Pilastro Paolina, obelisco per una proletaria

Il 14 giugno 1992 Marco Furlani e Fabio Bertoni aprono uno stupendo itinerario nel cuore del Sassolungo, sulla parete nord-est, precisamente la salita di un pilastro che conduce diritto come un missile a un torrione staccato dal corpo della parete. Via L’ultimo dei Balkani, dislivello: 550 m; difficoltà: IV+, V, alcuni tratti di V+ e 1 passaggio di VI-. La via è diventata una classica, con roccia ottima. I chiodi occorrenti, soste comprese, sono in posto. Le frequenti clessidre sono in gran parte evidenziate da cordini. Utili friend e stopper medi.
Il primo agosto 1993 lo stesso Furlani, assieme a Mino Frera e Giorgio Tomei vi apre un altro itinerario poco più a destra, la via Fernandina, poco più facile del precedente.

Pilastro Paolina obelisco per una proletaria
di Marco Furlani

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort*, disimpegno-entertainment***

Più mi avvicinavo e più il pilastro prendeva forma: alto squadrato dalle forme perfette, incastonato in uno dei più bei scenari dolomitici, un misto di sfumature e colori; grigio, giallo e rosso ocra caratteristici ed unici nelle Dolomiti. Poggia su di un altare di parete nera e verticale a tratti tagliata da tetti e strapiombi, era quello che cercavo, riflettei fra me e me.

Paolina Degasperi era mia madre: se n’è andata senza dare fastidio, come è sempre vissuta, un infarto se l’è portata via. Una notte suonò il telefono: «Sua madre sta male!» disse una voce metallica al di là della cornetta: «Venga subito!». Corsi immediatamente disperato, qualche disturbo pensai, entrai e la vidi stesa sul lettino: era morta. Solo lì capii che il legame fra madre e figlio è qualche cosa che travalica l’immaginabile, un dolore indescrivibile mi straziò il centro del petto e per la prima volta in vita mia sentii le gambe flettersi e mi persi in un pianto disperato.

Da giovane era una donna bellissima: aveva gli occhi color della libertà, un azzurro vivo e delicato, un fisico snello, pesava quarantasette chili, un modo di fare e muoversi fiero ed elegante. Aveva avuto un’infanzia difficile a causa della separazione dei genitori e da piccolissima venne data in affidamento alle Suore del Sacro Cuore in un collegio in via della Collina a Trento. Nonostante avesse un vero talento per il disegno e la pittura le insegnarono a fare la magliaia, ne uscì a ventuno anni.

Sassolungo, parete nord-est. Verde: pilastro Giorgio Giovannini; Blu: Linea Logica; Rosso: Fiore all’Occhiello; Arancio: Pilastro Paolina (L’ultimo dei Balkani); Fucsia: Polastro Paolina (via Fernandina); Giallo: Pilastro Magnifico; Rosso: Via Riga Nera degli Accademici

Compio con fare calmo il rito della preparazione alla salita, svolgo lentamente le corde e mi lego con il solito nodo, mi aggancio il materiale sull’imbragatura dove tutto deve avere un suo ordine: da una parte sulla destra il materiale che serve per l’assicurazione, chiodi, dadi, friend, sulla sinistra rinvii, moschettoni ed altri aggeggi, dietro ben posizionato il mio martello compagno di avventurose battaglie. Guardo in alto studiando la parete: è impressionante, si vede esattamente la vetta orlata dai tetti sommitali seicento metri più in alto. Mi impegno subito sulle placche iniziali, un chiodo di sicurezza canta meravigliosamente, continuo e raggiungo un terrazzino inclinato, pianto due ottimi chiodi di fermata: «Questa è un’ottima e solida sosta» mi dico soddisfatto.

