Pete Livesey, il profeta della New Wave

Pete Livesey, il profeta della New Wave
di Graham Hoey
Questa è la recensione del libro su Pete Livesey, Fast and free, curato da Mark Radkte e John Sheard, 2QT Publishing, 2014), con il sottotitolo Stories of a rock climbing Legend. Qui ne pubblichiamo la traduzione, per gentile concessione di www.climbmagazine.com

Chiunque abbia arrampicato negli anni ’70 e ’80 sa di Pete Livesey ed è informato sulle sue grandi imprese, ma per la maggior parte dei più giovani questo nome è molto meno familiare di quelli che l’hanno seguito.

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Per gli altri, secondo le parole di Sheard in prefazione, Livesey era una forza trascinante nel panorama dell’arrampicata britannica che portò all’escalation dei gradi, che suggerì un nuovo approccio all’apertura di nuove vie e che produsse cambiamenti nelle cosiddette etiche: a quel tempo rivoluzionario, poi alla fine accettato come naturale e ovvio.

Invece di scrivere una biografia tradizionale, gli autori hanno scelto di riportare un’antologia dei pezzi scritti da Livesey, intervallati dai ricordi degli amici.
Il libro è diviso in quattro sezioni, più o meno in ordine cronologico: dai suoi inizi come atleta e attraverso le sue imprese.

Ho trovato la prima, Birth of a rock climber, la meno incisiva: in effetti veniamo a sapere poco di come Livesey divenne così ossessivo e competitivo. E’ solo nei due eccellenti capitoli finali di questa sezione che si riesce a capire qualcosa di lui e del mondo che frequentava in quei primi anni. The black and white days di John Barraclough è una superba descrizione della scena arrampicatoria in cui Livesey entrò per rivoluzionarla, con molti dettagli sulle sofferenze e sull’impegno che gli furono necessari per emergere. Into the limestone arena, di Sheard, c’introduce nel momento in cui Livesey cominciò a desiderare di spingere oltre i limiti.

La sezione 2, The original rock athlete, apre con Arms of a fly (le braccia della mosca), il primo degli articoli scritti da Livesey stesso. Pete era un bravo scrittore e buon affabulatore con spiccato senso dell’umorismo: già solo i suoi pezzi sono sufficienti a garantire l’acquisto del libro. Qui cominciamo a comprendere che genere di climber fosse. Negli articoli di Martin Berzins e di Pete Gommersall ci è raccontato come Pete toccò i loro sentimenti, anche con le sue contraddizioni. La pulizia della via, il provarla su e giù, ma anche il chipping, tutto faceva parte del gioco, tutto ciò che serviva alla creazione di una bella via a lui andava bene (il chipping, modifica artificiale della roccia a colpi di martello, per fortuna non ebbe mai fortuna in Gran Bretagna, NdR).

Pete Livesey sale la faticosa Wellington Crack a Ilkley Quarry, 1974
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Nell’illuminante Gordale Score, di Radkte, siamo portati nell’ambiente nel quale Livesey dimostrò per la prima volta il suo fulgore: «Nessuno spit era lì a interrompere la tua concentrazione. Gli appigli sono studiati nel più intimo dettaglio, provati con cura e usati con cautela. L’avanzare è lento, nessuna tirata brutale di braccia, nessun urto o strattone. Senza spazio per errori, solo movimenti cauti ne calcolati, con corpo e mente in perfetta simbiosi».

La sezione 3, Game on, si concentra sulla natura competitiva e talvolta eccentrica di Livesey. Captain Cool, di Geoff Birtles, e The Circus, dello stesso Pete, sono di gran lunga i pezzi migliori in mezzo ad altri, magari più brevi o mediocri.

Trovo la sezione 4, Astroman, la migliore. Qui è davvero evidente il contributo di Livesey all’arrampicata. La scrittura è spesso ad alto livello, e sul finire il lettore ha una piena consapevolezza, e il massimo rispetto, di chi sia stato Pete Livesey. I suoi audaci tentativi di liberare, on sight, alcune delle più difficili pareti del mondo, gli fanno perdonare anche qualche cazzata fatta dalle sue parti. Il suo articolo Only the best route in the World e quello di Nico Mailander With God on my side, ci mostrano un Livesey al suo massimo.

L’antologia termina con due splendidi articoli di Radkte e Sheard sull’eredità di Pete. Segue un’appendice con alcuni interessanti extra, tipo la cronologia degli accadimenti più notevoli della vita di Livesey, dettagli delle sue salite, la lista delle sue top 30, un articolo di Pete sull’allenamento e note su tutti i collaboratori del libro.
Più di 50 belle foto corredano il testo.

Pete Livesey (a ds) e il compagno John Sheard a Ilkley Quarry, Wharfedale, maggio 1974
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Se mai ce ne fosse stato bisogno, con questo lavoro la reputazione di Livesey è assicurata, in patria e fuori. Perché lo scopo di Radkte e Sheard era di portare “al lettore una massa di materiale sul non ortodosso approccio alla vita di Livesey, sui suoi valori interiori, le sue imprese, la sua influenza e la sua eredità culturale e sportiva”.

Ci sono riusciti? L’uso dei tanti collaboratori è sia la forza che la debolezza del libro. La varietà di opinioni e di stili di scrittura di certo scoraggia la noia e non è un ammasso disequilibrato. Però a volte ci sono delle ripetizioni, il tono generale si alza e si abbassa.

Riassumendo comunque, credo che Radkte e Sheard abbiano raggiunto l’obiettivo di fornire una retrospettiva di cui sentivamo il bisogno: perché le capacità, la determinazione e la forza di carattere di quest’uomo portarono l’arrampicata a un nuovo livello, ovunque nel mondo.
Raccomando a giovani e meno giovani di leggere questo libro, non solo per l’approfondimento su Livesey e le sue imprese, ma per saperne di più dell’ambiente di quel periodo.

I profitti di quest’opera vanno a Take Heart, la charity registrata dello Yorkshire Heart Centre, amministrato da The Leeds General Infirmary.

Pete Livesey (1943–1998) ha aperto molte vie in Gran Bretagna, ad esempio Footless Crow (a Goat Crag, Lake District) e Downhill Racer (a Frogatt, Peak District). Nel 1972 fece la prima in libera di Clink (Galles), via che in seguito, per ironia della sorte, fu chiodata a spit nel 2004.
Nel 1979 effettuò la prima in libera (RP) della via Costantini-Apollonio al Pilastro della Tofana di Rozes.
Livesey non era soltanto un bravissimo rock climber, era anche sky-runner (ottimi piazzamenti nel KIMM), speleologo e canoista. Altro suo hobby era l’orienteering, nel quale eccelse già dopo due anni di pratica. Morì di cancro il 26 febbraio 1998.

Per leggere l’elenco delle più importanti imprese di Pete Livesey vai a http://en.wikipedia.org/wiki/Pete_Livesey

Pete Livesey prepara la prima ascensione di Downhill Racer, Froggat Edge, Derbyshire (1976)
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postato il 12 agosto 2014

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Pete Livesey, il profeta della New Wave ultima modifica: 2014-08-12T08:00:51+00:00 da Alessandro Gogna

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