A proposito della donna in montagna

Ma prima o poi uno di noi dovrà sapere, tu hai fatto solo quello che dovevi fare ma prima o poi uno di noi dovrà sapere che io ho veramente cercato di starti vicino (Bob Dylan, One of us must know)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Ancora in ricerca, mi sono venute meno molte sicurezze: non mi sento né di respingere le convinzioni di allora né di confermarle. Non mi vergogno di quanto ho detto o scritto e la ricerca è andata avanti in due sensi: scavando ancor più all’indietro e continuando a indagare sul presente.

Ho sempre creduto opportuno non gettare via nulla, anche le cose per le quali mi dicevo: “Ti occupa solo spazio, butta via!”, oppure: “Ma che cosa te ne fai di questa roba?”.

Credo che l’uomo non pensi sempre alla stessa maniera e che il suo giudizio e il suo carattere siano mutevoli nel tempo. Gli anni sottilmente corrodono le colonne più granitiche, i laghi azzurri si scoprono essere paludi, non c’è nulla che non sia in movimento, in crescita o in degradazione.

Ad esempio, tra la produzione più sconfessata, in fondo ad un cassettone polveroso, c’era un mio inedito del 1970: A pro­posito della donna in montagna. Dopo averlo riletto, lo soppe­sai, incerto. Ma quando capii che la mia esitazione si opponeva alla possibile «brutta figura”, fui spietato e mi risolsi a ripor­tarlo per esteso.

L’ultima parte dell’intervento è delirante: nel rileggere quel­le righe mi sono chiesto con stupore se potevo davvero essere stato io a scriverle; è un estraneo chi ha scritto, uno straniero a me stesso che ancora non sapeva quanto faticoso fosse il riap­propriarsi dei contenuti femminili e che si stupiva nel vedere quanto bellicosamente le ragazze se ne volessero liberare… Il voluto distacco da quel tempo è come un disagio, quel disagio inesprimibile e corrosivo che segue una battuta scontata sugli omosessuali, captata in uno squallido bar di periferia.

Ma in fondo al cuore ho una piccola speranza. Qualcuno di noi esseri diversi dovrà sapere prima o poi. Nessuno a parole di­fende la divisione dei ruoli, però i fatti dimostrano ancora il contrario. Qualcosa mi suggerisce che quel disagio è la buona volontà di sapere.

Takio Kato, Sussuno Kubo, Satoru Negishi, Hirohumi Amana, Yasuo Kato, Michiko Imai alla conclusione della prima ascensione della via dei Giapponesi all’Eiger, 15 agosto 1969
 

A proposito della donna in montagna
[scritto nel 1970, pubblicato in Un Alpinismo di Ricerca, 2a edizione (1983)]

A Trento, in occasione del Festival dei Film di Montagna, vi fu un dibattito sulla donna in montagna. Io ero fra i presen­ti. Aspettai quasi due ore a prendere la parola per sentire pri­ma le opinioni delle numerosissime rappresentanti dell’alpini­smo femminile, intervenute da ogni parte d’Europa e del mon­do, persino dal Giappone. Ogni tanto parlava anche qualche uomo, facendo sempre un po’ la figura del capofamiglia a ta­vola, che se vuol parlare vede le sue allocuzioni dapprima o­stacolate, poi interrotte, infine fraintese; nonostante ciò vorreb­be sempre conservare quella sua aurea serenità da pater fa­milias. Chi di questi era infatti favorevole a un’effettiva equiparazione dei due sessi in montagna parlava in tono di conces­sione, in rarissimi casi con convinzione. A parte infatti il con­vintissimo Heinz Steinkoetter, tutti i favorevoli erano tali un po’ per scarse attitudini battagliere e amor di quieto vivere, un po’ per quel malinteso spirito di cavalleria che è ancora sal­damente ancorato alla mentalità un tantino ipocrita dell’uomo, e del quale la donna non ha certo bisogno.

Comunque tutti i rappresentanti maschili erano un po’ a disagio, come tanti energumeni in sagrestia. Le donne infatti erano riuscite a creare un ambiente che, sebbene non avesse as­solutamente alcuna delle caratteristiche salottiere, era al salot­to abbastanza vicino per l’animosità con cui esse si avvicina­vano al microfono. Certo la costrizione a parlare ad una per volta sarà stata una grave limitazione, ma forse appunto per questo, una volta afferrato il turno, le parole uscivano con tan­ta veemenza. È stato registrato il primo assalto già dal primo intervento, quello di Silvia Metzeltin Buscaini. Sebbene più che un discorso fosse, almeno all’apparenza, una micidiale en­trata caporalesca in una camerata di soldati semplici in pieno sonno, il contenuto effettivo del messaggio a pieno volume era questo: Silvia Buscaini ha voluto dirci che non importa che noi riconosciamo o meno lo stato di fatto. Tanto la cosa esiste, è reale. Le donne agiscono, e non importa se le loro azioni sia­no o no catalogate e approvate o disapprovate. Tutto questo è in effetti molto esatto. Ma è come cominciare una discussione dicendo: parliamo pure, tanto ho ragione io. A parte questo piccolo rilievo, l’intervento è stato benefico per la tavola ro­tonda in quanto ha “svegliato” tutti i partecipanti. Si sono sus­seguite al microfono molte alpiniste, di ogni nazionalità e con le più svariate caratteristiche. Giovani e timide, meno giovani, carine, matrone, virago. Ricordo di aver nutrito simpatia per il discorso della dottoressa giapponese Michiko Imai, la famosa alpinista che l’estate scorsa sali con cinque compagni una via nuova sulla parete nord dell’Eiger. La giovane dottoressa ci spiegò che le donne hanno una maggiore resistenza biologica in particola­ri condizioni.

Vicino a me erano il giornalista Emanuele Cassarà e Rein­hold Messner, i quali sussultavano ogni qualvolta le afferma­zioni femminili si spingevano a sostenere l’uguaglianza “per­sino” sul piano atletico sportivo. Anch’essi andarono al microfono a sostenere le loro idee. Messner fu assai fischiato. Anch’io mi decisi a parlare e anch’io fui mal capito. Anche per questo voglio ora riprendere l’argomento.

Il team giapponese in albergo mostra con orgoglio i tracciati della direttissima John Harlin e della via dei Giapponesi (a destra)

Per me i punti fermi a favore della donna sono:
1) Libertà alla donna di andare in montagna (ci fu persino chi, in passato, discusse questa elementarità, cfr. Franco Grotta­nelli);
2) Sporadica (allo stato attuale) uguaglianza all’uomo sul pia­no tecnico e possibilità di miglioramento ulteriore;
3) Assoluta apertura alla donna in ogni club alpinistico, anche in quelli di élite.

Di queste tre idee sono perfettamente convinto, e non per pavida cavalleria o per pressapochismo.

Invece esiste un assoluto dislivello tra lo spirito d’iniziativa maschile e quello femminile. Le idee di grandi imprese sono sempre state partorite da cervelli maschili, almeno finora (sia ben chiaro che qui parlo di iniziative prettamente alpinistiche che nulla hanno a che vedere con la normale lotta giornaliera per la sopravvivenza, o per la scalata sociale o per la buona conduzione della famiglia, cose in cui le donne sono assolutamente pari a noi, se non superiori).

Se oggi una donna compie una prima ascensione di grado estremo su roccia, è perché ormai questo tipo di salite non è più il vero estremo. L’uomo è già andato ben oltre. Ha portato i pas­saggi di sesto grado a 4000, 5000, 6000. E li porterà a 8000 metri. Questa è l’iniziativa di cui dicevo.

Infine parlerò della cosa più importante. In queste grandi iniziative spesso l’impresa va a buon fine, spesso si rinuncia. In ogni caso la lotta è tremenda, condotta sul filo della resistenza tecnica e biologica. L’uomo spesso esce conciato come una be­stia, esce distrutto, amputato, allucinato. Io, nella mia sensibi­lità maschile, non riesco a sopportare una donna le cui condi­zioni mostrino le sue sofferenze. Non posso vedere la donna che ha perso la sua femminilità, che ha rinunciato ad essere donna, un individuo cioè che non è stato creato per l’inutilità dell’Alpi­nismo. E quando la sofferenza, i patimenti snaturano questa crea­tura, allora non è più giusto che la donna vada in montagna.

Al maschio è lecito soffrire per l’inutile, alla femmina no. Il limite dell’uomo è la vita stessa; per la donna ci si deve fermare prima: la sua natura si deve conservare intatta.

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A proposito della donna in montagna ultima modifica: 2018-05-15T05:13:22+00:00 da Alessandro Gogna

5 pensieri su “A proposito della donna in montagna”

  1. 5
    lorenzo merlo says:

    Ciao Mariana. Raccolgo uno spunto della tua significativa testimonianza e mi permetto una considerazione.

    Il come si mostra chiaro una volta demolita dagli orpelli maschili, machi e marziali l’immagine di sè.

    Una volta emancipati dalle ideologie e dai modelli.

    Scoprire dove si annidano richiede un coinvolgimento di tutta la persona, ascolto e contemplazione.

    È un lavoro magnifico.

     

  2. 4
    Mariana says:

    “la ricerca è andata avanti”: per fortuna, se non si cerca e se non si esce dal percorso giù battuto si sta come i criceti nella loro ruota…una vita intera… E credo sia necessario continuare ad “autosovvertirsi”, per appunto non girare a vuoto nella stessa ruota.
    “Ma quando capii che la mia esitazione si opponeva alla possibile «brutta figura”, fui spietato e mi risolsi a ripor­tarlo per esteso.”: grazie, è proprio un pezzo interessante! (e poi assumersi le proprie responsabilità è coraggioso).
    Quando ho cominciato a fare alpinismo andavo con ragazzi che già sapevano fare le manovre, volevo farle anch’io, ma quando arrivavo qualcuno le aveva già fatte per me… sentivo che non stavo imparando nulla.
    Poi una sera a una festa mi si è avvicinata Anna: «Sono stufa di scalare con ragazzi, mi hanno detto che tu scali, andiamo assieme?», e così ci siamo ritrovate a fare una delle nostre prime via in Dolomiti tra ragazze. Quando siamo scese eravamo talmente euforiche per esserci guadagnate tutto da sole che spontaneamente ci siamo dette: «Dobbiamo raccontarlo alle altre ragazze di quanto è bello essere attrici della cordata, e non essere trascinate su e basta!!».
    E così abbiamo cominciato a tenere un blog: http://www.4810mdiblablabla.wordpress.com. Volevamo che tutte sapessero! Alcune hanno recepito e si sono aggiunte.
    Non abbiamo mai scritto di alpinismo maschile o femminile… semplicemente abbiamo vissuto e descritto le nostre piccole grandi avventure, e non saprei dove sta la femminilità, credo non si esprima in maniera esplicita, ma sta tra le righe, e bisogna proprio ricercarla nel come.
    Assieme ci siamo interrogate spesso su cosa significasse essere alpiniste donne, e in questo ci ha imboccato proprio Silvia Metzeltin.
    Una sera venne a Verona e organizzò una piccola conferenza invitandoci come relatrici (noi?!), il tema era qualcosa come: “Differenze tra l’alpinismo femminile di ieri e di oggi”, era infatti contrariata nel constatare che oggi le alpiniste non hanno quel fervore rivoluzionario che caratterizzava quelle degli anni ’70. Voleva sapere da noi il perché. E dalla nostra risposta subito rimase delusa… poi penso capì.
    Le dicemmo che la lotta per l’emancipazione della donna nell’alpinismo si poteva dire conclusa, e aveva pure portato a buoni risultati! Tanto che alla nostra generazione nessuno ha mai detto: «Non puoi fare alpinismo perché sei donna» (anche se ci dicevano: «Non giocare col fango perché ti sporchi» ecc). Nessuno ce lo ha mai detto proprio grazie a lei e alle altre che negli anni ’70 hanno combattuto, e di questo le dobbiamo ringraziare.
    E allora? Quali sono le sfide che una donna nell’alpinismo, come in altri ambiti della vita, deve affrontare oggi?
    Ne parlammo quella sera, e con le altre ragazze del blog ne parliamo ancora spesso.
    Pensiamo che se i diritti di fare alpinismo sono stati conquistati dobbiamo ora imparare a viverli, secondo la nostra sensibilità femminile. Perché così focalizzata in questa dura lotta di conquista la donna ha spesso dimenticato di coltivare la sua parte più intima, interiore e caratterizzante.
    Non siamo dunque disposte a essere alpiniste che scimmiottano gli alpinisti, solo perché abbiamo gli stessi diritti, vogliamo trovare la “nostra strada” per fare alpinismo, il nostro come. Altrimenti, come scrive Lorenzo Merlo, sarebbe penoso.
    Non sappiamo come sia questo come, è una continua ricerca, perché in fondo si tratta di scavarci dentro in un continuo lavorio interiore.
    Forse sono andata fuori tema.
    In ogni caso stamattina ho letto l’articolo con Giulia, altra ragazza del blog, e sulle ultime righe deliranti (oggi, non nel 1970, quando i cambiamenti erano solo agli albori) ci siamo fatte grasse risate!
    Vorrei perciò riproporre l’articolo su nostro blog, è uno spaccato di storia. Mostra chi eravamo e chi siamo, gli uomini come le donne.
    PS. Una volta un ragazzo mi ha detto che le mie mani, tutte gonfie dopo una scalata, erano belle. I tempi sono proprio cambiati.

  3. 3
    Alberto Benassi says:

    Se non ricordo male, Messner nel passato ha dichiarato che le donne in alpinismo sono inferiori agli uomini.

    Mi sa che si sia sbagliato alla grande.

     

    Lo ammetterà?

  4. 2
    Alberto Benassi says:

    “Al maschio è lecito soffrire per l’inutile, alla femmina no. Il limite dell’uomo è la vita stessa; per la donna ci si deve fermare prima: la sua natura si deve conservare intatta.”

    Finale assai maschilista.

    “Credo che l’uomo non pensi sempre alla stessa maniera e che il suo giudizio e il suo carattere siano mutevoli nel tempo. Gli anni sottilmente corrodono le colonne più granitiche, i laghi azzurri si scoprono essere paludi, non c’è nulla che non sia in movimento, in crescita o in degradazione.”

     

    Completamente d’accordo.

  5. 1
    lorenzo merlo says:

    Cambiare un’abitudine è una morte, un aggiornamento della struttura dell’io.

    Argomentare sulle donne in montagna è in sé una piccola dimostrazione dell’esistenza di un’abitudine, cioè di una certa concezione delle cose.

    Un bimbo, una persona meno strutturata, non nota la questione.

    Altra cosa è invece il come. Lo stile con il quale le donne si addentrano in territori tradizionalmente maschili.

    Se adottano il modello maschile e si allontanano, rinunciano e rinnegano il proprio femminino, allora è altra cosa, molto più penosa.

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