Solida come era mia madre, ferma e severa quando occorreva ma capace di tenerezze ed attenzioni uniche. Certo quando combinavo qualche marachella, e vi posso assicurare che in questo ero veramente bravo, mi puniva severamente, prendeva la canna della polenta oppure uno zoccolo e me ne dava tante, poi mi mandava a letto senza cena. Dopo la sentivo piangere; un giorno chiesi il perché e lei mi spiegò che soffriva più a punirmi che a perdonarmi. Io allora non capivo. Però ricordo che in tempi veramente duri economicamente, avevo quattro anni, la mattina dopo la notte di S. Lucia mi trovai una slitta nuova fra i regali che aveva portato la Santa. Venni a sapere molto più tardi che mia mamma era andata a pulire pavimenti di sera e questo, uniti ai punti risparmiati sulla spesa tutto l’anno, rese possibile a S. Lucia di compiere il miracolo: era la slitta più bella della frazione.

Fabio Bertoni e Marco Furlani sul Pilastro Paolina (via L’ultimo dei Balkani)

Continuo su una parete verticale di roccia compatta e sanissima verso un grosso tetto e mentre mi avvicino continuo a chiedermi come farò a superarlo, ma quando lo raggiungo trovo immediatamente la soluzione del passaggio e lo supero con destrezza e semplicità.

Così come faceva lei che risolveva tutto con semplicità, sapeva gestire la casa che era ordinata e pulita, prendeva mio padre, il Bepi, per il verso giusto e quando arrivava a casa dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo lo sgridava prima, lo curava amorevolmente mettendolo poi a dormire con tutte le attenzioni possibili.
Faceva salti mortali per far quadrare il magro bilancio familiare sempre e comunque con grande dignità e onestà, principi che ha cercato di inculcarmi in tutti i modi.

Dopo la cengia sto salendo il pilastro vero e proprio, la via è stupenda la roccia superlativa in un ambiente di rara verticalità, esposizione e bellezza. Sta diventando proprio bella questa salita e i miei pensieri vagano nei meandri più reconditi della mente cercando i ricordi.

Marco Furlani in cima al Pilastro Paolina. Foto: Laura Gaspon

Mio padre ebbe un periodo che non trovava lavoro e a causa di questo beveva più del solito, ero veramente stufo di vederlo in quello stato ed una sera scoppiai, sfogandomi e lo insultai davanti alla mamma.

Lei accompagnò a dormire papà con la solita delicatezza poi tornò da me ed accarezzandomi cominciò a parlarmi con quella sua voce suadente: «Marco – mi disse – parli così perché non sai cosa ha passato quell’uomo, la guerra gli ha portato via dieci anni di vita, i più belli, ritornò dalla Russia più morto che vivo, ha visto cose e provato esperienze e privazioni che travalicano qualsiasi limite di sopportazione umana e tuttora dopo moltissimi anni non riesce a dimenticare. Ti ha sempre amato, adorato. Vedi, quando eri appena nato non riuscivo ad allattare ed avevi bisogno di un latte in polvere costosissimo il “Nestogen”. Tuo papà, che ora vedi in queste condizioni, dopo dodici ore di lavoro massacrante andava a fare scavi la notte per guadagnare i soldi per comperarlo. Quando sei nato era così felice che piangeva come un bambino». Con voce ferma e severa mi rimproverò e mi disse di non trattarlo più così. Io che pensavo di sfondare una porta aperta sgridando mio padre, incredulo mi calmai e capii la lezione di grande umanità.  Il giorno dopo chiesi scusa a papà.

Sono sulla vetta del pilastro bello da togliere il fiato, monumento, obelisco, lapide indelebile per mia madre, penso che perfino i più grandi Faraoni d’Egitto glielo avrebbero invidiato se l’avessero visto. Tutti lo ammireranno nella sua solida bellezza, chi lo salirà potrà godere di una delle più belle scalate dolomitiche e mia madre ne potrà andare fiera.

Se non fosse stato per lei dopo l’incidente non avrei più ripreso la via delle montagne, non avrei più arrampicato, avrei rischiato di perdermi nei meandri bui della vita. Aveva paura dell’integralismo politico che in quegli anni era molto sentito negli strati più poveri della società, aveva paura della droga che qualcuno usò per piegare la volontà di una generazione ribelle che minava il potere e l’ordine ingiusto e oramai stabilito. Ecco perché con la morte nel cuore ogni volta che partivo invitandomi sempre alla prudenza mi incoraggiava, mi incitava, soffrendo per i pericoli cui potevo andare incontro. Aveva capito la passione che mi divorava e mi indirizzava sul sentiero che riteneva il più giusto, il sentiero che si rivelò poi vincente nella mia vita: la montagna e l’alpinismo. Quando poi dopo una impresa importante appariva sulla stampa qualche articolo che ne parlava ne era giustamente orgogliosa e lo mostrava a tutti dicendo: «Avè vist el me Marco che brao che l’è».

In vetta al Pilastro Paolina

Era una donna allegra, buona, sensibile ed intelligente. Poco prima di morire quasi se lo sentisse mi disse: «Marco figlio mio, per darti alla vita quasi morivo, non preoccuparti io sarò sempre con te».

Dopo anni devo ammettere che una forza, una presenza costante e sconosciuta mi ha sempre guidato verso scelte giuste ed oneste. Un solo rimpianto: non averle mai dimostrato abbastanza tutto il bene che le volevo.

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Pilastro Paolina, obelisco per una proletaria ultima modifica: 2017-11-14T05:56:22+00:00 da Alessandro Gogna

10 thoughts on “Pilastro Paolina, obelisco per una proletaria”

  1. 10

    Caro Furlani, raramente mi è capitato di leggere uno scritto di montagna  così significativo, intenso e commovente come questo tuo singolare récit d’ascension, che per semplicità d’espressione e sincerità di sentimenti  mi richiama piacevolmente alla  memoria i nostri occasionali incontri di tanti anni fa in Corso Buonarroti o alle Placche Zebrate, dove ho imparato ad apprezzarti come uomo oltre che come alpinista. Complimenti vivissimi, dunque, e un affettuoso saluto!

  2. 9
    Giancarlo says:

    Sono capitato su questo articolo per caso, eppure l’ho letto d’un fiato. Mi è  sembrato di tornare a due anni fa quando si spense “la Maria”, classe 1920. Stessi zoccoli, stesso bastone, stesso AMORE.

  3. 8
    Guerrini Michele says:

    Grande e bravo Marco, non è (sempre) facile e scontato parlare di amore nei confronti dei propri genitori,è un pò come mettersi in discussione prima di una salita ma una volta iniziata, tutto viene dal cuore e ci si sente LIBERI. bello scritto,complimenti.

    Mic

  4. 7
    Maria grazia Burato says:

    bellissima, grazie Marco

  5. 6

    L’alpinismo sposta (anche) le montagne. Ciao Marco

  6. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    Parole belle e commoventi.

  7. 4
    Giuseppe Gervasio says:

    Bellissimo racconto sincero ed affettuoso come può essere quello di un figlio verso sua madre.

    Ho avuto occasione di conoscere Marco Furlani assistendo ad una sua conferenza a Cavalese qualche anno fa e da subito mi era parso una “bella persona”.

    Leggendo il racconto ho avuto il piacere di ricordare anche io mia madre e di sentire, purtroppo, ancora una volta la sua mancanza.

  8. 3
    Alberto Benassi says:

    bella via che ho avuto la fortuna di ripetere. Complimenti Marco ! Per la via ma sopratutto per l’amore verso la tua mamma.

  9. 2
    salvatore bragantini says:

    Certo che sarebbe contenta la Paolina, orgogliosa anzi, del “so Popo”.

    Grande sempre, Marco; alla prossima

  10. 1
    Matteo says:

    “Un solo rimpianto: non averle mai dimostrato abbastanza tutto il bene che le volevo.”

    Questo credo sia il rimpianto di tutti, il dolore insanabile di quello che non si è fatto e si è rimandato per futili motivi e che all’improvviso si scopre di non avere più il tempo e il modo di fare.

    O almeno è il rimpianto di tutti quelli che hanno amato veramente.

    Ma tranquillo, Marco, tua mamma sapeva benissimo il bene che le volevi, che emerge incontenibile dal tuo scritto e non aveva bisogno d’altro.

    Come lo sai tu di tua figlia…anche quando ti fa “girar tanto i cojoni che vien voja de coparla”.

    E non c’è bisogno d’altro.

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