Outdoor in sicurezza o pseudo-sicurezza?

Outdoor in sicurezza o pseudo-sicurezza?
di Stefano Michelazzi
(già pubblicato su www.tripkly.com nel marzo 2017)

Oggigiorno è ormai evidente quanto la cementificazione sempre più soffocante dei centri urbani, non lasci più spazi nemmeno a quelle “oasi” che un tempo venivano definite paesino o villaggio, le quali sono diventate, più che altro, la periferia dei grossi centri.

L’antica prassi tutta italiana della “gita fuori porta” è praticamente divenuta se non impossibile, piuttosto improbabile.

Sembra perciò quasi obbligatorio che la ricerca di evasione dai ritmi stressanti del vivere moderno, porti verso la frequentazione di ambienti che un tempo neanche troppo lontano, venivano considerati difficili ed impegnativi per la frequentazione dell’uomo comune e visti quindi, un po’ come terreno riservato a chi vi era nato o comunque a chi si spingeva più in là nella loro esplorazione e conoscenza, questi lidi erano tutt’al più meta di ferie estive o invernali dove il solo respirarne l’aria permetteva a moltissimi di sentirsene parte.

Impensabile ai più, la frequentazione continua e quindi la loro scoperta e perché no, la loro dissacrazione come invece oggi sta avvenendo.

Dissacrare significa togliere da un piedistallo ciò che temiamo o non conosciamo e quindi ci rende insicuri.

Allo stesso tempo anche le attività che si vanno a svolgervi sono diventate sempre più sportive, ricercando in esse il necessario sfogo dallo stress della vita moderna.

Non reputo sbagliata la dissacrazione di ciò che su questo pianeta abbiamo l’opportunità di visitare, conoscere, apprezzare, portandolo più vicino a noi di modo da esplorarlo ed amarlo, vivere il quadro piuttosto che solo ammirarlo, come considero un’evoluzione positiva che sempre più persone siano attratte dalla pratica sportiva e vi si appassionino.

Reputo però che malgrado le condizioni di vita siano cambiate e quindi pure le abitudini, la concezione di questi ambienti per quello che sono, ovvero ambienti naturali e quindi  di difficile interpretazione, ambienti spesso ostili per quanto riguarda la vita umana, non sia andata di pari passo.

Quel che un tempo veniva definito frequentazione dell’ambiente montano e veniva riconosciuto come un ambito dove si doveva conoscere le “regole di sopravvivenza” ed era “riservato” a chi ne imparava i dettami, si può ben configurare oggi come quello che viene definito con un termine inglese “outdoor”.

“Outdoor” ovvero “fuori porta”, solo che il significato odierno o meglio il significato  inglese è ben più ampio di ciò che appunto un tempo veniva italicamente definito. L’alpinismo e l’escursionismo montano che rappresentavano i massimi livelli di attività in ambiente naturale si sono evoluti al punto da coprire qualsiasi zona che riservi un terreno poco o non addomesticato.

Le regole di frequentazione però non sono cambiate! Ma allora come comportarsi in questo ambito che ha ampliato così drasticamente la sua struttura, tanto da portare le attività montane di un tempo fino a livello del mare?

E’ vero che spesso il panorama può essere diverso, ma le difficoltà di interpretazione sono rimaste le stesse ed anzi, a volte anche maggiori, quindi andrebbe da sé, se ci si concedesse il tempo di valutare, che ciò che forma la nostra certezza di “essere in grado” dovrebbe venire rivalutata ed ampliata sui modelli attuali, ma… la smania di evadere, la voglia di vivere qualcosa di diverso dalla  solita routine quotidiana, la voglia di sentirsi parte di un ambiente naturale che sempre più spesso ci sta sfuggendo ma anche, purtroppo a volte, la smania di protagonismo, non ci lasciano quei tempi necessari a prendere coscienza di ciò che vorremmo portarci a casa come risultato di un ritorno all’origine e quindi se anche rifuggiamo dal mondo tecnologico che ci sta soffocando (o vorremmo farlo), ci affidiamo proprio a questo stile di vita nel tentativo di assorbire le nostre incompetenze mediante la tecnologia.

