Progetto di valorizzazione delle falesie lecchesi

Progetto di valorizzazione delle falesie lecchesi
di Renato Corti (Servizio Agricoltura e Foreste CMLOVSM)
Il presente post è tratto dalla relazione che Renato Corti fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Già a partire dal 2010 la Provincia di Lecco ha istituito un Tavolo per la Montagna, finalizzato a raccogliere proposte dal mondo dei frequentatori della montagna, con la volontà di tradurlo in interventi concreti. A seguito di quella iniziativa è stato determinato di fare qualcosa in favore delle falesie per l’arrampicata sportiva.

– La volontà di intervenire sulle falesie lecchesi è stata espressa dal mondo degli arrampicatori, o almeno da una parte rappresentativa di essi.
– La Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino è stata individuata come “capofila” per la realizzazione dell’ambizioso progetto per avere in passato attuato un analogo intervento con la riazttrezzatura di circa 130 itinerari alpinistici su roccia sulla Grigna Meridionale e sulla Corna di Medale.

In effetti esiste qualche analogia tra i due progetti, insieme a importanti differenze dovute al tipo di terreno, al metodo di “apertura” degli itinerari, alle difficoltà tecniche medie ed alla filosofia di fondo che caratterizza l’arrampicata in montagna e l’arrampicata sportiva in falesia, due attività profondamente diverse, come vedremo più avanti.

Quindi, se il progetto Grignetta e Corna di Medale ha considerato modalità di intervento adatte alla montagna, un progetto per il miglioramento delle falesie di arrampicata lecchesi, quello di cui parliamo oggi, deve assumere presupposti e modalità propri.

Accesso al Nibbio, situazione attuale. Foto: Renato Corti

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Alcune analogie
Motivazioni: il territorio lecchese ha un patrimonio notevolissimo di strutture naturali adatte per l’attività che possiamo definire il “diletto arrampicatorio”, che consiste in pareti a carattere alpinistico dislocate sulla Grignetta e la Corna di Medale, e strutture più modeste per dimensioni e collocazione che possiamo classificare falesie.
Tutto questo, si è tradotto in passato e si traduce oggi, in maniera esponenziale, in frequentazione sportiva che diventa “attrazione turistica” per i frequentatori non locali, spesso stranieri. Per fare un esempio: quando il sottoscritto, che abita a Galbiate, si reca 50 volte l’anno ad arrampicare alla falesia omonima, compie una attività sportiva. Se la stessa cosa la fa una persona che viene da Francoforte, si chiama turismo finalizzato all’arrampicata.
Riconosciamo dunque alle strutture di arrampicata almeno questa doppia valenza.

Origini: l’apertura di nuovi itinerari su roccia si svolgeva fino ad un recente passato con modalità perlopiù univoche, sempre partendo dal basso e posizionando man mano gli ancoraggi di protezione, secondo un’etica classica che esalta lo spirito di avventura.
Oggi i metodi e di conseguenza le “etiche” si differenziano molto.

Utilizzo dei materiali: ci sono oggi molte analogie tra i materiali utilizzati per l’apertura o la riattrezzatura degli itinerari in montagna o in falesia.

Affidamento dei lavori: l’intervento pubblico non può che essere affidato a Guide Alpine, cioè professionisti ufficialmente abilitati a tale esercizio in base a una normativa. Questo comunque nulla toglie alle capacità tecniche dei chiodatori volontari, che hanno fino a oggi realizzato il patrimonio di itinerari di cui il territorio dispone.

Metodologia del progetto: la Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino ha affrontato a suo tempo il progetto di riattrezzatura degli itinerari alpinistici di Grignetta e Medale ricercando nell’ambiente degli alpinisti locali la maggior condivisione possibile, a partire dai primi salitori allora ancora viventi, depositari di una innegabile paternità morale delle vie da loro aperte. Fra i tanti cito due nomi a tutti noti: Riccardo Cassin e Walter Bonatti. Dal primo, a lavori conclusi, abbiamo avuto un personale apprezzamento.

La condivisione è stata ricercata comunque anche tra gli alpinisti in attività, attraverso tavoli di confronto sui criteri di intervento a cui hanno partecipato chiodatori, scalatori e Guide Alpine interessati a partecipare al dibattito e disponibili a dare il proprio contributo in termini di pareri e consigli. Da questi incontri è nato un gruppo di lavoro che ha affiancato la CM per tutta la durata dei lavori.

Anche per il progetto di sistemazione delle falesie si sta procedendo con simile approccio.

L’intervento sulle falesie
Entriamo ora nel merito dell’intervento specifico sulle falesie.
Esistono innanzitutto alcune indicazioni che possiamo considerare come criticità, che indichiamo sinteticamente in quanto verranno approfondite in seguito, grazie anche al confronto con l’esperienza del territorio di Arco di Trento.

– Non esiste oggi in Italia, per quanto ci è dato di sapere, una normativa tecnica di riferimento per la realizzazione di falesie di arrampicata su strutture naturali, come esiste invece in Francia. In assenza di tale riferimento emergono interrogativi sia dal punto di vista tecnico che sotto il profilo delle responsabilità in caso di incidenti.
– Le proprietà delle aree dove si trovano le falesie lecchesi sono quasi esclusivamente private. Su questo tema, sia per la possibilità effettiva di fare degli interventi in termini autorizzativi, sia in termini di responsabilità, è necessario avere dei riferimenti e fare chiarezza.
– La quasi totalità delle falesie attualmente esistenti sono state attrezzate e pulite da volontari che, dopo avere individuato le strutture naturali adatte, vi hanno poi tracciato gli itinerari (in alcuni casi con intuizione eccezionale), spendendo centinaia di ore di faticoso lavoro per pulire la roccia da erba e sassi mobili, provare i movimenti e collocare protezioni e punti di calata.
Questo non va dimenticato, e a loro deve andare la gratitudine della comunità degli scalatori.
Nel nostro territorio esistono delle eccezioni come: 1) la riattrezzatura delle vie sportive nel comprensorio dello Zucco Angelone – Sasso di Introbio, effettuata in un passato ormai non recente su meritoria iniziativa del Comune di Introbio, e naturalmente 2) la già citata riattrezzatura di Grigna Meridionale e Corna di Medale (in questo caso il progetto ha riguardato itinerari di stampo alpinistico) su iniziativa della Comunità Montana del Lario Orientale nel 2002, Anno Internazionale delle Montagne. In entrambi i casi con il finanziamento di Regione Lombardia.
– In molte falesie sono sotto gli occhi di tutti i segnali di obsolescenza degli ancoraggi quindi, la loro minore affidabilità e la necessità di manutenzione, determinano il progressivo abbandono di queste aree da parte degli arrampicatori. Gran parte delle falesie infatti è stata attrezzata a partire dalla fine degli anni ’80 fino a tutti gli anni ’90, e solo poche di esse beneficiano di una qualche forma di manutenzione, sempre, prevalentemente, a titolo volontaristico.
Si rende evidente ora la necessità di intervenire con sollecitudine e, negli anni successivi, di mantenere una verifica periodica e programmata.

Alla base del Nibbio. Foto: Renato Corti

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Obiettivi del progetto
– Realizzare un’analisi della situazione delle principali falesie del comprensorio lecchese;
– Individuare i criteri generali di intervento (condivisione);
– Individuare una serie di priorità di intervento (condivisione);
– Individuare anche criteri “mirati”, per adattare l’intervento stesso a seconda della condizione di ogni singola falesia (condivisione);
– Proporre un regime di gestione delle falesie in termini di manutenzione;

Linee generali di intervento
– Si interviene esclusivamente su strutture attualmente frequentate e su itinerari esistenti. Non si realizzano nuovi itinerari;
– Si interviene sostituendo tutti gli ancoraggi ed i punti di calata avendo cura di rimuovere gli ancoraggi originali e di coprire i buchi delle vecchie perforazioni;
– Correggere, se necessario, il posizionamento delle protezioni nei punti critici: di solito i primi 2 o 3 ancoraggi partendo da terra o da cenge, terrazzi ecc. Si cercherà comunque, pur dando la massima priorità al miglioramento delle condizioni della chiodatura degli itinerari, di non stravolgerne il “carattere” originale;
– Effettuare la pulizia della parete da vegetazione ed eventuali sassi mobili;
– Sistemare il terreno alla base della parete, dove partono gli itinerari, con piccoli interventi quali: gradinature, piazzole (creandone di nuove o migliorando quelle già esistenti), pulizia della vegetazione: per alcune falesie di maggiore frequentazione si può prevedere anche la realizzazione di ulteriori elementi di arredo;
– Posizionamento di pannelli informativi;
– Sistemazione dei sentieri di accesso e posizionamento di segnaletica adeguata;
– Prevedere opportuna comunicazione.

Valorizzazione della falesia del Corno del Nibbio Settentrionale
In generale

– Sono stati stabiliti e condivisi i criteri generali, coinvolgendo nelle valutazioni un ampio gruppo di scalatori e chiodatori del territorio.
– E’ stata stabilita la priorità di intervenire al Corno del Nibbio Settentrionale, situato ai Piani dei Resinelli in Comune di Ballabio, a 200 metri di distanza dal confine del Comune di Lecco. La scelta è motivata sia dal carattere storico e dal prestigio della falesia, frequentata fin dagli anni ’30 del XX secolo, che dall’oggettiva bellezza della roccia e dal valore tecnico degli itinerari.

Esempio di sistemazione a cura della Comunità Montana. Foto: Renato Corti

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Indicazioni tecniche
– Materiale da utilizzare per le protezioni e gli ancoraggi di sosta: fix inox 12 mm e gruppo sosta collegato da catena con anello e moschettone di calata in acciaio. Non si utilizzano fittoni resinati.

Modalità di intervento sulla chiodatura degli itinerari in parete
A Intervenire solo su itinerari esistenti, senza creare nuovi itinerari o varianti;
B sostituire tutte le protezioni e le soste di calata, tagliando a filo i monconi delle vecchie protezioni e chiudendo tutti i fori (anche quelli vecchi) con resina;
C correggere la posizione delle prime protezioni, alla partenza delle vie, o di quelle sopra eventuali cenge e terrazzi lungo i “tiri”, aggiungendone di nuove dove necessario, rispettando il più possibile le posizioni originali degli ancoraggi successivi;
D spostare alcune soste, dove possibile, per consentire il concatenamento dei secondi tiri, tenendo in considerazione una lunghezza massima per la calata a “moulinette” compatibile con la corda da 80 metri. Queste possibilità vengono opportunamente segnalate nei pannelli informativi.

Modalità di intervento sulla sistemazione della base della parete
A Sistemazione dei sentieri di accesso e posizionamento di segnaletica adeguata;
B sistemazione delle aree dove staziona l’assicuratore, tramite la realizzazione di gradoni con travi squadrate di castagno;
C pulizia generale dell’area;
D posizionamento di pannelli informativi.

Conclusioni
Ci auguriamo che le modalità di approccio al problema possano portare a soluzioni efficaci ed utili alla valorizzazione delle falesie in tutto il territorio lecchese.

postato il 19 giugno 2014

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Progetto di valorizzazione delle falesie lecchesi ultima modifica: 2014-06-18T22:45:14+00:00 da Alessandro Gogna

15 thoughts on “Progetto di valorizzazione delle falesie lecchesi”

  1. Mai come in questo caso vale il detto chi troppo vuole nulla stringe. L’editoriale di Pareti è lo specchio di quello che hanno pensato tutti fin dall’inizio. Viene da pensare molto male. Ma il preventivo astronomico era stato costruito dalla comunità montana o consigliato dagli ignoti o poco noti che avrebbero dovuto fare i lavori?

  2. Carlo, alle soste sono stati messi. E prima o poi spunteranno anche lungo la fessura.

    Questo è un paese in declino e si vede anche da queste iniziative volte solo ad appiattire tutto.

  3. Se qualcuno mi spitta la Fessura della Disperazione, me la faccio col “Furbo” (attrezzo per moschettonare a distanza, NdR).

  4. Ma perché dobbiamo rendere tutto uguale, omologato, pianificato, come una minestra già bella e pronta? Preconfezionato dove serve più muscolo che cervello. Perché dobbiamo rendere “fruibile tutto a tutti” come se si fosse dentro a un parco divertimenti dove basta pagare il biglietto.

  5. “Sarà un buon intervento”… e chi l’ha deciso, un comitato di saggi??

    Speriamo almeno che non sia come quello nominato dal nostro Presidente della Repubblica…

  6. Se si pensa che il problema Nibbio stia nel cambio di qualche chiodo non si è capito quel che sta succedendo (non solo lì).

  7. Massimo che le richiodature facciano comodo non ho dubbi. Le posso capire sulle vie di tipo sportivo o comunque dove già in origine erano stati usati gli spit che magari adesso con l’usura del tempo sono marci. Ma sulle vie alpinistiche o comunque dove c’era una chiodatura tradizionale a fessura predisporre una chiodatura fissa , secondo me è snaturare l’itinerario.
    L’attività alpinistica non è un’attività comoda.

  8. Luca, Alberto, Carlo… avrete anche ragione sui sentieri e le aiuole ma le richiodature fanno comodo.
    Tolgono disperazione e danno soddisfazione!

  9. la ….”valorizzazione” (va bè userò anche io questo orrendo termine da burocrati degli uffici tecnici comunali…) è data dalla storia scritta sulle pareti con le vie e le gesta di chi le ha aperte e ripetute.

    Non è certo la qualità della chiodatura, i sentierini e le aiuole da parco giochi che ne misurano la qualità.

  10. REPETITA IUVANT.

    Più sotto riporto il commento che sul Gogna Blog avevo fatto a “Il sistema falesie lecchesi” (sono sempre loro).
    Al Nibbio è un po’ che non vado: chissà se hanno già tolto anche quelle povere assicelle scassate che da decenni stavano sul “sentiero” sotto alla Mckinley (a tale “preda” hanno fatto la foto – un po’ come quelle storiche del cacciatore con schioppo sottobraccio e piede sulla testa del leone – ma a me andavano bene com’erano, tanto non servivano a niente; ora invece servono, ad demonstrandum).
    *
    Quanto alla “valorizzazione” ecc. (“fruizione”, “gestione”, altri) – cioè quei vocaboli in voga che vengono somministrati pure agli alpinisti fino a che se li usano loro stessi – per capire di che (in realtà) trattasi può ad esempio servire la lettura su Internet di uno scritto di Paolo Carpentieri, magistrato: “Fruizione, valorizzazione e gestione dei beni culturali”.
    *
    Riassumo circa quanto ora in commento: alpinisti lecchesi, svegliatevi!
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    “Il racconto/programma (come quelli appena comparsi sul Gogna Blog a proposito del parallelo sistema trentino, specie per Arco) vuole convincere, e quasi commuove per la sua lineare semplicità.
    Eppure, a me piuttosto richiama alla mente ciò che Claude Lévi- Strauss scriveva a proposito di certe operazioni dei salesiani: “… Questi missionari… hanno condotto nello stesso tempo eccellenti inchieste etnografiche… e un metodico sterminio della cultura indigena”. .. “… il mezzo più sicuro per convertire i bororo consisteva nel far loro abbandonare il villaggio per un altro in cui le case fossero disposte in ranghi paralleli [nota mia: prima e da sempre i villaggi erano stati realizzati in altra disposizione, conformemente ad una tradizione fondata su altri significati]. Disorientati in rapporto ai punti cardinali, privati del piano sul quale si basavano tutte le loro nozioni, gli indigeni perdono rapidamente il senso delle tradizioni…” (da Tristi tropici, 1955, ed. Il Saggiatore 2008, pagg. 183-186).
    Venendo a noi, il problema sarebbe nel rapporto con l’alpinismo (tradizionale): per Lecco, come per Arco, narrano bene (avranno fatto rete…), ma non è un caso che tanto per cominciare nel “nuovo” si siano accaparrati il vecchio Nibbio (anche lui “… terreno di gioco nuovo, quasi del tutto ignorato dalle generazioni precedenti di scalatori”?) , dopo che ne era già stato cambiato il nome (ora è “falesia”), cioè identità, anche dei suoi frequentatori.
    Sarebbe importante almeno non prenderle tutte per buone: ad esempio Oggioni ed Aiazzi (vd. filmato in “Il Corno del Nibbio”, Gogna Blog) col nuovo non hanno a che fare, eppure in esso sono reclutati con la scusa della storia (chi appena si intende di mercato sa bene quale nell’attuale è il valore economico estratto dal pregresso).
    Ulteriori discorsi hanno analogo senso: dall’ormai onnipresente sottolineatura/scusa sull’obsolescenza/pericolo del materiale presente in parete (per me chi preferisce sentirsi “protetto” almeno lì potrebbe non andare; ora però trattasi di legittimare eticamente ed economicamente i nuovi “… operatori di grande competenza” ma – tante grazie – “… condividendo il più possibile i criteri di azione con la comunità degli scalatori”…), invero altro sistema per sopprimere il passato e la sua cultura; alla solita manifestazione di preoccupazione ambientale (“… Sottolineiamo allora con vigore l’importanza della salvaguardia di questo preziosissimo patrimonio ambientale, già abbondantemente intaccato da insediamenti urbani, strade, complessi industriali, cave.”), come se non fossero queste innovazioni a costituirne la causa e con metodo da avvisi alla moderazione sui pacchetti di sigarette (Comici, Cassin e c., in Grignetta non facevano “… una attività poco invasiva…”?).
    Nè basta il “ricordo” di facciata dei vecchi chiodatori (tra l’altro, non sono mica tutti morti).
    Diciamo la verità: ora interessano soldi e posizioni, per cui l’alpinismo di una volta, che si sono trovati sulla strada, o se lo prendono o lo buttano da parte o lo eliminano, senza riguardi o con qualche finta; a me piacerebbe vederlo tutelato, prima di tutto da quelli che stanno sui territori.
    BONARDI CARLO – BRESCIA 9 giugno 2014”

  11. METODOLOGIA DEL PROGETTO: ………Riccardo Cassin e Walter Bonatti. dal primo, a lavori conclusi, abbiamo avuto un personale apprezzamento”

    E dal secondo l’avete avuto questo apprezzamento???

  12. la parola “VALORIZZAZIONE” mi lascia sempre un po’ perplesso. Anzi mi fa rizzare i pochi capelli che ho in capo. E’ una parola che sta bene in bocca ai politici……
    In Apuane con la scusa di… valorizzare… si sono compiuti dei veri e propri scempi alpinistici/arrampicatori.

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