Pino Negri

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

Presentazione
di Renato Frigerio

Se a quasi sedici anni da una morte improvvisa (novembre 2001), che aveva lasciato tutti sbigottiti, troviamo che Pino Negri viene tuttora ricordato anche con il rimpianto di chi non è appartenuto alla sua generazione, dobbiamo dedurre che la sua è una figura che trascende l’importanza del momento, quando le sue imprese stupivano ed esaltavano la passione orgogliosa di un’intera città. Non è tuttavia superfluo ripercorrere, in un significativo compendio, parte della sua attività in montagna, caratterizzata da un importante inizio precoce e proceduta con un crescendo che forse non è mai stato chiarito nei particolari che definiscono il suo reale valore alpinistico, inquadrando insieme il suo apprezzato aspetto umano.
Ci soccorre come contributo in questo senso lo sprizzante articolo che Giorgio Spreafico ha gentilmente offerto a Uomini e sport, andando oltre l’impegno di presentarlo nella rubrica “Un nome da non dimenticare”. Dal giornalista e scrittore lecchese, che ha goduto dell’amicizia e delle confidenze di Pino Negri, verremo infatti a conoscere nuovi aneddoti e i lati umani più nascosti, perché più profondi, della sua personalità: e grazie a questo scritto, lo potremo apprezzare e ricordare con ancora più sentita simpatia e con maggior affetto.

Pino Negri
di Giorgio Spreafico
(già pubblicato su Uomini e sport n. 24, maggio 2017)

Senza una sua intuizione, forse sul Cerro Torre i Ragni non sarebbero riusciti a scolpire nel ghiaccio della Ovest, a scolpirlo fino all’ultimo metro, il loro più straordinario capolavoro. È semplicemente quanto accadde il 13 gennaio del 1974 sulla montagna simbolo della Patagonia e del superalpinismo, eppure lui non andava in giro a raccontarlo. Del resto chi l’ha mai sentito rimarcare, per menarne vanto, di essere stato il primo “maglione rosso” della Grignetta a raggiungere la cima di un Ottomila, cosa che fece il 6 settembre del 1988 sullo Shisha Pangma? Che a essere taciuti fossero dettagli con un simile livello di caratura non sorprende, beninteso una volta chiarito che a mettere in quel modo la sordina ai ricordi era Pino Negri. Perché una delle specialità di questo protagonista indimenticabile della scena verticale lecchese era di non fare mai un passo avanti per mettersi al centro dell’attenzione, obiettivo per il quale in molti si sarebbero tagliati un braccio.

Pino Negri in vetta alla Grignetta. Foto: Mario Conti.

Come ci mancano le storie che lui ha e non ha raccontato, prima di andarsene per sempre – così all’improvviso da non poterci credere, quando aveva soltanto cinquantasei anni e ancora mille progetti – il 23 novembre del 2001, un maledetto venerdì mattina in cui venne folgorato da un infarto come una quercia da un fulmine. Ma come ci mancano anche i suoi silenzi, capaci di dirci in primo luogo chi fosse l’uomo che li regalava: un tipo a modo ed essenziale, fortissimo e semplice, tutto sostanza e niente fronzoli, uno che non aveva bisogno di curare la sua immagine – così si direbbe oggi, in tempi nei quali l’apparire mette sciaguratamente in ombra l’essere – se non per darsi un’occhiata allo specchio prima di uscire di casa.

Ripensare Pino nel momento in cui la sua memorabile avventura di scalatore stava cominciando, significa ritrovarsi catapultati in una  stagione in cui l’alpinismo lecchese era un fenomeno di massa e insieme un’espressione di vertice probabilmente senza uguali al mondo. Una realtà straordinaria già per il fatto di concentrare in un’area geografica tanto piccola – va da sé: incardinata alla Grigna – tutto quel talento collettivo, tutto quel sapere diffuso, tutto lo spessore e la tradizione di una scuola orgogliosa delle proprie radici ma anche aperta al nuovo, insomma un humus tanto fertile da far apparire normale che a premiarlo arrivasse una fioritura di fuoriclasse.

