Pigne d’Arolla, 29 aprile 2018 – 2a parte

Pigne d’Arolla, 29 aprile 2018 – 2a parte
(intervista a Tommaso Piccioli)
di Lorenzo Merlo© – terminato il 19 luglio 2018

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

I soccorsi
– Al mattino la bufera si era placata?
Sì. Era coperto e basta.

– Prima o dopo l’alba?
Ho aperto gli occhi che c’era già luce e ho subito visto le luci del rifugio.

Elisabetta Paolucci, di Bolzano.

– Allora anche tu ti sei addormentato.
Proprio addormentato no, sennò non sarei qui.

– Vedere le luci dell’aurora, il tempo migliorato non ti davano forza?
Certo che sì. Pensa che avevo addosso la maschera senza il vetro, ma si era formata una lamina di ghiaccio che mi proteggeva gli occhi e che mi sono preoccupato di non rompere. Quando ho aperto gli occhi e ho percepito il chiaro, l’ho rotta e ho visto il rifugio. Poco dopo abbiamo visto questi americani.

– Chi erano? Perché sai che erano americani?
XXXXXXXXX

– Come vedremo, la coppia italiana – Marcello e Gabriella – non ce l’ha fatta. Sapendo che erano abbracciati in quei momenti, viene da pensare che l’esperienza comune possa togliere risorse; che il morire insieme sia vissuto con una prospettiva di bellezza di sublime unione. Che pensiero hai su questa ipotesi? Da soli avrebbero avuto più resilienza?
Sì, è vero. Tragico ma vero. Secondo me certe dinamiche hanno coinvolto anche Mario. Quando si è allontanato, forse è andato a cercare sua moglie. Se avessi avuto mia moglie lì con me forse sarei stato meno tenace.

– Però è stato trovato in direzione del rifugio.
Allora sarà in là. Quello che voglio dire, che oltre alla responsabilità del gruppo, sarà stato mosso anche dall’istinto di cercare un suo affetto. In quei momenti tragici, il solo con il quale condividerli e radunare forze. Penso che anche io l’avrei sentito quel richiamo. Invece, tornando a Marcello, non avrei mai pensato che non ce l’avrebbe fatta. Era forte, sebbene minuto di costituzione. Dunque forse hai ragione. Non ce l’ha fatta perché non ha voluto farcela.

Kalina Damyanova, bulgara, compagna di Mario Castiglioni.

– Cosa hai provato quando i soccorsi si apprestavano ad aiutarti? Riuscivi a muoverti da solo? Soffrivi? Sentivi che ti saresti ripreso a breve?
Sì… Allora… È successo questo. Ho aperto gli occhi, la Julia era cosciente, le ho detto: «Adesso provo a togliermi il guanto, a prendere il thermos, ci facciamo un the, e il rifugio è lì, ci arriviamo». Così, ho sfilato il guanto e mi sono mezzo congelato la mano. Ho versato un po’ di the, che tra l’altro era ancora caldo, pensa te, buon thermos. Abbiamo mangiato una barretta. Mentre stavamo facendo sta colazione lei ha visto degli sciatori giù in fondo, sotto di noi. Lei non riusciva ad alzarsi. Ci sono riuscito io barcollando. Mi sono avvicinato al bordo del precipizio, che era a due metri da noi, e ho iniziato a urlare, «help, help» e a sbracciarmi. Così è stato. Questi sciatori, ho visto, si sono fermati, probabilmente per telefonare al rifugio, perché lì c’era campo, e dopo un quarto d’ora è arrivato l’elicottero.

– Con la luce del giorno, oltre all’apparizione del rifugio a circa 500 metri in linea d’aria, hai potuto vedere meglio il luogo del bivacco o ti era tutto chiaro fin dalla sera precedente, dal momento del vostro giungere in quel punto?
Non mi sono neppure guardato intorno. Ero cotto. Dopo ci hanno portati via. Beh in verità, mi sono accorto che il rifugio non era vicino e che dal nostro punto sembrava difficile raggiungerlo. C’era tutto un giro intorno alle rocce e poi da risalire un po’. Ho capito che la sera, non eravamo arrivati. Non mancavano cinque minuti, non è vero.

– Qualcuno ha detto che eravate a cinque minuti?
Sì. L’ho letto o sentito, mi pare su Swissinfo.

– Eravate arrivati alla zona dell’ometto e lì siete rimasti?
Sì. Due, ce n’erano.

– Non potendo lanciare nessuna richiesta di soccorso, per quanto quel posto fosse particolarmente esposto, forse è stato voluto per la convinzione che se qualcuno fosse passato, anche l’indomani, sarebbe passato proprio da quella zona. Un ometto è un riferimento importante in montagna. Pensi Mario possa aver fatto questo ragionamento?
Certo. Infatti aveva giustamente detto «se ci sono degli ometti siamo sulla via».

– Con la luce del mattino hai visto i francesi, vi siete parlati?
No. Non li ho proprio visti.

Mario Castiglioni, guida alpina, di Como.

– Ricordi il momento del soccorso? Sai che Pascal Gaspoz, la guida responsabile del soccorso ha paragonato la scena che si è trovato di fronte a una situazione di guerra?
Ho visto due elicotteri [Ne transiteranno sette: quattro Air Glacier, due Rega, due Air Zermatt. Nda]. Uno di loro ci ha messi, io e la Julia, dentro un grosso telo e poi ci ha attaccati a un cavo e ci ha trasportato alla cabane des Vignettes. Penso siamo stati i primi, perché quando vedono quelli coscienti, li soccorrono per primi.

– Quindi…
Avevano organizzato un ospedale da campo nella sala da pranzo, fatto benissimo. Avevano spostato tutti i tavoli e steso dei materassi. Ci hanno dato il primo soccorso… ci hanno coperti, ci hanno massaggiati, anche in faccia. Poi, dopo tre quarti d’ora, ci hanno caricati su un altro elicottero per sbarcare all’ospedale di Visp. Già nel rifugio stavo bene. Dopo sull’elicottero mi sono riscaldato perché era caldo e in ospedale mi sono addormentato subito.

– Julia?
Anche lei stava bene. L’ho vista in ospedale dopo circa mezz’ora, poi lei è andata in un’altra stanza.

– Parlando con lei hai saputo come ha passato la notte? Che espedienti ha utilizzato per non mollare?
No. Tra l’altro lei credo non abbia più voluto parlare con nessuno.

– Sai dove vive?
È tedesca ma vive vicino a Bellinzona.

– Sul soccorso e il recupero degli altri sai qualcosa?
No. Quello che so viene da quanto ho poi letto sulla stampa. Ma la Julia, ho l’impressione che lei si sia sentita disturbare dal fatto che io abbia, come dicono i media, puntato il dito su Mario. Invece non è vero niente. Non ho mai puntato il dito contro di lui. Racconto le cose come sono avvenute. Poi se uno vuole speculare… può farlo.

– Sai qualcosa del ritrovamento di Mario; se è stato cercato fin da subito; o chi abbia detto ai soccorritori che eravate in dieci; oppure ancora, se il corpo di Mario appariva con evidenza sul ghiacciaio; quando l’hanno trovato e dove?
So che è stato il solo che hanno trovato già morto. Ma lo so dalla stampa. [Jean Troillet, una guida del soccorso, dice che Mario giaceva più in basso, alla base di un affioramento roccioso alto circa 200 metri. Nda]. Tutti gli altri sono morti in ospedale. La Betti aveva una temperatura corporea di tre gradi.

Di Julia, una delle tre persone sopravvissute non sono riuscito a trovare alcuna immagine. Da quanto  dice anche Tommaso nell’intervista, si può intuire il suo desiderio, realizzato, di non comparire in alcun modo in questa vicenda.

Ammesso si trattasse di questo punto come dici e come effettivamente potrebbe essere, lo segnerei così.
– Nelle cronache svizzere della vicenda e nel primo comunicato della polizia vallesana si parla di 14 persone soccorse. Secondo diverse cronache di quei giorni, il vostro gruppo era di sette persone, otto con Mario; i francesi erano quattro, fa dodici. Sai spiegarti perché si è tendenzialmente parlato di otto persone riferendosi al gruppo di Mario e non di dieci?
XXXXXXXXX

Dopo
– Quanto sei rimasto in ospedale?
Un giorno e mezzo. A Visp.

– Sai l’ospedale delle altre persone?
No… Losanna, Berna… Penso la Betti fosse stata portata a Berna.

– Quanto hai impiegato a riprenderti?
Ho ancora problemi al braccio destro. Sono stato dal neurologo. Ho ancora formicolii. Dei nervi non sono ancora a posto. Non posso fare certi movimenti. In mountain bike non riesco a spingere la leva del cambio col pollice.

– Luciano e Julia?
Julia stava peggio di me. Luciano è stato anche in pericolo di vita.

– Vi sentite tra voi? Siete rimasti sodali per l’esperienza comune?
No, la Julia mi rispondeva male, così poi dopo non l’ho più cercata.

