Percorsi inutili 2

Percorsi inutili 2 (2-5)
2002
Il 28 marzo 2002 i due traditori arrivarono da Sassari: era un’ora tale da non permettere grandi cose. Così ci precipitammo al Pilastro Marragone che, con il suo accesso pedestre inesistente, poteva garantirci almeno qualche tiro. Il sole non era più tanto alto sull’orizzonte, tirava un po’ di vento e non faceva caldo. Qualche raro pastore passava in macchina, rallentava, poi proseguiva. Qualcuno andava alle fonti Settiles per fare rifornimento di acqua buona. Vedemmo subito il diedro d’attacco e una possibile continuazione per fessure e tafoni. Ne uscì Furto a Nieddu, una via magnifica di quattro tiri. Il nome si riferisce al fatto che il pilastro era un ripiego, avevamo un pomeriggio libero, vivevamo in zona e l’avevamo salito convinti che fosse basso e non molto interessante. La riuscita e la lunghezza della via ci avevano sorpreso: così eravamo riusciti a “rubarlo” in poche ore.

Demetrio Ricci in arrampicata verso il “black hole”. Punta dei Banditi, 9.12.1988
PercorsiInutili2-Banditi-Soregaroli

Lorenzo Castaldi in arrampicata verso il “black hole”. Punta dei Banditi, 29.03.2002
Rocca dei Banditi, parete ovest, 2a ascensione, 3 lunghezza

Marco continua: “Questa Pasqua ci ritroviamo tutti e tre finalmente riuniti a Padru, ospiti dell’amico tedesco Markus e organizziamo “il lavoro”. Io e Lorenzo vogliamo aprire nuove vie il più possibile mentre Alessandro è curioso di ripetere le preesistenti, in breve l’accordo è fatto e passeremo dei giorni fantastici, bevendo poco e nutrendoci di sola roccia.
La via Black Hole è proprio quella che segna Punta dei Banditi, è una via fantastica, lineare, la più bella che si potesse fare su quella parete. Una volta entrati nella grotta si arrampica nel suo interno per 40 m (granito asciutto e pulito!!) con varie “finestre” che ne illuminano la scena e si esce in aperta parete da un buco superiore destro”.

Era il 29 marzo 2002 e potrei aggiungere che, nei rispetti della relazione, le lunghezze di corda sono un po’ sovradimensionate, come pure il dislivello, ma per il resto tutto coincide perfettamente. Quella citazione della cresta SSW avrebbe lasciato supporre che ci fosse una relazione anche per quella (la cresta di destra la vedevamo e ci piaceva): eppure nella busta originale trovata al CAI non c’erano altre relazioni. Ora bisognava parlare con quel Ricci… C’è da notare anche che non abbiamo trovato il chiodo di fermata della S1 e che nella relazione non si parlava di spit.

Lo spigolo nord-ovest della Punta Muzzone dove si svolge Per Elena. Visibile la torre staccata, a sinistra della quale, in ombra, è la grande fessura di Felicemente sprotetti
Parete nord della Punta Muzzone (M. Nieddu), 04.2004

In cima c’eravamo aggirati per le bellissime vasche di granito piene d’acqua, poi quasi a malincuore scendemmo con un po’ di facile arrampicata e una corda doppia da 50 m sul versante orientale. L’avventura del giallo del buco era davvero finita e io ero gonfio di ammirazione per coloro che ce l’avevano regalata. Tornando alla base, già controllavamo se per caso si poteva aprire un itinerario che superasse la parete completamente esterno: ma non c’erano grandi speranze, neppure con il binocolo che infatti, per dirla con Gabriele Boccalatte, «ingrandisce solo le difficoltà».

Il caldo sole della giornata aveva fatto evaporare i migliori profumi della macchia: mirto, corbezzolo, lentisco, ginestra e chissà quante altre sembrava volessero insinuarsi nel cervello con una dolcezza indescrivibile. Marco, che studiava botanica, mi elencava nomi di fiori e piante, ma a me sembrava di essere tornato tanti anni indietro, quando mi aggiravo per l’isola con lo scopo di scrivere un libro. Adesso non avevo più un obiettivo, mi sembrava di sfiorare la felicità: e quando sarei arrivato a casa sarei stato con gli amici a guardare le bambine giocare, a bere vino e godere del sole al tramonto. Quella era la vita che desideravo.

Marco continua: “Ma si sa che la fame viene mangiando e così il giorno seguente siamo sulla via Per Elena, sempre di Soregaroli, Ricci e Serafini. Questa aveva difficoltà inferiori alla precedente e forse per questo rimarremo tutti fregati! Gogna comincia a scoprire che il primo VI- è un buon VI (un alberello, indispensabile appiglio, mi cede e io ci volo anche), segue Lorenzo e trova un VII anziché un VI (per via di una sua piccola variante). Si ferma in una sosta scomoda ma l’unica possibile e noi lo raggiungiamo. Alessandro scopre che gli apritori sono passati leggermente più a sinistra di dove siamo saliti noi, e su placca (comunque difficoltà sempre di almeno VI+); nel frattempo Lorenzo, prima di continuare, si studia il suo tiro strapiombante su lame fragili e vuote di IV+. Alessandro è in sosta con me e sembra che abbia voglia di stare comodo.
Per me le corde sono come oro colato, le curo, le pulisco e quando le sposto le metto in una confezione impermeabile. Alessandro invece comincia a rovistare come un cinghiale nella fessura colma di terra e felci che gli si trova innanzi e io guardo inorridito la mia bella corda rossa diventare marrone e poi scomparire sotto un cumulo di terra gonfia di humus. Faccio sicura a Lorenzo e ogni tanto guardo Gogna a bocca aperta, come una mucca che guarda il treno che passa, ma lui forse se ne accorge perché ha il coraggio di proferire
«Eh sì, così poi stiamo meglio, no?!».
Segue una calata nel vuoto per raggiungere un masso incastrato e sostarci sopra e poi mi tocca una splendida placca di 20 metri improteggibile, con uno spit dell’88 alla base e un chiodino a lama ondeggiante in uscita. Sestomeno dice la relazione e salgo concentrato. La placca ha un po’ di licheni e all’inizio riesco anche a pulirla prima di appoggiarci la scarpetta ma poi bisogna andare e basta. Correre sul lichene e il granulo che si sfalda per raggiungere l’unico appiglio della placca: un quarzo sporgente. Ma appena arrivato vicino mi scivola un piede, il suono aspirato dei miei amici in basso mi ricorda il “rischiodifarmimale” ed è solo grazie a quel grugnotto di quarzo che, preso al volo, riesco a non cadere. La via è tutta così, un susseguirsi di emozioni e di domande su chi era questa Elena cui è dedicato l’itinerario, sino a raggiungere la vetta di Punta Muzzone «Ogni tanto bisogna ripetere le vie degli altri per capire quanto si è bravi (frase storica proferita sulla vetta)»”.

Lorenzo Castaldi sulla seconda lunghezza di Per Elena, 30.03.2002
M. Marrosu (da secondo) sulla seconda parte della 2a L della via per Elena (2a asc.), Sperone della Mantide, Punta Muzzone, Monte Nieddu. 30.03.2002

Anche qui potrei aggiungere che le lunghezze di corda sono leggermente abbondanti, come pure il dislivello, ma per il resto tutto coincide ancora una volta perfettamente, a parte che anche per questa via la relazione originale non parla di spit se non per la vetta (il che potrebbe ridimensionare l’affermazione di Marco sui «minchioni»!). Quella volta preferimmo scendere sul versante orientale con una breve doppia di 20 m e, dopo aver girovagato un po’, raggiungere il versante meridionale, per poi traversare brevemente alla base di Ayò e Il Giallo del Buco.

Scendendo nel canalino invaso dalla frana, aggirammo la base occidentale della Punta Muzzone per dare un’occhiata alla grande placconata, ripidissima, che costituiva ancora il grande problema della parete W: lassù in alto a sinistra vedevamo il piccolo segmento di placca salito poche ore prima, la quinta lunghezza della via Per Elena. Ci sembrava perfino più abbattuto del lisciume che ora avevamo sopra agli occhi. E, proprio partendo dal punto più basso, una fila di quattro vecchi spit faceva bella mostra di sé. L’ultimo faceva pendere un cordino slavato e sfilacciato, chiaro segno di ritirata.

Fu con emozione che facemmo quella scoperta. Chi era stato? Quale delle due cordate che ci avevano preceduto? O erano altri visitatori ignoti? Altro mistero destinato per il momento a dare sostanza alle nostre chiacchiere.

Il giorno dopo, con Lorenzo e Marco, ci recammo a Lanaitto, dove salimmo la via Eco Sospeso alla Torre Attesu di Bruncu Nieddu: un accesso di ore, ma ne valeva la pena, anche perché non ricordavo più come si arrampica su calcare. Marco era dolorante ad una mano per una pedata che Falk, per scherzo, gli aveva tirato la sera prima. Il lunedì di Pasqua lo passai finalmente con Guya e le bambine, un’epica mangiata all’agriturismo di Antonio. C’erano tavolini sparsi per tutto il cortile della vecchia fattoria, gente messa elegante era arrivata da ogni dove per il porcellino e per l’agnello pasquali. Le fronde delle querce m’impedivano di vedere le mie cime, che sapevo lì sopra, il brusio m’impediva di godere di quel silenzio che sapevo esserci a poche centinaia di metri. Ero felice, anche se la campagna sarda andava a chiudersi un’altra volta, perché Lorenzo e Marco se n’erano andati e il tempo era quasi finito.

Per Petra ed Elena, unitamente all’amica Alessandra, il soggiorno a Biasì fu una vacanza indimenticabile. Abitavamo sotto l’appartamento dei padroni di casa, ma rumori se ne sentivano pochi. Cavalli, passeggiate, giochi con gli altri bambini, tutto ciò che può servire per dimenticare una metropoli e il cittadino obbligo di lavarsi le mani.

C’erano anche altri ospiti, tedeschi, dei Morgenstern: nella casetta un po’ più bassa della nostra, isolata sulla stalla e circondata dai fiori. Una bellissima fanciulla dell’età della mia maggiore era chiaramente l’idolo di Milo, il gran figo dei maschietti. Della cosa si erano subito accorte le tre italiane e la poverina cadde nelle loro antipatie più profonde: la chiamavano strunz. Cosa fa la strunz, dov’è andata la strunz? Tutta colpa della strunz! Quella d’altra parte sapeva difendersi benissimo, dando con ciò ancora più colore agli umori e alle oscillazioni del gruppo.

A sera guadagnavano intorpidite le brande e dopo qualche minuto gravava il silenzio più totale. Messi a letto gli altri due «bambinoni» più grandi, Marco e Lorenzo, per Guya e me arrivava la vera pace.

Nella casa non aveva fatto mai un gran caldo, ci eravamo aiutati con una stufa a gas: ma durante il giorno il sole fu sempre generoso, a parte gli ultimi due giorni. Proprio prima di chiudere casa e puntare ai traghetti di Olbia, il 3 aprile andammo tutti al vicino Monte Utaru Pisanu, vicino all’inserimento della provinciale nella superstrada per Olbia: Markus, Falk e Milo ci fecero da guida in mezzo ad una selva di bellissimi massi di granito: un percorso bello per tutti, compresi alcuni passaggi davvero atletici. Lì vidi che Markus sapeva arrampicare, eccome.
– Qvesto pasaccio, molto tificile!

Petra, Elena e Alessandra si divertirono tra i blocchi, poi sembrava che ci fossimo persi, impossibile districarsi dal labirinto… metti il piede qui e la mano là, a volte il vento ci faceva urlare. Quando partimmo per Olbia, pioveva a dirotto e quindi ci dispiacque meno.

Quando mi appassiono a un luogo o a una serie di vicende in progress diventa per me assai naturale sviscerarne i contenuti, come se non fossi mai contento se non sapendo tutto ciò che si può sapere, poi dubitarne e infine ristabilire altre o le stesse verità. A Milano venni a sapere da Lorenzo Merlo che erano stati proprio lui e suo fratello Stefano a fare quel tentativo sulla parete W di Punta Muzzone, destinato a fallire perché effettuato dal basso. Altri arrampicatori sarebbero scesi con le corde dall’alto, avrebbero ripulito la placca con una spazzola di ferro e piazzato qualche spit a intervalli precisi. Questo è quello che si fa normalmente oggi, ed è proprio ciò che a noi non piace. Il loro tentativo fu senza dubbio senza grande convinzione e si arrestarono giusto in tempo per capire che non avrebbero potuto farcela senza piantare uno spit al metro.

Poi, controllando attentamente la tavoletta IGM, mi accorsi che la Punta Muzzone non corrispondeva alla Quota 528 m come descritto da Maurizio Oviglia. Questa era spostata ancora più a S, riprova ne era che la carta disegnava un altro rilievo, a metà tra le due, molto più corrispondente al vero per ciò che riguarda le distanze reali. Il circoletto era comunque un’isoipsa dei 520 m: così, anche lavorando di memoria e facendo conti con le lunghezze di corda, stabilii a 530 m c. la nuova quota, confinando i 528 m ad un rilievo che ospitava sul suo fianco una guglia assai rilevata, l’unica struttura a S della Punta Muzzone ad essere davvero notevole.

2003
Già a febbraio dell’anno dopo le mie bambine mi chiedevano impazienti quando saremmo partiti per la Sardegna: fu «giocoforza» comprare altri biglietti e programmare un’altra vacanza a Biasì. Una telefonata a Markus mi confermò che problemi non ce n’erano e che ci aspettavano. Anzi, c’era una sorpresa: allo stesso prezzo ci avrebbero dato la casetta con i fiori (quella della strunz, per intenderci).

Uno dei problemi più quotidiani fu subito quello del riscaldamento, come del resto era stato l‘anno precedente. Ci sembra sempre di ricordare che d’aprile in Sardegna ci sia un gran caldo, salvo riscoprire poi che non è affatto vero. La stufetta della nuova casa era poco più che un giocattolo e, soprattutto, nei dintorni c’era ben poca legna: tanto che se si doveva punire qualcuna per i motivi più vari, il castigo più comune era quello di «andare a far legna»; inoltre i locali non erano stati abitati per l’intera primavera, dopo le vacanze natalizie dei suoceri, quindi l’umido non perdonava: era bene accendere la stufa per asciugare i muri, anche se la temperatura non lo rendeva necessario. E quindi si dormiva con tanto di piumone, coperta e copriletto. Chi entrava alla mattina nella stanza delle bambine per svegliarle veniva tramortito da un maleodorante afrore di piedi, sudore e umido. In verità quest’ultimo era il maggiore responsabile del fetore, ma ciò non bastava ad evitare che la sveglia ogni mattina fosse squillante, con una constatazione di finta meraviglia, «però, che odore di conigliera…», seguita dalla decisa apertura della finestra, con secco frastuono per far entrare con violenza luce e aria asciutta e pulita: che le nostre tre coniglie accoglievano con grugniti soffocati dopo essersi rintanate ancor più in profondità nei sacchi piuma.

La colazione era un fiero pasto che lasciava sul campo briciole di biscotti e larghe macchie di latte e nutella. Da fuori nulla lasciava presagire che dentro si svolgessero scene tali, perché dopo un breve vialetto a scalini leggeri, tra un bel prato e una siepe di fiori, si era davanti alla porta d’ingresso, con accanto tavolino tondo e sedie poste sotto ad una pergola. Dall’altra parte era un bel terrazzo settentrionale, usato più probabilmente nei mesi estivi, sempre per una campagna davvero godibile. L’intero appartamento appoggiava sulla stalla, i cavalli infatti ci tenevano compagnia per tutta la notte con agitar di froge e nitriti. Ce n’eravamo accorti già dalla prima notte. Eravamo stati avvertiti da Markus che la cavalla doveva partorire, magari non proprio quella notte e se sentivamo qualche rumore di non preoccuparci. Era ancora buio pesto quando gli scalpitii raggiunsero livelli di furia inaudita, nitriti acuti si susseguivano senza tregua con disperazione. Poi con le prime luci, voci concitate in tedesco, un misto tra i richiami e gli ordini perentori. Ecco, adesso partorisce, pensammo. Invece no, da quel momento tutto tacque e inopinatamente riuscimmo a riprendere sonno.

Reduci dalla notte in traghetto, dopo una seconda nottata del genere eravamo piuttosto provati, qualcuno doveva spiegarci cos’era successo. La ricostruzione dei fatti ipotizzò il parto più o meno verso mezzanotte, senza che nessun umano se ne accorgesse. Il puledro in seguito, senza volerlo, era rotolato sotto alla porta e quindi nel prato antistante. La madre, legata alla catena e comunque spossata, non poteva seguirlo, anzi non lo vedeva affatto. Perciò si disperava facendo tutto il rumore possibile, e questo fino all’alba, quando la Suzy decise bontà sua di andare a vedere se tutto procedeva bene. Nel prato giaceva il puledro fradicio di rugiada e di liquido amniotico, la cavalla sembrava volesse tirar giù la stalla a calci. Petra, Elena e Alessandra nella loro conigliera non avevano sentito assolutamente nulla, ma al mattino la nascita aveva le qualifiche del grande evento, una processione di bambini curiosi e inteneriti accarezzava il neonato dalle zampe così magre e tremule.

La strunz quell’anno non c’era, con ciò privandoci di una discreta serie di gossip da fattoria. Ma i motivi d’interesse alla vacanza non erano certo diminuiti, forse Milo si era accorto che le italiane non erano né brutte, né sceme né antipatiche. Continue spedizioni alla scoperta dei boschetti circostanti venivano effettuate, tra urla e grida in due lingue. Milo mostrava fiero le sue costruzioni in legno sugli alberi del circondario, rozze capannette, a volte pericolanti, in bilico a parecchi metri da terra. Dopo momenti del genere, con bambini che salivano assieme lassù e poi si spintonavano insultandosi, le lezioni di cavallo quanto a pericolosità erano un scherzo e si poteva tirare un sospiro di sollievo.

Petra cavalcava con scuola (e lo credo, con tutte le lezioni profumatamente pagate a Milano…), fiera ogni volta che le concedevano di galoppare, sicuramente teneva più eretto il busto in sella che non in altre occasioni più normali, come lo stare a tavola; Elena, che del cavallo non poteva fregarle di meno, non rinunciava alla lezione ma si vedeva che pativa la bravura della sorella maggiore; in ultimo Alessandra cavalcava come una che fa il bagno in una vasca piena d’acqua e schiuma, svaccata come poche altre volte e con la testa altrove.

Il fiero atteggiamento di Milo Morgenstern con seguito di adoranti
Padru: Elena, Petra, Alessandra, Milo Morgenstern

Le nostre apparizioni al supermercato di Padru erano rare ma, dati i prezzi, letali. Meglio il macellaio, rubizzo e sempre incazzato con il figlio, che però ci serviva con impegno oppure l’ortolana gentile ma strabica e con un occhio di vetro. Accanto alla macelleria, un pub raccoglieva tutti i giovani fumatori del paese che ti guardavano senza che neanche tu fossi ancora entrato: un locale che non invogliava alcuna visita.

Il 18 aprile 2003 Marco e io decidemmo di aprire le ostilità, andando a vedere lo sperone SW della Punta dei Banditi, quello che non sapevamo se mai salito o no per via di quell’accenno nella relazione Ricci.

La parete ovest della Punta dei Banditi: ben visibile il “black hole”
Punta dei Banditi, parete ovest

Alla fine della prima lunghezza, dal III al V grado, uno spit lucente e nuovissimo occhieggiava, tanto inutile quanto invasivo. Negli immediati dintorni c’erano spuntoni e clessidre in quantità. Capimmo subito che non era stato piantato dalla mitica cordata Ricci-Serafini-Soregaroli, non era dell’annata giusta: in più era stato piazzato in un tratto d’arrampicata che non era il più difficile e neppure era una sosta, a circa 35 m da terra. Come se qualcuno, per qualche motivo, avesse dovuto ritirarsi in fretta senza esercitare alcuna fantasia sul come farlo in sicurezza. La via continuava non difficile e, superato un bellissimo spigolo, giungeva alla base del muro finale, assai difficile e dal superamento logico. Un sesto grado dove si vedeva che nessuno era mai passato.

Concludemmo la giornata con una piccola ricognizione, slegati, sulla parete W, alla ricerca di una via diretta ed esterna; poi andammo a salire il facile torrione a nord della Punta dei Banditi, che chiamammo Punta d’India.

Il giorno seguente affrontammo il problema dello sperone meridionale della Punta Muzzone, una bella serie di risalti arrotondati e interrotti da tafoni. Toccò a Marco superare un breve passaggio in artificiale, che non è né la sua passione né la sua migliore carta da visita. Rendeva il momento emozionante il fatto che, se gli ancoraggi avessero ceduto, Marco sarebbe andato a battere su una cengia spiovente poco sotto. Ma tutto andò bene, anche l’uscita in libera per andare a incastrarsi finalmente in un facile ma faticoso camino. Il nome Via della Checca fu dato perché Marco era ed è a tutt’oggi convinto di essersi comportato come tale in quell’occasione.

La Punta dei Banditi da sud. Tra ombra e sole è lo sperone sud-ovest, 18.04.2003
da P. Muzzone verso P. Banditi

Scesi da lì navigammo coraggiosamente nella macchia per raggiungere un altro bellissimo torrione, svettante subito a ovest della vera Quota 528 m. La salita ci riservò momenti di dubbio sulla scelta dell’itinerario e di entusiasmo per la bellezza dell’arrampicata che, anche se breve (due lunghezze) era davvero estetica. In cima non c’era spazio per due persone, ma in compenso c’era un bel clessidrone che facilitò di molto le operazioni di discesa. Lo chiamammo Guglia di Petra.

La prozia Giovanna si era tanto raccomandata che Elena e Petra non trascurassero la funzione pasquale. Così, anche perché era due giorni che non stavo minimamente con loro, mi accollai il gradito compito di portarle a Messa. Verso le 10.30 ci trovammo nel bel mezzo di una festa religiosa particolare, con tanto di anticipo sotto forma di processione in giro per tutto il paese di Padru: la statua della Madonna veniva trasportata da giovani forzuti e compresi nella loro parte. Il prete, assistito da un folto nugolo di chierichetti, fece una bella omelia alla popolazione, che però spesso sorprendevo a dare occhiate di curiosità nei nostri confronti e subito dopo a parlottare nell’orecchio.

Finalmente entrammo nella bella e ordinata chiesetta, tipo barocco messicano con panche scomodissime. Gli uomini a destra, le donne a sinistra: questa volta noi ci sistemammo in posizione assai arretrata, così da ridurre drasticamente il numero delle occhiate. Il sacerdote ci parlò ancora, con parole piene di buon senso: dalla porta cominciava ad entrare un vago odore di purceddu arrosto che la maggior parte delle donne del paese, che in ogni caso avevano di certo assistito alla messa di primo mattino, stavano giusto in quel momento preparando. Alla fine della funzione i fedeli sciamarono all’esterno, e noi con loro.

Avevamo una fame bestiale: così, raccolti a casa Marco e Guya, ci avviammo verso l’agriturismo di Antonio. Laggiù l’eccitazione era al culmine, il sole e il bel tempo garantivano una bella festa all’aperto e comitive intere si erano date appuntamento per la storica mangiata. Nel vecchio forno a legna posto di fronte alla costruzione, quella rinnovata con le vetrate, ferveva grande attività. I cinque porcellini che il giorno prima Marco ed io avevamo visto appena scannati, ripuliti e bruciacchiati erano stati infilzati negli spiedi. C’era un’aria da medioevo, una sagra laica temperata dai vestiti moderni, giacche, cravatte e vestiti di cotone sgargiante, nel fumo odoroso di ginepro ed altre spezie. In cucina, cuoche anziane e in carne davano gli ultimi tocchi a piatti preparati per giorni. Continuavano ad arrivare auto di grossa cilindrata, ma ormai non trovavano più neppure un metro d’ombra perché tutti i posti migliori erano già da un pezzo occupati.

Casa Morgenstern, Biasì (Padru)
Biasì, casa Morgenstern

Mi sorprese che la gente stesse tutta lì nell’aia, perfino i bambini non andavano ad esplorare muretti a secco e boscaglia vicina. Nessuno dava la caccia alle lucertole, sembravano grandi e sorridevano poco. Il casino lo facevano gli adulti, si conoscevano quasi tutti e rigorosamente gli uomini stavano con gli uomini e le donne con le donne. E poi dicono che non ci sono più tradizioni… ci sono, ci sono, basta osservare bonari, senza giudicare.

Al di sopra delle classiche strutture che pian piano ci svelavano i loro segreti una vetta più alta spingeva più lontane idee selvagge di percorsi ancora più inutili. Una fascia di macchia un po’ scoraggiante avrebbe dovuto far accedere a una barriera di granito disuguale ed esposta a sud-ovest che solo in corrispondenza di un’anticima assumeva caratteristiche di problema d’arrampicata e alla cui sommità sembrava di vedere un grande arco naturale di roccia.

Sulle carte questa cima è chiamata M. Coltellaccio ma i locali la conoscono come M. Antoni Canu: vista da Biasì sembra perfino più alta del Casteddacciu, che si profila ugualmente elegante sulla destra. E l’anticima che dicevo è una quota, stimata 715 m.

Ci preoccupava quasi di più la marcia per raggiungerne la base che un’eventuale risoluzione del problema roccioso. Non era una bella mattina quel 21 aprile, la pioggia sembrava minacciare da un momento all’altro, solo che giunti ormai al colletto dietro la Punta dei Banditi ci sentivamo autorizzati a meritarci moralmente una giornata asciutta.

Come tutti i territori apparentemente repulsivi da queste parti, se li si sa prendere per il verso giusto dopo un po’ rivelano passaggi insperati. Questo si dimostrò vero anche quella volta, con qualche eccezione momentanea di lotta estrema nelle spine. Dopo aver lasciato gli zaini su un sasso emergente dalla macchia, in corrispondenza di un nostro possibile ritorno dalla cima, nel grigiore più plumbeo giungemmo a una grande nicchia rossastra alta circa 30 metri.

Dopo qualche indecisione iniziale ruppi gli indugi, attaccando un abbastanza evidente spigolo sulla sinistra della grande nicchia: il problema era che aveva piovuto nella notte e qualche tratto di roccia era un po’ bagnato. In più non era facile, per fortuna trovai qualche fessura da chiodare.

La Guglia di Petra, 19.04.2003
da vetta P. Muzzone verso Guglia di Petra

Alla sommità dello spigolo riuscii a traversare a destra su una cornice, proprio al di sopra del nicchione rossastro. Giunto ad un ginepro capii che anche per oggi la via era risolta: dopo un piccolo anfiteatro si delineava un aguzzo spigolo tafonato, non particolarmente difficile, che portava diritti alla vetta.

Marco lo affrontò deciso, proprio mentre cominciava a piovere: ma si vedeva che non avrebbe fatto sul serio. Alla fine della terza lunghezza, su roccia splendida, facile e già asciutta, mi ritrovai in vetta. Non avrebbe più piovuto. Con calma ci guardammo attorno, mentre scendevamo a corda doppia nei pressi dello splendido arco naturale. Poi proseguimmo camminando fino alla vetta del M. Coltellaccio, scendemmo sul versante meridionale opposto fino ad una Sella 720 m c. e da lì nel solitario valloncello ad ovest per recuperare i nostri zaini.

Battezzammo la via Profondo Rosso, per via della grande nicchia basale che sembrava impedirci il passaggio. Venimmo poi a sapere che quest’anticima ha un nome, lu Balcunaddu, per l’ovvio riferimento alla grande finestra naturale.

La parete sud-ovest di lu Balcunaddu, con la via Profondo Rosso, 21.04.2003
2004.04 Balcunaddu da Punta Banditi Elena Piccola 001 , Sardegna

Il giorno dopo, 22 aprile, fu la volta di quella prua di nave che tante volte, al tramonto, ci aveva colpiti per la sua eleganza di linea aguzza. Peccato che lo spigolo non arrivi su una vetta vera e propria, ma sulla Quota 675 m c. del Monte Coltellaccio, ma osservarlo dalla Punta dei Banditi o dai dintorni era proprio bello. Anche lui si rivelò più facile del previsto, ricordo ampi buconi, clessidre e un’arrampicata aerea e non troppo impegnativa. Diventò la via del Piacere. Scesi rapidamente per il canale a sinistra, decidemmo di non averne avuto abbastanza e affrontammo la grande fessura che si fa notare nella parte settentrionale e nascosta della Punta Muzzone, a sinistra della via per Elena. Evidente e sinuosa va a morire proprio sotto gli ultimi strapiombi giallastri della vetta.

Marco salì d’incastro l’intera fessura fino a che questa si allarga a camino. Ne uscì a destra in spaccata, poi non lo vidi più. Quando toccò a me, scoprii che la fessura era divertente e le fessure lo sono raramente. Lo raggiunsi assicurato a un grosso albero.

Purtroppo il tiro dopo non si presentava altrettanto bello. Evitando il muschioso camino soprastante, traversai a sinistra scavalcando uno spigoletto e salii una fessura piena di terra e alberi fino ad un blocco incastrato con alberi.

La terza lunghezza presentò il dubbio se seguire un ributtante camino liscio e strapiombante oppure preferire una più aerea scalata su placca e spigolo. Marco optò per questa soluzione, riuscendo in una tribolata performance di psiche salda: un tiro praticamente improteggibile. Poi l’ultimo tiro facile, in comune con la via Per Elena. Felicemente Sprotetti fu il nostro commento e quello diventò il nome di questa bellissima via.

Il giorno dopo decisi di portare la truppa a vedere Capo Testa, non senza prima aver dato un’occhiata al turistico Capo d’Orso e alla sua roccia così emblematica. Nonostante la giornata stupenda, le ragazze non avevano voglia di camminare, volevano solo sbattersi sulla prima spiaggia e pucciarsi in acqua. Io volevo arrivare alla classica insenatura di Capo Testa, quella sovrastata dalla parete rocciosa più importante, la Turri, e volevo arrivarci da Cala Spinosa, dove avevamo lasciato l’auto.

Elena, Petra e Alessandra sulla testa dell’Orso (Capo d’Orso), 23.04.2003
Testa dell'Orso (Capo d'Orso), Gallura: Elena Gogna, Petra Gogna, Alessandra Thiele, x. 23.04.2003

Sarà stato il caldo, ma dopo un po’ ci fu un litigio violento: io non riuscivo a sopportare il lassismo dilagante, loro volevano a tutti i costi fermarsi. Finalmente arrivammo a destinazione, immusoniti e incapaci di sorridere alla vita. Ci pensarono due o tre gruppetti di punkabestia a incuriosirci e a farci passare l’incazzatura. Due decadi fa c’erano gli hippies, ma era cambiato poco. Eravamo appena ad aprile e già tutte le grotte erano occupate da tribù in pianta semistabile.

Il ritorno per la valle della Luna fu più rilassato: dopo una bella bevuta alla fontana, riuscii anche ad interessarle mostrando loro i sassi delle cave pisane e spiegando che per rompere il granito usavano fare quelle ben visibili serie di buchi riempiendoli poi di legno che gonfiavano con l’acqua. Un po’ noioso fu poi il lungo giro per andare a recuperare l’auto.

La nervosa passeggiata verso Capo Testa (da Cala Spinosa): Elena, Petra, Alessandra e Guya, 23.04.2003
Elena e Petra Gogna, Alessandra Thiele e Guya Spaziani a Capo Testa, Gallura: 23.04.2003

Anche il giorno dopo Marco era assente per impegni di lavoro, così decidemmo di andare ancora una volta al mare, questa volta a Birchidda, tanto per vedere cosa significa una lunga distesa di sabbia a perdita d’occhio nella solitudine. Ma forse solo Guya e io riusciamo ad apprezzare fino in fondo.

Le vacanze erano agli sgoccioli, ma Marco aveva promesso di tornare e lo fece. Il 26 aprile ci rimaneva però solo il tempo di una veloce scappata al Pilastro Marragone, dovendo noi partire la sera stessa. A destra di Furto a Nieddu la parete era ancora più verticale e solcata da una serie di fessure zigzaganti, su per una specie di spigolo assai arrotondato e tafonato.

La mattinata ci regalò una bellissima arrampicata, la via della Spinta, con una fessura nel primo tiro dura e non immediatamente leggibile dove mi trovai assai impegnato. La seconda lunghezza fu più facile ma ugualmente bella. Per la vetta rimaneva solo una facile ginnastica.

Pilastro Marragone. Sono segnate, da sinistra: Furto a Nieddu (28.03.2002), via della Difesa (9.07.2005) e via della Spinta (26.04.2003)
2004.04 copia Pilastro Marragone 002 , Sardegna

A casa fervevano i preparativi per la partenza, che dispiaceva davvero a tutti.
Ma il disagio della dipartita venne troncato da un evento eccezionale: il parto della pecora. La stalla d’emergenza era poco distante, vi era un gran confluire degli abitanti della fattoria Morgenstern: il movimento ci distraeva a tal punto dalle manovre di facchinaggio dei bagagli alla macchina che praticamente rimasi solo al caldo di fine pomeriggio a svolgere la penosa incombenza.

Guya venne investita da un’eccitata Suzy di un compito di levatrice che mai lei avrebbe potuto svolgere con freddezza nonostante la sua professione nel suo pronto soccorso veterinario, in pieno centro di Milano, dove oltre a cani e gatti si vede talvolta al massimo qualche criceto bisognoso di cure.

Il parto procedeva con difficoltà, anzi sembrava proprio estremo, vista la sofferenza del povero animale. E alla fine Suzy risolse la situazione infilando la sua mano per afferrare la testa dell’agnellino che non ne voleva sapere di uscire… Il caldo, l’odore, il sangue, le mosche e l’eccitazione ne fecero una scena indimenticabile, che sopperiva assai bene allo spettacolo mancato del puledro.

Elena e Petra, estate 2006
Spiaggia di Budoni, Elena, Petra

Tornato a Milano, nella primavera venni finalmente a contatto con Mauro Soregaroli: questi per e-mail (1) mi confermò quanto sostanzialmente già sapevo, oltre a darmi i nomi di Ricci (Demetrio) e Serafini (Luca). Mi prodigai in sinceri complimenti e la cosa finì lì (l’anno dopo avrei incontrato di persona Soregaroli al Circo Concordia del Baltoro, con grande piacere di entrambi).

(1) Corrispondenza con Mauro Soregaroli
14 maggio 2003
Caro Soregaroli, ti disturbo per chiederti se sei tu che assieme a D. Ricci hai fatto due o più vie nuove nella zona di Padru, in Sardegna, nel dicembre 1988. Cari saluti
16 maggio 2003

Ciao Alessandro, ho ricevuto la tua e-mail. Sì, ti confermo che sono stato io insieme a Ricci e Serafini a effettuare queste salite che trovi segnalate sommariamente anche nella Guida Monti d’Italia – Sardegna – di Oviglia. Se ti servono altre informazioni contattami nuovamente. Ciao. Mauro Soregaroli.
16 maggio 2003

Caro Soregaroli, non sai quanto sono contento di avervi individuato.
Se hai tempo di leggere, ti farei un po’ di storia di quel posto, di cui mi sono letteralmente innamorato.
Tutto parte dal fatto che le due notizie delle vostre salite, assieme ad una relazione di Lorenzo e Stefano Merlo, sono riportate sulla guida di Oviglia (Monti d’Italia) subito dopo la descrizione di San Pantaleo. Non so bene per quale motivo stupido, leggendo, ho pensato che le tre vie fossero su una qualche struttura vicino a San Pantaleo. Mentre invece stiamo parlando del gruppo del Casteddacciu, ben distante, come sai. Giunto casualmente a Padru, vedo le due strutture più importanti e mi dico che lì bisogna ASSOLUTAMENTE andarci!
Così con l’amico Marco Marrosu, di Sassari, mi arrabatto a cercare i sentieri nella macchia mediterranea. Era l’agosto 2001. Finiamo per salire una via molto bella (che poi abbiamo chiamato Il Giallo del Buco) su quello che voi avete chiamato Sperone della Mantide (e che in posto è noto come Punta Muzzone). Felici di essere arrivati in cima, vediamo il vostro spit di discesa… Capiamo dunque che qualcuno c’era già stato, riguardiamo la guida e capiamo tutto. Rimaneva ancora da capire come cazzo avete fatto a passare in quel buco della Punta dei Banditi (voi se non sbaglio la chiamate Quota 560 m). Ecco perché… Il Giallo del Buco…
In autunno mi faccio dare dal redattore della Rivista del CAI, Alessandro Giorgetta, le vostre relazioni originali. Non vedevo davvero l’ora di andare a ripetere le vostre due vie. Tra l’altro, altro piccolo giallo, nella relazione si fa cenno ad uno spigolo SSW della Quota 560 m (Punta dei Banditi) in maniera tale che lasciava presupporre che voi aveste salito anche quello. Ma nei fogli da me ricevuti non v’era traccia di relazioni o date relative allo spigolo SSW.
Torniamo a primavera 2002. Ripetiamo in due giorni le due vostre vie. Bellissime, e complimenti per il fatto di averle fatte a dicembre con la poca luce che c’è. Complimenti per aver intuito la possibilità della caverna.
Sono tornato ancora a Pasqua di quest’anno e abbiamo salito altre vie.
Ti allego un file che è una specie di monografia della zona, ancora in divenire. Potresti dirmi i vostri nomi di battesimo, dirmi se avete salito anche lo spigolo SW (che dovrebbe essere abbastanza facile a parte l’ultimo tiro) o lo spigolo SSW (che abbiamo salito noi quest’anno, trovandovi tra l’altro uno spit di sosta a 40 m da terra, di nessuna utilità, e comunque diverso da quelli che avete usato voi) o nessuno dei due….
E se mi racconti anche come avete scoperto la zona e qualche aneddoto mi fai un grosso piacere.
Cari saluti, Alessandro Gogna
22 maggio 2003

Ciao Alessandro, scusa per il ritardo nel risponderti, ma il tempo come sempre è tiranno.
Come tu hai saputo abbiamo salito quelle due vie nel dicembre 1988. I nostri nomi sono Mauro Soregaroli (Guida Alpina), Demetrio Ricci (Istruttore Nazionale CAI) e Luca Serafini tutti e tre di Bergamo. Luca Serafini, alpinista, sci alpinista estremo ed appassionato esploratore di nuove strutture ha una casa vicino ad Olbia ed è stato grazie a lui che è partita la proposta di andare ad arrampicare in quel posto. In quell’occasione abbiamo salito solo quelle due vie menzionate sulla Guida dei Monti d’Italia nella zona del Casteddacciu. Se ti interessa sull’Annuario della sezione di Bergamo del 1988 è stato pubblicato un articolo con relazioni di queste vie. Se vuoi posso spedirti per posta le fotocopie di quest’articolo (indicami il tuo indirizzo). Così potrai confrontare le relazioni.
Ciao, a presto. Mauro Soregaroli

CONTINUA

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Percorsi inutili 2 ultima modifica: 2014-07-25T21:59:37+00:00 da Alessandro Gogna

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