Nicola Tondini

Nicola Tondini
di Giacomo Rovida

Quand’ero piccolo per tanti anni sono stato uno scout.
I miei genitori hanno avuto la brillante idea di spingermi in quest’avventura che nel corso degli anni mi ha lasciato tantissime esperienze molte delle quali si sono rivelate ben più che utili col passare degli anni.
Durante le attività eravamo divisi in squadre chiamate squadriglie in cui c’erano un capo e un vice-capo.
Queste due figure avevano il compito di dare l’esempio a tutti gli altri, avevano il dovere di compiere le varie attività nel modo migliore possibile.
Il capo squadriglia doveva essere un faro, qualcosa cui il resto della ciurma poteva aggrapparsi nei momenti difficili e dal quale si poteva prendere ispirazione se si voleva puntare al meglio.
Purtroppo la mia strada si è allontanata dal gruppo scout e nel corso degli anni mi ha avvicinato al mondo della montagna e dell’alpinismo.
Mi sono accorto che nell’ambito montagna ci sono tantissimi dilemmi e tantissimi problemi da risolvere ancora aperti e “caldi”.
Parte di questi problemi sono legati, parer mio, al fatto che sempre più persone si sono avvicinate a questo mondo e tutte hanno idee e ambizioni diverse, e desideri diversi di esprimere la loro passione.

Parete nord-ovest del Civetta, Colonne d’Ercole, 28° tiro, VIII. Foto: Alessandro BeberNW Civetta, Colonne d'ercole, 28° tiro, VIII (foto di Alessandro Baù)
La cosa più importante per me è che sia sempre dato il giusto valore alle varie imprese di spicco da parte dei media per permettere a tutti questi nuovi utenti di prendere coscienza di qual è il modo con cui il TOP dell’alpinismo realizza le proprie avventure.
Le varie riviste, i siti internet e anche certi premi dovrebbero tracciare una scia luminosa dalla quale ognuno può prendere ispirazione.
Ho avuto la fortuna di intervistare Nicola e di conoscere meglio quello che ha fatto e come l’ha fatto e sono arrivato alla conclusione che lui è come un capo Squadriglia.
Nicola è un appassionato di montagna, una guida oltre che un fortissimo arrampicatore ma soprattutto è un alpinista e da tale ha sempre rispettato un certo stile anche su difficoltà tutt’altro che basse creando sulle più famose pareti dolomitiche itinerari di altissimo livello nel pieno rispetto dell’etica che contraddistingue queste montagne da sempre.
Il faro che era per me il mio capo squadriglia dovrebbe essere Nicola per le persone che iniziano, per quelle che si avvicinano al mondo dell’alpinismo; sapere quello che ha realizzato e come l’ha realizzato dovrebbe spingere ognuno di noi a porci delle domande su come affrontiamo la montagna, su quali sono i valori chiave che muovono il nostro andar per monti.
È stato bellissimo intervistare un alpinista come lui perché mi ha fatto capire quanto è importante continuare a mettersi in gioco e cercare di realizzare qualcosa che sia il più “pulito” possibile e che ti faccia sentire, una volta completato, il più leggero possibile.
Non è forse questo che cerchiamo?

Quando hai iniziato ad andare in montagna?
I miei genitori mi portavano fin da piccolo in Dolomiti a Siusi, dove i nonni materni prendevano in affitto una casa per due mesi. Lì ho iniziato ad amare quel paesaggio ed a fare le prime arrampicate su tutto quello che capitava. Poi in prima media una guida di Bolzano mi ha insegnato a metter l’imbrago ed i 4/5 nodi che servivano. Insegnamenti che non ho più dimenticato e che mi hanno permesso in 2a e 3a media di portare i miei compagni classe in falesia.

Che ricordi hai delle prime avventure?
Prima di frequentare un vero e proprio corso roccia a 16 anni, principalmente giravo per le falesie intorno a Verona che raggiungevamo con il pullman o con la bicicletta… per noi erano delle bellissime esperienze soprattutto quando in inverno capitavano quelle giornate in città nebbiose ed io e un mio compagno di classe andavamo ad arrampicare al sole in collina. Mi sembrava di andare in paradiso.

Sass dla Crusc, Nicola Tondini da capocordata sulla famosa placca Messner, VIII. Foto: Paola FinaliSass dla Crusc, placca Messner, VIII (foto di Paola Finali)

Raccontaci qualche aneddoto divertente delle prime esperienze.
La primissima volta che partii con due compagni di classe (avevamo 12-13 anni) per andare ad arrampicare, non sapevo dove fosse la falesia. Sbagliammo parete e ci trovammo a risalire esposti salti rocciosi, facendo le soste sugli alberi e utilizzando come corda un cordino per issare le vele.

Sei principalmente arrampicatore o ti muovi su ogni terreno?
Sono nato come arrampicatore, poi dai 18 anni fino ai 28 anni ho iniziato a praticare tutte le discipline. In quegli anni ero comunque concentrato sulle cascate di ghiaccio, dove mi capitava spesso di fare qualche bella nuova salita, e sulla roccia. Le prime aperture nuove le ho fatte su ghiaccio, prima che su roccia.

Sei guida alpina: cosa ti ha spinto a fare questo lavoro e lo consiglieresti a qualche giovane appassionato di alpinismo e montagna?
Quando avevo 21/22 anni alcuni amici mi hanno proposto di provare a fare le selezioni per accedere al corso per Guida Alpina. Fino a quel momento scalavo tanto, ma ero al terzo anno di ingegneria e non avevo mai preso in considerazione quell’opportunità lavorativa. Andai alle selezioni: passai a pieni voti e ho iniziato il corso. Pian piano mi si è materializzata questa possibilità lavorativa e l’ho seguita parallelamente a quella di ingegnere, che ho portato avanti per una decina d’anni come libero professionista. Il lavoro di guida alpina si può fare solo con una grande passione. E’ una strada che consiglierei sicuramente a giovani appassionati e credo che in questa professione ci sia ancora molto da inventare e costruire in Italia.

Hai ricevuto recentemente il Pelmo d’Oro. Che significato ha per te ricevere un premio del genere?
Devo dire che mi ha fatto molto piacere: per me ha voluto dire vedere riconosciuto e apprezzato il mio modo di fare alpinismo in Dolomiti. Le mie idee sulle invernali e sulle vie nuove.

Parete nord-ovest del Civetta, Colonne d’Ercole, 13° tiro, IX-. Foto: Alessandro BeberNW Civetta, Colonne d'ercole, 13° tiro, IX- (foto di Alessandro Baù)

Al grande pubblico sei conosciuto soprattutto per le tue nuove vie su roccia. Cosa spinge ad aprire una nuova via? Inoltre buona parte delle tue vie aperte sono in Dolomiti, c’è ancora spazio per la novità anche su queste famosissime montagne?
Quando guardo una parete quasi sempre mi si materializzano nella mente linee possibili di salita suggerite dall’estetica. Spesso molte di queste scopri che sono già state realizzate, ma non tutte. Quello che mi attira sono gli spazi ancora liberi, evitati dalle altre vie. Spazi spesso coincidenti alle parti più repulsive e compatte delle pareti. Mi spinge la voglia di provare a vedere se si riesce a salire proprio da lì arrampicando in libera, cercando di usare il più possibile mezzi tradizionali per proteggere la progressione. Spazio io ne vedo ancora, ma sempre più è necessario entrare in queste pareti in punta di piedi, per non rovinarne la grande storia alpinistica e rispettare quello che hanno fatto altri prima di te.

La quasi totalità delle tue nuove vie in montagna è stata aperta con un etica ferrea, spesso senza addirittura usare spit anche su difficoltà molto alte. Come mai hai scelto questo stile e non hai semplicemente aperto vie sportive di alta difficoltà?
Per due motivi:

Primo motivo: come detto sopra, le pareti delle Dolomiti hanno una storia alpinistica come poche altre montagne del mondo. Per rispettare quello che hanno fatto altri prima di noi, bisogna stare molto attenti a non usare stili di chiodatura troppo invasivi, che andrebbero a rovinare le vie già presenti;

Secondo motivo (e per me all’inizio è stato anche più determinante) è stata la voglia di mettermi in gioco, per vivere la dimensione dell’avventura fino in fondo. Nella mia testa fin da subito mi sono creato una ideale scala di perfezione, con la premessa fondamentale di non forzare la parete con passi in artificiale, ma puntare (fin dall’apertura) a superare in arrampicata libera tutti i passaggi. Premessa questa, che spesso mi ha costretto a dedicare molti giorni alla realizzazione delle vie più impegnative: alcune lunghezza di corda mi sono costate più giornate di tentativi e un allenamento programmato nei dettagli. Se non ero al top non valeva nemmeno la pena di partire da casa.

Sass dla Crusc, Quo Vadis, Nicola Tondini sul 10° tiro, X-. Foto: Paola FinaliSass dla Crusc, Quo Vadis, 10° tiro, X- (foto di Paola Finali)

Gli stili di apertura, secondo me, non si equivalgono, fra di essi c’è una classifica legata alla purezza. In testa a tale classifica c’è:

  • apertura a vista e in libera con protezioni veloci (clean climbing)
  • apertura a vista e in libera con protezioni veloci e chiodi normali
  • apertura in libera con protezioni veloci e chiodi normali (chiodi e protezioni posizionate con resting su cliff ad esempio).

Ora ci sono pareti e linee che si riescono ancora ad aprire in uno di questi stili. I primi due necessitano di strutture rocciose particolari e se ne trovano sempre meno in Dolomiti. L’apertura in libera con protezioni veloci e chiodi normali facendo uso di cliff per il posizionamento delle protezioni, trova invece per me ancora molto campo d’azione.

Dove, però, la conformazione della roccia non permette di proseguire in tale stile (placche compatte di calcare ad esempio) si aprono a mio avviso due strade, e ritengo che siano le uniche due possibilità ammissibili, oltre all’opzione di tornare indietro:

  • utilizzare spit-tasselli come protezione per esaltare l’arrampicata libera: quindi utilizzare una protezione sicura per spingere l’arrampicata libera al limite;
  • salire in artificiale, ma senza bucare la roccia: quindi facendo dell’artificiale ricercato su cliff, chiodini, rurp, piombi, ecc.

Entrambi questi due stili non “uccidono” l’alpinismo e l’avventura: esiste sempre la possibilità di dover rinunciare: non riesco a passare in libera; non riesco a passare in artificiale “puro”.

Quando mi accingo ad aprire una nuova via, tengo in considerazione questa classifica di purezza.

Sass dla Crusc, Quo Vadis, Nicola Tondini sul 13° tiro, IX. Foto: Paola Finali
Sass dla Crusc, Quo Vadis, 13° tiro, IX (foto di Paola Finali)

Una delle pareti simbolo delle tue aperture è il Monte Cimo, com’è nata questa storia d’amore che ti ha portato ad’aprire ben 10 nuove vie?
Per me il Monte Cimo è stato ed è tutt’ora un magnifico laboratorio delle alte difficoltà. La storia è nata ripetendo le vie aperte da Sergio Coltri negli anni ’80. Erano vie bellissime aperte in uno stile severo, utilizzando gli spit con parsimonia. La qualità incredibile della roccia ha poi fatto il resto. Qui, pur scegliendo uno stile di chiodatura sportivo (utilizzo di spit sistematico) ci siamo messi in gioco al massimo sul concetto di apertura in libera: vietato qualsiasi passo in artificiale e vietato qualsiasi resting su cliff che non corrispondesse al posizionamento di una protezione. Anche qui questo stile ci ha costretti a giornate di tentativi anche solo per superare una manciata di metri di parete. Quanto qui sperimentato, l’ho poi trasferito sulle grandi pareti delle Dolomiti con l’uso di protezioni tradizionali.

Monte Cimo, Via di Testa, 4° tiro, 7c+. Foto: Andrea Gennari Daneri
Monte Cimo, Via di Testa, 4° tiro, 7c+ (foto di Andrea Gennari Daneri)

Sei stato uno dei pochi ripetitori della placca Messner sul Sass dla Crusc. Da dove è nata l’idea di provare quella famosa placca? Cos’hai provato dopo aver rinviato la catena e superato quei 5 metri sprotetti? Pensi che Messner sia davvero passato di lì?
Sì, penso che Messner sia passato di lì. L’idea mi è nata proprio dal fatto che nei forum su internet giravano discussioni sulla reale salita di Messner. Ho pensato: andiamo a metterci il naso e documentiamo quel passaggio. Il passaggio l’ho trovato più difficile da impostare che duro e questo è secondo me il motivo per cui in tanti preferiscano fare la variante Mariacher. Tutte le estati ripeto varie vie di Messner con i clienti e sempre ne comprendo la grande capacità e voglia di mettersi in gioco… e lì ha superato se stesso.

In Civetta oltre ad aver aperto una nuova via (Colonne d’Ercole) hai anche effettuato due prime invernali di altissimo impegno: Capitan Sky Hook e Kein Rest von Vensucht. Pensi che le invernali abbiano ancora un senso? Che cosa ti ha spinto a queste avventure?
Non so se per il pubblico abbiamo un senso. Per me personalmente ce l’hanno. Per me è sempre stato un mettersi alla prova nelle condizioni meno favorevoli: partire da casa senza avere la sicurezza che ce l’avrei fatta a finire la via. Questa incognita (ce la farò?) è quello che ha suscitato la mia curiosità e la voglia di mettermi in gioco. Alla fine sono state delle avventura soprattutto mentali… anche perché non si parlava di vie con tante ripetizioni (da 2 a 3). L’invernale su Loss Lei heb Shun al Sass dla Crusc ha coinciso anche con la prima ripetizione della via. Insomma, è la solita voglia di avventura che ti spinge… e le avventure non si vivono solo se si va dall’altra parte del mondo. Lo se può vivere anche vicino a casa, se ci si danno delle precise regole del gioco.

Sass dla Crusc, Menhir, 2° tiro (IX-): Nicola Tondini attrezza una sosta. Foto: Paola Finali
Sass dla Crusc, Menhir, 2° tiro (IX-) attrezzatura sosta (foto di Paola Finali)

Consiglia 3 tue vie a futuri ripetitori, magari per ognuna raccontandoci un avvenimento particolare durante la fase di apertura.
Per chi ha un alto livello e voglia di avventura consiglio sicuramente:

Colonne d’Ercole in Civetta: roccia magnifica per oltre 1000 m. Una pietra miliare in Dolomiti. Indimenticabili sono stati i colori del tramonto che ci hanno sempre raggiunto verso sera. Sembrava di essere dentro una foto! Un avvenimento particolare? A metà luglio 2011: volevamo andare avanti a tutti i costi con la via, anche se il tempo non era dei migliori e faceva freddo. Quando raggiungemmo la sosta dove eravamo arrivati la volta precedente, mi misi dentro il sacco a pelo ad aspettare il mio turno… tanto per avere un’idea delle temperature “invernali” di quel luglio.

Quo Vadis al Sass dla Crusc, forse la via che mi ha impegnato di più fisicamente e mentalmente. Il penultimo giorno di apertura su uno dei tiri chiave, finché mi preparavo a partire dalla sosta mi volò giù una scarpetta. Fui costretto ad arrampicare con le scarpette spaiate, rubandone una a Ingo.

Testa o Croce al Monte Cimo: il 4° tiro è qualcosa di incredibile per la sua bellezza. Imperdibile. Con un “testa o croce” ci giocammo il turno di apertura sul tiro chiave. Un giorno mi volò giù da 150 m di altezza il cellulare… lo ritrovai (facendolo squillare) in perfetto stato appoggiato su un alto strato di foglie! Da non riprovare.

Nicola Tondini a Monte Cimo, Testa o Croce, 4° tiro, 8a+. Foto: Paola Finali
Monte Cimo, Testa o Croce, 4° tiro, 8a+ (foto di Paola Finali)

Qual è per te lo stile migliore per aprire una via di roccia?
Lo stile migliore è quello che ti fa fruttare al massimo le possibilità di protezione della parete. Su Menhir al Sass dla Crusc ci sono due soste a spit, ma ce n’è una da attrezzare completamente con i friend… sapere leggere le pieghe della roccia. Sulla progressione in apertura, a me piace e stimola al massimo il risolvere in arrampicata libera le sezioni tra una protezione e l’altra.

Quale pensi sia il futuro dell’arrampicata? E sulle grandi pareti?
Vedendo i gradi che si stanno realizzando in falesia, secondo me sarà il trasportare sulle grandi pareti le altissime difficoltà, utilizzando le protezioni che di volta in volta la roccia offrirà. E su questa strada si vedono sempre più segnali.

Nicola Tondini nato a Verona il 22 febbraio 1973 http://www.xmountain.it/nicola_tondini.html
Tondini-Nicola-Tondini

0
Nicola Tondini ultima modifica: 2014-12-05T07:30:41+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “Nicola Tondini”

  1. 2
    Maurizio Oviglia says:

    Bravo Nic, fatti e chiarezza di idee, pochi se lo possono permettere 😉

  2. 1
    Anonimo says:

    grande Nic

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *