Non educhiamo più i bimbi, imponiamo ideologie

Non educhiamo più i bimbi, imponiamo ideologie
di Claudio Risé
(pubblicato su www.ariannaeditrice.it il 15 aprile 2018)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Qual è l’obiettivo dell’educazione? Aiutare il bambino a stare bene, ad esprimere se stesso incontrando gli altri, o affermare le idee e convinzioni di chi fa i programmi, degli educatori? Come sta accadendo per esempio nel progetto di un asilo nido per i figli dei dipendenti dell’Università di Torino di cui si è parlato nei giorni scorsi, gestito dagli studenti di scienze della formazione con il programma di “decostruire gli stereotipi”. Cosa è dunque necessario a un bambino piccolo? Venire consolato con affetto per il suo non poter stare con la mamma, che molto spesso vorrebbe soprattutto rimanere con lui (e lui lo sente dall’inconscio), o insegnargli a “decostruire gli stereotipi”? E, nel caso, quali sarebbero questi stereotipi? Domande non da poco, che tuttavia bisogna porsi, anche perché non riguardano solo l’asilo detto “gender free” di Torino. Riguardano i giovani di domani, tema pressante visto il loro malessere già oggi, documentato da tutti dati che li riguardano, dalla disoccupazione alla fatica a concludere gli studi, uscire di casa, programmare la propria vita, e da tutti gli altri evidenziatori di insoddisfazione, fragilità, sterilità. 


Già la freddezza con cui in una fase della vita come quella dell’asilo, dominata da un bisogno primario come appunto quello per la madre, si piazza un tema “culturale” come quello dello stereotipo, mostra come il progetto sia ispirato da preoccupazioni assai più ideologiche che psicologiche. Altrimenti si saprebbe che in quella fase non si può andare molto al di là della lettera A: accoglienza, attenzione, amore. Ma, appunto, da quelle parti rimarremmo dalle parti del dono: quello di sé al bambino. Una posizione di umiltà, e anche di sacrificio, pur se compiuto con gioia. Quando si parla di censura e lotta agli stereotipi (che sono sempre quelli degli altri, mai i propri), siamo invece già sul piano dell’affermazione di noi stessi e delle nostre ideologie, della smania di affermarci e magari prepararci la carriera. Zone dove il nostro interesse viene messo prima di quello del bambino. Così al dono verso l’altro viene sostituita l’attenzione alle proprie posizioni ideologiche, per solito verniciate da neutralità di genere e accoglienza universale. 
Su questa questione degli stereotipi di genere però, è meglio fare chiarezza. Non pensiamo che gli studenti di “Scienze della formazione”, stiano a perdere tempo con le antiche questioni del rosa femminile e azzurro maschile. Perché su quello ci sono già innumerevoli test e rilevazioni neurali e percettive: le femmine amano il rosa e i maschi l’azzurro da subito, prima di aver avuto accesso a qualsiasi stereotipo o indottrinamento. Così come la lotta: sono i millenni e l’evoluzione, bellezza. Su questo nessuno ha indottrinato nessuno. E la sarta Elsa Schiapparelli, con il suo Rosa detto “Schiapparelli” è diventata miliardaria in un botto. 


Allora forse è necessario che gli studenti di scienze della formazione studino invece la relazione tra due cose apparentemente diverse, ma nella realtà non così tanto: gli stereotipi e gli archetipi. I tipi di oggi e i quelli di sempre, che guarda caso sono straordinariamente simili. Gli stereotipi sono infatti la versione di massa e di consumo, attuali e costruiti, dei loro modelli eterni e trascendenti: gli archetipi. Immagini, queste, da sempre presenti nella storia dell’umanità, in tutte le regioni del mondo e in tutte le epoche, che danno ai vari momenti della vita umana forza e direzione, oltre a specifici contenuti affettivi e operativi. La bella seduttrice è lo stereotipo corrente dell’archetipo della dea Venere, e il “maschio Alfa” e spaccone è la versione di massa che sta tra Ercole e Ares-Marte. Gli archetipi non li ha proposti nessun persuasore occulto e malvagio: si sono presentati da soli nella storia dell’uomo, spesso segnati da una mano inconsapevole sulle pareti delle caverne: il fanciullo, il vecchio, la donna, l’uomo. Sono, certo, aspetti della realtà, ma soprattutto forze psichiche, che animano e muovono la vita delle persone. 
Il maschile e il femminile sono costituiti da questi aspetti e da queste forze, tese alla continuazione della vita. A quale donna non interessa piacere all’uomo e a quale uomo non importa “fare colpo” in qualche modo sulla donna che gli piace? In tutti questi archetipi poi, o almeno in tutti quelli vitali, c’è un pizzico di uno di essi, antichissimo e fondamentale: Eros. Vale a dire la forza che spinge verso l’altro. Verso l’incontro, l’amore. Ma, ancora prima, verso un’immagine da cui vieni preso, completamente catturato dalla sua bellezza, mistero e diversità. 