– Ti eri iscritto alla haute route insieme a lei?
No. Ero con la Betti, Gabriella e Marcello. Lei l’abbiamo conosciuta lì come tutti gli altri.

Cosa dire per descrivere l’ipotermia?
XXXXXXXXX

– Ci sono state imprecisioni su quanto hai letto e sentito dopo i fatti?
XXXXXXXXX

Quanto detto per Julia, sull’irreperibilità di qualche sua immagine, è valido anche per Luciano. Di entrambi è noto il nome e la zona di residenza. Dintorni di Bellinzona per Julia e locarnese per Luciano. Di questo si sa anche l’età, 72, e delle sue critiche condizioni dalle quali si è poi ripreso. Nient’altro.

– Nelle interviste video e telefoniche che hai rilasciato nei giorni immediatamente dopo i fatti, sembravi piuttosto sereno o fuori dallo shock. Era così? Come stavi in realtà?
Beh sai non si sa mai poi quando ti prende. Lo shock c’è stato, poi cerchi di reagire.

– Cosa pensavi, come hai riletto i fatti immediatamente dopo e come li rileggi ora? Sei rimasto delle stesse opinioni?
Purtroppo vengono fuori cose che non sono belle.

– Tra cui?
Il fatto che Mario non avesse prenotato la cabane des Vignettes. Come fai ad andare in montagna senza prenotare il rifugio dove stai andando? Partire sapendo che si metterà al brutto e non prenotare il rifugio.

– Sai comunque che ci sono talmente tanti falsi allarmi, persone che prenotano e poi stanno a casa a veder la partita dimenticandosi di disdire. Certe volte i rifugisti neppure si allarmano. Con il vostro meteo avrebbero probabilmente reagito diversamente.
Infatti.

– In ogni caso, da chi hai saputo che alla Vignettes non c’era prenotazione per voi? Come ne sei certo?
XXXXXXXXX

– In un’intervista rilasciata al Sole24Ore, pubblicata il 2 maggio 2018 dici che Mario non disponeva di un localizzatore tipo beacon per attivare il soccorso. Come lo sai? Ne avevate parlato? Pensi che sia dotazione comune delle guide? [Il video che accompagna l’intervista del Sole24Ore, firmato Cnsas, sebbene sia stato spesso abbinato alla cronaca della vicenda della Pigne d’Arolla, non ha nulla a che farvi, NdA].
Purtroppo non lo è. Ma questa è stata in assoluto la più grande negligenza. Ho avuto un’altra esperienza che ci ha salvato in sette. Eravamo in canoa su un fiume in Nuova Zelanda. Quella volta è stato formidabile. Il beacon funziona ovunque. Lancia un segnale al satellite, che lo riflette a una centrale di smistamento, la quale lo inoltra al punto di soccorso più prossimo al punto di emissione. Tutto automaticamente, senza intervento umano. In circa quattro, cinque minuti. In elicottero avevamo raggiunto un fiume da scendere in kayak. Ma poi ci siamo accorti che la portata era eccessiva e la discesa troppo difficile. Abbiamo fatto due o tre rapide di questo grosso fiume e quasi tutti sono andati a bagno. Eravamo dentro una gola, senza strade in prossimità. Oltretutto uno di noi si era ferito, si era strappato un dito. Era bianco, soffriva molto. Lo abbiamo portato in una grotta, gli abbiamo acceso il fuoco e praticato il primo soccorso. La situazione era impegnativa. Con il beacon, anche se dopo quattro ore, ci siamo tirati fuori. Qualsiasi attività in natura fuorimano dovrebbe avere in dotazione un beacon. Se l’avessimo avuto quel giorno, magari qualcuno moriva lo stesso, ma non così tanti.

Ornella Antonioli davanti all’ingresso della cabane des Vignettes. Sullo sfondo il versante nord del Mont Collon 3637 m, e una piccola sezione del lungo Bouquetins. Foto Alessandro Gogna.

– Il tuo gps che modello è? È sempre stato efficiente?
Sì, e io lo trastullo parecchio. È un Garmin eTrex 30

– La traccia che avete utilizzato è a tua disposizione? È la stessa che hai dato al magistrato? È ancora registrata?
Io stavo tracciando con l’orologio, anche se avrei potuto farlo con il gps. Faccio sempre così nelle mie escursioni. Ma ancora non mi è stato restituito dalla polizia svizzera.

– Secondo la polizia del canton Vallese, le indagini sono a carico di Nicolas Dubuis, Procuratore Generale del Vallese. Hai parlato con lui? Cosa ritieni opportuno riferire qui o aggiungere rispetto al colloquio con il Procuratore?
Non ho mai parlato con il procuratore.

– Sei in attesa di essere convocato?
No. Ho parlato solo con un agente di polizia. È venuto in ospedale circa tre ore dopo il mio ricovero.

– Rispetto a quanto è emerso in questo nostro incontro, ricordi qualcosa di quanto emerso parlando con l’agente, da aggiungere qui?
No. Anche qui abbiamo detto molto come quel giorno con il poliziotto. È stata molto simile. L’unica cosa è che alcuni dettagli sono emersi più avanti, nei giorni successivi. Mi riferisco alla questione della non-prenotazione della cabane des Vignettes.

– Nei momenti successivi a una prova così dura, sotto le richieste dei giornalisti, possono sfuggire considerazioni e affermazioni. C’è qualcosa di quanto hai sostenuto in quei giorni che vorresti rivedere o integrare?
Non ho una posizione da difendere. Racconto quello che è successo e basta.

La spilla delle guide alpine appartenenti all’Uiagm, Unione Internazionale  delle Associazioni Guide di Montagna.

– In un comunicato ripreso da più testate il 3 maggio 2018, diramato dal Collegio Nazionale delle Guide alpine italiane, giustamente si sostiene l’operato di Mario e si precisa che aveva con sé telefono satellitare, Gps, smartphone con mappa digitale della zona. A cosa ti ha fatto pensare quel comunicato?
Sì, l’ho letto. Ma non va bene. Non è vero che Mario avesse un gps. Se no l’avrebbe usato. Oppure l’aveva ma non era operativo. Aveva il telefono e il satellitare, ma anch’essi, inutilizzabili.

Inoltre
La ricerca e l’acquisizione di dati e la combinazioni tra questi ha comportato osservazioni ulteriori che esulano dall’intervista, ma riguardano la vicenda. Ne do seguito qui.

Il 22 giugno 2018, ho contattato la Polizia del canton Vallese per richiedere copia della relazione conclusiva delle indagini relative alla nostra vicenda. Ci hanno risposto di rivolgerci all’autorità competente in merito, ovvero, all’«Office régional  du Ministère public du Valais central qui est l’Autorité de décision pour accéder à votre demande. Voici l’adresse:  xxxx@xxxx.xx». Sempre il 22 giugno, ho così rivolto la domanda di documentazione all’ufficio indicato, ma senza ricevere risposta alcuna. La richiesta è stata rinnovata il 9 e il 13 luglio.

La medesima documentazione e nella medesima giornata, è stata richiesta anche al presidente in carica del Collegio nazionale delle Guide alpine italiane, Cesare Cesa Bianchi. A sua volta, non avendola ancora ricevuta dall’autorità svizzera, ci ha confermato che ce l’avrebbe fornita appena nelle sue mani.

Il 28 giugno, ho chiesto al Collegio nazionale e a quello lombardo delle Guide alpine, se ci fosse un numero massimo di persone che una guida può accompagnare e se questo:
– è in qualche – lombardo, nazionale o internazionale – documento ufficiale indicato;
– è a discrezione della guida;
– è considerato legalmente – in Italia e all’estero – vincolante;
– è unico per tutti i Collegi aderenti all’Uiagm;
– è 7 per quanto riguarda lo scialpinismo.

Nella mail ho chiesto di dare risposta esaustiva ad ognuna delle ipotesi su elencate. E, al fine di una opportuna informazione, ho chiesto anche di fornire tutti i dati necessari, inclusi quanti eventualmente non implicati nelle ipotesi su elencate.

La schermata degli estremi della telefonata con il signor Jean-Michel Bournissen, gestore de la cabane des Vignettes.

Il 3 luglio – tramite una persona che parla francese – ho telefonato al gestore della cabane des Vignettes, signor Jean-Michel Bournissen, per chiedere se Mario o qualcuno, il giorno 28 o 29 aprile 2018 avesse prenotato per dieci persone e se, in caso positivo, ci fosse stato posto. Purtroppo e nonostante le ripetute precisazioni che non volevamo sapere della vicenda in lungo e in largo, non sono neppure riuscito a formulargli la domanda sulla prenotazione. Come un jingle, ripeteva che quanto sapeva, lo aveva già detto alla polizia, che avremmo dovuto rivolgerci a loro.

Il 6 luglio ho parlato con il signor Maurizio Piffari, gestore del Nacamuli per chiedere conferma dell’esistenza di una  prenotazione di Mario per dieci persone e della successiva disdetta. Dopo vari, tentativi di non rispondere, ha prima concluso che c’era un suo sostituto – del quale non ha voluto dirci il nome affinché potessi chiedere a questi – e poi ha concluso che «vuole che mi ricordi tutte le telefonate che arrivano in rifugio?» Il comportamento del signor Piffari è apparentemente inspiegabile. Nonostante gli avessi ribadito più volte che non volevo sapere nulla da lui in merito allo sviluppo della vicenda, cantilenava che aveva già detto tutto alla polizia e che non ne voleva più parlare. Non intendeva il significato di una semplice, precisa domanda sulla prenotazione e disdetta? O si possono supporre altri motivi al suo comportamento? Così, ne sono andato alla ricerca. La sola spiegazione, l’ho trovata nel suo timore di essere coinvolto; di avere responsabilità che preferisce non assumersi. Se così fosse, la cosa riguarderebbe la sua mancata allerta al soccorso quando non ha visto arrivare il gruppo di Mario. Naturalmente è solo una illazione deducibile da quanto ho potuto considerare, nei confronti della quale sarebbe interessante avere una puntualizzazione dal signor Piffari.

 

L’immagine segnala anche la durata della telefonata con Maurizio Piffari, gestore del rifugio Nacamuli.

Il 10 luglio, ci ha risposto il presidente del Collegio lombardo, Fabrizio Prina:
«Buongiorno Lorenzo,
in merito a quanto richiesto con PEC inviata alla mail della nostra segreteria in data 06/07/2018, posso risponderLe che il numero massimo di persone che una Guida alpina può accompagnare, se definito, lo è dalla Regione/Stato nel quale l’uscita viene effettuata.

Detto questo, tutti i dati raccolti sulla vicenda di Mario Castiglioni sono contenuti nel comunicato pubblicato sul nostro sito istituzionale: http://new.guidealpine.lombardia.it/2018/05/03/haute-route-chamonix-zermatt-i-dati-raccolti-sui-fatti-della-tragedia/»

Nella stessa giornata, ovvero il 10 luglio, a seguito della medesima mail del Presidente Prina, ho chiesto – sempre al Collegio lombardo – di indicarmi il numero massimo previsto per la Svizzera. Un’informazione di servizio che ogni Collegio, penso, si adopererebbe per fornirla ad un suo iscritto o in occasione di un rapporto professionale, quale è l’interlocuzione con un giornalista. Evidentemente penso sbagliato, visto che nessuna risposta è mai pervenuta.

Identica richiesta di informazioni sul numero massimo di persone per un gruppo di scialpinismo, è stata rivolta l’11 luglio a l’ifmga.info, International federation of mountain guides associations, e a 4000plus.ch, ovvero al Collegio delle guide svizzere.

Anche da questi professionisti, nessuna risposta.

Il 12 luglio ricevo dalla Segreteria del Collegio nazionale le seguente risposta:
«Gentilissimo, con riferimento alla nota trasmessa in data 06/07/2018, assunta al protocollo generale di questo ente n.2018/00000376 del 09/07/2018, si comunica che i dati in ns. possesso sono disponibili nel comunicato stampa n.09 del 03/05/2018.

Si segnala inoltre che il numero massimo di persone accompagnate da un professionista può eventualmente essere definito a livello nazionale e/o regionale: per maggiori informazioni le suggeriamo di fare riferimento alle autorità territorialmente competenti.»

Mi sono chiesto perché, a parte una eventuale questione personale nei miei confronti – che pare sconveniente anteporre al piano professionale, sia io inteso come guida che come giornalista – entrambi i Collegi contattati abbiano preferito glissare a quanto gli veniva richiesto. E poi, perché citare il loro comunicato stampa che nulla ha a che vedere con quanto richiesto? Si sentono attaccati? E perché? A chi altri avrei dovuto chiedere per avere l’ufficialità della risposta, per poterla considerare attendibile?

Nube lenticolare. Formazione spesso frequente in caso di favonio, in particolare sul lato sottovento delle montagne investite dall’aria.

Pensandoci, ho trovato risposte solo sconvenienti per le Guide, meglio, per l’istituzione delle Guide alpine. Volevano nascondere qualcosa? Cosa? Non sapevano? Perché non dichiararlo? O perché non coprire il vuoto andando ad informarsi per poi fornire la risposta? Da qualunque parti si osservi la posizione che hanno scelto di assumere sulla questione, appare loro sconveniente. Per la perdita d’immagine, serbatoio già in riserva; per il non servizio che, credo, siano tenuti a fornire alle guide; per avere forse prevaricato l’ambito professione con quello personale.

Se è a sua volta drammatico che una guida alpina e/o un giornalista ottenga questo genere di risposte, tale drammaticità svanisce come neve al sole appena si adotta, anche in questo caso e solo come ipotesi, l’interesse a coprire qualcosa. Allora, appare nella sua ovvietà l’elusione alle mie puntuali richieste. Non solo. La chiosa finale della mail del Collegio nazionale, dove si precisa di «fare riferimento alle autorità territorialmente competenti» temo abbia a che fare con quanto richiesto in seconda battuta al Collegio lombardo, ovvero: «di indicarmi il numero massimo previsto per la Svizzera». Domanda alla quale non è a tutt’oggi, 17 luglio 2018, pervenuta risposta.

Alcune somme
Una tragedia non basta ad andare oltre se stessi, oltre i propri interessi. Se è cosa comune per chi è coinvolto nella vicenda, per chi ha da rimetterci qualcosa, fosse solo in credibilità, non lo è per il resto del mondo che si trova una volta di più al cospetto di comportamenti che purtroppo consolideranno l’idea che fare i furbi e tirare a campare, sia preferibile all’ammissione della propria responsabilità. Di quanto peggiori il mondo a partire da certi individuali comportamenti, pare argomento facilmente esorcizzabile rimandando al mittente la domanda. Cosa faresti tu al mio posto? Infatti, la somma, in questo caso è che, per proteggere la nostra paventata innocenza, ci siamo bruciati ciò che è in nostro potere, appunto, per migliorare il mondo.

Da giornaledellavela.com. L’evento anomalo dà conferma esistenziale  allo standard di base. A questo ci atteniamo per considerarlo anomalo e per non essere in grado di assorbirlo nella cosiddetta normalità..

Non mi riferisco a nessuno perché non ho alcun diritto di puntare il dito se non contro di me, per tutte le volte in cui ho preferito nascondermi rimandando la domanda. Tuttavia penso che ogni interessato a questi aspetti, abbia modo di rivolgere il proprio dito contro se stesso.

Se si pensa che molto dell’educazione che trasmettiamo al prossimo sta nell’imitazione che questi attua nei confronti di ciò che esperisce, la questione non dovrebbe essere secondaria, a meno che questo mondo, così com’è non ci vada bene, nonostante la cantilena di lamentele che da ogni dove, sempre ci raggiunge.

La mia impressione è che Mario abbia provato in tutti i modi di portare in salvo il gruppo. E anche che Tommaso sia nel ruolo di poter vedere nell’eventuale mancata prenotazione, un fatto importante. La cui sostanza però, sarebbe dipesa dall’allerta che il rifugista avrebbe dovuto lanciare al soccorso, e dall’effettiva operatività del soccorso viste le condizioni del tempo. Diversamente anche la prenotazione sarebbe potuta non essere sufficiente a cambiare il destino di quanto poi si è verificato.

Lettura del gradiente di pressione di una mappa barometrica. Indicativamente un’alta pressione è intorno al valore di 1008 millibar; una bassa a 960. Una caduta di un millibar/ora se si mantiene costante per circa 6 ore comporta un cambiamento del tempo; se prosegue per circa 12 ore, si annuncia un violento cambiamento del tempo, con venti da 25 nodi in su, forza 7 Scala Beaufort.

La sorella di Betti, Caterina, affinché l’insegnamento di questa tragedia non si perda nel tempo e nelle prossime bufere, pensa sia utile istituire ulteriori regole destinate a prevenire il ripetersi di episodi simili a quello in cui ha perso sua sorella. Con Tommaso vorrebbe creare, insieme ai dovuti competenti, dei corsi di sicurezza. Mi hanno raccontato di una tempesta in mare che ha coinvolto il Parsifal, un cutter di sedici metri sul quale navigavano nove persone. Era il 2 novembre 1995, erano nel Golfo del Leone per il trofeo Millemiglia. C’erano raffiche fino a 70 nodi. Una burrasca annunciata dai bollettini con mare forza 10. Per un’ imponente onda anomala, la barca affonda in pochi minuti. È la sera del 2 novembre. Aggrappati al poco di galleggiante che erano riusciti a recuperare, passano la notte vedendo cedere uno ad uno ben sei compagni. Nel pomeriggio del giorno dopo vengono recuperati i tre superstiti. Quella vicenda ha indotto i parenti delle vittime a istituire corsi di sicurezza in mare destinati a prevenire simili tragedie.

L’intento di Caterina e Tommaso è di dare vita ad un pari organismo per la sicurezza in montagna. Le cosiddette disgrazie servono per il dopo. Un’azione regolamentativa ha certo un motto affettivo e uno catartico, destinati a mantenere in vita virtuale la persona a noi cara e a superare il lutto attraverso un gesto che ci sollevi dalla colpa d’essere sopravvissuti, ma non deve indurre a far passare l’idea che sia la cosa risolutiva. Facendo un paragone stridente, sarebbe come credere che le piste ciclabili siano necessarie alla sicurezza dei ciclisti. Niente di più inopportuno se un’azione tecnica non è accompagnata da una campagna culturale nei confronti degli automobilisti, affinché questi si comportino secondo la relazione con l’ambiente, secondo circostanza, piuttosto che convinti di comportarsi solo secondo segnaletica, sia la sola cosa dovuta.

Caterina e Tommaso hanno quindi il rispetto di tutti e la legittimità a pensare in termini regolamentativi e tecnici, tuttavia, come ho avuto modo di esprimere loro, la sicurezza non sta solo nelle regole, né nell’equipaggiamento, né nella tecnica. Se no, come la produrrebbe un camoscio? La sicurezza sta nella relazione con l’ambiente, alla quale ogni quantità di tecnica, di regole e di saperi viene naturalmente aggiunta e creativamente ricombinata secondo le esigenze delle circostanze. Porsi in relazione, è una modalità di comportamento alla quale non siamo educati a favore di un modus più orientato all’affermazione di noi stessi, dei nostri saperi, della nostra esperienza. Alla identificazione con quanto sappiamo, abbiamo e crediamo; alla convinzione che la quantità di esperienza costituisca la miglior garanzia di successo, quando invece sarebbe da considerare alla pari di uno qualunque degli strumenti a disposizione, tecnici o cognitivi. Diversamente dal modo dell’affermazione, in quello della relazione, la possibilità di rinunciare, resta un’opzione priva di frustrazione. Il modo della relazione richiede armonia con quanto si sente, affinché, quanto si crede, si sa o si vuole, non occupi tutta la nostra attenzione.

Scala Beaufort.

Nel nostro caso si potrebbe prevedere che chi aspira divenire istruttore del Club alpino o guida alpina, nei momenti dedicati alla meteorologia, sia istruito anche sulla formazione del vento, ovvero sulla distanza tra le isobare e il gradiente tra alta e bassa pressione. Certo, si può aggiungere al programma di chi ancora non ha pensato a questo aspetto, tuttavia non esaurirebbe il problema della sicurezza. Cent’anni fa gli alpinisti forse la realizzavano di più proprio perché non potevano avvalersi dell’armamentario di saperi e di equipaggiamento e tecnologia oggi disponile, nei confronti del quale, sempre di più, acquistandolo, si ritiene di avere il necessario per l’acquisizione della sicurezza. Sempre di più si pensa di poter comprare un giro di giostra in montagna, sempre di più si crede di poterlo vendere.
Sopra tutto ciò, qualunque condizione superiore alle nostre  disponibilità psico-fisiche, conoscitive, tecniche e creative, non potrà che avere la meglio su di noi.

Schema di direzione del movimento dell’aria.

 

I totali
Tommaso è un uomo calmo. Ha risposto a tutte le domande dell’intervista, che erano molte e che in parte gli sono state rivolte più e più volte da altri giornalisti, con serenità, come fosse la prima volta. Ha un aspetto atletico, di corporatura potente. Nel suo sguardo non ho mai visto malizia, semmai, il contrario, semplicità. Eppure qualcosa è andato storto. Eravamo d’accordo che mi avrebbe mostrato la traccia registrata dal suo orologio; che avremmo aggiornato l’intervista con le domande, che sarebbero emerse dopo la trascrizione, ma non è successo. «Non mi sento di parlarne in questo periodo» è stato il suo laconico messaggio conclusivo. Comprensibile. Un’esperienza di quel genere è un graffio profondo nella psiche, la cui guarigione potrebbe avere un percorso lungo e non lineare.

Nel caso fosse invece una scusa, anche in questo caso si tratterebbe di una fuga, di un progetto di nascondere qualcosa. Allora, quella semplicità che avevo visto era un abbaglio? Un pensiero che mi è sorto ricordando che perfino Caterina ha preferito prendere le distanze evitando di dare seguito alla mia ricerca di informazioni relative al Parsifal, nonostante fu proprio lei a parlarmene quando a fine intervista ci raggiunse.

 

Schema dello stau, del favonio e delle nubi lenticolari. Stau significa sbarramento. Con questo termine si allude alla formazione – che non sempre si verifica – di addensamenti e precipitazioni sul versante sopravento.

Prima di incontrare Tommaso, leggendo le cronache immediatamente successive alla vicenda della Pigne d’Arolla, mi ero costruito un’idea delle fasi della loro giornata del 29 aprile. Parlando con Tommaso ho poi capito due cose. La mia idea non era pertinente e la descrizione di Tommaso era a sua volta incerta su dove e quando avvenivano i momenti salienti della giornata. Forse, la sua abitudine all’uso del gps o di altro strumento elettronico, ha come conseguenza poca dimestichezza con le carte vere e proprie. Su queste infatti, non ha potuto precisare il percorso fatto, in particolare quelli di fine giornata alla ricerca del rifugio. In ogni caso, nessuna accusa nei suoi confronti, assolutamente, le circostanze fisiche in cui si è trovato e la prova di sopravvivenza che ha subito, ne giustificano eventuali difetti di ricostruzione, qualunque dimenticanza, qualunque mancanza di lucidità. Una precisa ricostruzione di quei momenti, salvo nuovi aggiornamenti, rimarrà parzialmente imprecisato.

Ma allora tutti i coinvolti, direttamente o indirettamente, hanno secondi fini? Hanno qualcosa che non possono dire? Alla fine ho pensato di sì.

Allegato
Codice deontologico Guide alpine italiane

Fonti
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Pigne d’Arolla, 29 aprile 2018 – 2a parte ultima modifica: 2018-10-02T05:34:13+00:00 da GognaBlog

42 pensieri su “Pigne d’Arolla, 29 aprile 2018 – 2a parte”

  1. 42
    lorenzo merlo says:

    Il giorno venerdì 12 ottobre u.s. mi sono messo in contatto con italiastarmagazine.it, la rivista on line, a me sconosciuta, che ha pubblicato vari articoli dedicati alla vicenda della Pigne d’Arolla. L’ho fatto a causa del commento no. 37 di Giuseppe Penotti, nel quale era presente questo link: http://www.italiastarmagazine.it/cronaca/arolla-sette-morti-senza-colpevoli-3905

    L’articolo era interessantissimo in quanto chiudeva aspetti importanti rimasti senza risposta fino a quel momento. Non era cosa da poco.

    Alla mia mail di venerdì 12 ottobre indirizzata a italiastarmagazine.it, dove chiedevo un indirizzo email di Alberto C. Ferro – la firma dell’articolo linkato da Penotti –, il lunedì seguente giunge un messaggio non firmato con un «Buongiorno, per qualsiasi comunicazione può scrivere a questo indirizzo» ovvero lo stesso che avevo utilizzato per raggiungere Alberto C. Ferro.

    Il medesimo giorno scrivo:
    «Grazie Alberto.
    Mi sono occupato a suo tempo della vicenda della Pigne d’Arolla.
    Ho trovato molto interessante il tuo pezzo http://www.italiastarmagazine.it/cronaca/arolla-sette-morti-senza-colpevoli-3905.

    Vorrei chiederti alcuni aspetti utili per aggiornare quanto da me scritto:
    – come sei venuto a conoscenza che l’indagine del magistrato svizzero si era conclusa;
    – quando sei vento a saperlo;
    – quanto scrivi lo hai desunto dalla documentazione prodotta dall’indagine stessa o da altri e, in questo caso, da chi?
    – chi ti ha riferito che Mario Castiglioni avrebbe detto che “in quaranta anni di montagna non ho visto niente di simile”?
    – come hai appreso della fine (gravi ferite e ipotermia che lo uccide in pochi minuti) di Mario Castiglioni?

    Grazie
    lorenzo merlo»

    Erano gli interrogativi che sorgevano spontanei dalla lettura dell’articolo.

    Per distrazione avevo mancato di aggiungerne uno ulteriore. Riguardava il rifugista del Nacamuli. Questi, secondo l’articolo in questione, ha sostenuto che non era pervenuta alcuna telefonata di prenotazione da parte di Mario Castiglioni o chi per esso. La cosa era interessante, non tanto perché a me aveva detto che non era in rifugio in quei giorni, piuttosto perché dava adito a due considerazioni:

    1. Alberto C. Ferro riferisce che il signor Maurizio Piffari, custode del Nacamuli, non ha ricevuto alcuna telefonata in quanto l’indagine della magistratura vallesana l’ha confermato dopo aver controllato i tabulati telefonici?
    2. O dà per buona la versione di Piffari?
    Nel primo caso era da sapere se questa ed altre affermazioni contenute nell’articolo erano state evinte dalla documentazione dell’inchiesta svizzera. Se sì, appunto si chiudevano dei cerchi. Se no, certi aspetti di giornalismo approssimativo e fuorviante divenivano protagonisti.
    Nel secondo, dando per buona la versione del gestore, automaticamente si deve giustificare il suo mancato allarme per il non arrivo del gruppo e contemporaneamente la responsabilità di Mario Castiglioni.

    Insomma, c’era materia da mettere in ordine, nonostante la mia distrazione. Del resto tutti gli interrogativi che ponevo nella mail indirizzata a italiastarmagazine.it/Alberto C. Ferro andavano a parare nello stesso punto. Se Alberto C. Ferro parlava sostenuto da documenti era una cosa, se no, ben altra.

    Oggi, lunedì 22 ottobre, alla mail su riportata di sette giorni fa, non è pervenuta alcuna risposta.

    Se mai perverrà, non solo resta tutto aperto, ma si aggiunge l’atteggiamento discutibile di Alberto C. Ferro o di chi ha creduto di potersi a lui sostituire.

    Se l’articolista non ha formulato le sua affermazioni evincendole dalla documentazione ufficiale dell’inchiesta, forse si è accontentato di quanto qualcun altro gli ha riferito.
    I diretti interessati a fornire risposte del genere riferito da Alberto C. Ferro sono la direzione delle Guide alpine e il rifugista.

    Già a conclusione della seconda parte del lungo articolo/intervista a Tommaso Piccioli, accennavo a atteggiamenti di copertura e/o fuga. Anche quest’ultimo (?) momento generato dal link Di Giuseppe Penotti, pare proseguire la collana. Se non è per il caso, né per la spensieratezza naif di un articolista, parrebbe il risultato di oscure azioni interessate.

    ———

    Tra i commenti raccolti dall’articolo/intervista a Tommaso Piccioi, c’è anche il no. 4 di Francesco: http://www.spiegel.de/international/europe/that-s-it-we-re-dead-disaster-strikes-along-the-alps-haute-route-a-1220184.html

    Anche questo mi è sembrato interessante: oltre a fare lustro alla testata tedesca che ha ritenuto di mandare qualcuno sul posto a toccare con mano almeno alcuni aspetti oggettivi, pensavo avrebbe fornito nuovi elementi rispetto a quanto già noto. Al momento della pubblicazione da parte di Francesco lasciai perdere quel link: non leggo l’inglese così speditamente per farlo fuori con un’occhiata; non avevo tempo di darmi da fare per sapere cosa dicesse.

    Venendo però in contatto con italiastarmagazine.it ho scoperto che avevano pubblicato la traduzione dell’articolo stesso: http://www.italiastarmagazine.it/ILCASO/tragedia-di-arolla-il-pane-spezzato-e-il-the-cald-4986

    Dalla lettura della traduzione, salvo sviste, non pare emergano nuovi dati sulle principali questioni aperte.

  2. 41
    Lorenzo Molinari says:

    Beacon è un trasmettitore di localizzazione di emergenza per segnalare la propria posizione attraverso un sistema satellitare, vedi Wikipedia alla voce “Trasmettitore di Localizzazione di Emergenza”.

  3. 40
    Riccardo says:

    Qualcuno ha trovato approfondimenti sul “BEACOM” che viene menzionato dal Piccioli?

  4. 39
    Giuseppe Penotti says:

    Sai com’è nella mia limitata intelligenza mi sforzo ad esprimere delle opinioni.

    Noto invece nel tuo caso e in specifico che non riesci a fare altrettanto.

    Certamente causato dal fatto che sei più intelligente, bravo, geniale  e in possesso di assolute certezze di me.

    Non sapendo cosa non ti ha garbato, me ne farò una ragione.

    Saluti.

     

  5. 38

    Penotti: ecco il genio che mancava! Bravo. (A dite cazzate, intendo)

  6. 37
    Giuseppe Penotti says:

    # Roberto.

    http://www.italiastarmagazine.it/cronaca/arolla-sette-morti-senza-colpevoli-3905

    Intendiamoci, io ho la mia opinione, parziale e discutibile quanto volete. Penso e ritengo che  siano stati commessi una serie di errori che hanno portato alle conseguenze che vediamo. E ritengo che anche la guida ne abbia commessi di significativi.

    Però penso anche che se vai in montagna, guida o non guida, sei esposto a dei rischi e anche solo immaginare responsabilità giuridiche, per quanto effettivamente esistenti per una guida, è totalmente al di là della mia immaginazione e comprensione.

    Sono convinto che persone più preparate, più consapevoli non avrebbero portato a queste conseguenze.

    Io sono molto critico e contrario nell’atteggiamento attuale delle guide, molto corporativo e sempre perennemente auto assolutorio come quello di Michelazzi; non sono contrario alle guide, non potrei, non fosse perché il mio bagaglio culturale e di esperienze deriva da diverse giornate in montagna con due Guide. Gian Carlo Grassi e  Gianni Comino. A loro devo molto.

    E per inciso con loro fra i 17 e i 19 anni ho fatto salite che oggi ben poche guide penserebbero mai di fare con un cliente, agli esordi addirittura minorenne.

     

  7. 36
    paolo panzeri says:

    Cipolla definisce lo Stupido come colui che quando fa qualcosa non solo fa del male a se stesso, ma anche agli altri e dice che l’80% delle persone è Stupido e nessuno lo crede possibile.
    Ma tutti siamo Stupidi, chi all’80% e chi al 20%. 🙂
    Forse i francesi in quel caso erano nel secondo gruppo e gli italiani nel primo: non lo credo, ma ogni tanto mi sembra possibile.
    Penso sinceramente che siamo uomini fallaci e non dei immortali.

  8. 35
    Alberto Benassi says:

    Non so perchè i francesi a differenza degli italiani si sono salvati. Forse più forti, forse più attrezzati, forse perchè si sono scavati la buca …Boh ??

    A mio modesto parere e con tutto il rispetto per le persone,  bisognava che non fossero li in quella situazione. C’era la certezza del brutto tempo, non erano attrezzati per un bivacco. Sarebbe stato meglio rinunciare. Ma col senno di poi tutto è più facile.

    E rinunciare non è facile. Parlo per esperienza.

  9. 34

    Non credo che il sacco da bivacco potesse risolvere quella situazione.

  10. 33
    Roberto says:

    >#Giuseppe Penotti says:
    >2 ottobre 2018 alle 19:11
    >Per inciso mi risulta che l’indagine della procura svizzera sia stata archiviata.

    Penso che sia stata archiviata l’inchiesta penale semplicemente perché la GA e sua moglie sono morti.

  11. 32
    Carlo Crovella says:

    Ma la domanda allora è: qual è la motivazione per cui le guide non “impongono” ai loro clienti il sacco da bivacco?

    Io sono convinto che sia per il motivo che ho descritto (cioè attuale dominante propensione al “viaggio turistico” da parte dei clieti), ma potrei sbagliare alla grande.

    Benissimo: qual è il “vero” motivo?

    Sta di fatto che il sacco da bivacco non viene MAI richiesto e nessun partecipante ce l’ha, per cui se capitano eventi eccezionalmente negativi come nella fattispecie, nessuno ha la protezione per un bivacco nella bufera.

  12. 31
    Lorenzo Molinari says:

    I clienti delle guide non vorrebbero neppure trovarsi sotto una valanga, tuttavia nello sci alpinismo devono portare pala, sonda e ARVA. Se le guide dovessero temere una “sana” selezione dei loro clienti, solo perché su tragitti in quota o con certe caratteristiche fosse richiesto di portare sacco da bivacco e rotolo isolante, sarebbe come dire: “favoriamo il business a scapito della sicurezza”. Allora meglio una “sana” selezione o indurre i clienti a scegliere un’altra tra le proposte della guida, al di là del fatto che la selezione – immagino – venga già fatta dalle guide in base a capacità tecniche, esperienza e allenamento di ciascun cliente.

  13. 30
    paolo panzeri says:

    Da decenni ogni tanto riguardo il libricino “Allegro ma non troppo” del professore “Carlo Cipolla”, ma non riesco ancora a convincermi pienamente di ciò che afferma, anche se tragedie come questa mi sembra gli diano pienamente ragione.
    L’uomo è uno strano animale, in lui si possono trovare tutte le caratteristiche di ogni animale esistente.

  14. 29
    Alberto Benassi says:

    Come dobbiamo farci una ragione che oggi, anche nel campo alpinistico, dove rischio e morte sono strutturali, l’uso di attrezzature e tecniche moderne sia d’obbligo perché c’è un “sistema” che vuole la sicurezza, che non capisce il rischio,  che cerca e vuole il colpevole ad ogni costo.

    Dino se il SISTEMA non capisce il rischio e vuole la sicurezza dovrebbe vietare tutte le attività rischiose compreso il lavoro.

    Quanta gente muore sul lavoro?! molti di più che in montagna. E’ scusabile morire di lavoro??

    Dovrebbe vietare la circolazione stradale e mettere fuori legge le automobili perchè troppa gente muore sulle strade. Eppure si mettono  i limiti di velocità ma si permette di costruire auto  con una velocità da formula 1 che sfrecciano sulle strade.

    Si scrive che il fumo fa venire il cancro ma intanto lo stato permette la vendita delle sigarette . Da una parte lo stato ti dice che il fumo fa male,  dall’altra intasca .

     

    Certo che dobbiamo usare tecniche ed attrezzature moderne. Ma abbiamo anche un cervello. Usiamolo!

  15. 28
    Alberto Benassi says:

    Forse la guida sperava di avere più tempo di bel tempo, ma l’ora certa nelle previsioni non esiste.
    E’ quindi legittimo porsi la domanda perché quella mattina la guida non abbia rinunciato a partire come molti hanno fatto.

    Questo è un errore di valutazione che abbiamo fatto in tanti. Credere di essere più veloci dell’arrivo del brutto tempo. Di  trasformare le previsioni meteo in una certezza meteo.

    Io l’ho fatto perchè non volevo rinunciare alla salita.

    I clienti lo fanno perchè hanno pagato e la guida gli da sicurezza.

    La guida forse perchè è stata pagata e si sente in dovere di  onorare il contratto.

  16. 27
    Carlo Crovella says:

    Concordo in pieno con quanto esposto da Lorenzo M. (Commento 25), in particolare sulla constatazione che le guide che hanno programmi a getto continuo (es ogni settimana parte un nuovo turno della haute route) sono condizionate da cio’ e questo potrebbe spingerla a non stare fermi neppure un g per colpa del maltempo.

    Circa il sacco da bivacco, per quanto leggero, io penso che non sia “richiesto” dalle guide ai loro possibili clienti per il timore che questi si defilino. Tutto cio’ perche’, tra gli avventori, oggi domina la concezione “turistica” dell’andar in montagna, per cui si da’ per scontato che si cena e si dorme in rifugi a mezza pensione, caldi e confortevoli. Insomma ne’ piu’ ne’ nemo di un qualsiasi viaggio appunto turistico. Io penso che se un qualsiasi potenziale cliente legge “portare sacco da bivacco “, egli cambia fornitore o programma.

    Ovviamente io non condivido per nulla questo approccio, ma mi pare di capire che sia quello dominante nel mercato commerciale di oggi.

    Su entrambi questi punti (condizi9namenti sulle guide dai programmi a getto continuo e concezione turistica richiesta dai clienti) sarebbe molto interessante, a questo punto, un contributo di una o più guide (ragionando in generale è non tanto sul caso specifico della Pigne d’Arolla).

    Cordiali saluti a tutti.

     

  17. 26
    Dino M says:

    Il problema Lorenzo, e che nessuno può prendersi l’onere di dire se e come la Guida o l’Istruttore ha sbagliato; men che meno se di mezzo ci sono Giudici o assicurazioni o categorie professionali. L’onere dell’analisi dell’incidente, peraltro spesso dolorosissima, che sarebbe utilissimo e eviterebbe incidenti simili , deve essere fatto dalle singole persone.

    Tutti stanno in punta di piedi, sperando per l’amico coinvolto, che le indagini si chiudano senza esito. Ovvero sperando che i periti, nominati dal giudice non siano di “categorie” avversarie ed emettano giudizi accusatori.

    Questo è il mondo oggi e secondo me dobbiamo farcene una ragione.

    Come dobbiamo farci una ragione che oggi, anche nel campo alpinistico, dove rischio e morte sono strutturali, l’uso di attrezzature e tecniche moderne sia d’obbligo perché c’è un “sistema” che vuole la sicurezza, che non capisce il rischio,  che cerca e vuole il colpevole ad ogni costo.

    Se l’obbligo non viene soddisfatto c’è il rischio che qualcuno prima o poi entri a gamba tesa nel nostro mondo e si inventi cose o permessi strani e quindi ci privi di tutto ciò che noi amiamo.

  18. 25
    Lorenzo Molinari says:

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    Diversi interventi sottolineano la passività dei clienti. Io punterei maggiormente il dito sulla passività della guida a non informare, istruire, interagire con i clienti, come, in questo caso, emerge dalla narrazione di Tommaso Piccioli.
    Credo che Cinzia abbia colto un aspetto importante: quando si va con una guida, che è pagata per GUIDARE, è naturale che si tenda ad affidarsi passivamente, al di là della propria propensione a essere più o meno partecipativi e propositivi. Lo riscontro io stesso quando, andando in montagna con altri, c’è chi ha già programmato l’uscita.
    Nel caso specifico emerge che solo Tommaso facesse domande e lui stesso trovandosi guidato, ripensando ai fatti, è dispiaciuto di non aver espresso le sue perplessità circa l’idea di partire quella mattina in considerazione delle condizioni meteo previste. La guida aveva deciso una nuova destinazione per quella mattina più breve ma pare tecnicamente più difficile, pensando di ridurre i tempi di percorrenza fino al successivo rifugio. Anche in questo caso come nei giorni precedenti non aveva illustrato il percorso ai clienti, né i clienti pare abbiano chiesto spiegazioni, si affidavano. Il nuovo itinerario sembrerebbe che non fosse noto neppure alla guida, così sostiene Tommaso. Il gruppo oltretutto disponeva solo del tracciato GPS estivo e non di quello invernale (non che ci si debba affidare alla tecnologia ma, se c’è, si usi come corollario all’esperienza della guida pagata apposta per la sua esperienza a guidare). Il cambio di programma è avvenuto solo perché era noto che le condizioni meteo sarebbero peggiorate. Forse la guida sperava di avere più tempo di bel tempo, ma l’ora certa nelle previsioni non esiste.
    E’ quindi legittimo porsi la domanda perché quella mattina la guida non abbia rinunciato a partire come molti hanno fatto. Io stesso e altri amici quel – ricordo bene – rinunciammo in altre zone, anche non lontane, a causa delle previsioni meteo.
    Tommaso si cruccia anche di non essere intervenuto per chiedere di rientrare alla base quando dopo poche ore di marcia si trovavano già sballottati ma ancora in forza nella bufera. Tornare, anziché avanzare o cercare di avanzare fino al tramonto del sole e delle forze, è una decisione che compete solo alla guida. E la guida che decide in un gruppo se andare avanti o tornare indietro o fermarsi o chiedere soccorsi prima che sia troppo tardi. Tale decisione non può essere presa collegialmente da poco esperti o da qualcuno del gruppo (non abilitato) sulla pelle degli altri, almeno fino a che la spossatezza o l’ipotermia non tolga la distinzione tra guida e cliente, per far emergere le capacità individuali di sopravvivenza.

    Circa il fatto che una guida porti sua moglie non guida (credo in questo caso fosse accompagnatrice di media montagna e quindi non abilitata a operare su itinerari in quota di neve e ghiaccio) per ricevere un aiuto, può andar bene ma non può assolutamente giustificare un numero più elevato di clienti. In questo caso non ho idea se nove persone (incluso la moglie) siano troppe per una sola guida su un itinerario di quel genere.

    E’ un mistero perché la guida non abbia fermato il gruppo dove la neve avrebbe consentito di scavare una truna, prima che tutti fossero esausti e perché non abbia fatto tutti scendere per poterla scavare. I francesi – tutti incolumi – pare abbiano agito, in questo caso, con maggiore buon senso.

    Spesso le guide hanno altri gruppi programmati uno via l’altro e, ritardi, possono portare all’annullamento di programmi successivi con conseguente azzeramento dell’incasso previsto. Anche solo inconsciamente questo aspetto potrebbe spingere una guida a voler proseguire. Non mi riferisco a questo caso, non conoscendo l’agenda della guida, ma resta inspiegabile come in alcuni gravi incidenti di cronaca la guida possa non aver annullato l’uscita.

    Mi è capitato varie volte di dormire all’aperto in modo non programmato d’inverno e anche in quota. Quando ritengo vi sia la possibilità, anche se remota, porto con me un sacco da bivacco (300 gr), altro che telo di alluminio! E un rotolo isolante (meno di 100 gr.) Con poco più del peso di una lattina di Coca Cola ho la speranza di poter vedere l’alba dopo una notte all’addiaccio anche in condizioni limite.
    Perché oltre a pala, sonda, ARVA, imbrago, ramponi… le guide non rendono obbligatorio un sacco da bivacco e un rotolo isolante nell’equipaggiamento dei loro clienti? Se non si fosse in grado di caricarsi meno di 400 gr sulle spalle, sarebbe meglio starsene a casa al calduccio.

    Infine, io non credo nella FATALITA’, a meno che non mi cada addosso un fulmine a ciel sereno o un masso da una parete sana e stabile. Se si arrampica su certe vie, dove è risaputo che la roccia sia marcia, si devi mettere in conto che possa venire giù una scarica di sassi. Non è fatalità se dovesse accadere! Con tutte le pareti che ci sono, meglio arrampicare altrove.
    Gli incidenti accadono per decisioni mancate o sbagliate, per un concatenamento di cause o errori sottovalutati.
    Negli Usa nel mondo della canoa gli incidenti vengono catalogati e si cerca di individuare la dinamica, affinché diventino materia di studio e di insegnamento e addestramento per tutti, così da cercare di evitare che si ripetano decisioni o comportamenti inappropriati in analoghe circostanze e per creare cultura sulla sicurezza.
    In Italia viene fatto altrettanto nel mondo dell’alpinismo? O si tende a infilare sotto il tappeto della fatalità le responsabilità e i fatti?
    Nel mondo della canoa italiana, che conosco meglio, non si impara mai nulla dagli incidenti, gli addetti ai lavori non indagano mai seriamente sulla dinamica dei fatti e sulle responsabilità.
    Eppure se mi trovassi in una bufera in auto sul passo dello Stelvio con l’asfalto ghiacciato e andassi a sbattere contro un’altra auto, non credo che la polizia stradale e l’assicurazione accetterebbe la scusa della fatalità.
    Lo stesso Kurt Diemberger nel suo libro “K2 – Il nodo infinito” sostiene il dramma vissuto da lui e i suoi compagni a 8000 metri non fosse dovuto alla fatalità della bufera ma a un insieme di sottovalutazioni ed errori umani.

  19. 24
    Carlo Crovella says:

    Scusate se intervengo di nuovo, cercherò di essere sintetico, precisando a priori che è “facile” ragionare quando si è alla scrivania, altro paio di maniche quando si è sul terreno in piena bufera.

    Tuttavia, anche in questo drammatico episodio io vedo conferma di quanto sia fallace la credenza (oggi dominante) che la “tecnologia” e i suoi orpelli siano elementi di sicurezza: in realtà non sono determinanti e spesso, paradossalmente, la cieca credenza nella sola tecnologia espone i suoi adepti a maggior pericoli.

    Nelle risposte dell’intervistato si citano più volte i gadget tecnologici (GPS, orologio elettronico, telefono satellilare, cellulari – questi ultimi due inservibili al momento opportuno perchè le batterie erano “cimite” dal freddo!) e non si parla mai (o quasi mai) di elementi o procedure di sicurezza tradizionale.

    Intendo dire: avevano pale da neve? Avevano teli termici (questi citati di sfuggita, perchè volati via con il forte vento, ma li avevano tutti i partecipanti?), avevano abbigliamento supplementare, due o tre paia di guanti, passamontagna termico stile Diabolik (di questi oggi ne esistono che pesano pochi grammi), avevano riserve di viveri e di liquidi (viene citato un thermos di tè, ma non utilizzato, perchè?)???

    E se ciascuno disponeva nel proprio zaino di tutto ciò, perchè non lo ha utilizzato?

    In particolare per le pale da neve: perchè non hano scavato non dico una truna intera (con tanto di tetto), ma almeno un “buco” in cui rincantucciarsi (belli imbottiti di abbigliamento supplementare)?

    Probabilmente non hanno scavato in quel posto perchè lì non c’era abbastanza neve, anzi c’erano solo ghiaccio e pietre sotto i loro piedi. Bene, perchè non si sono sposati alla ricerca di un posto più “innevato” a tal punto da poter scavare un ricovero?

    I quattro francesi probabilmente si sono spostati proprio per quel motivo e quindi hanno trovato un posto adatto a scavare un ricovero e, forse, si sono salvati proprio per questo.

    GPS, orpelli vari, telefoni (satellitari e non) non servono a niente, o meglio non sono gli elementi che fanno la differenza fra la vita e la morte.

    Lo è invece tutto quell’insieme di elementi di base che Lorenzo M. ha efficacemente riassunto nell’istinto del camoscio e nel suo rapporto con l’ambiente.

    Il punto è che oggi, svalutando l’ “andar inmontagna” a semplice sport (come se si andasse a correre al Parco Sempione in centro a Milano) tutto il “di più” è considerato un “vecchiume” e quindi un “peso” (non solo fisico – zaino più pieno – ma soprattutto ideologico) e si preferisce non impararlo e non portarselo dietro.

    Normalmente va tutto bene, ma quando si configura una situazione critica, allora i nodi vengono al pettine.

    Per questi motivi sono sempre più convinto che si debba riproporre anche oggi (in piena società tecnocratica) la visione di una montagna tradizionale, quella che abbiamo imparato noi qualche decennio fa.

  20. 23
    paolo panzeri says:

    Se provo a domandarmi cosa sarebbe successo dal punto di vista economico se non ci fosse stata la sentenza salomonica del giudice (che io condivido eticamente), mi preoccupo parecchio pensando alle assicurazioni che di sicuro  devono pagare, all’associazione delle guide italiane che ne esce abbastanza bene, ai rifugisti e alla gente di contorno, ai rapporti fra guide di varie nazionalità e formazione, alle famiglie dei deceduti che richiederebbero indennizzi…
    Ecco adesso ho molti più dubbi su come stiamo vivendo.

  21. 22
    lorenzo merlo says:

    Come detto nell’articolo, il magistrato del canton Vallese che ha condotto l’inchiesta è stato contattato più volte senza successo.

    Il presidente del Collegio nazionale delle Guide alpine, a sua volta contattato per lo stesso motivo, aveva detto che mi avrebbe fatto avere copia della documentazione appena ne sarebbe entrato in possesso. Per il momento così non è stato.

    Paragonare due eventi con similitudini formali, non necessariamente porta a comprendere meglio, a volta moltiplica gli interrogativi. Personalmente non mi pare sostanziale in questa circostanza.

    Inoltre senza dati identificatori di quanto citi, la ricerca d’avvio si allargherebbe non si sa quanto.

  22. 21
    Dino M says:

    Sarebbe per me interessante conoscere meglio il reperto e le motivazioni in base alle quali l’indagine è stata archiviata.

    A me risulta ( ma non ne sono certo) che un caso di incidente da valanga ( in Svizzera ) ad una Scuola di Alpinismo Lombarda abbia avuto un esito diverso.

    Sarebbe davvero un degno completamento giornalistico spiegare questo passaggio ed avere così il quadro completo con cui farsi un’idea.

  23. 20
    Simone Di Natale says:

    Ma no dai…è quasi sempre in compagnia…

  24. 19
    Alberto Benassi says:

    il camoscio pratica il FREE-SOLO.

  25. 18
    lorenzo merlo says:

    Certo Matteo.

    Richiamo il camoscio per emblema: il suo comportamento è dominato dal sentire, non è corrotto dalla prevaricazione del sapere.

    Così produce sicurezza attraverso l’ascolto non con il ragionamento.

    La sua relazione è con l’ambiente non con gli orpelli materiali e intellettuali.

    Non perché credo non ne muoiano.

  26. 17
    paolo panzeri says:

    Grazie per avermi detto che i 4 francesi si sono salvati, scavando una truna.
    Per me resta una bruttissima (troppi morti insieme) tragedia moderna del divertimento a qualsiasi costo, tragedia tipica e frequente ormai dovunque.

    Le colpe, come ha sentenziato il giudice, devono essere attribuite a tutti e nessuno in particolare.
    Per me questo in montagna è sempre vero.

  27. 16
    Matteo says:

    Solo un piccolo appunto all’amico Lorenzo (già rivolto altre volte): l’esempio del camoscio non è assolutamente calzante, nessun camoscio “produce” sicurezza. Anzi ogni inverno ne muore una buona percentuale (e qualche volta precipitano anche d’estate).

    L’unica sicurezza in montagna è non andarci, ovvero sapere quando non andarci. Cosa che il povero camoscio non può fare, ovviamente.

  28. 15
    cinzia says:

    la mia esperienza di alpinista senza guida preceduta da alcuni anni di alpinista guidata, che hanno incluso la Chamonix-Zermatt con discesa dalla Pigne in condizioni di assenza di visibilita` e pericolo valanghe marcato, mi spinge a sottolineare fondamentalmente un aspetto della vicenda. Quelli che per tutta la vita si fanno accompagnare raramente si interessano di conoscere, anzi di studiare con attenzione itinerario, condizioni, possibili alternative etc. Vanno con la guida e pagandola molto si aspettano in servizio da tour operator.

    fatte salve le dovute eccezioni, che ci saranno senz’altro tra i clienti, sebbene io non ne abbia incontrate. Io stessa, con la guida, entravo in uno stato di passivita` che non mi e` proprio.

    a mio parere questo stato di passivita` puo` contribuire molto alla sopravvivenza o meno in una situazione di grandissima difficolta` come quella di una tempesta in quota in stagione primaverile.

    per il resto c’e` solo da meditare, ancora, sulla infinita nostra piccolezza di fronte alla natura.

     

  29. 14
    Davide Sacchetti says:

    Ho trovato questo resoconto decisamente interessante, complimenti al blasonato autore. Le dinamiche degli incidenti girano nella testa degli alpinisti come dei jingle, quasi come delle ossessioni, io non faccio eccezione a questa regola. Ho seguito con apprensione il resoconto anche perché pure a me è capitato di trovarmi nello stesso luogo e aver girato a lungo un tardo pomeriggio prima di riuscire a trovare la cabane des vignettes. Non c’era la bufera, solo una gran nebbia … mi ero chiesto più volte come avremmo fatto a passare la notte. Il percorso che sembra così evidente quando il cielo è sereno diventa un labirinto quando la natura mostra la sua faccia inospitale.
    Concordo assolutamente con i commenti di Carlo Crovella riguardo alla differenza tra la leggi della natura che regolano la sopravvivenza e quelle del mondo “civile”, aggiungo solo una ulteriore piccola riflessione. Dal resoconto mi sembra emerga come in generale i clienti della guida si disinteressassero della pianificazione e della gestione del raid delegando alla guida in toto ogni azione. Se da una parte è comprensibile che uno scialpinista non sufficientemente esperto per un raid del genere si affidi ad un professionista (dico non sufficientemente esperto perché se in grado di essere indipendente plausibilmente non avrebbe assoldato la guida), per il mio modo di vedere un atteggiamento più partecipativo comporterebbe molti vantaggi. Intendo fare domande, approfittare della presenza del professionista non solo per fare delle belle gite in ambienti favolosi ma anche per allargare il proprio bagaglio culturale in quell’ambito, per avvicinarsi all’indipendenza. Un atteggiamento più partecipativo e attivo forse avrebbe stimolato la loro capacità di prendere iniziative dando loro maggiori chance di sopravvivere, ad esempio i francesi che si sono trovati nella stessa situazione hanno scavato una truna e ne sono usciti vivi. Non voglio insegnare niente a nessuno, col senno di poi è facile cedere a questa tentazione, vorrei solo risvegliare in chi giustamente si affida ad altri più esperti l’istinto di non delegare ai più esperti tutto in toto.

  30. 13
    Marco Bonvini says:

    Approvo l’ultimo contributo,  di Carlo.

    In condizioni estreme non si ragiona come vorrebbe il codice civile e come si fa seduti al caldo.

    Per esempio, dal racconto si intuisce la responsabilità della moglie della guida quando si allontana dal gruppo. Apparentemente senza una strategia, secondo la testimonianza.

    Forse il suo comportamento ha influito sulle decisioni della guida e sul suo stato emotivo.

    Ma nessuno sa come è andata.

  31. 12
    Luca Visentini says:

    Il resoconto è agghiacciante, ma al di là degli eventuali errori e delle eventuali reticenze io avverto soltanto comunanza con le vittime e i superstiti.

  32. 11
    sergio bella says:

    Io trovo conferma del fatto che in montagna bisogna fare cose che si è capaci di fare in autonomia…i pacchi postali non mi piacciono.

  33. 10
    Dino M says:

    Anch’io nel mio piccolo la trovo sensata. Però io penso che Lui facesse molto affidamento sull’aiuto della moglie, che era certamente esperta.

    Pertanto il numero di clienti era più  o meno corretto.

  34. 9

    In Alto Adige-Suedtirol, il numero massimo di persone che una guida alpina può accompagnare é quello per cui può garantirne la sicurezza. Questo dice il regolamento d’esecuzione della legge. Quindi é molto variabile e dipende da molti fattori. Trovo questa regola molto valida.

  35. 8
    Giuseppe Penotti says:

    #Dino.

    Io non assolvo o condanno nessuno, perlomeno su un blog e sulla mia comoda poltrona. Ho detto che chiunque abbia masticato un po’ di montagna vera ha compreso cosa è successo.

    Per inciso mi risulta che l’indagine della procura svizzera sia stata archiviata.

  36. 7
    lorenzo merlo says:

    Dei quattro francesi non ho cercato molto ma non trovato nulla.

    Tutti salvi. Non so quanto hanno patito.

    Qualche domanda su loro la trovi nell’intervista.

  37. 6
    Dino M says:

    Resto perplesso dal commento di Penotti come lo sono rimasto dal comunicato del collegio Guide dopo pochi giorni dall’incidente.

    Per come si sta delineando credo che commenti assolutori o accusatori vadano fatti con estrema attenzione perché penso che i fatti siano talmente recenti che ancora non si possa dire nulla; è stata una cosa terribile.

    Aspettiamo che chi indaga e ha a disposizione tutti gli elementi dica qualcosa.

    Però di un a cosa sono certo: il capogruppo ha molte più responsabilità degli altri.

  38. 5
    paolo panzeri says:

    Ai 4 francesi cosa è capitato?
    Loro si son salvati tutti? E quanto congelati?
    Quale è la loro storia?
    Mi inquieta non riuscire a farmi una idea per me comprensibile dell’accaduto.

  39. 4
    Francesco says:

    http://m.spiegel.de/international/europe/that-s-it-we-re-dead-disaster-strikes-along-the-alps-haute-route-a-1220184.html

    Qui, sullo Spiegel, l’intervista alla sopravvissuta tedesca, con nome di fantasia.

  40. 3
    Giuseppe Penotti says:

    Di questa vicenda si è scritto molto, a volte con opinioni pesanti e opinabili per lo più da chi in montagna c’è stato poco e non sa cosa vuol dire trovarsi in quel contesto, altre  volte con alzate di scudi o barricate ideologiche anche molto aggressive da parte di qualche collega della guida.

    Penso che chiunque abbia alle spalle qualche decade di alpinismo sappia esattamente quali sono le concause che hanno portato alla tragedia e il saperle, non esime dall’essere consapevoli che sarebbe potuto capitare la stesso cosa.

    Io voglio solo evidenziare alcuni aspetti.

    Una guida alpina garantisce un maggior margine di sicurezza in attività alpinistica grazie alle sue competenze e alla sua esperienza infinitamente più alta non fosse solo per il volume elevato di giornate che passa in ambiente.

    Ma non può garantire la sicurezza assoluta o l’essere esente, anche lui, da un eventuale errore. Quella che mi ha colpito del resoconto è la sostanziale “passività” dei componenti che hanno in sostanza delegato in toto le scelte da compiere,  e, si intuisce chiaramente,  anche il percorso senza interessarsi o prepararsi prima del raid.

    Questo scaricare o delegare qualsiasi tipo di responsabilità o competenza mi ha colpito non poco. Un sotto inteso: “ti pago per portarmi lì e tu quello devi fare, come non mi interessa”.

    Il resto, trune o non trune, rifugi prenotati o meno, numero dei partecipanti giusto o eccessivo non credo avrebbe spostato di molto l’esito della tragedia.

  41. 2
    Alberto Benassi says:

    Il problema è che l’uomo vuole controllare la natura e in parte c’è anche riuscito. Poi però ogni tanto questa si da una scrollatina , complice anche una certa superficialità o convinzione di immortalità umana, e allora avvengono le tragedie.

    Allora domande su domande. Possibile che oggi come oggi possano ancora accadere queste tragedie…??

    Si è possibile perchè in fondo siamo uomini. E in quanto tali, soggetti a sbagliare , a sopravvalutarci. A contare troppo sulla tecnologia e poco sull’istinto, sul buon senso del limite.  Soprattutto quando siamo in gruppo, il gruppo da forza ma è una forza relativa. Perchè condizionata da chi è più debole: fisicamente, tecnicamente e moralmente.

    Le leggi umane in natura non valgono, non contano. Si salva il più forte , il più resistente, il più determinato, chi ha più istinto. Oppure chi ha più cervello e sa tornare indietro.

  42. 1
    Carlo Crovella says:

    Interessantissima lettura su un “incidente” che ho cercato anche io di  ricostruire per mia cultura personale, senza ovviamente raggiungere la completezza qui espressa dell’autore.

    A mio personale parere, la reticenza (più volte citata) di tutti i personaggi in qualche modo coinvolti (anhe marginalmente) deriva dal contrasto, insanabile, fra due “mondi” che non possono compenetrarsi.

    In due mondi sono: da un lato il mondo umano, con le sue regole elevate a leggi giuridicamente cogenti (da cui conseguono “responsabilità” se uno le viola, anche solo in termini di negligenza o distrazione); dall’altro il mondo della montagna (che si inserisce più in generale nel grande mondo delle Natuta) dove le regole e le “leggi” sono ben altre che quelle umane.

    Normalmente le escrusioni (in montagna, ma anche in kayak, in MTB, in barca…etc) finiscono bene e questo contrasto non emerge. Quando, invece, si generano condizioni per un contesto “naturale” (cioè “della Natura”) soverchiante, come nel caso in questione, le regole della Natura dominano senza possibilità di essere contrastate, alla faccia delle leggi umane.

    Poi, passata la bufera (sia fisica che metaforica), gli esseri umani rientrano nel mondo umano, dominato dalla leggi giuridiche. Allora tutti stanno abbottonati perchè domina il timore che emerga una piccola crea, una dimenticanza, una sbadataggine (anche da parte di personaggi davvero collaterali, come i gestori dei rifugi) tali per cui le leggi giuridiche umane li posano “punire”. Atteggiamento ipocrita e poco nobile, ma emotivamente comprensibile, perchè tutto il contesto umano vuole ri-applicare le leggi umane, una volta passata la bufera.

    In parole semplici: quando si scatenano gli elementi, si crea una situazione in cui, paradossalmente, non si dovrebbero più applicare le leggi umane, specie a posteriori. E’ un altro modo, è un’altra cosa, rispetto alla nostra quotidiana esistenza. Ma questa ipotesi è impercorribile e quindi non resta che sapersi muovere a puntino nell’ambiente, ponendosi l’obiettivo di non trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

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