Paolo Mieli e il riscaldamento globale

Su segnalazione di Stefano Salvatore, studente di fisica e appassionato di meteorologia, proponiamo questa risposta molto dettagliata (e assolutamente razionale) all’articolo di Paolo Mieli pubblicato sul Corriere della Sera del 7 novembre 2016 (vedi http://gognablog.com/dati-dubbi-ed-eccessi-sul-cambiamento-climatico/)

Fonte: NASA
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Paolo Mieli e il riscaldamento globale
l’anti-scienza di un sostenitore della scienza
di Antonio Scalari @tonyscalari antonio@valigiablu.it
Fonte: http://www.valigiablu.it/clima-riscaldamento-mieli/ (8 novembre 2016)
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Tre giorni fa, il 4 novembre, è entrato ufficialmente in vigore l’accordo sul clima firmato al termine della 21esima sessione della Conferenza delle parti (COP21) che si è tenuta lo scorso anno a Parigi. Lo scopo dell’accordo è limitare l’aumento della temperatura media globale a meno di 2 gradi centigradi rispetto all’era pre-industriale, ma con un ulteriore impegno a non superare 1 grado e mezzo.

Delle questioni ancora aperte nel campo delle politiche sul riscaldamento globale si discuterà durante la Conferenza sul clima (COP22) che si è aperta ieri, 7 novembre, a Marrakech. Valigia Blu ha dedicato un approfondimento alla storia delle conferenze sul clima, alla scienza del riscaldamento globale e agli impatti sociali, non solo ambientali, dei cambiamenti climatici.

Proprio in occasione dell’apertura della conferenza di Marrakech, Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della Sera, ha dedicato al tema del riscaldamento globale un editoriale, pubblicato ieri, dal titolo I dati, i dubbi e gli eccessi sul cambiamento climatico. Il pezzo si apre così:
“Un nuovo uragano di irragionevolezza rischia di abbattersi sul mondo in coincidenza con l’apertura — oggi a Marrakech — della Conferenza sui cambiamenti climatici”.

L’«uragano di irragionevolezza» sarebbe quello scatenato dai «sostenitori della tesi che questo sia un campo delle certezze assolute». Tra questi Mieli annovera alcune star del cinema che «spiccano per spirito militante», tra cui Arnold Schwarzenegger e Leonardo DiCaprio – protagonista di Before The Flood, un documentario sul global warming trasmesso in anteprima il 30 ottobre sul canale di National Geographic.

Da una parte, scrive il giornalista, è «ragionevole che, sia pure a titolo precauzionale, vengano prese misure anche drastiche» per combattere il riscaldamento globale. Ma, d’altra parte, scrive, è irrazionale dar retta ai sostenitori delle «certezze assolute».

In questo editoriale non si negano esplicitamente i dati scientifici sul riscaldamento globale, ma si punta il dito contro il «linciaggio di chi muove legittime obiezioni all’assunto che riconduce interamente all’uomo il surriscaldamento del pianeta».

Mieli invita quindi a considerare alcuni dati che riguardano la ripartizione tra i vari paesi delle emissioni di gas serra:
Sarebbe molto più sensato, sostiene lo studioso (Thomas Piketty), ripartire le emissioni in funzione del Paese di consumo finale piuttosto che di quello di produzione. Constateremmo in questo modo che le emissioni europee schizzano in su del 40% (quelle nordamericane del 13%) mentre quelle cinesi scendono del 25 per cento”. E prosegue: “I Paesi ricchi continuano a rappresentare la stragrande maggioranza del fronte degli inquinatori e non possono chiedere alla Cina (…) di farsi carico di una responsabilità superiore a quella che le spetta”.

Mieli sta citando i risultati di uno studio (Carbon and inequality: from Kyoto to Paris) che l’economista Thomas Piketty ha pubblicato l’anno scorso insieme a Lucas Chancel, della École d’économie de Paris. In questa ricerca Piketty e Chancel descrivono l’evoluzione, a livello globale, della distribuzione delle emissioni di anidride carbonica e altri gas serra nei diversi continenti e regioni del pianeta, in particolare dal 1998 al 2013. Spiegano come sia cambiata questa distribuzione in relazione ai livelli di disuguaglianza economica. Non solo tra gli abitanti dei diversi paesi ma anche all’interno della popolazione di ogni paese.

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I due autori hanno rilevato che le classi medie e benestanti dei paesi emergenti hanno aumentato il loro contributo alle emissioni di anidride carbonica negli ultimi 15 anni. Perciò, come scrive in sintesi Piketty, ci sono ormai “significativi inquinatori” in tutti i continenti, quindi si allarga il numero di paesi chiamati a partecipare al finanziamento degli interventi contro i cambiamenti climatici.

Tuttavia, nota sempre Piketty, il contributo alle emissioni globali di chi risiede nei paesi ricchi continua a essere molto maggiore di quello di chi vive in paesi come la Cina. E nel calcolo del contributo alle emissioni di ogni paese non si deve tenere conto soltanto di dove i gas serra vengono rilasciati, ma anche di dove avvengono i consumi responsabili di queste emissioni.