Prendete il Villaggio Vecchio di Lecco, il primo quartiere popolare del rione Germanedo dove Negri abitava da ragazzo. Lì – solo per citare coloro che, scalando, si sarebbero trovati proiettati sulla scena nazionale – a pochi passi vivevano anche Aldo Anghileri e, arrivato di rincorsa dai piedi di Montalbano, Mario Conti. Nel Villaggio Nuovo poi, a poco più di cento metri in linea d’aria, a completare il poker d’assi ecco Ernesto Panzeri. Capito, come potevano andare le cose? Spesso si veniva su in famiglie di innamorati delle vette e il resto arrivava di conseguenza. In qualche caso invece – ed era andata così per Pino – si diventava alpinisti con una scelta che tra le mura di casa era controcorrente, dunque di per sé testimonianza di personalità.

Pino Negri nelle Ande

Crescevano presto, i bagàj di allora che del resto di bambagia ne avevano sempre conosciuta poca. E se sceglievano le pareti, affrontavano situazioni “da grandi” con una precocità che oggi stupisce, ma che talvolta lasciava sorpresi e ammirati anche allora. Accadeva quando le sfide dei giovanissimi alzavano l’asticella prendendo di petto il freddo, il ghiaccio, la neve, insomma condizioni ambientali estreme che reclamavano un sovrappiù di coraggio e capacità di sofferenza, vale a dire un corredo che persine tra gli scalatori in età matura era ben poco diffuso.

A sedici anni, per dire, Pino era già su un vione come la Andrich-Faè alla Torre Venezia; a diciotto, con Ernesto Panzeri e Willy Fumagalli più una seconda cordata formata da Casimiro Ferrari e Aldino Anghileri, sul Campanil Basso per la prima ripetizione della via Aste; a diciannove sulla leggendaria via Cassin alla Nord-est del Badile, poi presto bissata; a venti – col brivido di un volo che, a volerlo ripetere in città, avrebbe avuto bisogno di un palazzo di sette piani – alla Torre Trieste per l’inedita invernale di un’altra via di Riccardo Cassin, ancora con Anghileri oltre che con Gildo Arcelli e Andrea Cattaneo; a ventuno (al suo fianco di nuovo Ferrari e Anghileri) sullo spigolo nord del Badile che nessuno mai si era messo alle spalle nella stagione bianca.

Non le potremmo certo raccontare una per una le salite compiute da Negri un po’ su tutto l’arco alpino in quella stagione vorticosa ed esaltante, scandita anche da un’impressionante attività scialpinistica. Ma come dimenticare la direttissima aperta al Monte Bianco nel ’68 (altra impresa condivisa con Aldino, ma anche con Casimiro, Carlo Mauri e Guerrino Cariboni arrivati a dare manforte con un giorno di ritardo) sulla Est del Grand Capucin, e il trittico di vie tracciate sulle pur più modeste pareti di casa, alla Corna Rossa dei Campelli, alla Punta Giulia e alla Mongolfiera in Grigna?

Su quest’ultima torre, lì, era arrivata anche la dedica riconoscente al CAI Belledo, la piccola e formidabile sottosezione del CAI Lecco che per Negri e compagni – parole sue, tanto asciutte quanto eloquenti – «era tutto».

Ecco fatto, Pino aveva belle costruito la sua fama di scalatore potente e sicuro, ardimentoso e completo, generoso e affidabile. Era pronto per gli scenari extraeuropei, puntualmente spalancati dalla straordinaria sfida al Cerro Torre, la montagna “impossibile”. E forse davvero lassù senza di lui i Ragni, al secondo assalto dopo essere stati respinti nel ‘70 quando a guidare la spedizione nata proprio al CAI Belledo era Carlo Mauri, non ce l’avrebbero fatta. A dirlo oggi è Mariolino Conti, l’unico vivente dei quattro uomini di vetta, l’amico che con Negri ha condiviso tanta parte di una vita di scalate, progetti, avventure ed emozioni.

«Dopo che Casimiro Ferrari ed io li avevamo anticipati per sistemare il tiro dell’anticima – ricorda con emozione colui che per i lecchesi è anche ZeninPino e Daniele Chiappa sono arrivati di rinforzo mentre eravamo alle prese con il Fungo finale. Avevamo già provato e riprovato inutilmente, sembrava proprio che non ci fosse verso di passare. Così avevamo deciso di bucare il ghiaccio nella speranza di trovarne di più solido, che ci consentisse di salire. Un tunnel, insomma, e toccava a me cercare di scavarlo, perché ero il più leggero. Quella tecnica l’avevo usata solo una volta al Palù, e per non più di cinque o sei metri. Lì invece ne avevo davanti almeno venti e non è che fossi sicuro di farcela, anzi, tutt’altro. E in quella…».

In quella?

«Proprio mentre sto per partire – continua Conti – sento che Pino grida. Grazie a una schiarita, da sotto aveva visto qualcosa che a noi era sfuggito: un punto debole, la possibilità di un’altra linea. Dovevamo calarci e traversare ancora un po’, e quando l’abbiamo fatto mi sono subito reso conto che lui aveva ragione: per di là avevamo qualche possibilità in più di spuntarla, e se era così più niente ci avrebbe fermato. Eh, il Pino… È stata sua anche l’idea matta del pupazzo di neve in vetta. Rideva quando gli ha infilato il maglione rosso che si è tolto e che era bruciacchiato per via dell’incendio in tenda giù al Paso del Viento, dove proprio noi due l’avevamo vista brutta, io poi ci ho messo il mio casco, al fantoccio, così in qualche modo un Ragno è rimasto su anche quando noi siamo scesi, con quella prima “doppia” da brivido su una corda da cinque millimetri».

Loro avrebbero dovuto essere insieme anche l’anno dopo nelle Ande Peruviane, ma Zenin non rientrò in tempo dalla spedizione Nazionale al Lhotse. E tra le gigantesche canne d’organo della meravigliosa Sud-est dell’Alpamayo, una stupefacente architettura di ghiaccio, Negri diede un’altra prova del suo modo di intendere la lealtà, il senso di appartenenza a una squadra, l’amicizia, il rispetto dei ruoli. Un giorno in cui era nella cordata di testa, a sorpresa salì così

in alto da accorgersi di poter arrivare direttamente in cima. Altroché, se poteva, tuttavia insieme ad altri compagni rinunciò. Ridiscese perché Casimiro Ferrari – il capospedizione – era rimasto al campo base a sfruttare condizioni ideali per le riprese fotografiche. Il Miro, pensò Pino, non poteva non esserci a condividere quella gioia. E allora, decise, a prendersi la cima sarebbero tornati tutti l’indomani, come puntualmente accadde.

Le trasferte sudamericane si sarebbero susseguite negli anni seguenti. Di nuovo insieme a Conti, nel ‘76 il tentativo al Taulliraju da ovest e una prima ascensione sul Taulliraju Chico nella Cordillera Bianca; poi, in quella di Huayuasch, nel ‘78 la linea tracciata sullo spigolo occidentale del Nevado Trapecio dopo che una valanga li aveva fermati al Sarapo e prima che venisse il momento dell’Aconcagua in Argentina. Passando dal Perù alla Bolivia, nel ’93 solo per Pino ecco l’Illimani, e due anni dopo in Alaska il McKinley, questa volta senza fortuna. Nel frattempo, per rivivere la bellezza speciale dei batticuore che accompagnano le emozioni condivise, nel 1984 era decollata la stagione intensissima dei trekking condotti come Guida.

Ultima lunghezza della via dei Ragni sul Cerro Torre. Foto: Marcello Cominetti

Nessuna montagna ha però mai sostituito, nel cuore di Pino Negri, quelle di casa. Amate, amatissime. Salite mille volte anche senza obiettivi alpinistici in senso stretto, semplicemente per il piacere di essere di nuovo e sempre lì. Così, tanti lecchesi hanno avuto la fortuna di camminare al suo fianco chiacchierando del più e del meno – buffamente orgogliosi di reggere per un po’ il ritmo di un fortissimo che in realtà aveva adeguato il suo passo al loro – anche solo nella salita verso la Capanna Stoppani sulle pendici del Resegone, dove lui portava spesso il suo cane.

Perché il bello dei giganti della montagna “di una volta”, a Lecco, era che quando meno te l’aspettavi li incrociavi anche nei posti più normali: in quelle persone che in certi giorni e in certi luoghi avevano saputo fare cose eccezionali riconoscevi gente poi non troppo diversa da te, alla quale nel quotidiano potevano bastare le cose che amavi: un sentiero qualunque, la traversata di un bosco, l’angolo di panca in un rifugio facile da raggiungere e affacciato sulla magia di un paesaggio familiare.

Accadeva poi che della loro preparazione superiore quei personaggi facessero dono prezioso alla collettività, magari senza che della cosa (colpevolmente) si conservasse memoria. Pino lo aveva fatto per molti anni, dai primi Settanta, come responsabile della stazione di Lecco del Soccorso Alpino. Al suo fianco, nel ruolo di vice, proprio Mariolino Conti. E chissà che nella scelta comune non ci sia stata – oltre alla molla dell’amicizia e dello spirito di servizio – l’eco dell’impotenza provata di fronte a una tragedia in cui, adolescenti, si erano imbattuti ai Piani d’Erna il giorno in cui si incontrarono per la prima volta in montagna. Di certo c’è che anche a loro si devono la generosa mobilitazione per un’infinità di emergenze e la vittoria della battaglia che ha assicurato ai volontari il risarcimento delle giornate di lavoro perse e non pagate dalle aziende, conquista di cui tra l’altro Negri e Conti non poterono godere personalmente perché la loro attività era “in proprio” e non da dipendenti.

Nomi storici dell’alpinismo in una foto degli anni ’60 alla Terrazza Martini di Milano: partendo da sinistra in alto e proseguendo in senso orario, Pino Panzeri, x, y, Carlo Mauri, Angelo Pizzocolo, Aldo Anghileri, Casimiro Ferrari, Vasco Taldo, Pino Negri, Gigi Alippi, Vincenzo Boccaforni, Renato Frigerio, Carlo Duchini, Luciano Dell’Oro, Nando Nusdeo, Emilio Valsecchi e Bepi De Francesch. Foto Archivio: Carlo Duchini.

«Una stagione di straordinario impegno, ecco cos’è stata quella che abbiamo condiviso nel Soccorso – ricorda Zenin, per un decennio membro anche della commissione tecnica Nazionale – Tra l’altro, fu la fase di passaggio dall’epoca della barella in spalla a quella dell’ingresso in scena degli elicotteri. Era tutto da inventare, insieme ai piloti dei Carabinieri e poi del SAR che erano i nostri principali interlocutori. I mezzi di allora non avevano l’argano e tantomeno il verricello. Dovevamo metterli nella condizione di atterrare. È allora che sono nate le piazzole in Grigna e sul Resegone, un lavoraccio ma con un risultato di fondamentale importanza. Per fortuna noi due avevamo l’esperienza dei cantieri in montagna per disgaggi, paravalanghe, consolidamenti e barriere di difesa, cose così».

Cose così? Se il dissesto del San Martino fa meno paura – per citare solo uno dei tanti fronti sui quali la cordata si è spesa -, i lecchesi devono anche agli anni di lavoro in parete di Pino e Mario, che in gioventù avevano lasciato rispettivamente la falegnameria di famiglia e un posto sicuro da meccanico per scegliere una vita diversa, più libera e avventurosa, spesa in montagna dove forse, forse, non sarebbero mancate neppure le occasioni professionali. Hanno avuto fortuna e non c’è dubbio che l’abbiano meritata. Non hanno avuto bisogno di diventare formalmente soci: per lavorare mille volte fianco a fianco, è bastata la loro amicizia.

Che alpinista è stato Pino Negri, per tornare a parlarne in senso stretto? Ora che il tempo ha decantato tutto, compresa l’intensissima stagione condivisa da istruttori delle Guide alpine, Conti ne traccia un profilo asciutto: «Come molti, ha conosciuto un’evoluzione via via che ha maturato esperienza. Con il fisico che si ritrovava, è stato subito uno di livello sulle vie di potenza e nell’artificiale. Su ghiaccio è diventato forte in un secondo tempo, e a quel punto è stato davvero uno scalatore completo, con un gran manico, volontà e resistenza da vendere. Dopo la collezione messa insieme da giovane, anche in età matura si è dedicato alle grandi classiche più tecniche, poi è venuto il tempo delle creste e delle salite lunghe, in ambiente, che ha amato molto. Infine la ricerca delle montagne più belle in giro per il mondo, montagne da far conoscere e in qualche modo regalare, come Guida e grazie ai trekking, a clienti diventati amici».

