabiliscono di salire in vetta, tanto per realizzare almeno in parte gli antichi progetti. Mentre si preparano a partire, giungono tre comitive di francesi, provenienti dalla Aiguille du Goûter. Stanno ad udire il racconto della nostra lamentevole odissea, e quindi procedono verso la cima, tosto seguiti da Chabod e Crétier, i quali nella salita possono ammirare con tutto comodo le nostre piste del giorno prima, assai originali, ed il buco scavato nella neve, nonché i nostri tentativi di discesa e il perché del loro insuccesso. Alle 10.55 sono di ritorno, avendo impiegato h. 1,30 tra salita, discesa e dieci minuti di fermata in vetta. Alle 12,30 dopo aver consumato le nostre, ultime provviste (assai scarse in verità), partiamo per i Grands Mulets.

Binel ha i piedi e le mani che gli dolgono molto e gli danno anche un po’ di febbre, onde solo alle 16 giungiamo alla capanna tanto sospirata, dove il nostro già misero portafogli subirà un tale salasso che, se l’avessimo saputo prima, piuttosto saremmo scesi per la cresta del Peutérey.

Lino Binel (Sez. Aosta) – Amilcare Crétier (Sez. Aosta) – Renato Chabod (Sezz. Aosta, Torino e SUCAI)

Note biografiche
Renato Chabod
(Aosta, 1909 – Ivrea, 1990) è indubbiamente una delle figure di più spicco tra gli alpinisti che hanno operato sulle montagne val­dostane tra i due conflitti mondiali. Si trasferisce a Torino per completare gli studi liceali e frequentare la facoltà di Giurispru­denza, ma nello stesso tempo fa amicizia con i valdostani Amilcare Crétier e Lino Binel. A Torino si inserisce nell’ambiente alpinistico facendo conoscenza con Giusto Gervasutti: i due porteranno a termine la prima ascensione della parete est del Mont Emilius, proprio in preparazione alla salita alla Nord delle Jorasses, il problema di quei tempi. La delusione della mancata prima ascensione alla Nord delle Jorasses (vedi in seguito il capitolo La corsa alle Jorasses) quasi gli fa maturare la decisione di abbandonare l’alpinismo atti­vo per dare alla sua passione per la montagna una versione più politica. Tra le sue prime ascensioni si ricordano: la Sud-est del Mont Maudit nel 1929 (qui raccontata), il Couloir du Diable al Mont Blanc du Tacul nel 1930, la Nord dell’Aiguille Blanche de Peutérey nel 1933, il Couloir Gervasutti al Mont Blanc du Tacul nel 1934. Nel 1934 effettua nelle Ande la prima ascensione al Cerro Cuerno e la settima salita, nonché prima italiana, all’Aconcagua. Nel Club Alpino Italiano ha rico­perto la carica di presidente generale dal 1965 al 1971, è stato presidente del CAAI ed è stato apprezzato metodico e competente compilatore delle guide della Collana Monti d’Italia per i volumi Monte Bianco e Gran Paradiso. È stato senatore, vi­cepresidente del Senato e sindaco di Courmayeur e autore di un apprezzato libro autobiografico, La Cima di Entrelor.

Amilcare Crétier (Verrès, 1909 – Cervino, 1933) è il maggiore alpinista valdostano, ottimo realizzatore dei sogni della generazione europea dell’epoca. Dopo aver iniziato a praticare alpinismo al tempo del ginnasio, la sua fulgida parabola si conclude tragicamente a soli 24 anni, dopo aver portato a ter­mine numerose vie nuove e alcune ripetizioni, tutte sulle montagne valdostane. Tra le sue prime ascensioni figurano imprese di rilievo inter­nazionale, classiche del ghiaccio quali la parete nord-est della Grivola e la parete nord-ovest del Gran Paradiso, ma anche grandiosi itinerari come la parete sud-est del Mont Maudit (qui raccontata), la cresta sud del Grand Combin, la parete sud dell’Aiguille Noire de Péuterey. Tra i suoi compa­gni di cordata figurano Renato Chabod, Lino Binel, Basilio Ollietti. L’incidente mortale è avvenuto durante la discesa dal Cervino, dopo aver completato la cresta De Amicis, assieme ai compagni Basilio Ol­lietti e Antonio Gaspard. Si racconta che nelle tasche dei suoi pantaloni fossero stati trovati volantini di opposizione al regime, im­pegnato come era politicamente nelle file della Jeune Vallèe d’Aoste, primo movimento regionali­sta a elaborare un pensiero antifascista.
A testimonianza dell’intensa attività resta il suo Diario alpini­stico pubblicato dalla sezione di Verrès del Club Alpino Italiano.

Lino Binel (Champdepraz, 14 dicembre 1904 – Aosta, 27 dicembre 1981), cugino di Crétier, fu alpinista di punta della stessa generazione di Amilcare Crétier e Renato Chabod, soprattutto com­pagno di cordata del primo. Il 3-4 agosto 1928 scala­rono un ancora inviolato torrione delle Dames Anglaises, successivamente denominato Punta Crétier. Quest’impresa si rivelò parti­colarmente impegnativa e richiese l’uso di una pertica e di due chiodi, mezzo di certo non usuali per loro. Insieme scalaro­no anche la parete sud-est del Mont Maudit e la Nord-est della Grivola (2 agosto 1926). Il 6 agosto 1936 chiude in bellezza compiendo con Luigi Carrel, Remo Chabod e Alberto Deffeyes la prima della Nord-ovest della Grivola.
Antifascista convinto, aderì al movimento della Jeune Vallèe d’Aoste, nel 1943 fu arrestato ma poi liberato. Partecipò alla resistenza e nel 1944 fu catturato assieme a Emile Chanoux, torturato e deportato in Germania. Ritornato ad Aosta a fine guerra, lavorò come ingegnere-capo all’Ufficio Tecnico del comune di Aosta e nel 1974 fu tra i fondatori dell’Istituto Storico della Resistenza in Valle d’Aosta.

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Mont Maudit, prima ascensione per la parete sud-est ultima modifica: 2018-10-11T05:12:30+00:00 da GognaBlog

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