Percorsi inutili 4

Percorsi inutili 4 (4-5)
2006
Già agli ultimi due mesi di scuola il problema era evidente. Petra si stava trasformando, da ragazza florida, luminosa e solare, a figura esiliforme, sguardo ripiegato per volontà di accelerare il passaggio da ragazza a donna, ma anche lievemente dark perché accentuato da un trucco scuro per nulla in linea con la sua natura.

Per la promozione aveva chiesto ed ottenuto un particolare modello di Nokia, carissimo, fighissimo e soprattutto di cui non poteva fare a meno. Non è senza importanza che il vecchio cellulare le fosse caduto nel water della barca a vela nella loro settimana a Ponza e Ventotene. Volenti o nolenti di un nuovo acquisto c’era bisogno. Il modo però con cui aveva condotto la visita in negozio e la trattativa con la commessa aveva decisamente fatto arrabbiare la mamma, come non molte altre volte era successo. La trattativa infatti era tale non per avere di più spendendo di meno come il buon senso vorrebbe, bensì per convincere la madre, con l’aiuto inconsapevole della commessa, che quello era l’unico articolo che valesse la pena di comprare.

Solo dopo il salato pagamento alla cassa Bibi aveva realizzato d’essere stata presa per i fondelli dalla figlia, che in più nella vacanza velica non si era certo comportata bene in compagnia di indifferenza, strafottenza e malumore appena represso.

Il passaggio delle consegne, in partenza per la nostra Sardegna, vedeva Guya e me piuttosto preoccupati: una figlia magra come un chiodo che pesava come la sorella minore, che soppesava con lo sguardo qualunque cibo, stizzosa come non era mai stata. Per due settimane avremmo dovuto sopportarla ma anche agire per distrarla dai suoi propositi, che francamente ci sembravano tipici di una personalità a forte rischio di anoressia. Speravamo molto nella compagnia di Alessandra, che caso mai aveva problemi contrari e per questo era stata soprannominata Pammi (da Pamela Anderson), nonché nel confronto-scontro con Milo, la sua passione mai sopita.

Arrivati sull’isola diedi tempo a Petra di prendere i suoi ritmi, ma soprattutto Guya non abbassava la guardia. Primi più unti del solito per ingannarla, pietanze e insalate ricche di sostanza, suggerimenti di gelati sulla spiaggia, anche a costo della propria linea. Io, che problemi di peso certo non ne avevo, trovavo la nuova filosofia del cibo davvero appagante e mi sembrava di mangiare come un porco. Di giorno smaltivo sudando sulle pendici settentrionali del Monte Coltellaccio o nella valletta a occidente della Punta lu Casteddacciu, gite solitarie che avrebbero distrutto un cammello, col caldo che faceva. Per quello ogni notte raffreddavo nel freezer una bottiglia d’acqua in modo da berla il giorno dopo decentemente fresca.

Ma la ragazzina era furba e ci cascava fino ad un certo punto. Di nascosto la controllavamo se andava a vomitare subito dopo aver mangiato: non ci era mai sembrato, però….

Piccoli litigi, discussioni facevano parte del reciproco conoscersi ma presto le cose presero una piega bellica evidente perché nel gioco si era inserita una ragazzina tedesca, Paola. Questa, pur ribadendo il suo disinteresse per Milo (ricambiata), in realtà era sempre presente e concedeva poco spazio a iniziative. Alessandra era già fidanzata con Augusto e dall’alto della sua posizione tentava di giudicare con oggettività un comportamento fluttuante in cui Petra dava a Milo dell’immaturo e quello la ripagava con dispetti e piccole attenzioni a Paola. Con rare apparizioni di Falk, che lavorava in un ristorante vicino ad Arzachena, il resto della litigiosa brigata era costituito da Elena e dalle due gemelle Mona e Cleo, sempre più legate e sempre più libere di parlare tra loro in tedesco cosa che, si sapeva, faceva molto arrabbiare Maestro Tommasino.

Erano i tempi anche del campionato del mondo di calcio, la sera dell’incontro Germania-Italia fu incandescente. Falk e Milo avevano fatto gli sbruffoni tutto il giorno, il viso dipinto da indiani, pronosticando una sicura batosta per noi pavidi e vigliacchi italiani. Le tifoserie davanti alla televisione erano rigorosamente separate, ciascuna a casa propria. Ma gli urli si sentivano anche a Olbia. E fu così che dopo aver meritatamente vinto, nessuno venne a congratularsi mentre noi sguaiatamente facevamo casino nella notte.

Ma fu più forte di loro e, al momento dei commenti sulla prossima partita con la Francia, ancora non tennero la lingua a freno e si lasciarono andare a vendicative e livide previsioni di certa disfatta italiana.

Dopo la vittoria, le ragazzine naturalmente furono senza pietà e andarono avanti giorni a fare battute di scherno su questo tema, provocando perciò rabbie represse che ogni tanto esplodevano nel chiuso del loro ambito. La figura di Paola era diventata un incubo, quasi come l’ormai mitica e mai più rivista Strunz.

Il Re del Pelo intanto era arrivato per una rapida visita che spendemmo su una mediocre prima ascensione al pilastro nord del Balcunaddu, la via Alea jacta est.

I giorni trascorrevano tra coordinate certe: da una parte le donne andavano in spiaggia ad arrostire al sole del pomeriggio mentre io rimanevo in casa a lavorare. Avevo parecchie cose da concludere, grane da affrontare non certo aiutato dall’assenza di UTMS, con un segnale GPRS che avrebbe spazientito Giobbe se avesse dovuto fare o ricevere e-mail. Mattino e sera erano dedicate alle scaramucce italo-tedesche. E per tutti i santi giorni l’incubo del sospetto che Petra fosse borderline, con lunghe telefonate con la madre che in verità ci sembrava non troppo ricettiva.

Anche per rifarmi di un’inattività ormai fastidiosa, andai da solo sulla cresta N della Rocca de Ballizzu (Quota 790 m di Monte Sempio), concedendomi un’arrampicata non troppo facile ma non così difficile da dire che per me fosse rischiosa. Ovviamente alla base non sapevo cosa mi aspettava, ma via via che la cresta si svolgeva sotto il mio muovermi mi sembrava di aver davvero indovinato la giusta meta. Solo nella parte finale ebbi un’esitazione, una fessura che mi piaceva molto ma che da solo sarebbe stata un’imprudenza, tra l’altro a destra della cresta. Così tornai sul filo e finii in bellezza. Mentre scendevo il caldo cominciava a sentirsi ma dentro di me sembrava che qualcosa si fosse placato, mi sembrava di avere nuove energie da spendere.

Elena dopo la salita di Mamma Drago alla Rocca de Ballizzu (Monte Sempio). Ben visibile la cresta nordSardegna, Monte Sempio, cresta nord

Riuscii perciò ad essere più papà di quanto lo fossi stato fino ad allora e volli condurle ad una spiaggia diversa dal solito, diressi l’auto a Cala Girgolu con l’intenzione di fotografare almeno i resti della Tartaruga, lo scoglietto decapitato anni prima da vandalico gesto. Petra, Guya e Alessandra non le smossi dalla spiaggia, Elena venne con me alla ricerca dello scoglio che, siccome non voleva farsi riconoscere, ci costrinse ad una bellissima cavalcata sulle bianche e rosa scogliere di questa baia, con Tavolara di fronte che quasi la si tocca con mano. La bambina era a piedi nudi ma non fiatò mentre io non sapevo come facesse su quel granito ruvido con sentierini spinosi inframmezzati. Ero fiero di lei. Solo al ritorno individuammo il mozzicone e facemmo le penose foto di rito.

Un cartello mi aveva incuriosito nella peraltro scarsa segnaletica in quel di Padru. Sul tornante dal quale partiva il sentierino per la Punta Russu, seguito anche con Luisa Raimondi due anni prima, avevano messo un bel cartello con piantina topografica e descrizione di un itinerario escursionistico. E questo a cura del comune. Volli andare a vedere. La descrizione era accurata, il sentiero lungo il Canale Marragone fino alla Sella 575 m (costruito dai carbonai e che non ero riuscito a percorrere per via dell’infrascamento) era stato riaperto con duro disboscamento. Il lavoro, piuttosto ben fatto, portava anche oltre nella valletta opposta. Consigliava una brevissima deviazione per una cascata in posto davvero selvaggio, ma poi proseguiva ancora a est fino a fermarsi inesorabilmente davanti ad un muro vegetale invalicabile. Tornai indietro senza cessare di chiedermi perché i lavori non erano proseguiti (e non mancava neppure tantissimo) fino alla sterrata proveniente dagli Stazzi Pietrisconi. Ma il caldo mi cuoceva il cervello a tal punto che dubitai di poter dare una risposta sensata.

L’anno prima era tanto piaciuta Tavolara, così il giorno dopo eravamo là, dove l’acqua è limpida alla massima potenza e i fondali sono da sogno anche per un arrampicatore incallito. Ancora felicità nei loro occhi, anche in quelli di Petra, per una volti sgombri dall’ombretto livido che ultimamente era il preferito.

A Tavolara se non altro non c’era l’affollamento di altre spiagge. Per un po’ di giorni girò tra loro il tormentone “Ccerto che sei propprio ‘n cojone”. Le versioni di questo episodio sono un po’ incerte, ma pare comunque che un signore romano, bello de sole e de panza, camminasse sulla spiaggia assieme ad un ragazzotto, evidentemente suo figlio. Ad un certo punto il ragazzo esclamò, non così a bassa voce: – Ammazza quant’è bona quella…
– Chi, quella? – volle certificare il padre.
– Quellalà.
– Ccerto che sei propprio ‘n cojone!
– Ah pà, tu alla mi età quante te n’eri fatte?
– Ma che c’entra… belle come mamma, nessuna!
E detto questo riprese a camminare seguito dal figlio che rimuginava.

A Lu Impostu c’erano i “due nonni”, lei 74, lui 78, di Roma. Siccome avevano una pensione da fame da anni facevano la stagione qui. Il caffè te lo portavano alla sdraio, con un carretto, come lo volevi, con dolcificante, corretto, senza zucchero. Più lei faceva le lasagne e i panini “boni boni”. Un giorno una “buzzicona”, dal sedere decisamente non più così florido, anzi decadente, andò a chiedere un gelato al nonno che subito esclamò: – ‘n vedi che culo questa, chiappe d’oro è questa…. Alle mie donne invece dava indistintamente delle “passerotte”.

Le notti brave dai Morgenstern, nelle tende, nei furgoni abbandonati non conoscevano tregua. Elena ebbe la visita di uno dei numerosi gattini lì di casa. Peccato quello avesse una diarrea di proporzioni inusitate (almeno in proporzione al suo peso). Verso l’una di notte ci fu molto movimento, i sacchi piuma di Elena e delle due gemelle erano irrimediabilmente compromessi, lei si alzò alla ricerca di acqua con cui pulire sommariamente. Dopo un lavoro molto difficoltoso, guardandosi bene dal venire in casa a chiedere aiuto, si arrese e concluse la notte perseguitata da una puzza bestiale. In tutto questo le gemelle si erano lasciate sottrarre i sacchi piuma per il lavaggio senza smettere di dormire, erano state reintrodotte nei sacchi più che umidi e avevano continuato a dormire della grossa. Assieme al gattino.

Dopo un’altra di quelle notti, fortunatamente non disturbata dai gatti, ma accorciata da chiacchierate fino alle due-tre di notte, andai a svegliare Elena, le feci fare una frugale colazione, la misi in macchina a dormire un’altra mezzora mentre io la conducevo a Monte Sempio. Quando ci arrivammo erano le sei di mattina del 12 luglio e faceva un fresco gradevole. Elena dormiva in piedi come gli asini. Ci avviammo alla base della parete nord ovest. Volevo arrivare per via completamente autonoma a quella fessura che qualche giorno mi aveva respinto. Man mano che Elena si svegliava ricordava i nodi e le manovre di assicurazione, ma non c’era da fidarsi troppo. Dopo una prima lunghezza abbastanza impegnativa e po’ sporca di terriccio e una seconda assai più facile, superammo due bellissimi tiri che da soli valevano la via. Elena era entusiasta, io pure. Mi godevo quella natura perfetta, quei nostri movimenti inutili nell’insegnamento del non necessario che praticavamo, quell’amore che sentivo scorrere dal profondo e che la spingeva ad abbracciarmi ad ogni sosta, ogni volta che poteva.

La quinta lunghezza la conoscevo già ma non glielo dissi, quindi anche lei fu con me alla base dell’arcigna fessura ad incastro finale. Questione di poco: spinto dalla vocina di lei, che a quell’ora mi assicurava come una professionista, in pochi minuti fui al di sopra e poco dopo anche lei stava salendo facendo coscienziosa pulizia di tutto il materiale da me usato. Fu lì che notò una formazione rocciosa più bizzarra delle numerose altre, disse che le sembrava una Mamma Drago. Fu il nome della via, che ci venne in mente quando ci abbassavamo nell’ormai assolato canale di discesa, verso gli enormi massi che precedevano l’auto, sola in una valle di silenzio.

La parete ovest della Rocca de Ballizzu con i tracciati di Mamma Drago e Narici di Porco. Sulla destra è No traversi per BarbiSardegna, Monte Sempio, parete ovest

Un grande silenzio immobile c’era anche il giorno dopo, quando a Rocca Manna stavo salendo la fessura in Dülfer che precedeva le belle e regolarmente geometriche fessure del pilastro centrale, quello che l’anno prima ci aveva impauriti. Marco, questa volta debitamente dotato di chiodi, risolse brillantemente, quasi del tutto in libera, uno dei tiri più estetici di tutto questo comprensorio roccioso. Ebbi modo di seguire la sua progressione, d’incitarlo, di consigliarlo, di applaudirlo senza battere le mani. Un piccolo capolavoro. Toccò poi a me proseguire, in una lunga fessura, un po’ in spaccata, un po’ d’incastro che poi si sarebbe allargata a camino. Ansimavo come una locomotiva scoppiata, strisciavo là dentro alla ricerca del centimetro in più: e allorché riuscii a utilizzare anche il gomito capii che ce l’avevo fatta. Era nata Ombre nella Mente.

Prima della partenza sentivo di dover fare almeno una cosa ancora: andare in municipio e chiedere materiale d’informazione sui sentieri ripristinati e segnalati. Oltre al Canale Marragone avevo visto altri due itinerari, quindi potevano essercene degli altri.
– A chi posso chiedere per avere informazioni su itinerari escursionistici qui a Padru?
La signorina fu gentile, disse che l’assessore non c’era ma forse l’addetto a non ricordo più che cosa poteva essermi utile. Costui fu un po’ meno gentile, chi sarà questo ficcanaso di continentale, si sarà chiesto. Mi confermò comunque che i percorsi erano per il momento solo tre e candidamente ammise che di materiale informativo non c’era neppure l’ombra, neppure un foglio dattiloscritto o una stampatina di computer. Però chiacchierando riuscii a sapere perché il sentiero finiva di colpo: perché oltre si sarebbe entrati nel comune di San Teodoro…

2007
A Pasqua eravamo stati nell’Iglesiente. Preso in affitto un appartamento a Portoscuso lo avevamo diviso con Luca Santini, Paola e la figlia Sofia. Con Luca divertimento e bizzarria erano assicurati, il tempo era volato. L’ultimo giorno, di ritorno a Olbia, eravamo passati a Biasì dai Morgenstern, per salutarli e per definire una volta per tutte il nostro soggiorno di luglio.

-Qvi c’è piccolo problema – aveva interloquito Markus. Le due casette erano entrambe occupate, a parte la seconda settimana. – Nostri amici hanno riservato cià un anno fa…

Non nascondemmo il nostro disappunto, ma fu giocoforza prenotare altrove per la prima settimana. Dopo molte telefonate, nelle quali ci fu modo di comprendere bene l’inefficienza e il pressappochismo di un sistema turistico che lascia massima libertà ad ogni gestione, alla fine decidemmo di prenotare da Massimo Careddu, un amico di Markus: tre giorni a Padru nel suo agriturismo, riveriti, serviti e nutriti, e altri quattro giorni in appartamento a su Casteddu, vicino all’omonimo agriturismo, per poi fare ancora trasloco dai Morgenstern. Economicamente, una bella sberla.

Due giorni prima della nostra partenza da Milano Markus mi aveva però telefonato lamentando che i loro amici gli avevano fatto il bidone, e informandomi quindi che la casa era libera. Si sentiva impaccio in quella voce, tradendo un po’ la vergogna di dover ammettere d’essersi sbagliato sul conto dei loro amici, visto che noi a Pasqua avevamo profetizzato sibilando quasi con chiaroveggenza: – vedrai che quelli non vengono….

Ad ogni modo, a parte l’esigua caparra data al Careddu, sentii subito che non era il caso di fare un bidone per riparare ad un altro.
– In fin dei conti il Careddu è un tuo amico – dissi a Markus, ma sotto sotto speravo che fosse lui a telefonargli e a spiegargli le cose. Cosa che non fece.

Oltre che a provocarmi un piccolo squilibrio, la comunicazione della casetta libera fu anche occasione di diverbio con Petra.
– Ma noi non siamo liberi di andare di vogliamo? – mi chiedeva.
– Siamo liberi, ma siamo anche tenuti ad un codice di comportamento…
– Sì, sì, lo conosco il tuo codice, ti faresti ammazzare pur di non venir meno ai tuoi codici.

La nave traghetto cominciava a rollare, si preannunciava una traversata mossa. Mi rifiutavo di credere che Petra mi parlasse così per via del risparmio che avremmo avuto. Pensavo invece al suo fastidio d’essere lontana, nelle ore serali per esempio, dai suoi reali interessi.
– Certo, perché tu invece pur di non avere neppure la più piccola scomodità saresti disposta a scavalcare qualunque cadavere…
– E tu non puoi accettare alcuna opinione diversa dalla tua e pensi che non cambierai mai idea perché solo le tue idee sono quelle giuste.
– Io qualche dubbio talvolta me lo pongo – tentai di concludere, ma nella convinzione che Petra aveva la testa dura almeno quanto la mia.

Non assistii personalmente al suo incontro con Milo, dopo un anno di ignorarsi reciproco. Sentii però il suo commento: – Milo è davvero bellissimo, poi forse è anche un po’ maturato….

E comunque non aveva perso tempo. La sera, stavamo scendendo per mangiare, mi fece tutto un discorso sul fatto che ormai Milo andava in discoteca il sabato, a San Teodoro. Ma la cosa era un po’ legata al fatto che la mattina dopo, alle 5 (!!!), la madre, che intanto si alza presto tutte le mattine per lavorare, andasse a prenderlo con la macchina all’uscita della discoteca.
– Sai, papi, mi ha chiesto se andavo anch’io sabato questo…
– Ah, sì, e quindi io dovrei alzarmi alle 5 per venirvi a prendere?
– Eh, sì, se non viene la Suzy…
– Tu sei fuori, Petra – sbottammo all’unisono con Guya – ti rendi conto di quello che stai chiedendo? Non è che non posso alzarmi alle 5, è che non voglio neanche pensare di venire a prenderti all’uscita. Io alle 5 mi alzo per andare ad arrampicare, ma prima già che ci sono vado a prendere mia figlia che ha fatto la notte brava…

Petra si era zittita, forse capiva d’averla chiesta grossa.
– Già che ci siete – rilanciai – perché non vi informate sui servizi pubblici? Invece che alle 5 state lì a gironzolare fino alle 6 o alle 7 e poi prendete una bella corriera. Esistono ancora sai?
– Quelle sono tutte querce – dissi scendendo dalle nostre camere il mattino dopo: eravamo diretti al locale colazione e il luogo era identico a quello della richiesta di prelievo alle 5.

Due giorni prima c’era stato un vago interesse botanico di Petra. – Papi, quali sono le querce? … qui ci sono querce? – Avevo risposto raccontando gli spaventosi disboscamenti del secolo XIX e XX, prima per costruire le linee ferroviarie del Regno d’Italia, tutte le traversine dei binari venivano dalla Sardegna, poi per l’industria siderurgica era necessario il carbone (e questo spiega tutte le piazzole dei carbonai che si vedono ancora oggi nei boschi e nella macchia). Avevo raffigurato a parole i fumi delle carbonaie, che bruciavano a fuoco lento e soffocato anche per tre giorni, il brulicare d’attività di questi luoghi oggi così deserti, il vivere faticoso di quella gente. Mi sembrava di averle interessate a qualcosa di diverso dallo sguazzare in acqua e dal prendere il sole consumando negozi interi di lozioni solari.

– Quelle sono tutte querce, anzi lecci – ripetei. Ma le due continuavano a non sentire.
– Cinque minuti fa dormivano, sono ancora in catalessi, non vedi? – mi ricordò Guya – già gli frega poco quando sono sveglie, figurati ora…
– Ah, ma fossero le 5 di mattina a San Teodoro non sarebbero così.

Subito dopo Petra cominciò ad addentare la prima fetta di pane con il miele, poi con la marmellata, poi ancora con il miele, poi la fetta di torta alla ricotta fatta dalla Signora Pina Careddu: Guya ed io ci guardavamo di sottecchi, entrambi pensavamo all’anno prima e a quanto meglio ora si stesse tutti.

Ero impaziente di arrampicare un po’, magari solo e sul facile. Il 28 giugno mi alzai presto e mi diressi alla Punta sos Pinos, dove sapevo che Marrosu aveva aperto un itinerario (la via del Muschietto) con due che conosceva appena.
Giunto alla base della parete non feci fatica a reperire il freccino rosso dipinto da Marco all’attacco. Tornai indietro alla base di uno sperone che mi sembrava più facile e decisi di salire da lì. Salii con manovre di autoassicurazione ed era la prima volta che procedevo con il prusik: pur trovando il tutto un po’ farragginoso, non rinunciai, in modo da non rischiare nel modo più assoluto. Più in alto rinunciai ad altro e fu più doloroso: una splendida placca alla sinistra di un diedro che mi sembrava non fessurato. Preferii un terreno più facile a sinistra, seguito però da altri bei passaggi. Ero soddisfatto, in cima alle prime luci del mattino, poco distante dalla Punta Maggiore. Era nato Percorso inutile.

Dopo una puntata tutti assieme a Cala Girgolu, il 1° luglio svegliai presto Elena ed andammo alla Quota 526 m dei Punteddoni NE, dove salimmo un bello spigolo, breve ma intenso, fino in vetta, invasa dai moscerini. In cima pensammo un poco se continuare la traversata di cresta, poi decidemmo che la via dei Moscerini sarebbe finita lì. Anche perché avevo deciso di trascinarla nel sentiero di Punta sa Ruosa, per vedere com’era, per capire fino in fondo la follia del comune di Padru. In cima ci arrivammo, poi al momento di scendere alla fonte di sa Ruosa Elena preferì fermarsi ed aspettarmi. Io scesi fino alla sella che divide i due valloni di Murta Muzeres e Maciocco, non vidi nessuna fonte e tornai subito indietro perché avevo timore per Elena.

E il bello fu che quando fui nelle sue vicinanze scoprii che c’era qualcuno che parlava con lei… che parlava con Elena… presto, presto, accelerai il passo, per scoprire che c’erano due coppie anziane meravigliate quanto me di trovare qualcuno. Venivano dal Lago Maggiore, e sapevano che a Loiri qualcuno gli stava preparando il fritto misto di pesce. E pertanto la loro gita finiva lì.

Allorché il 2 luglio mi trovai, già pochi metri dopo aver chiuso a chiave l’auto alla fonte Sottiles, in una macchia che non dava alcuna speranza di farla franca, decisi che l’eventuale via nuova che stavo per tentare si sarebbe chiamata Scontro frontale. In effetti l’avvicinamento fu quasi epico, più lungo di quello a Rocca Manna: e, ad attendermi, erano due lunghezze di corda solamente. C’era veramente da chiedersi perché. Al di là di un castelluccio di quarzo bianco, lo sperone di Punta sos Rizzos si alzava verso un cielo assai grigio. Qualche goccia era già caduta e verso ovest il grigio era quasi nero…

La Punta sos Rizzos e il suo pilastro nord, via Scontro frontalePunta sos Rizzos (Monte Nieddu), Sardegna
Attaccai con il consueto sistema di autoassicurazione che qui per ben due volte utilizzai deviando notevolmente a sinistra di quello che sarebbe stato il percorso per servirmi di punti di protezione i più alti possibile. Mi trovai in difficoltà almeno due volte, mentre sul passaggio spettacolare del tettuccio fu abbastanza esaltante. Raggiunsi una pianta di corbezzolo. Da lì la via proseguiva per diedri ciechi un po’ a sinistra, preferii quindi salire diritto per una fessurina, con l’intenzione di andare a sinistra dopo. E mentre ero lì a lottare con friend e nut, ormai usando per staffa un cordino, cominciò a piovere seriamente. Capii che per quel giorno era finita, così con una doppia da 25 m più qualche metro di arrampicata me la cavai ad abbandonare la parete. E lasciai lì la corda, volutamente.

Il ritorno nella macchia, e sotto una pioggia decisa, fu una stoica sofferenza, anche perché decisi di fare un percorso diverso, pensando che comunque peggio di quello dell’andata non poteva essere. Mi sbagliavo, perché era effettivamente ancora peggio. Arrivai a casa fradicio, dopo aver inzuppato anche il sedile della macchina.

Dopo una giornata di relax sulla spiaggia di Berchida, peraltro affollata ben più che le altre volte, ci fu il giorno del tanto agognato trasloco dai Morgenstern. Petra da due notti ormai tornava all’una e mezza di notte dopo aver stazionato nell’unico bar di Padru possibile. Il permesso le era dato perché andava con Roberta, la figlia del nostro padrone di casa, e naturalmente con Milo e Merle, un’amica tedesca di anni 17 che avrebbe soggiornato dai tre mesi ai dodici, non si sapeva, dai Morgenstern lavorando e cercando di imparare l’italiano.

La straordinaria luce di fine pomeriggio che c’era il 4 mi indusse ad andare a Cuzzola per vedere il mitico vallone del Rio Mannu, visita che avevo rimandato da troppo tempo. Fu bellissimo, il vallone è il posto più bello di tutto il territorio di Padru. Un torrente scavato nel granito, un angolo davvero selvaggio, per chilometri. Camminai per circa due ore, riuscendo a vedere nuove pareti che sicuramente prima o poi saremmo andati a toccare con mano. Mi dispiaceva d’essere solo, ancora una volta mi trovai a intristirmi sul fatto che le mie donne non potevano condividere con me quella bellezza. Mi ripromisi di portarcele, ma certo scoprirle insieme sarebbe stata un’altra cosa. E intanto sul sentiero correvo, leggero.

– Le si è fermata la macchina? – mi chiamò dal giardino della sua casa il contadino, non abituato che qualcuno gli posteggiasse proprio davanti.
– No, no, tutto bene. L’ho messa lì perché voglio andare a fare un giro lassù – dissi indicando Monte Paligheddu – posso lasciarla lì?
– E come no…. Anzi la può mettere meglio ancora….
– No, no, va bene così, grazie.
– E allora buona passeggiata….
– Grazie.
Erano le 6 di mattina del 5 luglio, la parete di Monte Paligheddu distava da me un tratto di prato, uno di macchia e uno di pietraia. Sapevo di essere osservato, mi muovevo come se ogni mia mossa fosse registrata. Decisi dove attaccare e, appena messomi le scarpette, partii con la corda trainata dietro.
Una roccia stupenda mi accompagnò fino alla cima, con bei tratti e bei passaggi, soprattutto nessun momento problematico. Quindi una gioia, su una via che chiamai Doppia Parete. E quando ritornai alla macchina il contadino non c’era, almeno non si fece vedere. Forse era andato pure lui a fare una “passeggiata”.

Punta Paligheddu, parete nord-nord-ovest, con il tracciato di Doppia pareteMonte Paligheddu, Padru, Olbia

E la giornata la conclusi in famiglia vicino a Posada, sulla spiaggia Iscraios, incredibilmente solitaria, due metri di spessore di sabbia sopra alla battigia, con un vento che rendeva sopportabile l’esposizione alla luce.

Quella sera, verso le 18, c’era un fervore di propositi. Nell’ampio spiazzo tra la casa, il maneggio e i vecchi camion posteggiati, Petra, Elena, Merle e Milo confabulavano con un locale, certo Antonio. Guya e io eravamo immersi nei preparativi per la cena, non sapevamo che Merle volesse uscire a tutti i costi, con il suo amico Antonio, trascinando nell’avventura notturna anche Milo e Petra, in un gioco che prometteva faville di interessi incrociati.

– Papi, io questa sera uscirei con Milo e Merle. Posso?
– Usciresti per andare dove?
– Ma, non so, probabilmente San Teodoro…
– E chi vi porta in macchina, scusa?
– Ah, sì… ci porta Antonio, uno simpatico, qui di Padru, che fa musica…
– Ah… e quanti anni ha Antonio?
– Boh, non so… quaranta? Quarantuno?
– Scusa, e questo Antonio porterebbe una sedicenne italiana e due diciassettenni crucchi in giro per locali?- Beh, che c’è… anche Markus dice che Antonio è uno carino, simpatico.
– Beh, senti a me non me ne frega un cazzo di cosa dice Markus. Tu con uno di quarantuno anni in giro di notte non ci vai.

Immediatamente Guya si mise sull’allarme. C’era evidente aria di bufera, conoscendo mia figlia e quanto potesse essere testarda, alternando irrefrenabili scoppi d’ira a freddi ragionamenti per portare acqua al suo mulino.
Cenammo pronunciando poche parole, i tentativi di Guya di alleggerire cadevano nel vuoto.

Elena intanto imparava in fretta come andava il mondo. Poteva approfittare delle lezioni più disparate, ma dove eccelleva era nel tentativo di strappare a Vodafone l’offerta estiva migliore, tipo Summerplus, con un numero illimitato di SMS. Credo che ormai le centinaia di operatori la conoscessero benissimo per nome, date le almeno cento telefonate fatte, le ore trascorse a farsi illustrare le diverse opzioni. A volte, se non era soddisfatta delle risposte, dopo aver chiuso esclamava “Valeria di merda”, oppure “Luigi coglione”! Quel giorno aveva fatto una telefonata in viva voce presente Guya, l’operatore era stato gentilissimo, stranamente per nulla scocciato dalla curiosità di Elena relativamente ai risvolti più segreti dell’offerta. Chiusa la conversazione, le due avevano fatto commenti positivi sul giovane telefonista (quanto è carino, gentile, che bella voce, ecc.), salvo accorgersi, riprendendo il telefono in mano, che quello era stato a sentire tutto!

Ma torniamo alla cena in corso: alla frutta, la tensione si tagliava con il coltello. Io avevo ribadito il mio fermo diniego, Petra era scoppiata a piangere disfacendo il lungo lavoro di rimmel che aveva fatto poco prima, ostentando ribellione al mio diktat.

Arrivò Merle, alla porta. Bionda, truccata, spinta. Se mai ce ne fosse stato bisogno, la mia convinzione di negare il permesso si rafforzò. I giorni prima avevo sentito i mormorii, cosa si diceva dietro a Merle: e mi bastava. Il no divenne assoluto, senza alcuna possibilità di ulteriore discussione.

Alle otto, puntuale, arrivò Antonio, che ebbe la faccia di bussare, ma quando Petra andò alla porta per comunicargli la ferale notizia, lui se ne guardò bene dall’entrare. Io rimasi in cucina, Guya pure.

Beh, ero incazzato nero. Ma questo, a più di quarant’anni, si permette di venire a casa mia a tirar su mia figlia? Ma chi sei, chi te conosce? Pensi che tutti i continentali siano un po’ fessi e le continentali un po’… troiette? Beh, scordatelo, e fuori dai piedi. Questo gli avrei detto in faccia se solo Petra me lo avesse portato davanti.
Non successe, non so neppure cosa avvenne con gli altri. So solo che Petra rimase in giardino a piangere tutta la sera e a telefonare alla mamma.

E il mattino dopo fu uguale, fino a che l’ennesimo intervento materno da Milano non moderò le tensioni, fino a riportare la calma.

La mattina della fine litigio Guya, Elena e Petra, con l’aggiunta di Merle, andarono Lu Impostu ed ebbero la gradita sorpresa di ritrovare i due nonni. I due nonni, abbandonato il carretto, avevano dato qualità alla loro offerta con un baracchino, un punto fisso quindi un po’ all’interno della spiaggia. Il nonno si limitava a fare un giro per prendere le ordinazioni.
Perché non prendersi un bel gelato?
– Aoh, so’ arrivate e bionde… Aoh, ‘n vedi questa quant’è bionda, questa pare Merilin Monro (si riferiva a Merle, la tedesca).
– Aoh, queste so’ bocconcini, guarda che carne fresca che è… – interloquì la nonna, impaziente di vendere i panini – visto come s’è ringalluzzito quando vede carne fresca, fa il gallo cedrone, er nonno qui…
– E che, devo fa er gallo co ‘e vecchie?
– Ma questa è carne troppo fresca… – disse ridendo Guya, riferendosi alle ragazze.
– Aoh, ma che sta addì, io miga o dicevo a loro, o dicevo a te…
– Ma io sono fuori concorso….
– Ma che sta addì, io o posso dì che so nonna…
– Ma che, non è che se nonna pure te? – s’insospettì il nonno.
– Ma che sta addì un vedi che questa è di primo pelo… – si sprecò la nonna, chiudendo un discorso davvero memorabile.

In Sardegna, anche una zona ristretta di territorio è in grado, con grande facilità, di riservare belle sorprese a chi la percorre con occhio attento. Il comune di Padru aveva riattato il vecchio sentiero del Canale di sos Nidos, quello che dai pressi della fonte di sos Pantamos scende verso l’abitato di Cuzzola. Il sentiero ricalca la strada (di cui sono visibili ampi tratti) costruita e percorsa dai taglialegna nella seconda metà del XIX secolo. Si possono anche ammirare le piccole piazzole destinate alla produzione di carbone e la presenza di rifugi per la permanenza notturna. Percorrendo questo sentiero si notano a destra in alto delle bellissime strutture di granito, le pareti della Punta de s’Abila; più in basso si passa sotto e a destra dello slanciato e solitario Torrione di Faddidolzu, prima che la valle viri decisamente a nord e il torrente formi una curiosa serie di vasche che t’invitano al bagno.

L’8 luglio fu la volta della rivincita sulla Punta sos Rizzos: con Marco, per non affrontare la masochistica salita dal basso, decidemmo di arrivare dall’alto, tramite un lungo e panoramico giro per il Colle 904 m di Punta Maggiore e la Punta la Penna. Scendemmo in corda doppia fino alla base, poi salimmo sfruttando l’assicurazione sulla corda fissa lasciata da me la settimana prima fino al punto massimo del mio tentativo. Continuai, non salendo per la fessurina al di sopra che avevo già tentato, bensì mi spostai a sinistra nel fondo di un diedrino obliquo a sinistra che risalii fino a raggiungere a sinistra uno spigoletto arrotondato (VI+, V+). Avevo così di nuovo raggiunto la vena di quarzo: aiutandomi con essa superai l’ultimo strapiombo (V+, VI), poi più facilmente fino allo spigolo arrotondato (V-) che porta a un altro leccio. Qui le difficoltà erano finite e Marco era perplesso: secondo lui quella è una bella via, ma l’accesso è così scomodo che due sole lunghezze di corda non giustificano quell’impegno. E non parliamo del ritorno, sotto un caldo ormai feroce, ripercorrendo quanto fatto al mattino e al fresco. Battezzai la via Scontro frontale, uno scontro più che altro con il buon senso.

Marco Marrosu sulla prima lunghezza di Scontro frontale, Punta sos RizzosPunta sos Rizzos, via Scontro Frontale, prima lunghezza

Ma già il giorno dopo scoprimmo un qualcosa di molto più selvaggio. Quella Quota 590 m della Punta de s’Abila, vista scendendo il Canale sos Nidos, ci attirava, e richiese un’ora e mezza solo per l’accesso. Scendendo il Canale sos Nidos, poco prima del passaggio attrezzato del torrente, ad un poco appariscente bivio, prendemmo a destra. La traccia finisce quasi subito, quindi continuammo nella macchia cercando di guadagnare quota e di camminare nelle pietraie lungo la curva di livello, dirigendosi verso ovest, dove si vede chiaramente la bella parete con le scanalature. L’ultimo canale invaso dalla vegetazione poco prima della parete lo superammo risalendo ancora su rocce e con un traversino misto macchia e roccia. Raggiunta la parete la costeggiammo verso il basso sino a raggiungere un bel ginepro (cordino) dal quale ci calammo 25 m, per raggiungere la base vera e propria. La Via dei Cammelli ci offerse un’arrampicata stupenda per quattro lunghezze, mai troppo difficile ma mai neppure banale.

La Punta de s’Abila con il tracciato della via dei CammelliQuota 590 m della Punta de s'Abila, pilastro S e parete E

Marco Marrosu sulla prima lunghezza della via dei Cammelli, Punta de s’AbilaQuota 590 m della Punta de s'Abila, via dei Cammelli, 1a lunghezza

Il 10 luglio andammo al Torrione di Faddidolzu, dove indubbiamente salimmo la via più bella di quell’anno, lo spigolo ovest di otto lunghezze, battezzato Tentar può nuocere, con un passaggio in aderenza mozzafiato.

Torrione Faddidolzu con il tracciato di Tentare può nuocereTorrione Faddidolzu,

Marco Marrosu sopra al passo chiave di Tentare può nuocere, Torrione FaddidolzuTorrione Faddidolzu, 6a lunghezza

Il giorno successivo ci dedicammo al canyoning! un’attività per me del tutto nuova o quasi. Rimasi affascinato dalla bellezza delle vasche, dei laghi e delle cascate del rio Petrisconi, tanto che il giorno dopo ancora (12 luglio) ci tornai con Elena e mi spinsi ancora più lontano.

La prima pozza del rio Petrisconi      Canyon rio San Teodoro (Sardegna, torrentismo)

 

CONTINUA

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Percorsi inutili 4 ultima modifica: 2014-07-27T07:55:00+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Percorsi inutili 4”

  1. Finalmente l’ho letto, e gradito! 🙂
    Ci sei tu, la tua vita, l’arrampicata e la Sardegna. Ci sono problemi, c’è la tua storica voglia di avventura e libertà, ci sono momenti di autentico spasso.

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