In fondo, il disegno di un cerchio esistenziale perfetto: la partenza da se stessi, poi gli incontri e i test fondamentali, il lungo tratto di strada verticale a caccia di emozioni forti, il tempo dei bilanci e della restituzione agli altri dei tesori di bellezza e di sapere accumulati.

Sono stati fianco a fianco, Mario e Pino, anche in Himalaya ma sul Lhotse Shar – alto 8383 m e tuttavia fuori dalla lista dei quattordici ottomila ufficiali, perché considerato cima secondaria del Lhotse – non li ha accompagnati la fortuna. In vetta a uno dei colossi “certificati” sono arrivati cinque anni dopo, nel 1988, ma quella volta si erano separati nonostante in realtà avessero deciso di muoversi ancora una volta insieme. Per farlo avevano staccato un biglietto per lo Shisha Pangma, non troppo tecnico e dunque perfetto per accompagnarvi due clienti.
Spedizione “commerciale”, insomma, tuttavia condivisa da personaggi del calibro di Sergio Martini e Fausto De Stefani o dei francesi Marc Batard e Patrick Berhault. Poi però…

«Poi però nello stesso periodo i Ragni hanno organizzato una sfida ufficiale al Cho Oyu, anche per tentare di aprire una nuova linea, e mi hanno chiesto di guidarla – ricorda Conti – lo così ho cambiato obiettivo, mentre Pino ha confermato il programma originale. È andata che un giorno, dopo che poco sotto i 7.000 m avevamo dovuto rinunciare alla nostra via sullo sperone Nord sovraccarico di neve, mi vedo arrivare al campo base Martini e De Stefani con un messaggio scritto da lui: “lo ce l’ho fatta, adesso tocca a te…” Un augurio che mi ha portato fortuna perché, a tre settimane dalla sua salita, insieme a Floriano Castelnuovo, Lorenzo Mazzoleni e Mario Panzeri sono andato a mia volta in cima, lungo la classica. So che col pensiero Pino era con me, come io ero stato con lui».

Momenti che non si dimenticano. E c’è qualcosa che neppure io ho dimenticato, di quei giorni lontani. Sono le parole di Negri, al ritorno dallo Shisha Pangma. L’avevo davanti in redazione alla Provincia di Lecco per un’intervista, non immaginando che a fine anno – e proprio per essere diventato il primo Ragno riuscito a spuntarla su un gigante himalayano – avrebbe ricevuto la civica benemerenza. Lui cercava un modo semplice per spiegarmi ciò che aveva vissuto. Come al solito lo faceva con un filo di imbarazzo e senza darsi importanza né darne ai problemi risolti nella scalata, benché nella traversata dei pendii sommitali – durante l’ultimo balzo che gli aveva richiesto otto ore e altre quattro per il rientro al campo 3, a quota 7200 m – avesse dovuto vedersela con un forte pericolo di valanghe. «Un ottomila è qualcosa di unico e di straordinariamente complesso – s’era deciso a dire – Ti riempie di emozioni e ti mette di fronte a un test in qualche modo definitivo: ti chiede la capacità di soffrire, il controllo di ogni situazione. Un’esperienza che tutti gli scalatori maturi dovrebbero provare».

«E in vetta? – l’avevo incalzato – In vetta, Pino?».

«Una bomba atomica di felicità».

Era una lezione e forse allora non lo capivo con la chiarezza di oggi. Cinque parole, non una di più, ma con dentro l’intero romanzo di una vita. Il suo modo perfetto di raccontare la meraviglia della montagna e il perché dell’alpinismo.

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Pino Negri ultima modifica: 2017-08-14T05:04:56+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Pino Negri”

  1. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Disse un giorno l’Anna Magnani: “Non è giusto morire, visto che siamo nati”.
    Eppure la vita è cosí.
    E nessuno ci capisce niente. Nessuno ci ha mai capito niente. Nessuno ci capirà mai niente.

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