Prima ascensione di un Settemila del Karakorum

Il Kunyang Chhish East 7400 m, inviolata cima del Karakorum (gruppo Hispar Muztagh) è stato salito per la parete sud-ovest.
La cima principale (7852 m) è la 21a montagna del mondo: fu salita per la prima volta dai polacchi di Andrzej Zawada nel 1971. E, a dispetto di alcuni tentativi, la cima orientale aveva resistito fino all’estate 2013. Il tentativo più spinto era stato quello dei due americani Steve House e Vince Anderson nel 2006. Sfortunatamente, a soli 300 m dalla cima, avevano dovuto ripiegare respinti da un muro verticale di roccia. La parete sud-ovest, di 2700 m, è stata a lungo considerata uno degli ultimi grandi problemi. L’impresa ha guadagnato la nomination al Piolet d’Or 2014.

Matthias Auer incomincia a scalare nel giorno della vetta

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Kunyang Chhish East: prima ascensione
di Hansjörg Auer

Stavamo camminando lungo la morena dell’Hispar Glacier quando vedemmo per la prima volta la nostra meta. Su un verde ripiano a Dachigam, da dove si vede il Pumari Chhish Glacier fluire proveniente dalla base del Kunyang Chhish, sussurrai al mio compagno svizzero Simon Anthamatten: – Da non crederci… una vera mostruosità!

Erano le dimensioni che mi sconvolgevano. Il grande anfiteatro, formato dalla cima principale con la Est e la Sud, era una delle formazioni più selvagge che avessi mai visto. Poi andammo verso il campo base, e improvvisamente Simon si fermò ancora: le nuvole si stavano diradando e potevano così vedere l’intera parete sud-ovest fino alla cima piramidale della nostra montagna. Ci guardammo, dopo aver realizzato che da Dachigam avevamo visto solo metà della parete.

La spedizione non cominciò come previsto. Risolti i problemi per il permesso, che ci ritardarono qualche giorno, e dopo aver ricevuto una telefonata da Berna di Simon che mi diceva di aver finalmente avuto il visto, cinque minuti dopo ero stato chiamato da Matthias, mio fratello: stave andando all’ospedale perché si era fatto male al pollice.
Dopo quella notizia, avevo un po’ di confusione in testa. Seduto, cercavo di calmarmi. Avevamo investito nel progetto, tempo, studi, allenamento. Sembrava che le cose volessero andare a modo loro, cos’ Simon e io decidemmo di andare comunque all’avventura.

Venti giorni dopo stavamo partendo per il nostro primo tentativo alla parete sud-ovest: era il 25 giugno, ci eravamo acclimatati, lentamente facendo l’abitudine alla quota, scalando su qualche cresta e paretine vicino al campo base, poi salendo la vetta dell’Ice Cake Peak 6400 m e dormendo in cima. Scesi al campo base ci restammo solo il giorno necessario per preparare gli zaini per il primo tentativo al KC East.

Nel frattempo Matthias era arrivato. Ma, sia per la ferita, sia per l’assenza di acclimatazione, dovette rimanere al campo. Neppura sull’Ice Cake Peak era potuto venire: e questo gli aveva dato fastidio, ma con il Kunyang Chhish non si poteva scherzare.

Hansjoerg Auer in testa su terreno misto a 6500 m

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Simon e io ci sentivamo forti. Al terzo giorno, quando il tempo stava cambiando e il vento era sempre più violento, arrivammo a un posto da bivacco a circa 7000 m. Erano solo le due del pomeriggio ma non si poteva andare Avanti. Eravamo molto esposti alle intemperie, non dimenticherò mai quella notte passata a temere di essere portati via nel buio del Karakorum.
Il mattino dopo era anche peggio. La neve riusciva a passare anche attraverso la cerniera della tenda. Di solito riesco abbastanza a dominare le mie emozioni nelle situazioni dure. Ma ecco che alle 8 capii che dovevamo reagire, altrimenti la montagna avrebbe preso il sopravvento. Disfacemmo il campo e lottammo nella discesa fino alla base. Dopo 14 ore, Matthias era contento di rivederci e di poterci aiutare con i carichi, lieto anche di non essere più incazzato.

Simon Anthamatten

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Quattro giorni dopo eravamo di nuovo sulla via, ma le molte valanghe e le tonnellate di neve fresca ci costrinsero a una ritirata a soli 5600 m. Avevamo anticipato troppo la finestra di bel tempo, fu un errore e lo stavamo pagando, perché la montagna qui non perdona nulla.
Arrabbiati ritornammo al campo base. Sebbene avessimo ancora tre settimane, era chiaro che ci rimaneva più solo una chance: due tentativi non sono acqua fresca. Ci riposammo un giorno, cercammo di dormire il più possibile, ma poi dovevamo ripartire. Senza altra scelta.

Hansjoerg Auer

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L’acclimatamento di Matthias non era allo stesso livello nostro. Era stato da solo fino a 5500 m, ma questo non è abbstanza per il KC East. Avrebbe dovuto almeno salire sull’Ice Cake Peak. Andò assieme a Simon, in una botta da due giorni, mentre io facevo riposo al campo base, al Massimo giocando con I massi.
Nei dieci giorni seguenti non ci fu molto da fare. Brutto tempo, venti fortissimi sulla cima e neve fresca fino al campo base ci stavano incastrando. Non vedevamo l’ora, l’essere stati così vicino alle ultime cornice della vetta ci faceva letteralmente friggere.

La sera del 13 luglio, Karl Gabl, il nostro meteorologo in Austria, ci diede una previsione favorevole. Non la finestra perfetta, ma almeno condizioni accettabili e notti fredde e serene. Ora anche Matthias era della partita. Il 14 luglio, alle 4 di mattina, partimmo in tre. I primi due giorni andarono lisci. Dopo uno spettacolare bivacco su un fungo di neve scalammo senza problemi fino a 6600 m, alla fine del secondo giorno.
Solo il vento che si alzava e gli spindrift delle ultime lunghezze miste ci avevano dato un po’ di fastidio. La notte fu abbastanza dura, la neve tendeva a coprire e schiacciare la tenda. Il mattino dopo era freddo e grigio.
Tentammo di proseguire ma non era possibile. Trovammo un piccolo crepaccio dopo 200 m, un piccolo tunnel conduceva all’interno: un rifugio perfetto, senza vento e senza spindrift, cosa che ci permise di aspettare lì due giorni il bel tempo.

Matthias Auer

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Alla mattina del 18 luglio il vento si era calmato e il cielo si era rasserenato. Sembrava davvero l’ultima chance. Alle 6, quando spuntò il sole, partimmo. Il terreno che ci attendeva, di misto, era impegnativo: le dita delle mani e dei piedi diventavano sempre più fredde e la lunga traversata sulla cresta, tutta di ghiaccio, ci stava sfinendo. A 7000 m sostammo un poco, prima della cresta finale. Il primo gradino, per raggiungere la cresta finale, si rivelò non così difficile come lo aveva descritto Steve House. Traversammo proprio sul filo e arrivammo a terreno più facile. Le condizioni stavano peggiorando ma sapevamo che ci mancava molto poco.

Sempre più lenti, traversammo verso il punto più alto e alle 12.30 non potevano crederci, ma eravamo in cima. Con le lacrime agli occhi ci abbracciammo, sotto c’erano le nuvole di un mare che lasciave emergere solo le vette più alte del Karakorum. Il Kunyang Chhish East non è più inviolato!

Postato il 17 marzo 2014

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Prima ascensione di un Settemila del Karakorum ultima modifica: 2014-03-17T00:16:23+00:00 da Alessandro Gogna

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