3 thoughts on “Nuovo Bidecalogo Punto 5. Sfruttamento del territorio”

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    Carlo Occhiena says:

    Ottimo articolo e corrette osservazioni,
    difficile a mio parere entrare nel merito specifico in poche righe: chiaramente un impianto eolico su un passo a 3’000 metri lo trovo opinabile mentre difficilmente potrei oppormi allo stesso su un crinale magari prossimo al fondovalle.
    Ad ogni modo, credo concorderemo tutti: magari i problemi dei parchi, della nostra montagna, fossero gli impianti per le energie rinnovabili!! Non voglio esagerare ma ne sarei quasi contento!
    Cave, discariche abusive all’interno dei parchi, caccia di frodo, abusivismo edilizio vero e proprio di privati, etc.. queste restano a mio avviso le priorità da condannare “senza se e senza ma”, forse in questo l’articolo è un po’ ingiusto, in quanto non pone l’accento sulla vera piaga del problema.
    Coltivo l’utopia di una montagna non “sottovetro”, ma viva, dove l’uomo vive in essa consapevolmente, anche nei limiti del ragionevole sfruttando le risorse di cui essa dispone in modo “naturale” e non distruttivo (penso a quanti paesi di boscaioli o pastori siano andati abbandonati sulle ns alpi ed appennini…erano in fondo una risorsa per la cura del territorio) . Ben venga ogni spunto in tal senso….da parte del CAI in primis..!!

  2. 2
    Daniele says:

    Personalmente penso che il concetto di creare dei parchi che siano dei musei intoccabili e tutt’attorno permettere di tutto sia sbagliato. Si dovrebbe piuttosto andare nella direzione di limitare l’impatto, ovunque, ad un concetto di sostenibilità e far sì che, ovunque, dalle montagne alle pianure, fossero preservate ingenti quote di spazi verdi e naturali o semi-naturali, quale valore culturale, ecologico e non ultimo materiale (servizi ecosistemici forniti).
    Detto ciò, vedo molto importante fermare il fenomeno delle escavazioni, sia di cava che fluviali. Le prime molto impattanti paesaggisticamente, le seconde da un punto di vista ecologico ed idrogeologico. Di fatto è difficile azzerarlo, ma sicuramente limitarlo fortemente. Le Apuane sono un esempio emblematico, ma anche varie zone delle Alpi (ad esempio, Lessinia e Val di Cembra). Lo si potrebbe fare spingendo fortemente su di un’edilizia che valorizzasse il riciclo delle materie (alcune ditte già lo stanno facendo) o addirittura materiali effettivamente rinnovabili, come il legno o derivati delle biomasse.
    Più difficile, a mio parere, limitare lo sfruttamento delle energie rinnovabili, soprattutto in un contesto in cui le fonti energetiche “convenzionali” sono sempre più costose e meno disponibili e, soprattutto, non presenti in Italia. E’ vero che si possono privilegiare le centrali ad acqua fluente anziché quelle a bacino. Ma pur sempre un certo impatto va messo nel conto. Lo sfruttamento delle biomasse forestali è un’ottima possibilità, ma anche questa, per essere economicamente conveniente, necessita della creazione di nuove strade forestali, di maggior sfruttamento dei boschi. Ovviamente, sempre meglio così, soprattutto se tutto questo crea anche un indotto per le piccole economie locali della montagna.
    In generale, sono comunque d’accordo sul continuare a fare battaglie. Ben vengano le crociate con nobili fini a favore del nostro ambiente. Semmai il problema è che troppo spesso non se ne sono fatte di crociate, tollerando scempi vergognosi.

    Una precisazione: dove si parla, in due passaggi, di “drenaggi necessari alla sicurezza degli alvei”, penso sia più corretto parlare di “dragaggi”.

    Grazie Alessandro (e al CAI) di aver sollevato un tema così toccante.
    Daniele

  3. 1
    luca says:

    Concordo con tutto, e soprattutto con la generale debolezza, quando non ambiguità (quanto meno linguistica) della posizione del CAI. Però resto personalmente a favore dell’energia eolica, che se installata con BUON SENSO (alla fine la cosa che più conta, al di là di leggi, regolamenti, norme, bidecaloghi e quant’altro, e pure la più ignorata) può realmente essere una risorsa importante. Ho letto a volte delle prese di posizione, circa certi impianti, francamente fondamentaliste, nelle quali il “NO” ad un certo impianto diventava automaticamente una negazione generale, addirittura per installazioni che – parere personale, ribadisco – possono pure abbellire il paesaggio, come in altra situazione ho potuto constatare nei miei frequenti viaggi in Nordeuropa. Quand’anche, appunto, si arriva a negare la fattibilità di certi impianti su crinali di bassa quota perché “rovinano il paesaggio” (cosa giusta e sostenibile in moltissimi casi, sia chiaro) mentre sotto quei crinali cave, discariche e altri scempi vari e assortiti fanno bella – cioè, cattiva! – mostra di sé, senza che nessuno dica e faccia molto…

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