Oggi ho rivisto un amico di 48 anni fa

Oggi ho rivisto un amico di 48 anni fa
di Geri Steve
(scritto il 26 marzo 2009)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment***

Oggi sono andato in Val di Braies a cercare Ferd Mair.

Qualche giorno fa, un autista di bus mi aveva indicato la sua casa e sosteneva dover essere proprio lui, quella guida che gestiva il rifugio Biella e che conosceva la Croda Rossa come le sue tasche. E del resto, di persone che si arrampicavano sulla Croda Rossa ce n’erano state sempre poche: Scoiattoli di Cortina, Marino Dall’Oglio e pochi altri sucaini romani, qualche triestino e pochi, ma appassionati, valligiani di Braies.

Era fine estate 1961, avevo fatto la mia prima stagione di arrampicata in Brenta, le prime esperienze da capocordata con Salvatore Paternò e altri compagni occasionali, qualche viuccia in solitaria, la stupenda Preuss al Campanil Basso con Gigi Mario ed Emilio Caruso…

Poi ero rientrato in famiglia, al maso Trenker ad Alt Schluderbach, e da lì una quieta gita familiare, da Platzwiese (Prato Piazza) ai dintorni della Croda Rossa, poi sfociata in una delle solite litigate familiari da cui mi ero sottratto andandomene per conto mio; così sono arrivato, quasi per caso, al rifugio Biella, ma con una idea precisa: salire l’affascinante Croda Rossa.

L’idea non era nuova: un paio di anni prima, dal maso, mi ero avviato su per il bosco del sovrastante Monte Súes e, salito il Súes, avevo visto di fronte a me il Serla e, salito questo, altre belle rocce (credo Picco Serla), sovrastate da un’alta, lunga e articolata parete rocciosa: la parete nord del Picco di Vallandro, fra i cui ghiaioni sentivo e intravedevo i camosci. A cinquant’anni di distanza, sento perfettamente le sensazioni di euforia e gioia che ebbi nello scoprire quell’ambiente fascinoso e senz’anima umana. Ad un certo punto la gioia fece posto ad una sana paura: non avevo raggiunto i camosci di cui avevo seguito le tracce, ma guardando sotto a me il lunghissimo e ripido canalino ghiaioso e ghiacciato che avevo salito, la preoccupazione del come uscirne tolse ogni interesse per i camosci. Al confronto di quell’orribile canalino, le rocce su di me erano invitanti, e la cima non sembrava neanche tanto lontana, perché ero già salito molto per quell’orribile canalino fra il Castello Glanvell e il Picco di Vallandro.

Il versante occidentale della Croda Rossa d’Ampezzo. Nella spaccatura al centro sale la via Whitwell

L’arrampicata fu inebriante e liberatoria: dopo non molto – forse troppo poco – ero in cima al Picco di Vallandro, verso cui mi aveva guidato la vista di una croce metallica. Ho seriamente rischiato di ringraziare dio per lo scampato pericolo, ma son stato salvato dall’osceno scivolone di riconoscenza religiosa dalla vista della grandiosa Croda Rossa: bella, bellissima, attraente, ma – anche nella mia incoscienza alpinistica – troppo grande per salire anche quella. E poi era l’ora di pranzo, e a casa non avevo detto che non sarei rientrato: la Croda Rossa non potevo proprio permettermela. La discesa a Carbonin e per la val di Landro fu più lunga del previsto: quando arrivai a casa cominciava a scurire e mia madre era più inferocita che mai…

Rientrati i miei a Roma, provai ancora a salire quella montagna affascinante, avvicinandomici con la mia scarcagnatissima lambretta. Mi munii di carte IGM su cui trovai un sentiero che doveva condurmi in cima. Lo cercai sulla montagna, fra le nebbie e le scariche di sassi dei camosci, disturbatissimi per la mia presenza. Quel sentiero era proprio strano: saliva e scendeva per innumerevoli guglie sulle creste, sembrava che prediligesse i passaggi più difficili, e non si trovava mai traccia di passaggio di altri. Infine, lessi una spiegazione dei simboli – che io avevo trascurato, forse per quel titolo autoritario: “legenda” – e finalmente compresi che il mio “sentiero” era invece un confine comunale.

Nel ’61 le cose erano diverse: avevo con me il Berti (il libro-guida delle Dolomiti orientali), il mio martello Stubai con punta lunga (pessimo per chiodare ma buonino per scalinare) e soprattutto mi sentivo un alpinista, capace di muoversi sul quarto e anche sul quinto grado. La Croda Rossa invece, non era cambiata: contornandola l’avevo vista nebbiosa, nevosa, ghiacciata, rumorosa di camosci e sempre più enigmatica e affascinante. Al rifugio, sfogliando la guida, avevo trovato la mia via: sarei salito per la via Whitwell, un 600 metri di dislivello con difficoltà massima di IV, se ricordo bene (Canalone ovest, Edward Robson Whitwell con le guide Christian Lauener e Santo Siorpaes, 20 giugno 1870, NdR) e poi sarei sceso per la via Grohmann, una specie di via comune, molto lunga e complicata, ma non difficile (tentativo di Paul Grohmann con i due cacciatori A. Pizzo e F. Dimai, 1865, fermatisi a un intaglio a pochi metri dalla sommità, NdR).

Al gestore chiesi info su come arrivare all’attacco e se la montagna era molto ghiacciata. Lui, tranquillamente, mi rispose che proprio l’indomani sarebbe andato sulla Croda Rossa per la Grohmann con un cliente e che avremmo potuto fare insieme il primo tratto di avvicinamento, che era comune, e da lì io avrei proseguito verso la Whitwell. Ottimo.

L’indomani all’alba, avvicinatici alla Croda e in vista della Grohmann, la guida spiegò al suo cliente, un tedesco di mezza età, che la Grohmann era sconsigliabile, troppo ghiacciata, per cui anche loro sarebbero saliti per la Whitwell, come me.

Geri Steve (a sinistra) e Ferd Mair

Il povero tedesco, che avrebbe dovuto salire per una via di II, accettò il cambio di programma senza protestare. La guida aveva trovato modo di tener d’occhio quel ragazzetto sconosciuto che voleva arrampicarsi da solo su una montagna complicata.

I due hanno attaccato prima di me e vanno spediti; pur essendo solo, non mi pare gentile sorpassarli, così rallento per distanziarmi. In un camino largo, bagnato, strapiombante e freddo, afferro con troppa decisione un appiglio, ma non sono più sulla roccia salda del Brenta: l’appiglio cede e volo.

In quei momenti, sarà l’adrenalina, cervello e corpo sono pronti e scattanti: punto i piedi sulla parete e mi butto con le mani sulla parete opposta. Ho parato il volo, ma mi trovo con due mani su una parete e i piedi sull’altra: mi tocca salire così per qualche passo fin dove il camino si stringe, e lì finalmente posso spaccare e raggiungere una postura normale.

Proseguo con molta più attenzione, provo ogni appiglio battendolo, procedo in spaccata e in aderenza il più possibile. Raggiungo la cordata. Il tedesco mi mostra la corda e mi domanda se, per quel tiro, voglio legarmi a loro. Dopo la mia brutta esperienza, di cui loro non sanno, ma probabilmente han notato il mio rallentamento, mi sembrerebbe troppo orgoglioso dire di no, e accetto, senza alcun problema. Dopo, credo, li precedo fino alla cima.

La Croda Rossa non è una guglia, è un ragno con creste lunghe, tortuose e frastagliate. In discesa, nella nebbie, ogni biforcazione è una possibilità di errore. Fa piacere essere con uno che conosce la Grohmann, e in qualche cresta e canale ghiacciato ho accettato volentieri la loro corda doppia; anche quando invece scendevo per conto mio, sapevo di avere degli amici vicino. Oggi non so dire se, da solo, sarei riuscito o no a scendere senza bivaccare. Probabilmente sì, ma avrei rischiato di sbagliare e avrei avuto paura: il mio martello valeva proprio poco su quei ghiacci.

La presenza amica di quel valligiano dolce e capace mi ha fatto apprezzare la montagna e la solidarietà. Non mi sono mai sentito sotto tutela, mai sminuito perché loro avevano una corda e io no.

Non l’ho più rivisto. Dimenticato, se lo sapevo, il nome. Anni dopo ne avevo chiesto, mi avevano detto che era morto. Pareva si chiamasse Hefner, o Elfner. Ma l’autista, che aveva salito la Croda Rossa con l’amico Mair, sosteneva che il mio uomo doveva essere proprio lui, perché Hefner non era una guida. Mi domandava se era cieco da un occhio, ma io non lo sapevo.

Ferd! C’è qui uno che ti cerca!

La solare signora Maria parla in italiano, perché anch’io possa capire. Ferd è sorpreso, gentile ma un po’ appannato. Oggi non è proprio possibile non accorgersi del suo occhio. Gli domando subito se era lui al rifugio Biella nel 1961. No, non era lui. Allora chiedo che mi aiuti a capire chi era. Mi fa due possibili nomi, ma poi risulta che nessuno di questi arrampicava.

Forse c’era anche qualcun altro, che però lui non ricorda. Va a un cassetto e mi porge un libro del CAI di Treviso in cui c’è tutta la storia del rifugio. Leggo avidamente, e trovo una lettera di Efner che comunica che, per problemi familiari, quella stagione lui non avrebbe potuto gestire il rifugio Biella, ma che aveva una soluzione pronta: una guida locale che aveva già collaborato al rifugio come portatore, con due sorelle brave cuoche e cameriere. La data della lettera: maggio 1961.

La Maria esprime subito la conclusione: Ferd non se lo ricorda più, ma lui, che ha gestito in proprio per tanti anni il rifugio Picco di Vallandro, nel 1961 ha gestito invece il rifugio Biella.

Ferd, che ha più fiducia nei documenti che nella sua memoria, sempre da quel cassetto, mi porge un altro libro: è il libro di vetta della Croda Rossa. Mi dice di cercare lì, che dovrei trovare.

Il libro parte dalla fine del 1960. È stato posto in cima dal mitico Marino Dall’Oglio, sucaino romano di cui so tutto, ma che non ho mai conosciuto. Alla sesta pagina, trovo me stesso, e due righe sopra, Ferd Mair e il tedesco, che oggi imparo essere tale Leonard Hubner. Sopra, scritta da me, la data: non era settembre, come ricordavo, ma il 26 agosto 1961.

Ho ritrovato il mio uomo! Ferd e Maria sono contentissimi. Ferd mi porge un recentissimo libro di grandiose foto della Croda Rossa. Maria dice che per festeggiare, anche se sono digiuno, devo assolutamente bere una grappa ai frutti di bosco con lei, che rappresenta Ferd che non può bere.

Sfoglio il libro di vetta. Proprio come ricordavo: in tutto quell’anno, prima di noi, erano salite sulla Croda soltanto tre cordate. Quando, una settimana prima, ero salito sul Campanil Basso per la seconda volta, avevo contato centinaia di cordate in una decina di giorni! La Croda Rossa era ben diversa: poco salita e da pochissimi alpinisti, che si ripetevano: dei veri amatori. Dopo Mair, altre due guide locali sono tornate lì tante volte, uno quasi sempre in solitaria. I nomi di Dibona e altri scoiattoli cortinesi testimoniano una vera affezione per quella Croda Rossa d’Ampezzo. Con loro, talvolta ancora Marino Dall’Oglio, che Ferd, a differenza di me, conosce benissimo.

Poi sfoglio il libro di foto, e Ferd mi trova quella che a me era sfuggita: la foto della via Whitwell. Non è una gran via, non sale dritta a piombo e si vede bene che è discontinua e che in diversi tratti si cammina. Eppure, sarà anche per l’affetto per i miei ricordi, ma io quella montagna la vedo sempre bella come nessun’altra.

L’ottima Maria ci fotografa entusiasticamente, tutti e due insieme, due persone che mai si sarebbero riconosciute e che pure hanno tanto in comune e sono felici di ritrovarsi. Ferd e Maria non hanno una e-mail a cui inviare le foto, ma le due figlie a Vienna sì. Le manderò a loro. E manderò anche queste righe, scritte di getto qualche ora dopo.

La memoria di belle esperienze, l’amicizia, la possibilità di ricostruire legami persi: oggi è stata una giornata che vale.

 

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Oggi ho rivisto un amico di 48 anni fa ultima modifica: 2018-02-05T04:02:11+00:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Oggi ho rivisto un amico di 48 anni fa”

  1. 2
    Giacomo G says:

    Bellissima storia. Nostalgia fortissima per posti fantastici, visitati troppo poco.  La zona della Croda Rossa ( montagna bellissima e molto poco “classica”!) ha avvicinamenti lunghi, faticosi e con pochi punti d’appoggio. In piu’ li’ la dolomia non si puo’ certo definire di ottima qualita’. Terreno infido, con le pareti difese da mille canaloni terrosi  tutti simili. Il risultato e’ una frequentazione incredibilmente bassa per essere Dolomiti e a pochi chilometri da Cortina! Una destinazione che sta ancora li’ ( sono poche ) per chi la cerca.

  2. 1
    Giancarlo Venturini says:

    Amicizia , Alpinismo e ricordi..  gran bel racconto. !  G.C.

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