Cose d’altri tempi, romanticherie, intellettualismi? Nient’affatto: natura elementare. Gli uccelli, ma anche la maggior parte degli animali, fanno cose incredibili per conquistare l’altro/a: acrobazie difficilissime, lunghi percorsi, canti o lamenti toccanti e irresistibili. Se le scienze della formazione avessero l’umiltà di considerare la natura tra i propri maestri (come faceva ad esempio lo scienziato Leonardo da Vinci) lo saprebbero. E’ comunque certo che se togliete agli esseri umani (e a tutto il vivente) questo corredo istintuale e passionale (ed anche culturale), la vita si spegne. Senza la profondissima, evidente e molto amata diversità tra i due l’umanità sprofonda nella depressione, come infatti oggi accade. Non siamo affatto uguali, e il costringerci ad esserlo (quella sì) è un’insopportabile violenza. 
E’ questo il dono perverso che fa all’umanità la richiesta di “destrutturare” (far fuori) i generi e i loro stereotipi, pur ufficialmente ispirato da simpatia e solidarietà verso le donne. Però poi sono soprattutto le donne, colpite dalla depressione postmoderna una volta e mezzo più degli uomini, le vittime del dono sadico della decostruzione dei generi. Era per loro che batteva il cuore maschile colpito dalla freccia di Eros. Ed era nell’amore e solidarietà verso la donna madre, con il suo prezioso e vitale dono del figlio, che si svolgeva gran parte della vita dell’uomo, quella più significativa e costruttiva.
Tutto questo movimento vitale è mosso da un fenomeno che disturba i teorici della decostruzione, ossessionati dall’eguaglianza e insospettiti dalle differenze. Si tratta dell’attrazione tra gli opposti, luogo della nascita di ogni energia, a partire dal primo di essi: femminile e maschile. Come raccontano storia dell’arte, filosofia ed elettrofisica sono gli opposti, le differenze, e il loro incontro che fanno scoccare la scintilla, generando energia e vita. L’amore nasce dal valorizzare le differenze, non dal cancellarle, passione di ogni autoritarismo crudele. L’asilo, che accoglie un essere che è ancora bisogno, nostalgia, gioco, sonno, sogno, richiede apertura alla differenza dell’altro. E’ il bimbo l'”altro”, il diverso da accogliere, con tutte le differenze di cui è portatore. Cominciando da quella, non manipolabile con intellettualismi furbi, tra maschile e femminile. Da quella differenza è cominciata la sua vita.

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Non educhiamo più i bimbi, imponiamo ideologie ultima modifica: 2018-05-18T04:03:51+00:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Non educhiamo più i bimbi, imponiamo ideologie”

  1. 10
    Marco says:

    Perché confondere, in un pensiero dichiaratamente “in opposizione a” fra rendere uguali uomo e donna in esseri neutri e algidi e quello contro cui, maldestramente e burocratescamente, provano a lottare questi programmi, cioè il rischio di volere tutti i maschi uguali fra loro e tutte le femmine fra loro, a forza in stampini datati, avvilenti, banalotti? E non tiriamo la genetica e le sue blande predisposizioni (spesso confuse con strutturatissimi e dettagliati “destini”) perché negli ultimi cent’anni l’hanno usata per ipotizzare (senza mai provarla) la immodificabile naturalità di tutto e del contrario (solitamente condizioni sgradevoli per chi le riceveva ma molto volute da chi parlava). Ognuno sarà uomo, donna o persino una via di mezzo (sempre poco considerata in queste disamine) come si sentirà lui, se magari non insistiamo per insegnargli come deve essere. Il guaio è che anche imporgli di non essere nulla di preciso perché “anche se non ti sembra stai accettando una violenza” è una violenza (vera). E comunque, e qui sono indifendibili, hai ragione, è inutile discutere di temi socio-filosofici a quell’età, che è più cuore che testa. Riserviamo i dibattiti agli alunni delle medie e alla loro nascente capacità d’astrazione (non capisco comunque gli educatori troppo amanti dei dibattiti su argomenti di grido, più interessati ad essi dei propri alunni, a cui dovrebbero servire)

  2. 9
    matteo says:

    E chi parla di annullare le differenze? Anzi, occorre essere pienamente consci che le differenze sono infinite, accettarle e valorizzarle per quello che sono.

    Annulla le differenze chi pretende di ridurre l’infinita varietà alla dicotomia maschio-femmina, ulteriormente compressa nello stereotipo “maschio forte protettivo/femmina debole e sacra portatrice della progenie”. Azzurro e rosa.

    Che poi è la radice di quasi tutte le violenze e le vessazioni, degli uomini sulle donne, degli uomini sugli uomini, delle donne sulle donne, ecc.

    Io personalmente ho conosciuto femmine forti come tori,  corazzate d’acciaio e maschi filosofi, empatici e sensibili. E tutte le possibili vie di mezzo, tra cui donne (eterosessuali) senza il minimo spirito materno e maschi invece pieni.

     

  3. 8
    Andrea says:

    Matteo,

    io non sono un estremista… E odio quello che ha portato la cultura maschilista, come ad esempio la violenza sulle donne. Ma non capisco cosa c’e’ di male nel valorizzare le differenze tra maschio e femmina.
    Credo che se uno poi si scopre gay poco male, anche se io personalmente credo che se scoprissi che uno dei miei figli e’ gay non ne sarei felice, perche’ non potrebbe avere una vita normale. Non potrebbe diventare padre ad esempio.
    Ma comunque credo sia sbagliato annullare le differenze che ci sono

  4. 7
    matteo says:

    Difficilmente ho letto una tale sequenzaa di stereotipi e luoghi comuni, ideologicamente schierati e assolutamente imbecilli!

    Cito a caso:

    “le femmine amano il rosa e i maschi l’azzurro da subito, prima di aver avuto accesso a qualsiasi stereotipo o indottrinamento”...la mia esperienza dice il contrario; peraltro la frase “prima di aver avuto accesso a qualsiasi stereotipo” e antiscientifica: uno non ha accesso, ma è sottoposto a uno stereotipo. Se dal primo giorno di vita circondo di rosa una bambina, è probabile che in media si sviluppi una preferenza per il rosa, ma dire che questa è naturale è come dire che il nero è naturalmente il colore del lutto. Comunque mi piacerebbe citasse la fonte degli studi citati…così, per andare a vedere.

    “la freddezza con cui in una fase della vita come quella dell’asilo, dominata da un bisogno primario come appunto quello per la madre”: in realtà il momento dell’asilo è il momento dell’inizio del distacco dalla madre e della socializzazione: nelle società tribali il bambino si aggira in branchi, controllati a distanza da un adulto (che nel frattempo svolge i suoi compiti)

    “A quale donna non interessa piacere all’uomo e a quale uomo non importa “fare colpo” in qualche modo sulla donna che gli piace?!”: a un 10% di gay, per esempio. Ma anche concesso che l’omosessualità sia una perversione, chi o come si stabiliscono i modelli “normali” di maschio e femmina? Ovviamente l’autore ha in mente solo l’uomo dominante e la donna sottomessa da proteggere, ma mi sembra che la storia del mondo  ne riporti di un bel po’ differenti…

    Non so chi sia Claudio Risé, quindi l’ho googlato un po’; adesso ho le idee un po’ più chiare, ma c’è una cosa che mi incuriosisce: da nessuna parte ho trovato scritto se è padre.

     

    P.S.: Bonino riesce a superare sé stesso: “Siamo tutti diversi, non tuttti uguali, per fortuna. Ma a molti la cosa non piace.” significa esattamente il contrario di quello che sostiene Risé, cioé che non c’è solo il maschio guerriero e la donna fattrice, che tutti hanno uguale dignità e che imporre ai maschi di non piangere e alle donne di non darla via provoca solo disastri!

  5. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    L’asilo ha lo scopo fondamentale di iniziare la formazione dei cittadini di domani,  educando a socializzare, insegnando le regole del vivere civile, l’esistenza di doveri e diritti, la buona educazione, la capacità di riconoscere e ammettere i propri torti, la tolleranza e la forza di reagire ai soprusi, evitando al contempo arroganza e prepotenza. Programma vasto…

    Dovrebbero frequentarlo anche i tizi di Torino. Come allievi.

  6. 5
    Lusa says:

    Un tempo, non molto lontano, l’asilo del mio paese era gestito dalle suore e giovani signorine aiutanti. Si respirava l’aria stantia di conventicola. L’ho frequentato per soli tre giorni… Oggi a ripensarci non posso negare di essere stato fortunato.

  7. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Ben detto! E i tizi dell’asilo di Torino si preoccupino piuttosto di “ricostruire il cervello”: il loro.

  8. 3
    Mauro Stani says:

    Concordo al 100% con l’articolo. Grazie.

  9. 2
    Alberto Bonino says:

    Concordo con l’autore dell’articolo al 100%. Purtroppo al giorno d’oggi la maggior parte degli educatori sono elementi farciti di stereotipi” ideologici che nulla hanno a che fare con la naturale educazione. Siamo tutti diversi, non tuttti uguali, per fortuna. Ma a molti la cosa non piace.

  10. 1
    Andrea says:

    Purtroppo al giorno d’oggi non educhiamo più nè gli imponiamo ideologie…
    Li sterilizziamo con lo Smartphone

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