Posizione e rotta del Parco nazionale del Pollino

Posizione e rotta del Parco nazionale del Pollino
di Emanuele Pisarra
(già pubblicato su http://paroladiacalandros.blogspot.it/ il 25 ottobre 2017)

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Non ho il polso della situazione degli altri Parchi nazionali in Italia. Ho, invece, ben chiara la situazione in cui naviga il Parco nazionale del Pollino. Anzi, non naviga proprio, se per navigazione si intende una traversata da un punto di partenza verso una meta.

Il Piano di Novacco. Foto: Emanuele Pisarra

La navigazione – secondo wikipedia – indica l’insieme di tecniche usate per determinare la posizione e la rotta di una imbarcazione in mare.

Se riportiamo il pensiero a un area protetta, la realtà è chiara: i parchi, le aree protette in genere, non hanno nessuna rotta. Nel senso che sono immobili, ferme, in attesa di un nuovo vento che le porti da qualche parte.

Aspettano una nuova legge quadro per il momento arenatasi tra gli scogli di un Senato che non ha interesse immediato (e per molti versi, meno male!) a determinarne una rotta, una direzione, una meta.

Però, per avere una rotta, nel senso che si sappia con certezza verso quali lidi navigare, bisogna avere una posizione.

Se per posizione si intende: protezione dell’ambiente, difesa del paesaggio, conservazione di particolari specie botaniche, forestali e tutte le altre cose sulle quali da anni scriviamo pagine e pagine di commento sull’una o sull’altra iniziativa più o meno “ecosostenibile”, tranquillamente si può affermare che non esiste alcuna posizione.

Di conseguenza, se non sussiste una posizione, è impossibile stabilire una rotta e quindi una meta. Questo è proprio il caso delle aree protette in Italia.

Le cause sono tante. A partire da un Ministero dell’Ambiente che sembra non sapere della propria esistenza e quali siano i compiti che è chiamato a svolgere.

In anni non sospetti ho pensato e scritto che, alla stregua del National Park Service americano, dovesse essere creato un organismo centrale che desse le direttive (la rotta di cui sopra) entro le quali i parchi si devono muovere.

Per qualche tempo, uno dei primi ministri dell’ambiente, provò a creare una specie di Commissione nazionale, costituita da esperti, docenti e autorità nel campo ambientale, che potessero redigere una sorta di decalogo giustificativo per l’esistenza delle aree protette. Ma cambiò il Ministro e non se ne fece più niente. Cambiarono i governi e la situazione peggiorò sempre di più. La mannaia del risparmio a tutti i costi penalizzò in modo tangibile i Parchi, lasciandoli alla mercede dei singoli dirigenti che si alternarono alla loro guida. Cambiarono ancora i governi, e nel 2004 un ministro ebbe un’idea a dir poco bislacca: gli enti con meno di cinquanta dipendenti avrebbero dovuto essere chiusi.

Rifugi di Piano Novacco. Foto: Emanuele Pisarra

Si aprì la corsa a “rimpolpare” il personale degli Enti – soprattutto quelli dei parchi – in modo da scongiurarne la chiusura. Oggi registriamo come questi enti, che dovevano essere il nuovo, il futuro, la vera governance del territorio, del paesaggio, del benessere dei cittadini, si siano ridotti a mere illusioni, che hanno vanificato lo sforzo di una generazione intera di uomini, ritrovatisi come i creduloni che speravano in una nuova rinascita attraverso un uso corretto del territorio.

Sorrido molto (ed è – beninteso – un sorriso amaro) per l’ennesimo comunicato di una nota e meritoria associazione ambientalista (Associazione Italiana per la Wilderness) che si lamenta dell’apertura, o meglio della gettata di asfalto su una strada del Pollino nel territorio di Saracena.

Se da un lato, il Parco del Pollino ha il più alto numero di strade per chilometro quadrato di superficie, una strada in più o in meno che differenza fa? D’altronde, sono lontani i tempi in cui un gruppo di persone si opponeva alla costruzione di strade nel Gran Paradiso, in Abruzzo; oggi questo non è più possibile, sia perché mancano quelle persone, sia perché si è completamente persa quella coscienza che faceva arrabbiare, e scendere in piazza per protestare.

Se a questa mancanza di coscienza, aggiungiamo come molte norme che tutelavano il territorio siano state cambiate in favore della sua distruzione, e constatiamo che non si sa chi siano i controllori e cosa controllino, perché di fatto le guardie sono state “imprigionate” a favore di saccheggiatori senza scrupoli, il risultato è chiaro.

Di conseguenza se la posizione si è ulteriormente persa, è assai difficile stabilire una nuova rotta. Eppure non costerebbe molto, in termini economici, rispetto ai danni che si stanno perpetuando ai parchi e non solo.

Basterebbe indire un concorso per titoli ed esami a Direttore sopraintendente di Parco (ne servirebbero solo venticinque in tutta Italia) per mettere al sicuro questa figura professionale e sganciarla dai voleri dei presidenti di turno. Invece no: anche nelle proposte delle nuove modifiche alla legge quadro, questa figura passa, addirittura, a completo appannaggio del presidente: questi può sceglierlo a proprio piacimento, assumendolo con un contratto di tre o cinque anni, rinnovabile una sola volta.

Il quesito è: quale direttore di parco, assunto con queste modalità, farà bene il suo lavoro, mettendo a rischio il proprio rinnovo?

E torniamo alla questione delle strade, realizzate con i fondi del Parco. Ovviamente si tratta dell’ennesima prova del fallimento di quell’idea di parco che molti di noi hanno e sostengono, prima la conservazione e dopo, molto dopo, lo sviluppo sostenibile.

Invece, si fa l’esatto contrario. Infatti, sono lontani i tempi in cui un parco comprava i boschi per scongiurarne il taglio: oggi, addirittura, si autorizzano in nome di una resilienza, e si chiedono finanziamenti europei per abbattere antiche e vetuste piante.

Il Pollino è un continuo cantiere di tagli. Si abbattono dappertutto boschi secolari, antiche piante simboliche (penso agli ontani giganteschi, quasi sentinelle delle sorgenti del fiume Rosa, che erano scampati agli ultimi tre tagli precedenti), tutto perché non si sono trovati i fondi per acquisire queste foreste nel patrimonio forestale del Pollino e della Calabria. 

L’unico atto del genere fu fatto dal primo e unico vero presidente “ambientalista”, che ha avuto il Parco del Pollino, Mauro Tripepi: egli nel 1997 comprò diecimila ettari di superficie da una nota famiglia di latifondisti per scongiurare la costruzione di un villaggio turistico.

Oggi, presidenti di quella fatta non esistono più. Per questo i grandi proprietari che posseggono boschi all’interno del Parco si sono fatti avanti, impugnando il proprio diritto a tagliare alberi, per realizzare profitti e reddito.

Cartello di protesta a Piano Masistro

D’altronde, se l’Ente Parco non è in grado di offrire loro una alternativa, non avendo ancora un Piano del Parco, e quindi gli strumenti per opporsi a tali richieste, cosa potrebbe proporre? Per rafforzare questo concetto, porto un altro esempio: dopo le proteste a proposito dell’uso di traversine ferroviarie al creosoto per la realizzazione di un sentiero nel territorio di Valsinni, l’Ente Parco si svegliò e ne chiese la immediata rimozione ma, ed è triste dirlo, le traversine sono esattamente lì dove erano state messe in opera.

Per questo bisognerebbe fermarsi un attimo, approvare il Piano del Parco, farlo diventare esecutivo e poi intraprendere quella rotta della quale dicevo.

Se non si dota il Parco degli strumenti necessari per stabilire da quale parte andare, la soluzione di tutta la questione è molto semplice: sciogliere l’Ente e “liberare i cani”.

Per quanto riguarda la strada di Saracena, essa collega alcune strutture con l’autostrada. L’una delle due: o togliamo queste strutture (se fossimo negli Stati Uniti, le avremmo smontate eliminando anche la rete fognante) oppure le rendiamo accessibili ai mezzi. Per questo credo che, in linea di principio, un Ente Parco non deve impiegare i propri fondi per asfaltare strade.

Tuttavia NON è stato un errore l’utilizzo di denaro del Parco per fare asfaltare l’ultimo pezzo di strada che collega Masistro con Campotenese (due anni fa fu rattoppata la strada che sale a Colle Marcione; prima ancora quelle che portano a Pedarreto, a Colle del Dragone, oppure quelle che giungono al Piano di Lanzo e alla Madonna del Pollino, come pure quella che sale a Timpa delle Murge, ecc.).

C’è anche da dire che negli ultimi anni – visto che sono state abolite le Comunità Montane, e i Consorzi di Bonifica sono stati “intruppati” di impiegati – l’Ente Parco ha dovuto fare da supplente per tutto ciò che riguarda l’ordinaria amministrazione del territorio, compresa la manutenzione delle strade.

Anni fa, a proposito della conquista della ‘patacca’ della CETS (Certificato Europeo del Turismo Sostenibile), mi fu chiesto qualche suggerimento a proposito della fruibilità del Parco.

La mia proposta fu la creazione di alcuni “Punti di Partenza” (Start Points) da allestire per poter fruire del nostro territorio.

Ovviamente non se ne fece nulla, ma io rimango della stessa idea: abbiamo nel nostro territorio circa trenta rifugi, molti dei quali facilmente accessibili con la macchina, quindi la manutenzione della viabilità è necessaria e improcrastinabile.

O la cura l’ente preposto, e nel caso delle strade di montagna tocca alle Comunità Montane e suoi “derivati [1]”, oppure all’Ente Parco, che dovrebbe avere una voce in bilancio esclusiva per questi scopi.

Ovviamente esiste anche una terza soluzione: eliminare qualche rifugio. Ma se molti dei nostri rifugi sono stati restaurati con diversi milioni di euro provenienti dalle casse dell’Ente parco, ora che facciamo? li abbattiamo?

Nota
[1] In Calabria i compiti, il personale e le attrezzature delle Comunità Montane sono finite in mano al nuovo ente denominato “Calabria verde”. In Basilicata le Comunità Montane sono state denominate “Accordi di Programma” e hanno mantenuto compiti, mezzi e uomini.

 
 
 
 
 
 
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Posizione e rotta del Parco nazionale del Pollino ultima modifica: 2017-11-13T05:24:17+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Posizione e rotta del Parco nazionale del Pollino”

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    Ghigo Rossi says:

    La situazione è per certi versi peggiore nel Parco Nazionale del Gran Paradiso perché qui la pressione antropica è maggiore. Anche se il territorio non si presta ad esser infrastrutturato oltre una certa quota, dato che per la maggior parte si tratta di terreni posti sopra i 2500 metri s.l.m., tutti gli alvei torrentizi sono stati cementificati e non vige alcuna limitazione all’alpinismo di massa che porta ogni anno sulle vette centinaia di migliaia di persone, oltre a coloro che scalano le cascate di ghiaccio e agli escursionisti d’alta quota che frequentano assiduamente nei mesi estivi i rifugi, divenuti ormai veri e propri alberghi. Anche i servizi in elicottero abbondano sopra ogni ragionevole limite, dal soccorso alle cistruzioni al rifornimento di rifugi e alpeggi. Lo scioglimento dei ghiacciai è in straordinaria accelerazione. La presidenza del parco è affidata a una nomina politica che lavora con lo scopo di agevolare il più possibile le attività produttive locali. Anche il PNGP sta lentamente morendo, e la differenza tra il territorio compreso entro i suoi confini e quello esterno diventa sempre più sottile, più un limite di contributi concessi o meno che una differenza di livello di tutela reale.

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