Montagne con la vetta

Montagne con la vetta
(scritto a fine 1995)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

Le grandi realizzazioni in arrampicata sulle Prealpi calcaree francesi prima degli anni ‘70 puntarono alle cime, trascurando le pareti senza vetta. Di quel periodo storico è la conquista di René Desmaison e compagni (1961) sul pilastro est del Pic de Bure, nel massiccio del Dévoluy. Pochi giorni dopo il mio giro nel Dévoluy fui invitato a Chivasso a un convegno sull’alpinismo extraeuropeo. Di fronte a nomi superattuali come Oreste Forno, Marco Bianchi o Enrico Rosso, che rappresentano quanto di meglio oggi l’alpinismo italiano può esprimere, e di fronte a una personalità come quella di Kurt Diemberger, attivissimo fino all’altroieri, il mio contributo poteva al massimo essere una memoria storica.

Data la vastità di temi e di argomenti possibili in quella tavola rotonda, e considerata soprattutto la libertà di svolgimento che ci era stata concessa, credetti opportuno focalizzare l’attenzione su un problema particolare che oggi si evidenzia ovunque, in particolare anche sulle montagne lontane dalle Alpi.

Mi riferisco, senza mezzi termini, alla tendenza odierna di considerare la vetta come accessorio all’impresa e non come fine assoluto.

Anzitutto precisai di non volermi occupare di ciò che a volte è successo: una cordata, o una spedizione, tornano a casa e dicono di aver raggiunto la vetta di una montagna senza in realtà averlo fatto. Questo è un problema loro, etico, morale. La colpa di aver mentito, se hanno mentito, graverà unicamente sulle loro spalle e questa punizione sarà già di per sé sufficiente. Non è il caso di occuparsene e di infierire.

Ci sono poi coloro che NON dicono d’aver raggiunto la vetta ma, dichiarando di aver aperto la via tal dei tali, non precisano nulla a proposito della vetta raggiunta o non raggiunta, lasciando quindi credere, più o meno in buona fede, un classico raggiungimento di cima. Soltanto se messi alle strette da una domanda precisa si decidono a dare maggiori dettagli. Anche di costoro non voglio occuparmi. Sono debolezze umane, peccati non proprio veniali, con i quali, nella vita di ogni giorno, siamo costretti tutti a convivere; e non vedo come la montagna possa necessariamente migliorarci più di tanto.

Mi limitai dunque a discutere di quel fenomeno, direi dilagante, di cordate che aprono o ripetono itinerari e che obiettivamente ammettono di non averne raggiunto la fine geografica.

Ora, al di là della serietà e dell’onestà dimostrate nel raccontare le cose come sono state, qualche interrogativo questo modo di procedere ce lo pone.

Ad un primo esame sembra proprio che questo fenomeno sia molto più diffuso quando l’itinerario aperto o ripetuto è estremamente difficile. Mentre le vie normali degli Ottomila ancora oggi sono considerate dei mezzi per raggiungere il punto sommitale, senza il quale l’impresa si può considerare fallita, nel caso di vie difficili o estreme ciò non si verifica.

Faccio alcuni esempi. L’anno scorso mi sono occupato della cronaca alpinistica delle Torri di Trango, conosciute come magnifiche cattedrali di granito, verticali e svettanti ben oltre i seimila metri. Solo sulla Nameless Tower sono stati aperti una dozzina di itinerari dopo la pur difficile via di Joe Brown: io mi sono accontentato delle relazioni pubblicate sulle varie riviste, non sono andato a chiedere ai singoli i dettagli delle loro salite. Ma nessuna rivista si preoccupa di accertare se la vetta sia stata raggiunta o no. E qui non è questione da poco perché, dopo le grandi difficoltà verticali e strapiombanti, l’affrontare un significativo insieme di lunghezze di media difficoltà fa una bella differenza. Magari la parte sommitale è ingombra di neve e di ghiaccio per i quali non ci si è portato equipaggiamento adeguato. Su questo terreno poi la discesa successiva non è per nulla comoda, occorre attrezzarsi gli ancoraggi, le corde si possono incastrare, la permanenza ad alta quota aumenta e così i rischi di bivacchi impossibili.

Perfino l‘American Alpine Journal, che per la massa e la precisione delle informazioni è considerato la Bibbia dell’attualità alpinistica in territori lontani, sente la necessità di precisare se la cima è stata raggiunta.

Forse l’enorme differenza d’impegno tra la parte verticale e quella finale è il motivo di questa trascuratezza?

Ma allora dove comincia la liceità di trascurare o dove finisce? Si giudica volta per volta? Si va a metri? Oppure, come è successo, si argomenta che l’itinerario finisce là dove si congiunge ad un itinerario preesistente?

Prendiamo Infinito Sud, l’ultimo capolavoro di Ermanno Salvaterra sul Cerro Torre. Concettualmente perfetta, ardita fino al limite del concepibile, realizzata con mezzi innovativi ma nello stesso tempo tradizionali, questa via ha il limite di finire sull’itinerario di Maestri. Non mi interessano i perché. Solo Salvaterra e i suoi compagni erano in grado di giudicare. Non voglio indagare sul perché non sono andati su diritti alla cima, ma mi interesserebbe sapere perché non hanno raggiunto la vetta seguendo la via classica. Snobbare le ultime lunghezze della via Maestri, ivi compreso il famoso fungo sommitale di ghiaccio, non è propriamente trascurabile. Si può rinunciare alla cima perché si è esausti, perché il tempo non lo permette, perché (come in questo caso) il protagonista aveva già raggiunto la vetta in altre occasioni. Ma io credo non si possa dire che siccome l’itinerario nuovo finisce su uno vecchio allora si può fare a meno tranquillamente della conclusione naturale. Ma allora Thomas Graham Brown poteva trascurare di salire alla vetta del Monte Bianco nel momento in cui usciva dalle vie del suo Trittico; e così tanti altri episodi avrebbero avuto differente conclusione.

Intendiamoci, il fenomeno non è nuovissimo. Solo per fare alcuni esempi, quanti di coloro che hanno salito lo Spigolo Giallo della Piccola di Lavaredo, raggiunta la spalla hanno proseguito fino in cima invece di scendere subito in doppie nei camini della via normale? E quanti che hanno salito la via Cassin al Pizzo Badile, raggiunta la cresta finale hanno continuato alla vetta invece di scendere sulle allettanti doppie attrezzate dello spigolo nord?

E qui arriviamo alla ricaduta di questo fenomeno extraeuropeo sulle nostre Alpi. Quanti, giunti alla fine delle lunghezze tecnicamente difficili delle innumerevoli vie estreme del Grand Capucin, continuano alla vetta? Ma via, nessuno. Perché tutti scendono a corde doppie per gli itinerari che ormai sono attrezzati con le catene, descritti in disegni così precisi che non ci si può perdere neppure se si vuole.

La Cima Piccola di Lavaredo con il suo famoso Spigolo Giallo

Ora io credo che questo non vada necessariamente nella direzione giusta. E la causa prima di questo nuovo atteggiamento verso le cime delle Alpi risale all’alpinismo extraeuropeo dove per ovvi motivi per lo più si torna indietro per l’itinerario di salita, più o meno attrezzato.

Credo che la vetta sia un valore irrinunciabile, forse chi non la considera importante non sa esattamente ciò che si perde. Un fallimento oggi è più malvisto di un tempo, quando invece era una cosa normale da accettare serenamente.

Forse ci si arrabbiava, si rimaneva male, ma poi si capiva che comunque la montagna era la protagonista assoluta della nostra esperienza. Forse oggi ci si aspetta tutto subito da noi stessi e dagli altri e non si è più disposti a rischiare anche quel poco che servirebbe a ridare alla montagna una dignità che sta perdendo a vista d’occhio perché relegata in secondo piano, a sfondo della nostra assoluta necessità di successo.

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Montagne con la vetta ultima modifica: 2018-01-05T06:26:36+00:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Montagne con la vetta”

  1. 2
    Silvia Mazzani says:

    Sono convinta comunque che la realizzazione di obiettivi di elevato livello tecnico senza il raggiungimento della vetta sono sicuramente grandi a livello prestazionale, molto ma molto meno dal punto di vista alpinistico. Si potrebbe dire che “manca l’anima”.

  2. 1
    Alberto Benassi says:

    non per giustificare. Ma credo si debba distinguire.

    Dal punto di vista alpinistico il valore della cima è assoluto.

    Dal punto di vista strettamente tecnico l’andare in vetta è secondario. Conta molto di più l’aspetto arrampicatorio che è diretto, non alla conquista della vetta,  ma ha come obbiettivo essenziale la soluzione di un ben determinato problema.

    Con “Infinito Sud” forse per Ermanno Salvaterra il cuore del problema non era salire il Torre ma riuscire a vincere nel cuore la parete sud. Certamente andare in vetta sarebbe stato di ben altro impegno anche solo sguendo le lunghezze finali della via Maestri.

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