Per esempio, il rilascio di anidride carbonica causato dalla fabbricazione in Cina di smartphone venduti in Europa dovrebbe essere attribuito agli europei, non ai cinesi. Come evidenzia Piketty, citato da Mieli: 70 milioni di persone (l’1% della popolazione del pianeta) sono responsabili da soli del 15% delle emissioni, quanto la metà della popolazione mondiale. Secondo le stime di Piketty e Chancel, il 57% di queste persone vive in Nord America, il 16% in Europa e solo poco più del 5% in Cina.

Ma questi problemi, che Mieli solleva citando l’economista francese, per quanto rilevanti e ancora discussi, riguardano questioni di carattere politico ed economico, che devono venire affrontate nell’ambito degli accordi internazionali come quello adottato a Parigi. Non riguardano la teoria scientifica delle cause dell’attuale riscaldamento globale e delle sue conseguenze. Sono problemi che si pongono un secondo dopo aver preso atto del consenso scientifico sulle cause del riscaldamento globale, altrimenti non avrebbe neanche senso discutere di quanto ogni paese sia responsabile di questo fenomeno.

Paolo Mieli ne prende quindi atto? No. Si chiede, piuttosto, perché «la discussione debba essere imbarbarita da una certa dose di fanatismo».

Per dimostrare il “fanatismo” che caratterizzerebbe il dibattito sul riscaldamento globale, Mieli cita alcuni casi di persone attaccate per aver avanzato osservazioni o idee “critiche”. Il primo è Piers Corbyn, fratello di Jeremy Corbyn, il leader del Partito laburista britannico. Nell’editoriale viene presentato così:
“… fisico e meteorologo, il quale, sulla base di evidenze scientifiche (anch’esse meritevoli d’essere prese in esame), sostiene che il riscaldamento globale non sia dovuto ai guasti provocati dal genere umano o dalla industrializzazione sregolata e trovi piuttosto spiegazione nel sole”.

Corbyn non sostiene che il riscaldamento globale sia provocato dal sole, ma crede piuttosto che l’anidride carbonica non abbia mai avuto alcun effetto sul clima. E che il clima, così come i fenomeni meterologici, siano influenzati soprattutto dall’attività solare. Inoltre afferma che il pianeta si sta raffreddando, non riscaldando. Quanto alle evidenze, non ne ha portate nemmeno una in pubblicazioni su riviste scientifiche.

Corbyn è noto soprattutto per aver creato un sito, WeatherAction, dove vende previsioni meteorologiche che si spingono fino a un anno, basate proprio sull’analisi dell’attività solare. In passato è arrivato a invocare l’attività del sole addirittura per la previsione dei terremoti. Nel 2009 Corbyn è intervenuto alla International Conference on Climate Change, un evento promosso dall’Heartland Institute, un think tank americano di orientamento conservatore e liberista.

L’Heartland Institute in questi anni è stata una delle organizzazioni più attive nel negazionismo della scienza del riscaldamento globale e delle sue cause. Nel 2012 lanciò una campagna di manifesti in cui associava l’ “allarmismo” per il riscaldamento globale all’immagine di alcuni personaggi: Ted Kaczynski, l’Unabomber americano, Charles Manson, condannato alla pena di morte, poi trasformata in ergastolo, per essere stato il mandante di diversi omicidi, e Fidel Castro. L’istituto, in una nota, non escludeva la possibilità di inserire in questi manifesti altri “allarmisti”, come Osama bin Laden.

Il secondo caso citato nell’editoriale è quello di Philippe Verdier, meteorologo della televisione di stato francese, licenziato, scrive Mieli, perché colpevole di aver «dato alle stampe Climat Investigation, un libro in cui si relativizzavano le conseguenze del global warming».

Mieli, infine, richiama (senza però spiegarla) la vicenda che ha visto protagonista Luisa Cifarelli, presidente della Società Italiana di Fisica. A novembre dell’anno scorso si era tenuto a Roma un simposio sul clima, al termine del quale le principali società scientifiche italiane avevano preparato un documento, in occasione della conferenza sul clima di Parigi che si sarebbe aperta pochi giorno dopo. La Società Italiana di Fisica aveva deciso di non firmare questo documento. Luisa Cifarelli aveva motivato questa scelta così: “Il documento in questione contiene nelle sue premesse delle affermazioni date come certezze incontrovertibili a proposito dell’origine antropica dell’attuale cambiamento climatico. Ma le verità scientifiche non possono basarsi sul consenso generalizzato, mescolando scienza e politica, come sta avvenendo in questo caso. Poiché la richiesta della SIF, di introdurre qualche parola di tipo probabilistico (come “likely”, che ha un significato ben preciso e tutt’altro che disdicevole), è stata categoricamente rifiutata, la SIF non ha ritenuto di sottoscrivere il documento”.

Nel commentare questa vicenda Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze, ricordava che la parola richiesta da Luisa Cifarelli (likely, “probabile”) è già presente nel rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), nella formula extremely likely (estremamente probabile). «È estremamente probabile che l’influenza umana sia stata la causa dominante del riscaldamento osservato dalla metà del XX secolo», scrive l’IPCC. Dove “estremamente probabile” esprime una probabilità del 95-100%.

Nessuno quindi ha aggredito né lapidato Luisa Cifarelli, come denuncia Mieli. Semplicemente, molti hanno criticato la Società Italiana di Fisica per aver difeso una scelta così grave senza portare una sola evidenza scientifica che la giustificasse. Una decisione che si è trasformata in un caso pubblico che, come nota Cattaneo, ha offerto una «splendida sponda ai negazionisti».

Quindi: critica del fanatismo e denunce di linciaggi e lapidazioni. Quelli di Mieli sembrano gli stessi artifici retorici di chi tenta di minare la credibilità di una teoria scientifica, e del consenso che la supporta, spostando il piano della discussione dalle teorie e dalle evidenze alle considerazioni ad hominem. Cioè, a quel tipo di argomentazioni che prendono di mira, spesso esasperandoli, atteggiamenti e comportamenti che impedirebbero ai sostenitori delle “tesi alternative” di esporre liberamente la propria posizione.

Quando infatti le evidenze dalla loro parte sono deboli o assenti, i sostenitori delle “tesi alternative” sono soliti accusare i propri avversari di essere dei “detentori della verità” che propongono “certezze assolute”, fautori di un “pensiero unico“. È una strategia argomentativa tipica e ricorrente in questo tipo di discussioni. Ed è la stessa adottata da chi nega la validità della teoria dell’evoluzione o l’efficacia e la sicurezza dei vaccini e, perfino, dai sostenitori del “metodo Stamina“.

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Quando perciò Mieli rivolge ai propri interlocutori la domanda retorica «se ne può discutere?», lo fa per lasciar intendere che si tratti di un dibattito sulla libertà di espressione, invece che su teorie scientifiche, evidenze empiriche e dati sperimentali.

Un’altra strategia, proposta molto spesso, consiste nel richiamarsi alle opinioni di singoli scienziati (quando non ad autoaccreditati “esperti”) che sostengono ipotesi diverse rispetto al consenso scientifico, allo scopo di dimostrare che la scienza è “divisa” e che non tutti gli scienziati sono d’accordo. O, di nuovo, per instillare il sospetto che la comunità scientifica isoli o censuri i “dissidenti” o impedisca lo svolgimento di un aperto e onesto confronto.

Non mancano infatti casi di scienziati, anche celebri, che hanno abbracciato ipotesi “alternative” e contrarie. Per esempio, il biochimico americano Kary Mullis, premio Nobel per la Chimica nel 1993, ha sostenuto la tesi che il virus HIV non sia la causa dell’AIDS. La posizione personale di Mullis non dimostra nulla (se non, banalmente, che anche uno scienziato premio Nobel può sbagliarsi). Così come non dimostrano nulla le vicende, citate da Paolo Mieli, di Corbyn, di Verdier e di Cifarelli.

La storia della scienza è sicuramente fatta anche di vicende personali, che si intrecciano con lo sviluppo delle teorie e delle scoperte. Ma il fatto che il sostenitore di una tesi “alternativa” sia licenziato da una televisione pubblica non dice nulla sulla validità delle sue opinioni. Molto spesso, inoltre, le tesi “alternative” (anche sul riscaldamento globale) sono proposte da scienziati o esperti estranei alla comunità scientifica che si occupa di un certo campo di studi. Non basta, quindi, essere fisici per esprimersi sul global warming, perché non tutti i fisici sono specialisti di scienza del clima o si occupano direttamente di riscaldamento globale e cambiamenti climatici.

Mieli, quindi, anche se non nega i dati che dimostrano la responsabilità umana del riscaldamento globale, utilizza proprio gli stessi metodi di chi lo ha fatto e di chi continua a farlo. Eppure, quando parla di «quelli che non hanno dubbi sull’origine antropica del riscaldamento», sembra riferirsi soltanto a persone come Leonardo Di Caprio e l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, non alla comunità scientifica.

Da quello che scrive Mieli, infatti, sembra che i sostenitori dell’origine antropica del global warming siano una minoranza, un po’ estremista, di attivisti ambientalisti. E non la maggioranza degli scienziati, cioè quelli che questa teoria l’hanno dimostrata e la sostengono oggi con dati ed evidenze. È la comunità scientifica in campo climatologico ad aver dimostrato quali siano le cause dell’attuale riscaldamento globale. Non le star di Hollywood o i politici diventati attivisti.

Al giudizio della comunità scientifica Mieli non dedica un solo cenno in tutto l’editoriale. Tanto che, leggendolo, sorge il dubbio che il giornalista ignori dati come questi:

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Immagine: John Cook, via Skeptical Science

Questi grafici a torta rappresentano la percentuale di scienziati che concordano con la teoria che il riscaldamento globale sia causato dall’uomo, così come calcolata in diversi studi (citati nei grafici) dal 2004 a oggi. Questi studi hanno misurato il livello di consenso all’interno della comunità scientifica, sia analizzando la letteratura che attraverso sondaggi tra gli esperti.

Quest’anno gli autori di sette studi sul consenso scientifico sul riscaldamento globale hanno pubblicato una nuova ricerca, che sintetizza i risultati delle analisi precedenti (Consensus on consensus: a synthesis of consensus estimates on human-caused global warming). A seconda del metodo di misurazione del consenso, gli autori hanno calcolato che la percentuale si colloca tra il 90 e il 100%, con un valore che si attesta attorno al 97%.

Gli autori hanno anche rilevato che la percentuale di consenso aumenta insieme al grado di competenza nel campo della scienza del clima.

Immagine: John Cook, via Skeptical Science
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I climatologi, perciò, concordano praticamente tutti sulle evidenze che riguardano le cause del riscaldamento globale.

Il consenso scientifico non è semplicemente l’opinione della maggioranza in un dato momento (la validità di una teoria non si decide ai voti), ma è l’espressione del giudizio della comunità scientifica, su un certo tema, così come emerge nel tempo dagli studi e dalla letteratura scientifica.

«Se ne può discutere», quindi? Sì, ma Mieli prima di porre questa domanda avrebbe dovuto confrontarsi con questi numeri, non con le opinioni di DiCaprio e Al Gore. E con la posizione delle maggiori società scientifiche internazionali, dall’American Association for Advancement of Science alla britannica Royal Society.

Ma, si potrebbe pensare, Mieli si limita a segnalare qualche reazione eccessiva nei confronti di chi si permette di avanzare legittimi dubbi e critiche. Purtroppo, non è così:
Il clima poi ha una sua storia molto particolare. Tra il 21 e il 50 d.C. si ebbero temperature superiori a quelle di oggi, tanto che fu possibile importare in Inghilterra la coltivazione della vite. Intorno all’anno mille il riscaldamento continentale consentì ai vichinghi di colonizzare la Groenlandia (che fu così chiamata proprio perché era diventata «gruene», verde) e l’America del Nord. Dopo l’anno mille (…) si sono alternate epoche di riscaldamento e di glaciazione senza che l’uomo avesse alcun potere di influenzare questi cambiamenti. Nel ventesimo secolo la temperatura è salita tra il 1910 e il 1940, è scesa poi fino alla metà degli anni Settanta (a causa della Seconda guerra mondiale?), ha ripreso a crescere a partire dal 1975 ma si è fermata una seconda volta alle soglie del nuovo millennio (per effetto delle politiche ecologiste?). Tutti temi da studiare, da approfondire. Se ne può discutere?”.

Mieli passa dalle osservazioni sul linciaggio verso chi muove obiezioni, al merito scientifico della discussione. Sposando una delle classiche tesi di chi nega il consenso scientifico sul riscaldamento globale: il clima della Terra è sempre cambiato.

Di nuovo, se ne può discutere? Sì, se lo si fa alla luce delle evidenze. È vero, temperature e clima sono mutati diverse volte nella storia della Terra. Ma il cambiamento che ha portato all’attuale temperatura è diverso da altri che la Terra ha sperimentato in epoche passate. Quando si parla dell’attuale riscaldamento si parla di una tendenza all’aumento della temperatura media globale, che deve essere distinto sia da cambiamenti su scala regionale che da fluttuazioni nel breve periodo.

Mieli accenna al caso della Groenlandia (citato molto spesso). La calotta di ghiaccio che oggi ricopre l’80% della Groenlandia ha un’età stimata di almeno 400mila anni. Perciò, doveva essere presente già durante le prime esplorazioni vichinghe. È vero, però, che questo è quello che viene definito “Periodo Caldo Medievale”. Ci sono evidenze che al tempo della prima colonizzazione dell’isola in alcune aree del Nord Atlantico e dell’Europa ci fossero temperature più calde delle attuali. Questo può aver favorito gli spostamenti verso Nord, ma per le popolazioni che approdarono sull’isola fu possibile insediarsi solo in aree limitate del territorio.

Foto: Light/Power
Light/Power

È possibile, perciò, che il re vichingo Erik il Rosso abbia chiamato quella regione “terra verde” perché alcune aree costiere erano effettivamente ricoperte da vegetazione, ma anche per richiamare coloni verso l’isola. In ogni caso, quello che definiamo Periodo Caldo Medievale fu un fenomeno sostanzialmente regionale, non globale.

Non ci sono state “glaciazioni” dopo l’anno 1000. Mieli si riferisce al periodo noto come Piccola Era Glaciale, che inizia, convenzionalmente, a metà del XVI secolo (ma forse già nel XIV secolo) e termina a meta del XIX.

Ogni variazione, anche nel breve o medio periodo, può avere diverse e particolari cause. Si ritiene che il fattore principale che ha causato il trentennio di “raffreddamento”, alla fine della seconda guerra mondiale, sia stato il rapido aumento dell’attività industriale seguito alla fine del conflitto, che ha determinato un aumento degli aerosol atmosferici. Questo effetto è stato causato in particolare dai solfati. Quando sono entrate in vigore le prime regolamentazioni delle emissioni, la concentrazione dei solfati nell’atmosfera ha iniziato a diminuire.

L’attuale riscaldamento globale, perciò, oltre che per la sua velocità, si distingue dai cambiamenti precedenti per le sue cause, così come evidenziato dal consenso scientifico. Il meccanismo con cui l’anidride carbonica può far aumentare l’effetto serra nell’atmosfera è noto infatti da tempo.

Già nel 1859 John Tyndall scoprì che il vapore acqueo e l’anidride carbonica sono gas capaci di intrappolare il calore. Nel 1896 Svante Arrhenius stimò l’effetto sulla temperatura globale di un aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera. L’IPCC afferma che la metà circa delle emissioni umane di CO2 dal 1750 al 2011 è avvenuta negli ultimi 40 anni. Il video mostra l’andamento delle emissioni di CO2 dalla prima Rivoluzione Industriale al 2008.

 

 

La rapidità dell’aumento della concentrazione di anidride carbonica nella seconda metà del ‘900 va di pari passo con quello della temperatura.

L’andamento della temperatura della Terra negli ultimi 1500 anni (fonte: Mann et al., 2008. via NASA)
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L’Earth Observatory della NASA scrive che quando la Terra è uscita dalle ere glaciali, nei milioni di anni passati, la temperatura globale è cresciuta di 4-7 gradi centigradi, ma nell’arco di migliaia di anni. L’aumento della temperatura avvenuto dal secolo scorso si è verificato ad una velocità senza precedenti, dieci volte maggiore del tempo medio di riscaldamento seguito a un’era glaciale. Quanto alla concentrazione atmosferica di anidride carbonica, si sta ormai avviando a essere stabilmente al di sopra delle 400 parti per milione. Come sottolinea la Royal Society, l’attuale riscaldamento non può essere l’effetto dei cicli dell’attività solare.

La maggior parte dell’aumento della temperatura globale dalla seconda metà dell’800 a oggi si è verificata a partire dalla metà degli anni ’70. Nove dei dieci anni più caldi tra quelli registrati sono concentrati dal 2000 a oggi. Il 2016 si avvia ad essere un nuovo anno record. Secondo i dati della NASA, la temperatura di settembre è stata di 0,91 gradi centigradi superiore alla media di riferimento del periodo (tra il 1951 e il 1980). Il settembre più caldo in 136 anni di registrazioni.

Da queste evidenze si deduce perciò che le misure contro il riscaldamento globale non vengono prese certo «a titolo precauzionale», come scrive Mieli, ma perché sono la risposta più razionale (e peraltro tardiva) a ciò che sta accadendo sul nostro pianeta.

Lo scorso maggio Mieli, in un editoriale intitolato Un Paese che detesta la scienza, parlando della vicenda giudiziaria che aveva visto coinvolta la virologa Ilaria Capua, scriveva che il nostro è un paese «che non mostra alcuna sensibilità nei confronti dei metodi e del rigore che si addicono al mondo della scienza». È sorprendente che a scrivere queste parole sia la stessa persona che ieri ha sposato alcuni dei principali argomenti di chi vuole demolire la scienza del riscaldamento globale.

Può sembrare paradossale ma succede di frequente, soprattutto nei dibattiti su temi scientifici oggetto di controversie sociali e politiche. Chi promuove visioni addirittura scientiste (in una visione “ottimista-razionale”) arriva poi a negare le evidenze scientifiche quando queste si scontrano con i propri frame ideologici e con le proprie idee politiche ed economiche. Si può essere “pro-Ogm” e, nello stesso tempo, negare l’esistenza o le cause del riscaldamento globale, perché si collocano questi temi all’interno di un dibattito politico-economico, più che scientifico (perché funzionali, per esempio, a una visione liberista in campo economico) o perché diventano l’occasione per attaccare i propri avversari (per esempio, gli ambientalisti). Vale, ovviamente, anche il contrario.

È perciò inutile e insensato denunciare il paese che “detesta” la scienza, se poi la scienza la si nega proprio in una delle sue acquisizioni più solide.

L’autore, Antonio Scalari, si occupa di giornalismo scientifico e comunicazione della scienza in Italia
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Paolo Mieli e il riscaldamento globale ultima modifica: 2017-01-08T11:31:25+00:00 da Alessandro Gogna

12 thoughts on “Paolo Mieli e il riscaldamento globale”

  1. Al rogo Antonio Zichichi (e chi la pensa come lui).
    Al rogo Carlo Rubbia (e chi la pensa come lui).
    Al rogo anche chi ha dubbi.
    Vogliamo la Boldrina alle previsioni del tempo.

    E tutti voi, ignorantoni di grammatica italiana, quando parlate di una guida alpina maschio ricordatevi che ora si dice “guido alpino” .
    In nome della par condicio.

  2. Le opinioni di Antonio Zichichi e Carlo Rubbia
    Proibiamo di immettere veleni nell’aria con leggi draconiane” ma ricordiamoci che “l’effetto serra è un altro paio di maniche, e noi umani c’entriamo poco. Sfido i climatologi a dimostrarmi che tra cento anni la Terrà sarà surriscaldata. La storia del climate change è un’opinione, un modello matematico che pretende di dimostrare l’indimostrabile”.
    Antonio Zichichi, 85 anni, in una intervista a Il Mattino avverte: “Noi studiosi possiamo dire a stento che tempo farà tra quindici giorni, figuriamoci tra cento anni”. E poi si chiede Zichichi: “In nome di quale ragione si pretende di descrivere i futuri scenari della Terra e le terapie per salvarla, se ancora i meccanismi che sorreggono il motore climatico sono inconoscibili? Divinazioni”.
    Lo scienziato spiega che “per dire che tempo farà tra molti anni, dovremmo potere descrivere l’evoluzione del tempo istante per istante sia nello spazio che nel tempo. Ma questa evoluzione si nutre anche di cambiamenti prodotti dall’evoluzione stessa. È un sistema a tre equazioni che non ha soluzione analitica”.
    Quindi perché molti scienziati concordano sul riscaldamento globale?
    Perché hanno costruito modelli matematici buoni alla bisogna. Ricorrono a troppi parametri liberi, arbitrari. Alterano i calcoli con delle supposizioni per fare in modo che i risultati diano loro ragione. Ma il metodo scientifico è un’altra cosa”.
    E “occorre distinguere nettamente tra cambio climatico e inquinamento. L’inquinamento esiste, è dannoso, e chiama in causa l’operato dell’uomo. Ma attribuire alla responsabilità umana il surriscaldamento globale è un’enormità senza alcun fondamento: puro inquinamento culturale. L’azione dell’uomo incide sul clima per non più del dieci per cento. Al novanta per cento, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali a oggi gli scienziati, come dicevo, non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future. Ma io sono ottimista”.
    Fonte: http://www.liberoquotidiano.it
    Carlo Rubbia, fisico italiano, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 1984, smonta la grande bufala dei cambiamenti climatici.
    Il discorso è stato tenuto al Senato nel 2014.
    Malgrado ormai molti scienziati abbiamo apertamente denunciato la frode del global warming, Papa Bergoglio, Laura Boldrini e i suoi accoliti di sinistra (che scienziati non sono) continuano a imperterriti a prendere in giro i cittadini con un mostruoso spreco di denaro pubblico e parlando di riscaldamento globale e fantomatici “migranti climatici”.
    https://youtu.be/2G-7xykTO14
    Edoardo Capuano, da ecplanet.com, 4 gennaio 2016

  3. Personalmente mi interessa il lato umano della situazione ancorché quello scientifico in senso stretto, anche se ovviamente una materia di questo genere non si può allontanare da formule e teorie di vario tipo e genere (non dimentichiamo che le discipline scientifiche coinvolte sono molteplici).
    Non comprendo per niente chi si ostina a non prendere atto che l’intervento umano, il quale dall’epoca della primissima industrializzazione ha apportato cambiamenti radicali all’eco-sistema del pianeta (soltanto lo sfruttamento intensivo dei terreni agricoli già da molti anni evidenzia sofferenze non da poco, anzi…), sia senza dubbio responsabile di ciò che sta avvenendo in quanto a cambiamenti climatici o magari anche “soltanto” in merito a fenomeni apparentemente fuori statistica.
    Quanto sia responsabile questo atteggiamento è tutto da verificare e chi tira al suo mulino da una parte chi dall’altra, campa cavallo che ne sapremo qualcosa in tempi umani…
    Non credo che che conferenze e conferenzieri mondiali, provvedimenti per la riduzione delle emissioni che vengono definiti in ambito politico internazionale, siano balle per i bambini, considerando anche che i Paesi coinvolti avrebbero tutto l’interesse a non ridurre nulla e spesso i comitati delegati subiscono pressioni oltre a minacce, com’è stato più volte denunciato.
    Se è ancora valida la regola di Newton che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, allora c’è poco da discutere sul fatto che l’intervento umano sia deleterio nei confronti dell’eco-sistema, come dicevo andrebbe valutato il livello di danno apportato senza stare tanto a discutere su chi ha ragione o meno ma collaborando per un bene comune.
    E non parlo certo di differenziata… (oltre al fatto che spesso esiste solo come schema imposto per il cittadino comune, mentre chi dovrebbe gestirla lo fa male o non lo fa, ma questa è un’altra storia…).
    In questi ambiti, quelli economici che vengono supportati da quelli scientifici, si sente spesso come scusante parlare di progresso ed evoluzione, bene… dove si vuole arrivare?

  4. È vero, ho detto che avrei lasciato la parola a più titolati di me. Ma la mia curiosità prescinde dal tema qui trattato. Mi chiedo per quale astruso motivo l’influenza umana nel global warming sarebbe una teoria non falsificabile. Mi sfugge, visto le centinaia di papers scientifici sull’argomento (volti alla verifica e falsificazione dell’ipotesi). Dunque tutti gli scienziati che indagano l’argomento proponendo di volta in volta ipotesi alternative incrementali sarebbero in errore. Bene, importante saperlo. Mi potrebbe cortesemente citare o mandare il link alla pubblicazione scientifica che dimostra questo fatto? Sto parlando di paper scientifici pubblicati su riviste di settore a alto impact factor sottoposti a un processo di peer review, non al piccolo giornalino delle scie chimiche o al corriere delle scienza tanto al chilo. Perché ripeto, se si sposta il tema dall’ambito scientifico, il tema stesso si svuota di qualsiasi significato scientifico. E spiegare la rotazione terrestre sulla base dell’influsso delle rotazioni delle trottole fatte girare dai bambini, vale quanto l’influsso sulla rotazione da parte delle maree lunari. Vince in pratica chi parla più forte, o l’argomentazione più stringente. Ma qui non si parla più di scienza. Si parla di un luogo dove ciò che conta sono le argomentazioni e non la scienza. Si parla di un luogo dove si ritiene che gli scienziati si muovano secondo fede. Si parla di un immaginario di scienza, che nulla ha a che fare, per fortuna, con la scienza. Dove ognuno può discutere e mettere in dubbio argomenti di cui conosce solamente il vuoto involucro delle parole, senza scalfire minimamente l’affannoso tentativo di spegazione della realtà da parte della scienza. Dispiace tuttavia che si venga a creare questo gap comunicativo tra scienza e senso comune. Dispiace, perché così facendo il rigore scientifico che si acquisisce attraverso anni di pratica, errori, rifiuti e verifiche risulta trattato come un qualsiasi argomento, quasi si trattasse della posizione sul fuorigioco della domenica. Ma qualcuno potrebbe dire: questo è internet, baby. Toccherà agli scienziati divenire esperti di strategie comunicative. E qui lascio veramente la parola ad altri, perché, forse, si sono esaurite le mie capacità comunicative.

  5. la foga con cui i fautori della tesi sulla responsibilità umana del riscaldamento globale affermano la loro “fede” è proprio il contrario della verità scientifica, infatti questa teoria non è falsificabile dunque non è scientifica (Popper). Poco importa che questa tesi trovi molti sostenitori (alcuni riccamente finanziati), la quantità di questi è irrilevante (vedi p.es. Galileo) , contano invece le argomentazioni . Comunque per un principio di precauzione conviene sempre ridurre l’inquinamento Per la relazione tra le macchie solari e il clima basta vedere wikipedia voce “Glaciazione”.

  6. Mi arrendo volentieri alla precisa argomentazione (notando con piacere che i fondamenti della moderna epistemologia sono ben noti ad un ricercatore -credo dell’ambito neuroscienze-); a mia unica, parziale, difesa accampo la ragione che questo è un blog non specialistico: e comunque, assumendo la posizione della causa umana nel riscaldamento, difendo la necessità di adottare comportamenti individuali adeguati.

  7. Una argomentazione che va a comparare le diverse scienze, classificandole di fatto su diversi gradi di veridicità (o gradi di fiducia) è esattamente una argomentazione logica di cui scrivevo in precedenza, che nulla, di fatto, ha a che fare con il procedere scientifico. Il fatto che un modello predittivo riesca a predire maggiore o minore varianza non ha di fatto alcun senso, se il fenomeno predetto è diverso. Quali sarebbero le altre scienze che possiedono modelli predittivi migliori per spiegare i fenomeni predetti da metereologia e sismologia? Una argomentazione di questo tipo non scosta di nulla la fiducia nella veridicità di un risultato. Solamente un modello predittivo alternativo che riesca a spiegare maggiore varianza di in fenomeno rispetto ad uno precedente riesce a spostare la conoscenza scientifica (non falsificando però di fatto il modello precedente; la falsificazione scientifica non avviene di certo attraverso l’utilizzo di modelli predittivi). La causa umana nel global warming è tutt’oggi uno dei risultati più solidi ottenuti dalla scienza. E nessuna ipotesi alternativa sinora proposta è riuscita a smuovere questo risultato.
    Ciò a dire che su dati scientifici, in qualsiasi disciplina, non esiste consenso o dissenso, ma verifica o falsificazione. Nel caso del coinvolgimento umano nel global warming non ci può essere consenso o dissenso, ma verifica o falsificazione. E i dati parlano chiaro. Poi qualcuno potrà dissentire. Ma fino alla falsificazione dell’ipotesi, il dissenso non cambierà la veridicità dei risultati. Mi piacerebbe poi molto che intervenisse in questa discussione uno scienziato esperto dell’argomento (purtroppo questo non è il mio campo di ricerca) che mostri come il procedere scientifico su questo argomento avvenga secondo principi comuni a tutte le diverse discipline. Come in qualsiasi disciplina scientifica anche nella metereologia e nella sismologia vi sono dei postulati e dei paradigmi assodati ormai da decenni. Ciò non significa che questi siano la verità, ossia che siano immutabili. Ció vale per qualsiasi disciplina scientifica, anche per la tanto osannata fisica. Nessun paradigma o postulato può essere dato per immutabile e definitivo. Lord Kelvin (a cui molto dobbiamo in fisica) nel 1902 diceva che nulla in fisica potesse più essere fatto, ritenendo i paradigmi di allora definitivi; nel 1904 Einstein rivoluzionerà la conoscenza fisica con la sua teoria della relatività (generando un vero e proprio paradigm shift). Il credere che la propria disciplina abbia assunti imprescindibili è infatti un tipico ostacolo epistemologico che fossilizza la scienza su paradigmi di riferimento. Ma ora sto divagando. Lascerò a chi è più titolato di me eventuali approfondimenti.

  8. Giusto per precisare la questione del “punto di vista” sottolineata da Sergio Agnoli: ho appunto usato questa espressione per rimandare al fatto che in meterorologia e sismologia non si dà, nella comunità scientifica, un consenso come, ad esempio, a m1*m2/d2. Per contro il paradigma keynesiano che è la domanda a creare l’offerta è, dal 1936, assunto consensualmente dalla comunità scientifica: e, quindi, il richiamo ai comportamenti individuali in tema di consumi fatto da Mieli non è fuori luogo.

  9. È incredibile, a volte mi chiedo se la gente riesca a leggere senza lenti, ma lasciando semplicemente fluire il significato della lettura. Eppure l’articolo è ben scritto, e chiaro. Ringrazio ancora Alessandro per pubblicare questo genere di articoli. Anche se spostare argomenti scientifici dai luoghi di dibattito scientifico è assai arduo, perché si svuotano di qualsiasi contenuto scientifico e quindi di significato. Quello qui pubblicato è un articolo di divulgazione scientifica, che poco ha a che fare con una pubblicazione scientifica. Per lo meno quanto la descrizione della salita della nord dello Huascaran da parte di un divulgatore di imprese di alpinismo, ne ha con l’effettiva salita in solitaria da parte di Casarotto. Ma l’intento è quello di far arrivare al grande pubblico alcuni risultati scientifici. Nuovamente, assai arduo perché non possono essere utilizzate le argomentazioni e le metodologie tipiche della comunicazione scientifica.
    Dire che il riscaldamento climatico non abbia trovato un punto di vista univoco è come dire che l’acqua è bagnata. Si parla di scienza, non di fede. In scienza non ci sono verità, in scienza non ci sono certezze. Ma in scienza non ci sono neppure opinioni. Ci sono ipotesi e dimostrazioni scientifiche, ma non opinioni. Nessuno scienziato, se non spinto da scopi secondari, esprimerebbe opinioni su un dato scientifico. Nel grande pubblico e in persone non esperte possono nascere opinioni, ma che non scostano di un micron il dato scientifico. Il surriscaldamento globale per causa umana è uno dei dati più solidi ottenuti dalla scienza negli ultimi anni. Credere che le macchie solari, la ciclicità storica, o la volontà divina abbia generato il surriscaldamento non cambia di un micron il dato scientifico. Trasformare in ipotesi, e dimostrare con metodo scientifico una delle tre opinioni sopra citate sposterebbe il dibattito scientifico.
    Chiedo ai lettori su quali altri grandi temi scientifici sia stato aperto un dibattito. E poi di interrogarsi perché su alcuni temi si possa discutere, mentre su altri, di ugual importanza per il genere umano, nessuno nemmeno si azzarderebbe a porre questioni di dubbio. Alcuni dati scientifici sono stati volutamente spostati da un piano scientifico ad una argomentazione non specialistica. Svuotandoli, come dicevo, perciò del reale significato scientifico, e consentendo, attraverso argomentazioni logiche o elucubrazioni linguistiche di esprimere opinioni su di essi. Consentendo a chiunque, con una minima, approssimativa o qualunquistica conoscenza dell’argomento di esperimenti opinioni su di essi. Persino a Mieli.
    Bisognerebbe infine diffidare da qualunque scienziato esprima una opinione su un dato scientifico (soprattutto se inizia con un “secondo me”), che non citi solidi (e chiunque faccia scienza sa cosa significhi solido) dati scientifici alternativi. Per lo meno parla in malafede. Se poi non si tratta di uno scienziato, ben venga la sua opinione. La quale tuttavia nulla ha a che fare con la scienza, intesa come conoscenza della natura attraverso il metodo scientifico. Non sposterà di certo la reale conoscenza dei fatti.

  10. Il tema del riscaldamento climatico non ha ancora trovato, nella stessa comunità scientifica, un “punto di vista” univoco; al di là di questo dato di fatto è opportuno non profondere una fiducia “assoluta” nelle spiegazioni scientifiche: come ben insegna Thomas Kuhn nel suo “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” i cambiamenti di paradigma percorrono la storia della scienza. Resta il fatto che scienze come la meteorologia e la sismologia (giusto per citare due casi emblematici) hanno una capacità di spiegazione e di previsione relativamente modesta (rispetto ad altri ambiti). Su questa premessa mi pare che sia pregevole il richiamo di Mieli alla responsabilità individuale dei comportamenti di consumo: è infatti il consumo che generando la produzione (Keynes versus Say) altera l’ambiente; la difesa dell’ambiente deve passare attraverso l’autolimitazione del consumo stesso.

  11. Leggendo questo articolo (primo della serie immagino) si arriva a due conclusioni:
    1) esiste una netta contrapposizione in campo scientifico, una agisce come portavoce di poteri forti quali industria, finanza, ecc. ed ovviamente non ha problemi a farsi sentire, l’altra è obbligata a farsi spazio nei canali controllati e non mettendo in primo piano l’interesse economico ma quello umano ha seri problemi a farsi sentire…!
    2) se Mieli (che considero uno schiavo consenziente e felice di esserlo) diventa il portavoce di materie tanto delicate quanto controverse come quella sul cambiamento climatico che vede impegnati i massimi esponenti della scienza mondiale (schierati magari su fronti opposti ma con cognizione di causa), allora le “chattazioni” (divagazioni da chat) su FB possono venir prese come documentazioni ufficiali… (magari tra un cane ed un gatto che chiedono contributi).

    Aldilà del cane e del gatto (Mieli ci sta bene in mezzo comunque…) una risposta così dettagliata ed analitica alle illazioni del tuttologo di turno andrebbe fatta risaltare molto di più!
    Quello poi che mi fa incazzare è quell’uso ormai comune di sentirsi fighi e migliori e saputelli, tacciando di complottismo, termine che guarda caso hanno inventato i media (si legge media e non midia perché è latino!!!) corrotti USA, qualunque voce contraria ed in questo caso però usare disfattisti estremi (se non è complottismo questo…!?) per avvalorare le proprie tesi (sempre scordandosi di dettagliare la fonte, tanto nessuno andrà a verificare…).
    Giornalismo?
    Mi viene da vomitare!!! (in testa a Mieli magari…)

  12. Nel ‘700 le greggi transumavano regolarmente tra Breuil (Cervinia) e Zermatt.
    Nel corso della storia il clima della terra è cambiato ciclicamente per cause ancora ignote, sembra in qualche modo legate alle macchie solari. L’eruzione di un vulcano può essere equivalente alla emissione di CO2 di tutte le attività umane per un periodo di 50 anni. Comunque conviene sempre ridurre tutte le emissioni non necessarie.
    Mauro

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