I piloni del Frêney

I piloni del Frêney del Monte Bianco (GPM 068)
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Scandere, 1979)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment**

«Volgi il tuo sguardo ai monti, di là ti verrà l’aiuto.» Avevamo attaccato all’alba. Eravamo molto timorosi, e forse anche un po’ angosciati per ciò che ci attendeva. Non avevo ancora diciannove anni. Sergio Sacco ne aveva parecchi di più, ma anche per lui era il primo grande appuntamento. Era la prima volta che ci trovavamo a tu per tu con un ambiente del genere ed era anche forse il primo contatto con il Monte Bianco. L’anno? Il 1965, in luglio. La montagna? La cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey.

Nell’ambiente torinese di allora era una grande salita, una di quelle che pochi grandi avevano compiuto. In fin dei conti noi non avevamo che una terza salita della via Mellano-Perego al Valsoera alle nostre spalle: una via certamente più difficile della Sud, ma questo allora non lo sapevamo. Salimmo veloci, sicuri, ma come incantati, come in un sogno: la montagna per noi era qualcosa di sacro e di magico. E gli alpinisti erano anche pochi. Eravamo soli sulla cresta e stavamo vivendo un’avventura meravigliosa. All’altezza della seconda torre, dopo aver superato una rossa paretina verticale, raggiunsi improvvisamente il filo di cresta e per la prima volta mi affacciai sul versante del Frêney. Neanche nei sogni avevo immaginato un mondo così selvaggio, puro e fantastico. Senza fiato, fermo, sentendomi immensamente piccolo, cominciai con lo sguardo a percorrere il ghiacciaio sottostante, tutto una crepa, tutto un buco, e poi su, su fino a incontrare una parete perfetta, immensa, dove tre pilastri di rosso protogino sorreggevano una volta invisibile, la stessa cupola del cielo dal blu impenetrabile, la cupola di una cattedrale gotica fatta di ghiaccio e di granito. La parete mi parve così bella e grande da sembrare lontanissima, irraggiungibile per me, poco più che un ragazzino che già sulla Sud aveva avuto la sensazione di aver violato un mondo proibito e di aver osato l’inosabile…

Nel buio di una notte senza luna avevamo risalito il noioso pendio e il canalino che conduce al Colle dell’Innominata. Non era la prima volta: altre volte ero passato, nel buio di notti illuminate dal tremolio incerto e puntiforme delle stelle o dalla luce pallida e fredda della luna.

Conoscevo il Frêney, quel mondo caotico, quel labirinto che con gli occhi incantati di un bimbo avevo scorto di lassù, dalla vetta della seconda torre della Noire. Conoscevo la Brogliatta, sapevo dei lunghi giri tra le voragini nerastre, illuminate dal fascio indagatore della pila, i passaggi sui ponti scricchiolanti, il profumo del ghiaccio verde, così vivo e pungente nella notte.

Ma, forse per un perfido sortilegio, la montagna non mi pareva più sacra come allora. Eppure ero divenuto un alpinista con la “A” maiuscola, ma una forza stregata e un po’ angosciante sembrava volermi allontanare dal giardino dei cristalli.

L’anno? Agosto 1973. Roberto Bianco era allenatissimo, in poco più di una settimana aveva salito la Nord della Blanche e il Pilastro Rosso del Brouillard. Era sicuro, certo di riuscire. D’altronde il tempo era splendido. Io avevo fatto due arrampicate in Vercors, la Payot alla Tour Ronde e qualche pedalata in bici in Val Grande. Ma non era questo che mi preoccupava: la vecchia grinta avrebbe fatto miracoli, ancora una volta l’incanto di quel mondo mi avrebbe fatto sentire “al mio posto”, come sempre era stato. Ma lottavo contro una forza invisibile e contro un fantasma che tingeva di nero il mondo dove prima mi sentivo a casa, vivo e me stesso.

Ero stanco, vecchio e sconfitto già prima di cominciare. Lo sapevo, ma volevo provare lo stesso. Già al Colle dell’Innominata sarei tornato a casa, ma Roberto era troppo euforico e mi dispiaceva deluderlo.

Giunti sul Frêney ci separammo da due alpinisti svizzeri. La loro meta era la Ratti-Vitali alla Noire. Ci domandarono la nostra. Rispondemmo. Salutandoci, dissero: «Le pilier du Frêney… Pour nous c’est un rève…».