A gran voce si chiede: SICUREZZA!

Ecco allora aprirsi tutta una branca di mercato, tutto un fermento nella ricerca dell’apparecchiatura più sofisticata per permetterci di ovviare a quelle mancanze di esperienza personale, le quali richiederebbero “troppo” tempo per essere assorbite e quindi divenire bagaglio personale, senza dimenticare di non portare con noi troppo peso… guai a fare fatica!

Ma cos’è la sicurezza? E’ una sensazione di capacità intrinseche o l’arroganza di concepire un mondo artificiale che ci permetta di sopraffare quello naturale per piegarlo alle nostre volontà? Ma se rifuggiamo tutto ciò, perché lo ricerchiamo durante la nostra “fuga”?

E’ forse un congegno elettronico o meccanico che fa le cose al posto tuo e quindi ti preserva dai rischi intrinsechi ed inalienabili che la frequentazione dell’ambiente naturale comporta? E’ forse affidarsi ad un professionista pretendendo che ti spiani il terreno e ti permetta di sentirti forte e bravo?

Sono una Guida Alpina, vivo l’ambiente da quando a 8 anni mi infilai per la prima volta in una cavità sotterranea con l’animo di un bambino che curiosamente ed avidamente vuole esplorare, vuole conoscere, imparare e quell’animo a 50 anni passati ancora non mi ha abbandonato.

Ma qual è la mia sicurezza?

Dove trovo la certezza o anche solo la cognizione delle mie capacità, le quali mi permettono ancora oggi dopo tanti anni di continuare ad accrescere il bagaglio personale di esperienza e sono la fonte principale di limitazione dei rischi, i quali, ribadisco, sono intrinsechi nelle attività outdoor?

Trovo tutto ciò nell’aver percorso una strada, lunga, pregna di insegnamenti che ho voluto ascoltare ed imparare, nei freni alla mia smania di fare e raggiungere la meta senza così strafare ed aspettando il momento giusto per progredire alla fase successiva.

Mezzi tecnologici? Certo che li uso! Esistono, quindi sarebbe stupido, superficiale ed arrogante non utilizzarli ma non vedendo in questi la mia sicurezza, li utilizzo per agevolarmi, tutto il resto dev’essere parte della mie cognizioni, la consapevolezza di “essere sul pezzo” e quindi di sentirmi in grado di provarci, non di esserlo in senso assoluto ma di sentirmi pronto a tentare.

E’ certo che l’alpinismo (e oggi sempre più spesso le attività outdoor in genere) è un’attività che per evolversi ha bisogno di assunzione dei rischi ma questa non dev’essere una roulette russa né l’affidamento della propria esistenza al “Gratta e vinci” di turno che magari domani la ditta produttrice deciderà di togliere dal mercato perché non perfezionato, come spessissimo ormai accade…!

Il punto quindi è: non sono i ramponi a permettermi di salire su un pendio di ghiaccio ma le capacità ed esperienze acquisite che mi permettono di saperli utilizzare al meglio!

Per dirla con un concetto molto italico: “Non è la scarpa che fa il giocatore!”

Ai miei clienti, a chi decide di affidarmi la propria vita per farsi condurre attraverso esperienze in ambiente naturale, o anche soltanto mi chiede di partecipare ad un corso sulle varie discipline che fanno parte della mia attività professionale, lo ripeto alla nausea: “Impara! Godi delle esperienze che farai e procedi per gradi! Non andare mai oltre quel limite che la tua coscienza ti dice sia esagerato, ascoltati ed ascolta ciò che ti circonda! Nessuno ti potrà garantire il successo, la fatalità è sempre presente, ma tu ti garantirai probabilmente il ritorno a casa che di per sé è già un successo!!!”

Affidarsi completamente a tecniche e materiali è pseudo-sicurezza perché di per sé non eliminano i rischi, ci aiutano a farlo ma siamo sempre noi i protagonisti, gli attori principali e siamo noi a decidere se buttarci da “conquistadores” nell’ignoto o entrarci con la modestia del visitatore rispettoso!

7
Outdoor in sicurezza o pseudo-sicurezza? ultima modifica: 2017-05-15T05:41:09+00:00 da Alessandro Gogna

13 thoughts on “Outdoor in sicurezza o pseudo-sicurezza?”

  1. 13
    Giandomenico Foresti says:

    Concordo con quanto detto da Alberto e Paolo.

  2. 12
    Paolo panzeri says:

    Emanuele, parli di ricerca del rischio, e io aggiungo di ricerca della sicurezza. Mi domando quale sia la differenza? Per me è un equilibrio molto difficile, è l’essenza dell’andare fra i monti.
    Poi ci saranno sempre persone che inseguono troppo il rischio e altre che inseguono troppo la sicurezza, gli uni magari scompaiono presto e gli altri magari non sanno mai osare nulla, ma riuscire a fondere le due “attenzioni” secondo la propria natura senza comprometterla e facendola evolvere è molto bello.

  3. 11
    Alberto Benassi says:

    A volte dietro la richiesta di sicurezza si nasconde in verità la volantà di garantirsi a tutti i costi la possibilità di salita anche quando non si ha la giusta preparazione o la capacità.

  4. 10
    Alberto Benassi says:

    Emanuele, quanto all’uso dei friends mi va bene. Perchè l’arrampicata è pulita, non invasiva. Ma quando si tende a spittare anche dove si potrebbe usare altro oppure dove prima non c’erano , per il solo fatto di garantire la sicurezza. Non sono d’accordo.

    Quanto al consiglio del non superamento del limite. Penso che cercare di superasi faccia parte della vita dell’uomo. Certo con preparazione, prudenza e coscienza di quello che si fa. Ma prima o poi dalle acque sicure e tranquille del porto bisogna uscirci.
    Ma siamo veramente sicuri che la nostra coscienza ci dica sempre il vero?

  5. 9
    emanuele menegardi says:

    A me sembra che la ricerca della sicurezza nelle attività alpinistiche sia un segno di progresso vero delle generazioni odierne, anche quando avviene ricercando mezzi e strumenti(es. friends) che contribuiscono a limitare il rischio; sono ben contento che sia quasi scomparsa la ricerca del rischio, ritenuto l’unico in grado di garantire l’avventura, e invece si ricerchino modi e mezzi che consentano di sviluppare la passione per la montagna, per la natura e perchè no, l’interesse per le relazioni forti che spesso si instaurano nelle scalate impegnative. La preparazione nelle palestre avviene proprio per migliorare le capacità tecniche ed atletiche, che sono indispensabili per migliorare la sicurezza della progressione.
    “Non andare mai oltre quel limite che la tua coscienza ti dice sia esagerato…” ho diversi dubbi riguardo a tale consiglio.

  6. 8
    Gerardo Guerra says:

    La sicurezza è rispetto verso la montagna. Perché salirvi come un idiota è non rispettarla.
    Da facebook, 16 maggio 2017, ore 21.02

  7. 7
    massimo ginesi says:

    @luigi spagnolli – trovo decisamente improntata al qualunquismo l’affermazione che in questo paese le leggi le facciano gli avvocati e i magistrati per procurarsi lavoro.
    Purtroppo le leggi in questo paese le fanno da diversi anni i politici che hanno scarsa competenza tecnica e quindi – unitamente ai compromessi socioeconomici che governano costantemente la cosa pubblica – abbiamo da anni una legislazione farraginosa, spesso inappropriata ed elefantiaca.
    Quando le leggi le facevano davvero i giuristi (leggi Satta, Calamandrei, Carnelutti, Rocco, per citarne alcuni ) i risultati erano di tutt’altro genere.
    Peraltro l’articolo di Michelazzi, piacevole e centrato sugli aspetti ludici psicologici e filosofici dell’outdoor mi pare c’entri davvero poco con la responsabilità in montagna.
    Che se ha avuto a partire da una ventina d’anni a questa parte un crescente sviluppo nelle aule giudiziarie non è mai dovuto alle paturnie di avvocati e giudici (che agiscono per dovere d’ufficio solo laddove sussistano reati perseguibili senza impulso di parte) ma di qualche parte offesa che ha avuto il ghiribizzo di racimolare qualche soldo o, come spesso accade, di sublimare nel contenzioso un eventi luttuoso che non riesce ad accettare.

  8. 6
    Alberto Benassi says:

    “gli amministratori a cercare di risolvere i non pochi problemi delle comunità delle periferie montane. Alle quali, per autotutelarsi, non resta che vietare e/o creare vincoli e barriere.”

    In Apuane gli amministratore locali vietano la scalata perchè disturba l’aquila oppure perchè qualche scossetta di terremoto avrebbe reso pericolose certe pareti.
    Ma l’escavazione che distrugge le montagne , nessuno la ferma…

  9. 5
    Alberto Benassi says:

    Puoi sempre proporne te di più interessanti…se ne hai.

    Dai, vedrai che Alessandro te le pubblica.

  10. 4
    luigi spagnolli says:

    Tutto ben detto. Resta però, tra le righe, il problema irrisolto e, nel nostro Paese, probabilmente irrisolvibile, dell’assunzione di responsabilità davanti alla legge. Irrisolvibile perché in Italia, sedicente patria del diritto ma di fatto paradiso dei creatori di cavilli, le leggi le fanno, di fatto, avvocati e magistrati – le Assemblee legislative, statali e regionali, si limitano ad approvare testi redatti, in stragrande maggioranza ed in ogni ambito civile, da giuristi -: è quindi naturale che le predette categorie agiscano in funzione di procurarsi lavoro (che ne garantisca l’esistenza), anzichè per semplificare la vita ai cittadini. Da qui l’artificializzazione progressiva, rispetto all’individuazione delle responsabilità, del territorio naturale o paranaturale: per cui, per esempio, se un biker si ribalta su un sentiero, ancorchè non indicato come accessibile ai biker, la colpa non è del biker, ma del proprietario del sentiero o di chi non ha posto in essere misure per impedire al biker di avventurarvisi e di ribaltarvisi. E quindi ecco il proliferare di recinzioni, barriere, cartelli, divieti; ecco che l’accesso a territori vocati per essere ad un tempo contenitori di natura e opportunità per viverla da vicino da parte dell’uomo non viene regolamentato ed allestito in funzione della miglior conservazione possibile del “patrimonio natura” e della sua miglior fruizione possibile da parte delle persone che vi si approcciano, bensì in funzione del prevenire rischi di condanne in caso di incidenti. Condanne inevitabilmente a carico dei proprietari, o dei gestori, della montagna, o degli amministratori pubblici competenti: in ambedue i casi persone che, necessariamente, dedicano il proprio tempo soprattutto ad altro, i contadini a coltivare la terra e ad allevare il bestiame, gli amministratori a cercare di risolvere i non pochi problemi delle comunità delle periferie montane. Alle quali, per autotutelarsi, non resta che vietare e/o creare vincoli e barriere. Se l’attività alpinistica è ancora abbastanza libera da simili questioni è probabilmente perchè ancora relativamente poco diffusa rispetto allo spazio fisico disponibile: ma se la tecnologia, e le premesse indicate nell’articolo, spingeranno sempre più le masse verso la montagna, bisognerà far qualcosa. Meglio sarebbe, come sempre, far qualcosa prima…

  11. 3
    Giandomenico Foresti says:

    Nessuno di obbliga a leggerli.

  12. 2
    Fausto says:

    Sinceramente gli argomenti aperti su questo blog mi ricordano un po le trasmissioni di Marzullo…..che tristezza!!!

  13. 1
    paolo panzeri says:

    Bello, spieghi e racconti “tutto” con una chiarezza notevole.
    Aggiungo un incontro di pochi giorni fa.
    Un signore mi avvicina e mi dice: devo ringraziarti perché quando facevi il capogita continuavi a indicarci i pericoli e ripetevi spesso la parola morte.
    A tutti noi giovani dava molto fastidio, ma crescendo abbiamo compreso.
    Mi ha raccontato di tante montagne e di tante pareti con tanti amici.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *