No ai divieti

Incoscienza in montagna, una battaglia che non si vince a colpi di divieti
intervista ad Alessandro Gogna di Valentina d’Angella, apparsa su Montagna.Tv l’

L’alpinismo è il luogo della responsabilità individuale, e nel bene o nel male nessun cartello o divieto potrà sostituirsi alle scelte che deve prendere chi va in montagna. Per questo imposizioni esterne, divieti, sono del tutto inutili. Questo in sostanza il punto di inizio del ragionamento di Alessandro Gogna, con cui abbiamo parlato qualche giorno fa della questione emersa preponderante questa estate sulle imprudenze e i comportamenti inadeguati in alta quota. Il discorso di Gogna si è poi ampliato: un confronto col passato, la mediatizzazione, il riconoscimento della cultura di montagna come unica arma possibile, e infine il compromesso necessario oggi, che può passare anche attraverso certi tipi di avvisi informativi, ma non proibitivi.

Alessandro Gogna


Qualche giorno fa i genitori di Jassim Mazouni, il ragazzo francese morto questa estate al Monte Bianco con Ferdinando Rollando, hanno fatto pubblico appello a una maggiore regolamentazione in montagna. Divieti, avvisi e segnaletiche: è così che si prevengono gli incidenti secondo te?
Io comprendo benissimo che perdere un figlio di 15, 16 anni deve essere una cosa pazzesca, terribile, e che quindi si cerchi in qualche modo di essere utile alla società, di far sì che non si dimentichi. Sono stato tra l’altro alla messa per Ferdinando qualche giorno fa, e c’erano anche i genitori di questo ragazzo che con lui erano molto amici. Ci sono tante motivazioni che si comprendono dietro una richiesta di questo genere. Devo dire però che, per quel che riguarda l’alpinismo, i divieti penso siano cosa del tutto inutile. Non possiamo applicare all’alpinismo un codice come quello stradale: voglio dire che se tu sei in giro in macchina troverai cartelli che regolano un’attività comune a tutti i cittadini di tutto il mondo. Ma l’alpinismo è proprio il posto in cui si dovrebbe esercitare la libertà di scelta, che passa anche attraverso gli errori, che possono portare anche tragedie e incidenti. Ma fanno parte del gioco. D’altra parte che cartelli si possono mettere, faccio per dire, al rifugio Gonella per chi sta salendo al Monte Bianco? “Attenzione ai crepacci”? È assurdo. Tutti devono sapere che ci sono crepacci. “Attenzione al brutto tempo”? Oggi abbiamo una meteo che rispetto a quello che era anni fa è davvero molto credibile. L’alpinismo è proprio il posto in cui uno deve essere responsabile, e non si può limitare questa responsabilità mettendo un cartello. La mia responsabilità di scelta è tanto più grande quanto meno sono i divieti imposti da altri. Se non ho divieti e non ho informazioni sono costretto matematicamente a informarmi e a crescere personalmente, formandomi quella dose di sicurezza che proviene dal mio sapere e non dal sapere altrui. Dopo di che, se si vogliono mettere cartelli si mettano pure, ma non cambieranno le cose.

Salita al Monte Bianco dal rifugio Gonella
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Guide alpine e uomini del Soccorso denunciano sempre più spesso comportamenti irresponsabili, come di recente al Monte Bianco. Hai avuto anche tu, andando in giro in montagna, la percezione di una diffusa incoscienza?
Sì, questa percezione ce l’ho adesso e l’ho anche sempre avuta. Nei miei 55 anni di alpinismo non mi sembra di poter dire che un tempo la gente fosse più prudente. Credo che anche in passato ci fosse una buona percentuale di imprudenti, esattamente come c’è adesso. Solo che oggi questi casi li vedi ingigantiti dalle notizie. Se uno andava in giro slegato sul monte Bianco nel 1955 lo potevano vedere solo le guide del posto e la cosa finiva lì. Adesso invece la notizia fa il giro del mondo.

Quindi la vera differenza rispetto al passato è che oggi la montagna oggi è più mediatizzata?
Certo, è più mediatizzata, per cui la osserviamo di più, la condanniamo di più. Senza considerare che c’è gente che addirittura lo fa apposta. Prendi il caso del signore americano di questa estate: saliva il Bianco con i figli, erano legati, ma a un certo punto sono stati travolti da un distacco di neve. Li ha tenuti per fortuna, nessuno si è fatto male, sono tornati indietro e questo episodio, che poteva tranquillamente passar sotto silenzio, lui è andato a farlo vedere al mondo attraverso un filmino che ha dato alla tv. Salire con della neve del genere, lui e due bambini, di cui uno di 9 anni, per fare il record del più giovane in cima al monte Bianco… beh questa è follia, non è alpinismo. Certe persone si fanno prendere dal guinness, un fenomeno anche questo favorito dalla mediatizzazione.

In Francia si stanno prendendo dei provvedimenti per arginare comportamenti irresponsabili: la Guida nepalese al bivacco del Tête Rousse, gli interventi della gendarmeria, ecc. Cosa ne pensi?
Il sindaco di Saint Gervais è molto attivo in questo senso. Sicuramente credo alla sua buona fede, al fatto che voglia difendere i valori, la sicurezza, ed evitare che diventi una Disneyland. Dopo di che penso che l’effetto Disneyland non lo batti e non lo vinci con divieti e regolamentazioni. È diventato Disneyland perché c’è una mania comune di voler andare in cima al monte Bianco perché è la montagna più alta. Quindi bisognerebbe agire da un punto di vista culturale negli anni, facendo convegni, serate, scrivendo libri, facendo pensare la gente, ragionando su questa assurda corsa al record che deve passare per forza da queste che sono le montagne più alte del mondo, dal primato al monte Bianco come all’Everest, che alimenta una sconsiderata voglia di salire tipo quella che hanno i clienti di molte spedizioni commerciali in Himalaya. È una battaglia che va combattuta a livello di idee, di cultura, non a colpi di divieti che non portano niente.

L’interno pieno di rifiuti della Capanna Vallot. Foto: Paesieimmagini.it
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La cultura però ha una semina lenta. Cosa possono fare allora le Istituzioni, le amministrazioni nell’immediato?
È vero, i ragionamenti, cambiare una cultura richiede anni. Il cambiamento però passa attraverso un salto di qualità che devono fare le amministrazioni e il cittadino. Il salto sta nel passare dal divieto al consiglio o all’avviso. Oggi le amministrazioni possono consigliare un cittadino a non fare qualcosa. Per esempio potrebbero esserci dei veri e propri bollettini, tipo quelli delle valanghe. Si potrebbero fare bollettini estivi che segnalino: “in questo momento sul monte Bianco ci sono tante persone”, oppure “la neve non è buona, è sconsigliata la salita”. Questo si può fare senza ledere la libertà di nessuno. Un cartello informativo quindi, un avviso intelligente, ben pensato, non un divieto. Può sembrare una contraddizione con quanto dicevo prima, ma non lo è: rimane valido il mio pensiero sugli avvisi, e cioè che più informazioni dai, meno dai la possibilità all’individuo di essere autonomamente responsabile. Ma sono anche d’accordo che un compromesso bisognerà pur trovarlo e non mi sento di dire non ci devono essere neanche avvisi, perché forse in questo momento potrebbe essere eccessivo. Un avviso ben fatto e in tempo reale potrebbe essere utile e sgraverebbe le responsabilità delle pubbliche amministrazioni, quindi potrebbe essere anche nel loro interesse. E’ un discorso complicato ovviamente, delicato, ed esprimere opinioni contrarie a chi sceglie la strada dei divieti nel tentativo di trovare soluzioni alle disgrazie in montagna può sembrare cinico e irrispettoso. Ma credimi, da parte mia non è assolutamente così… purtroppo di amici persi in montagna ne ho avuti fin troppi e ogni volta è sempre una grande sofferenza. Il pensiero di essere avvicinato ai cinici francamente non lo sopporto.

postato il 20 ottobre 2014

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No ai divieti ultima modifica: 2014-10-20T07:30:38+00:00 da Alessandro Gogna

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