Percorsi inutili 3

Percorsi inutili 3 (3-5)
2004
La vacanza del 2004, di prassi ormai nei giorni pasquali, fu un po’ più sfortunata delle altre dal punto di vista delle condizioni atmosferiche, praticamente impietose, con freddo insistente e pioggia anche di più, la solita penuria di legna e la conseguente bramosia di arrampicare che aumentava assieme al nervosismo.

Delle tre bambine (ormai Alessandra faceva parte per statuto della famiglia in trasferta sarda), due lo erano sempre meno, il fiorire dell’adolescenza le aveva in un anno trasformate, anche se non ci si poteva affatto lamentare di questa normale evoluzione. L’interesse per Milo era evidente, la loro attenzione ben desta pronta a cogliere gli umori o a produrre segnali.
Milo d’altra parte sembrava non accorgersi di quell’interesse ma certi contrasti di carattere e di capriccio avuti con Petra potrebbero testimoniare il contrario.

L’allegria comunque o c’era sempre e ben manifesta o subito dietro l’angolo di strade brevi, dove le arrabbiature avevano solo il tempo di percorrere pochi metri. La conigliera stordiva meno dell’anno prima, vuoi per maggiore attenzione alla propria igiene e presentazione personale, vuoi per la temperatura decisamente più rigida. Solo Elena si comportava ancora da bambina, buon esempio per capire quanto certe cose bisogna gustarsele prima che scompaiano inesorabilmente. E lei giocava più che altro con le gemelle Mona e Cleo che d’altro canto la vedevano come una dea che finalmente prestava loro attenzione. Anche Falk cercava di essere della compagnia, ma un certo suo modo di fare da “so tutto io” e qualche oggettivo anno in più non giovavano al suo pieno inserimento nella banda italo-tedesca.

Punta dei Banditi, via per Elena piccola, 10.04.2004
2004.04 P.ta dei Banditi cresta SSW con tracciato , Sardegna

La mattina del 10 aprile riesco a trascinare Guya, Elena ed Alessandra alla base della Rocca dei Banditi: quanto a Petra, non ne aveva voluto sentir parlare e aveva optato per una bella gita a cavallo, ottima scusa per stare un po’ assieme al semidio tedesco. Il caldo era abbastanza forte, riuscii comunque a portare Elena sulla cresta SSW, che presupponevo abbastanza facile e adatta a lei. Osservati dalle altre due, sdraiate sotto un grosso leccio, Elena ed io salimmo tutta la cresta, la via per Elena piccola, che specialmente nel primo tratto si rivelò abbastanza impegnativa. Il momento più bello fu l’arrivo in cima, tra le tonde vasche di granito liscio che io ben conoscevo. Ero felice mentre la piccola, raggiante, parlava al cellulare con Alessandra e Guya che la riempivano di complimenti.

Elena su via per Elena piccola, 10.04.2004
2004.04 Punta Banditi Elena Piccola 002 , Sardegna

Elena in vetta alla Punta dei Banditi, 10.04.2004
2004.04 Punta Banditi Elena Piccola 007 , Sardegna

L’arrivo di Marco Marrosu coincise con quello di Marco Milani e di Luisa: mentre questi alloggiavano nella casetta superiore, Marrosu soggiornava nella nostra, come ormai d’abitudine tra divano, bagno e cucina. Fu lì che si guadagnò il nomignolo di Re del Pelo, per via di qualche pelo che lasciava sul pavimento della doccia dopo averci liberamente sguazzato. Per il resto si faceva voler bene, anche sfruttando le sue capacità di pescatore e di cuoco. Una sera ci ammannì tanto di quel pesce da non saper più come mangiarlo: anche i formaggi ed altre leccornie portate da Sassari ebbero grande successo. Uno solo di questi non ebbe entusiastica accoglienza, mi riferisco ad un plateau di lumache secche decisamente di gusto dubbio.