Così non dissi nulla, e, quasi estraneo e assente, seguii Roberto nel labirinto dei seracchi e dei buchi fino alla base dei Rochers Gruber. Il sole era già alto, eravamo lenti, troppo lenti, io ero lento. Fu penoso salire lungo lo sperone fino al punto in cui il pendio di ghiaccio e di neve del Col de Peutérey si salda alle rocce. Ero in testa in quel tratto. Ancora una volta ebbi l’apparizione. E vidi. Vidi la parete del sogno, la parete perfetta nella luce delle prime ore del pomeriggio, i tre pilastri, rossi, verticali, simbolici. In quell’attimo tutto tornò sacro, svanì l’incantesimo malvagio, mi sentii come purificato e leggero. Ma fu soltanto un’apparizione. Presto la realtà tornò a farsi valere e, come un drogato alla fine del suo trip, mi ritrovai ancora più stanco e più vecchio. Eravamo partiti per fare il Pilone Centrale e Roberto ci credeva ancora. Il tempo era splendido, calmo, ideale. Giunti al colle mi vidi costretto alla verità. Bivaccammo, e nella notte fu sufficientemente lungo e duro seguirlo nelle mie condizioni lungo la cresta di Peutérey, fino a uscire in un’orgia di luce sulla vetta del Bianco di Courmayeur…

Segue la monumentale monografia dedicata ai piloni del Frêney (NdR).
Visione ottimale al 160%.

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I piloni del Frêney ultima modifica: 2017-10-22T05:15:07+00:00 da Alessandro Gogna

7 thoughts on “I piloni del Frêney”

  1. 7
    Alberto Benassi says:

    I piloni sono un MITO dell’alpinismo. E per Giampiero Motti il mito era molto importante.

  2. 6
    Giancarlo Venturini says:

    Quelle “Letture che ci fanno capire, la bellezza della Montagna …..G.C.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  3. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    Sullo stesso numero di Scandere si trova anche «Mes plus belles hivernales», articolo del francese Robert Flematti, che fu compagno di Desmaison nella prima invernale al Pilone Centrale del Frêney. La nota introduttiva è firmata da Gian Piero Motti, che dovrebbe essere anche il traduttore, sebbene non sia specificato.
    Ecco che cosa potrete leggere:
    «Sono già passati dodici anni dall’invernale del Pilone  Centrale del Frêney. La mia più bella salita invernale, sicuramente. E, malgrado il tempo trascorso che mi separa da quegli istanti privilegiati, più che le parole, che vanno a cadere anonimamente su queste pagine, […] ancora mi resta il ricordo di sensazioni incomparabili. È il ricordo di gioie e di sofferenze per la conquista dell’inutile, della pienezza fisica che scaturisce dalla pace dello spirito e, forse, di un assoluto eterno intuìto non fosse altro che per qualche secondo…
    Tutto ha inizio infatti martedì 8 febbraio 1967.
    […] Ci affrettiamo per prendere la cabina delle tredici. Che avventura! Non cederei il mio posto per nulla al mondo. D’altronde chi vorrebbe sostituirmi? Dopo, può darsi. Ma ora…
    Ma “dopo”, sarà quando? e dove? Ci sarà soltanto un “dopo”? […]»
    Flematti a quel tempo aveva appena ventitré anni.
    Come scrisse il poeta, quello era il miglior tempo della sua vita. Che poi lungamente gli ha detto addio. 
    Meditate, gente, meditate! Cogliete l’attimo.

  4. 4
    Roberto Mantovani says:

    Sono del tutto d’accordo con Bertoncelli

  5. 3
    Umberto says:

    Prosa divina, è ora che esca dalla cerchia degli scrittori di montagna per essere considerato uno scrittore e basta.

  6. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Possiedo il numero di Scandere sul quale fu pubblicata la monografia di Gian Piero Motti. Di tanto in tanto la rileggo.
    È come una saga dei Nibelunghi, una battaglia tra Greci e Troiani, un combattimento di Massimo Decimo Meridio nell’arena, una disfida di Barletta, il capitano Cook alla ventura nell’Oceano Pacifico, la spedizione di Shackleton al Polo Sud, Armstrong e Aldrin che saltellano nel Mare della Tranquillità. Che giorni!

  7. 1
    Giorgio Daidola says:

    Questo vuol dire saper scrivere di montagna…

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