La necessità di una maggiore pulizia era evidente e fu tramandata alla memoria in concomitanza del fatto che nelle case teutoniche non si trova mai quell’invece per noi prezioso e insostituibile sanitario. Il bidet stava diventando un mito e un giorno Alessandra e Petra perfezionarono una canzoncina, sull’aria di Solo Ieri, una canzone di Eros Ramazzotti che andava forte in quel momento.

Solo ieri c’era lui
Nella vita mia
Solo ieri c’era un bel bidet a casa mia
Perché mai
Lo troverò e m’innamorerò
Di un altro lo so
Guarderò il futuro però
Se lo troverò non lo so
Ma il cesso ce l’ho
E la carta igienica no
(ritornello)
No che non può, non può finir così
A casa mia lo troverò
E m’innamorerò
No che non può mancare il mio bidet
La vita mia cambierà
Se lei lo metterà
Adesso lo so…

La cantavano a squarciagola anche in presenza di Milo cercando di metterlo a disagio, peraltro senza riuscirci. Guya e io ridevamo senza ritegno.

Tutto il gruppo al gran completo tentò una gita alla Punta Maggiore, la vetta più alta del Monte Nieddu: la giornata era tristemente nebbiosa, la camminata abbastanza lunga e monotona e alla fine in vetta ci arrivammo solo Marrosu ed io, senza alcuna soddisfazione panoramica. Tra una pioggerella sì e una no il 12 scoprii con passeggiata solitaria a forte andatura un sentierino che saliva a Punta Russu e presumibilmente si spingeva fino alla Punta lu Casteddacciu. Tra un rovescio e l’altro Marrosu e io riuscimmo a firmare il 13 aprile Piove sul Bagnato, una bella via sulla parete SW della Punta Muzzone a sinistra della via della Checca. Milani aveva preferito andare a giocare al subacqueo con le bombole e la muta.

Sperone della Nave, via del Piacere, 22.04.2003
2004.04 Sperone Nave da P.Banditi Elena Piccola 002 , Sardegna

E il giorno dopo col mio fedele compagno andammo alla Rocca Manna, una struttura da lui scoperta mesi prima con altri amici: un posto abbastanza lontano cui si accede da San Teodoro ma che in linea d’aria non è poi così distante dal nostro solito luogo operativo. Semplicemente è sul versante mare della Punta Maggiore e del Casteddacciu. Dopo una selvaggia lotta con una macchia mediterranea particolarmente florida e alquanto scoraggiante, direi repulsiva, riuscimmo a guadagnare la base di un evidente sperone che conduceva diritto sparato a una delle vette della Rocca Manna. Le difficoltà non erano forti, la via proprio bella, ci sembrava di avere la Sardegna sotto i Piedi.

Da sin, Rocca Manna 414 m, Quota 426 m, Monte di l’Incudina 495 m. Sulla prima, sulla serie di placconate sovrapposte, è Sardegna sotto i piedi (14.04.2004); sulla seconda, sul pilastro nord-ovest, sono stati tracciati Dati alla Macchia (4.07.2005) e Ombre nella Mente (13.07.2006)
Rocca Manna, Monte Nieddu

Il 15 fu la volta di ciò che avevamo dovuto rimandare per tutto il soggiorno: il tentativo di via diretta alla parete della Rocca dei Banditi, esterna, senza passare nel grande buco.
Sarebbe stata una piccola grossa impresa… ma non ce la facemmo. E ci erano voluti tre anni di coccole per decidersi. Con noi era anche Marco Milani.
Per due lunghezze di difficoltà non eccessiva conduco la cordata, poi passa avanti Marrosu: è chiaro che quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

Si andò avanti per altre tre lunghezze, una più bella dell’altra, fino ad arrivare a un tafone a breve distanza dalla vetta.
Marrosu, appeso su una staffa attaccata a una clessidra tagliente e tagliabile, provò a proseguire ma non se la sentì. Provò anche a fare un lancio di corda, ma i suoi sforzi si potevano definire inani. Si sentiva svuotato e inaridito. Ma la sua fiducia nella sua etica personale non crollava.

Marco Marrosu, tentativo a Fiato Sospeso, mentre lancia la corda stile Bonatti sul Dru, 15.04.2004
2004.04 Banditi tentativo 5a lunghezza 07 , Sardegna

Alessandro Gogna, tentativo a Fiato Sospeso, si appresta a infiggere nella roccia il piantaspit, 15.04.2004
2004.04 Banditi tentativo 5a lunghezza 15 , Sardegna

Allora provai io, fornito di perforatore manuale (di proprietà di Milani). Io che avevo piantato solo pochi spit in vita mia, molti anni prima e con molta vergogna. Non avevo la più pallida idea di come si faceva, pertanto mi telecomandavano dal basso. Tutto procedeva bene fino al momento di estrarre il percussore: questo rimase ostinatamente inamovibile. Cercai in tutti i modi, con le buone e con le cattive, ma ogni mio movimento inconsulto risicava sempre di più l’esigua clessidra su cui ero.

Allora misi una staffa sul piantaspit e proseguii in libera, colto da sacro furore. Sotto sentivo che si stavano cagando addosso, come del resto sarebbe accaduto anche a me dopo poco. Pochi metri sopra una placca non invincibile ma bella dura mi consigliò di tornare indietro. Uno spuntone arrotondato e infido mi permise di scendere al piantaspit. E da lì con cautela alla sosta.

Il pianta spit rimase là affondato nel cuore della roccia, la via era ancora da finire. Ed erano appena cominciate le meditazioni sulla liceità di quanto avevo appena fatto…

Il 17 ancora tra i rovesci con Luisa tornai sulla Punta Juanne Russu e da lì ci spingemmo alla Sella 545 m e sulle rocce occidentali della Quota 634 m, per scoprire che lassù c’era una capanna dei pastori abbandonata.

2005
Dopo una giornata sulla spiaggia di Budoni torrida di calura e di gente tormentata da telefonini che sotto gli ombrelloni squillano al proprietario immerso in acqua oppure innervosita da legioni di vu cumprà, avevo già giurato che la vita accasciato in riva al mare non faceva per me, neppure per la cura dei miei dolori che anzi, ieri, erano più forti del solito e m’impedivano perfino di sdraiarmi. Per quei dolori avevo chiesto a una decina di medici diversi, delle varie specialità, anche alternative. Nessuno mi aveva saputo dare una risposta, non parliamo di una cura. Se volevo fare dell’attività arrampicatoria ero obbligato a prendere dell’aulin, cosa che cercavo di limitare al massimo: e questo era incominciato la bellezza di nove mesi prima.

Quelle vacanze le avremmo fatte nella casa del primo anno, quella sotto la loro abitazione, quindi lontano dalla stalla. La cosa presentava pregi e difetti, però se non altro la cucina l’avevano messa giù nuova e sicuramente quei locali erano più freschi.

Ma la vera novità di quell’anno, a casa Morgenstern, era la piccola piscina, davvero una bella valvola di sfogo, a tal punto da non rendere sistematica la richiesta di spiaggia tutti i giorni. Infatti quel giorno eravamo lì, si parlava di cavalcata serale al fiume, ma nel frattempo un maniscalco cottimista stava ferrando uno per uno tutti e 27 i cavalli. Le ragazze erano un po’ suonate, quella notte avevano dormito assieme a Milo e Falk nel camion che da anni stazionava ai margini del possedimento, ricettacolo di topi ed altri animali. Già la sera prima me l’avevano chiesto, ma io avevo negato il permesso adducendo che già avevano dormito poco in traghetto. Falk (che quell’anno stava frequentando un corso alberghiero e quindi di giorno non c’era mai) aveva insistito un poco poi aveva preso atto.

La seconda sera dunque avevo dovuto acconsentire. Petra si era messa in tiro come avesse dovuto andare in discoteca, Alessandra ed Elena la prendevano in giro senza pietà per la sua evidente mira su Milo. Guya e io ci chiedevamo se era davvero il caso che i ragazzi dormissero assieme, poi ci rispondemmo che sì, quell’anno andava ancora bene.

Alle nostre ripetute richieste di resoconti, le risposte erano state abbastanza evasive, meglio tornarci sopra dopo qualche giorno. Anche se sembrava che per il momento non volessero più ripetere l’esperienza.

Al mattino mi alzai alle 6,15 e uscii alle 6,30; Petra dormiva placidamente nel suo letto (raggiunto, come poi ho saputo, alle 5,19 per via di una congiuntivite beccata il giorno prima sulla spiaggia).

Salutato il cinghiale imbalsamato appoggiato a un albero del giardino, scesi al camion per dare un’occhiata. Dormivano tutti come angioletti, Falk per primo perché avrebbe dovuto alzarsi alle 7 (ma poi non lo fece e fu svegliato da Markus); poi Milo, poi il posto vuoto di Petra, poi Alessandra fatta su nella sua coperta e infine Elena, mezza fuori.

A piedi nel fresco del mattino andai a Budò, per poi partire al reperimento di una mulattiera per salire alla sorgente dell’Ea Frisca e possibilmente quindi scendere nella valletta del Rio de Biasì fino al più noto percorso proveniente dall’agriturismo Su Casteddu di Sotto.

Scavalcato un cancello e salutati almeno due pastori con un ricambiato cenno della mano mi avventurai sulla stradina costeggiata dal tubo dell’acquedotto che mi portò abbastanza in alto, in mezzo a una radura già bruciata dal sole. Qui un altro cancello, bianco, mi indicava la prosecuzione per l’Ea Frisca, che infatti raggiunsi dopo breve, una serie di pozze d’acqua immerse in un bosco verdissimo con piante più alte della media, dove l’uomo però ha costruito pozzi di accumulo senza troppi riguardi per il bucolico paesaggio.

Non sembrava che la strada proseguisse, come invece suggeriva la carta, così tornai indietro alla radura e ne trovai un’altra, quasi completamente invisibile e poco praticabile, che mi portò più o meno a raggiungere quella che una volta era la mulattiera che risaliva dall’Ea Frisca. Ormai c’era poca logica nel seguire quella traccia, e alcuni muretti di cemento, costruiti con un concetto che mi era ignoto, non contribuivano a chiarire le cose. Però sapevo dove volevo arrivare e infatti dopo un po’ ritrovai una traccia zigzagante, invasa da sterpi e rovi, che mi fece salire al Colletto 480 m c., proprio di fronte al versante settentrionale del Monte Coltellaccio (in basso a destra era la Punta dei Banditi) e quasi alla sommità della valletta del Rio de Biasì.

Lo scopo della mia escursione era di scendere da qui nella valletta e ricollegarmi quindi al sentiero che tante volte avevamo percorso per la Punta dei Banditi. La carta segnava il collegamento, ma questo era invisibile nel concreto. Cercai di agire d’astuzia, tentai e riguardai, ma alla fine dovetti cedere: non sembrava che ci fosse collegamento.

Decisi di scendere ugualmente nella valletta, sfruttando delle rocce affioranti, per vedere se il sentiero era al di là del fondo asciutto. E infatti, dopo una risalita sull’altro versante nelle spine, trovai quello che una volta avrebbe potuto essere un sentiero. Lo seguii una cinquantina di metri verso il basso, poi però mi arresi.

La scelta ora era obbligata, dovevo tornare al Colletto 480 m c. e da lì riscendere per la stessa via seguita in salita. Erano le 9, cominciava a fare caldo: in prossimità dei muretti mi persi un poco, nel senso che sapevo sempre dove ero ma non sapevo come allontanarmene. Dopo una sessione di spine mi lasciai scivolare in un rimasuglio fangoso di ruscello. Bevvi. Poi risalii dall’altra parte e, grazie ad un altro muretto emergente come un monumento maya nella giungla riuscii a riguadagnare il percorso conosciuto. A casa ci arrivai alle 10,30. Ed è qui che venni a conoscenza del fatto che ancora non si erano avuti particolari sapidi sulla notte in camion.

Il giorno dopo feci un’altra scorribanda sempre con la mira di recuperare il sentiero del Rio de Biasì: l’idea era di salire dal basso, dal solito sentiero che seguivamo sempre per la Punta di Banditi. Ma questo, giunto al fondo del ruscello, si perse immediatamente nei rovi e nelle frasche e anche quella volta dovetti concludere che non c’era alcuna speranza di recuperare il vecchio percorso dei carbonai. Tornai indietro e salii alla Punta dei Banditi, traversai sotto alla Punta Muzzone e m’inoltrai in una selvaggia valletta, quella di Badde Niedda, che portava in alto verso su Casteddacciu. Anche qui volevo esplorare come raggiungere la base dello sperone NW di quella montagna: ma quando mi trovai in alto in mezzo a pendii franosi e ancora ben distanti dalla base dello sperone, decisi che non era quello il sistema e che forse era meglio arrivare lassù dall’alto, quindi dall’altro versante, dalla sterrata per Punta Palemonti. In queste sfacchinate solitarie il mondo non mi appariva così sereno: meglio sentire dolore camminando che stando fermo sulla sabbia ad arrostire, ma non era abbastanza. Senza aulin avrei zoppicato, così mi sembrava di fare ugualmente delle cose che in realtà non avrei dovuto fare. Aspettavo con ansia l’arrivo dell’amico Marco. Che quando arrivò mi chiese di fare subito qualcosa di facile. Il conto in sospeso con la W della Punta dei Banditi, col punteruolo ancora lassù conficcato, l’aveva tormentato anche lui.

Andammo perciò subito allo sperone NW della Punta lu Casteddacciu, quella che sembrava una bella salita senza grandi problemi. Che in effetti non ci furono: indovinata fu la scelta di approcciare il turrito sperone dall’alto, quindi dalla strada per Palimonti. Un po’ di difficoltà iniziale nella macchia ma, dopo il reperimento del sentiero per il colle 703 m, tutto assai facile e piacevole. L’itinerario si rivelò caratterizzato da bellissimi torrioni, che noi scalammo uno dietro all’altro, senza mai grosse difficoltà o pericoli. Così si chiamò via delle Torri. Era il 3 luglio.

La Punta di lu Casteddacciu: al centro il pilastro della via delle Torri, 3.07.2005
da vetta P. Muzzone verso Casteddacciu

Il giorno dopo ci avviammo al mattino molto presto alla Quota 426 m di Rocca Manna,con l’intenzione di salire il più bel pilastro di quella zona, notato l’anno precedente. Quando, dopo una bestiale risalita della macchia, temuta già dall’anno prima, fummo sotto all’arcigna e longilinea struttura, ci accorgemmo di non avere chiodi a sufficienza, per lo meno di quelli a U che sembravano essere i più utili. Così, a malincuore, deviammo per un itinerario sulla sinistra, che si rivelò molto bello e non difficilissimo (a parte una lunghezza in un diedro). Diventò Dati alla Macchia, con evidente riferimento al nostro continuo sfuggire alle lusinghe delle figlie, di Alessandra e di Guya che invece ogni giorno andavano al mare. Ricordo che quel giorno, sporchi e sudati come eravamo, le raggiungemmo al mare. E per quella volta la piscina dei Morgenstern ci disse grazie…

Il giorno dopo lo dedicammo, tutti assieme, al riposo sulla spiaggia di Punta Ainu. I meccanismi di fuga nell’appartarsi di Petra e Alessandra erano evidenti. Per raccontarsi le loro cose, per confidenza, per piccole ripicche, per tutto ciò che alla sera succedeva dai Morgenstern. Cose di cui noi grandi non dovevamo sapere ma che poi Alessandra confidava regolarmente alla “zia” Guya. Anche Elena faceva la sua parte di relazioni, ma indubbiamente in modo più discreto. Le due gemelle, sempre a piedi nudi, diventavano sempre più di compagnia, a volte mangiavano con noi la sera, venimmo a sapere di maestro Tommasino che era molto bravo ma che si arrabbiava se loro non facevano i compiti. Ma quando si tuffavano nella piscina della severità del maestro Tommasino non sembrava importargli molto.

E venne l’alba del giorno tanto atteso, 6 luglio, quello per chiudere la partita con il perforatore. Decidemmo di comune accordo di non ripetere ancora l’itinerario dal basso, per avere la sicurezza di poter estrarre l’attrezzo con una corda calata dall’alto. Marco non aveva mai salito per Elena piccola, così scegliemmo quell’itinerario per giungere alla spalla finale della cresta SW. Eravamo ancora ai primi raggi di sole quando calai Marco fino alla scena del delitto. Essendo appeso alla corda poté smartellare con violenza fino alla fuoriuscita, poi, vinte le ultime resistenze, provò a fare il foro a una quindicina di cm da quello fatto da me. A lui non capitò l’inconveniente mio, ma presto si accorse di aver azzeccato una maligna bolla vuota all’interno della roccia, tanto da convincerlo a smettere subito di forare. Un terzo tentativo andò finalmente a buon segno: ora uno spit occhieggiava lucente a proteggere il passaggio. Prima di scendere Marco, ci eravamo accertati che la salita fosse possibile e naturalmente non ci eravamo sbagliati. Calai Marco definitivamente alla grotta di partenza del tiro, poi lo raggiunsi a corda doppia.

Marco Marrosu supera l’ultima lunghezza di Fiato Sospeso (6.07.2005). La prima protezione visibile, con cordino, è lo spit tanto controverso
Rocca dei Banditi, ultima lunghezza di Fiato Sospeso

La Punta dei Banditi con il tracciato di Fiato Sospeso
Parete ovest della Punta dei Banditi , Sardegna

Così Marco poté reiniziare la sesta lunghezza della nostra via, assicurarsi allo spit e salire in libera fino allo spuntone arrotondato e quindi a sinistra fino alla placca un po’ muschiosa che mi aveva respinto l’anno prima. Giunto alla nicchia preferì continuare, uscirne a destra con un bel passo nel vuoto e riguadagnare la cengia della spalla SW da cui ci eravamo calati. La via era finita e la chiamammo Fiato Sospeso.
La sera grandi festeggiamenti e bevute di cannonau, alla splendida luce serale della nostra terrazza. Mi sembrava un sogno.

Il giorno dopo le convincemmo a non andare al mare, almeno una volta, così facemmo assieme a Marco un bel giro turistico, prima al villaggio di sa Pedra Bianca (e andando notammo le strutture granitiche di Monte Sempiu) dove facemmo delle foto ricordo con la Punta sa Tepilora più in basso di noi. Dirigemmo poi al villaggio abbandonato di Abbas Andrias, penosa ma utile visione, quindi a una strada sterrata che, lungo le pendici occidentali della Punta sa Pedralonga, avrebbe dovuto condurci a Mamusi. E infatti là arrivammo, per lande desolate, quasi da vero far west. Ma poi le cose precipitarono perché non riuscimmo a trovare la strada che avrebbe dovuto riportarci a Padru, magari senza fare il lungo giro Berchiddeddu-Lòiri-Andrìa Puddu. Dopo un girovagare assurdo, perché neppure i rari abitanti erano in grado di additarci la retta via, finimmo per scovare un percorso che ancora adesso non so da dove passi ma che con qualche ulteriore traversia per il fondo stradale ci riportò a Padru. Quella era la vera Sardegna, altro che le coste e le spiagge, altro che le rocce che frequentavamo noi…

Marco Marrosu verso la fine di Cordon Rose, 8.07.2005
P. Muzzone, Cordon Rose, ultimo tiro

L’8 luglio andammo ancora alla Punta Muzzone, per farla finita con la perfin troppo rimandata ripetizione di Ayò. Ma già alla prima sosta decidemmo di non salire la seconda lunghezza preferendo una più logica variante a sinistra che ci avrebbe portati alla sosta 2 ugualmente, ma che aveva il vantaggio di seguire integralmente la vena di quarzo così caratteristica di questa parete. Dalla sosta 2 lasciammo a destra Ayò e Giallo del Buco che qui coincidono e proseguimmo sull’obliqua vena che ci portò con due lunghezze assai in alto, ormai nei pressi della via Per Elena. Raggiunta la vetta, non ne avevamo ancora abbastanza di Cordon Rose, così decidemmo di scendere a corda doppia sulla parete. Con la corda dall’alto salii sulla quarta lunghezza di Ayò, tanto per dire di averla ripetuta quasi tutta (ci manca solo il secondo tiro): un bellissimo camino. Poi, presi da sacro furore, decidemmo di raddrizzare il Giallo del Buco, rendendola autonoma nella parte finale. Ci terrorizzava una scanalatura improteggibile, evidente direttiva della via. Su mia idea, Marco salì una decina di metri ad assicurarsi ad un buon spuntone, ridiscese arrampicando, traversò una placca molto difficile a sinistra e, con la sicurezza della corda dall’alto, sia pure un po’ obliqua, s’impegnò nella faticosa risalita ad incastro non proteggibile della scanalatura (VII-) che per fortuna, all’altezza dello spuntone (3 m più a destra) diventava un po’ più facile, permettendogli di raggiungere un altro ottimo spuntone e un terreno decisamente più facile. Il caldo eccessivo ci spinse a corde doppie alla base. Volevamo bere l’acqua ritirata dal freezer la mattina e lasciata alla base a sciogliersi, un metodo che avevamo perfezionato nei piccoli particolari. Adesso le vie sulla parete W di Punta Muzzone erano tre, ma tutte praticamente autonome: e anche questo andava festeggiato, cosa che non mancammo di fare.

Marco Marrosu sulla variante diretta al Giallo del Buco, 8.07.2005
P. Muzzone, raddrizzamento Giallo del Buco

Alla semiubbriachezza della sera non fece riscontro alcun mal di testa: la mattina dopo, prima che Marco ripartisse per Sassari, alle 6 eravamo già alla base del Pilastro Marragone per aprire un nuovo itinerario, bellissimo specialmente per il muro iniziale, ma anche per il camino finale, la via della Difesa. Terminammo così in fretta che in giornata portai la famiglia all’isola della Tavolara, un mito sabbioso e d’acqua cristallina da loro lungamente accarezzato. Potevo leggere la felicità sui volti di tutte, all’andata sul traghetto della gioia dell’attesa, al ritorno sul traghetto della soddisfazione e della gratitudine.

La vacanza si avvicinava alla conclusione, ugualmente volli recarmi sui Monti del Limbara, certo non vicinissimi, dove mi aspettavano Marco Marrosu e il giovane Roberto Masia. In una giungla di torrioni e di sassi, in un posto meraviglioso, andammo a salire due nuovi itinerari, la via della Tribolazione e La vedo Brutta, entrambe sulla parete S della Torre Innominata 1215 m. Vie caratterizzate da un’arrampicata in fessura che ci era congeniale, sempre bellissima.

L’11 luglio era il nostro ultimo giorno di vacanza: già la sera prima c’erano state un po’ di tensioni se andare o no a fare una gita a piedi, da Cala Fuili a Cala di Luna. Alle 8.30 facevamo colazione, ma nessuno spingeva per dire “diamoci una mossa e andiamo…”. Io avevo avvertito che la calura dell’una del pomeriggio era meglio evitarla. Il mio malumore diventava evidente, a tal punto che finalmente alle 10.30 offersero la loro disponibilità. Grugnii che ormai era tardi, poi alla fine acconsentii. Al rifornimento di benzina di Siniscola il mio umore era nerissimo, faceva un caldo bestiale e il cielo grigio non riusciva a migliorare le cose. Acquistare a Cala Gonone il biglietto per il traghetto di ritorno ritardò ancora il programma e ci si mise pure un’interruzione della strada per Cala Fuili, per lavori: 1 km non previsto s’andava ad aggiungere al già nutrito cammino. Sotto il sole cocente (era quasi sereno) cominciammo a camminare alle 13 sull’asfalto, scendemmo a Cala Fuili e iniziammo i tornanti nascosti dalla vegetazione che ci avrebbero portati più o meno ai 200 m di quota. Per i primi 100 m tutto tacque, poi la pentola a pressione cominciò a gorgogliare. Guya, già offesa per il mio muso della mattina, martoriata dal muso seguente che le voleva colpevolizzare anche della scelta della tarda ora, assalita da una crescente spossatezza per il caldo micidiale, rossa in volto, cominciò a vuotare il sacco. Dapprima sembrava scherzasse, i suoi mugugni facevano sghignazzare le tre ascoltatrici (io ero avanti, tanto per non sentire), poi il brontolio diventò più serio e più decisamente volto all’improperio nei miei confronti. Il successivo evolversi del sentiero in una continua serie di saliscendi favorì la continuazione della comitiva nel perseguimento dell’obiettivo (che non si vedeva, né s’indovinava, nell’atroce sospetto che l’ora di cammino prevista fosse un’ora delle “mie”); ma non riuscì a migliorare la temperatura né la resistenza al colpo di calore. Tanto che la pentola a pressione zittì d’improvviso.

Limbara, Punta Innominata 1215 m da sud, a sn, La vedo brutta; a ds, via della Tribolazione, 10.07.2005
Limbara, Punta Innominata da S , Sardegna

Non doveva mancare tanto all’agognata discesa su Cala di Luna, quando mi accorsi che Guya non arrivava. Prima l’aspettai un po’, poi le andai incontro. La vidi camminare assai lenta, diceva di essersi fermata un poco per respirare. Il cielo era di nuovo grigio, ma l’afa era a mille. Insieme raggiungemmo le ragazze e continuammo ancora per poco fino a che praticamente non la vidi accasciarsi con la schiena su un leccio, lo sguardo di chi sta veramente male e non riesce più a respirare. Via lo zainetto, via le scarpe, dai, presto, tira fuori l’acqua… e mentre la spruzzavamo con la nostra acqua minerale Petra estraeva dal suo sacco un libro.
– Ma che fai, ti metti a leggere proprio adesso? – chiese con apprensione Alessandra.
Per tutta risposta Petra si mise a sventolare il libro sul volto di Guya, provocandole un lieve sorriso, oltre a un piccolo sollievo.

Io vedevo già che un elicottero lì non avrebbe mai potuto atterrare, bisognava portarla in una radura e far presto. Stavo già per telefonare al 118 quando improvvisamente Guya si alzò e disse: – Proviamo ad andare avanti…

Per fortuna eravamo proprio vicini alla discesa, il cielo stava tornando sereno, quindi raggiungemmo il bar della Codula di Luna appena in tempo per evitare un secondo colpo di calore. Così in agitazione non ero mai stato: ero ancora scosso, vedere quel volto a me così caro in quelle condizioni è stata un’ansia. Ora era tutto finito, in mezzo alle centinaia di bagnanti: ma tutti ci eravamo arricchiti di una grande esperienza ed eravamo i più felici di tutti per lo scampato pericolo.

CONTINUA

http://www.banff.it/percorsi-inutili-1/

http://www.banff.it/percorsi-inutili-2/

http://www.banff.it/percorsi-inutili-4/

http://www.banff.it/percorsi-inutili-5/

0
Percorsi inutili 3 ultima modifica: 2014-07-26T06:10:51+00:00 da Alessandro Gogna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *