Puddinga mon amour

Puddinga mon amour (AG 1965-004)
(dal mio diario, 1965)

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

24 marzo 1965. Oggi è mercoledì, ma io, incurante delle lezioni per domani, decido di andare ad arrampicare. Telefono a Scabbia e Giovanni, manco a dirlo, accetta subito. Alle 14.30 siamo nell’ingorgo di auto del centro, poi riusciamo a filare verso Busalla e Crocefieschi. In 20 minuti siamo alla base dello spigolo sud-sud-est della Biurca, ma siccome non abbiamo corda, continuiamo diritti sul sentiero del versante Vobbia (Est) fino a incontrare il canalino erboso che sale alla Forcella della Biurca. Continuiamo ancora una decina di metri e cominciamo a salire la parete sud-est, un itinerario che non risultava mai percorso, una parete arrotondata e poco inclinata di circa 125 metri, cosparsa nei punti meno pendenti di molti detriti e attraversata verso metà da una fascia di vegetazione. Con pendenza sempre maggiore dopo poco siamo in vetta alla Cima Nord della Biurca (I grado, passi di II e III-). Siamo di nuovo al sole. Riscendiamo alla forcella, poi giù per il canalino ingombro di arbusti fino a prendere la cengetta Figari che ci porta allo spigolo sud-sud-est, proprio sotto al risalto finale. Slegati non è proprio il caso di salire il passo Questa, però ci piacerebbe salire la variante Figari-Federici. Ma anche quella riusciamo a capire che sarebbe un pericolo. Allora scendiamo per lo spigolo fino alla base. Riprendiamo il sentiero sul versante orientale, ripassiamo da dove avevamo attaccato prima e procediamo verso un canale che separa la Quota 935 m (cima secondaria tra Cima Nord della Biurca e Carrega del Diavolo) dalla Carrega del Diavolo. Una quindicina di metri prima del canale attacchiamo la parete est della Quota 935 m, anch’essa mai salita. Prima ci sono alcune placche erbose poi roccia con inclinazione man mano crescente (65°-70°). Un primo risalto verticale si evita leggermente a sinistra per poi tornare subito al centro (III). Il risalto finale lo si supera all’estrema destra (IV-), molto bello, ma si può anche uscire a sinistra per una cengia. Diretto sarebbe molto difficile. Dislivello: 120 m. Scarsissime possibilità di assicurazione, ma roccia buona fino in vetta.

Proseguiamo fino alla vetta della Carrega del Diavolo, che raggiungiamo per il diedrino nord-nord-ovest. Qui ci fermiamo per un sosta meravigliosa, all’ultimo sole, mentre in ombra è il profilo della salita fatta prima. Arriviamo a Crocefieschi che comincia ad essere scuro.

27 marzo 1965. Con il buon “Giova” Scabbia ormai ci siamo ridotti ai soli pomeriggi. Ho sempre un sacco da studiare e non posso andare via giornate intere. Questa volta partiamo alle 13.58 e alle 15.20 siamo all’attacco dello spigolo Avanzini al Torrione Grande del Castello della Pietra, il che vuole dire: puddinga!

Marco Marantonio sullo Spigolo Avanzini del Torrione Grande del Castello della Pietra, 1 maggio 1980

Questo spigolo è una delle più difficili vie mai fatte su puddinga. Il 18 novembre 1962 Marco Ghiglione e io eravamo già venuti alla base di questo spigolo, mentre nevicava, perciò dopo una decina di metri (per fortuna) non abbiamo potuto proseguire. Euro sulla sua guida la dà di IV grado, però ormai si sa come stanno le cose: gradi stretti già all’inizio, poi sempre più difficile con il passare degli anni. Per esempio: la via del Caminetto, sulla parete sud del Castello della Pietra, è stata aperta da Pisoni e Galletto nel 1926 e nella lor relazione la trattano come salita difficile, ma non eccessivamente. Euro, nella sua guida, dà il primo passaggio di III+. Gianni Calcagno, delle cui abilità arrampicatorie nessun ha dubbi, il luglio scorso è venuto con Gianni Pàstine a fare questa via: non è passato! Questo vuole dire che la cosa è alquanto strana. Euro in seguito è andato a rifare la via del Caminetto e ha dovuto riconoscere che le difficoltà erano ben superiori al III+!

Questa la storia. Ciò non toglie che io voglia comunque salire lo spigolo di Renato Avanzini, salito da questi con N. Marchioli nel febbraio 1946. Il commento di Renato (sono parole sue) è stato: “Rifarlo? Mai e poi mai, allora ero un pazzo suicida”. Deve veramente averne un ricordo tremendo.

Il coraggio non so da dove mi venga, perché oggi lo attacco. Il primo metro un po’ difficile, poi si va. Arrivo al punto raggiunto quando ero con Marco. Siamo sul IV. L’esposizione comincia a farsi sentire, alla mia destra è la parete nord che piomba giù per 150 m. A sinistra è la parete sud, che quanto a verticalità non scherza. Questo spigolo è largo un metro! Proseguo una ventina di metri e arrivo su un terrazzino microscopico. Più in alto lo strapiombo, infido alquanto. Distante quattro metri, proprio sotto allo strapiombo, vedo un chiodo. Lo raggiungo e ci faccio sosta. Sono su due appoggi mezzi marci, ma il chiodo sembra buono. Giova arriva veloce al terrazzino microscopico. Gli dico di fermarsi. Lo lego al mio chiodo e lo faccio per di più assicurare a uno spuntoncino che lui ha lì vicino.

– Vado!
E parto. Metro su metro arrivo al punto difficilissimo.
– Com’è – mi chiede Giova.
– Mmmmm – mugolo.

Passaggio in cui bisogna usare tutte le astuzie dell’arrampicata libera. Il chiodo è sei metri sotto di me, il passaggio strapiomba. La roccia è infida alla nausea. Il vuoto è talmente impressionante che i passaggi più difficili (anche dolomitici) da me visti e fatti gli cedono il confronto. Sto fermo cinque o sei minuti su un appoggio, poi finalmente mi decido.

– Bene, bravo! – urla Giova tutto contento. Ora sono fuori dalla sua vista perché ho passato lo strapiombo. Ma l’uscita mostra ancora i denti. E’ infatti su mattoni medioevali in rovina, e solo salendoli posso entrare nel terrazzino fortificato (quello che si raggiunge anche percorrendo la via comune). Mi assicuro a una pianticella e faccio salire Giova, che viene su benissimo. E se fa di questi passaggi, vuole dire che può fare un sacco di belle cose.

– Bello, bello, bello… ah, che bello!
– Sì, sì… dai, ora andiamo in vetta. Una formalità che sbrighiamo subito, perché non ne abbiamo ancora abbastanza. Attraversando i ruderi del castello andiamo alla base della parete sud, per fare la via del Caminetto.

Alessandro Gogna sulla via del Caminetto alla Carrega del Diavolo, 30 maggio 1965

I primi dieci metri sono di III, in un diedro. Questo poi fa pancia, e lì le cose cambiano. Capisco bene perché qui Gianni Calcagno, dopo averci pensato una ventina di minuti, è tornato indietro.

– Com’è?
– Qui è un gran casino – rispondo calmissimo.

Anche qui ci penso parecchio, ma le cose qui sono ben differenti che sullo spigolo Avanzini! Alla fine passo, e procedo per una decina di metri a un chiodo, certamente piantato da Euro, l’unico ad aver ripetuto la via di Pisoni. Anche qui, attaccato a quel chiodo, faccio salire Giova. Poi proseguiamo fino all’imbocco di una caratteristica grotta. Mi c’introduco e dopo parecchi metri in quasi oscurità risbuco fuori per un foro strettissimo, forse delizia di uno speleologo, e mi ritrovo nella grotta della via comune. Giova mi segue, come al solito rapido. Ritornati ai ruderi del castello, ci “togliamo” anche il Torrione Piccolo, quello che con Marco Ghiglione mentre nevicava aveva costituito avventura al limite. Ora invece è quasi una passeggiata. Dall’albero scendiamo in doppia, così Giova impara a fare questa manovra.

5 aprile 1965. Finalmente alla parete orientale della Costa della Ripa, in val Borbera, con Gianni Calcagno e Giovanni Scabbia. Ci dirigiamo al settore destro della lunga parete. Traversato il torrente, m’aspettavo di meglio, perché qui è tutto un marciume spaventoso in cui ci districhiamo penosamente. Senza uno schizzo non potrei neppure descrivere la nostra via, lo farò in seguito (purtroppo non l’ho mai fatto, NdA). Comunque il marcio regna sovrano, la peggior puddinga… e noi in ballo! Qualche chiodo riusciamo a metterlo, ci assicuriamo a due arbusti, e poi siccome è già mezzogiorno filiamo via per rocce sconquassate.  Gradi vanno dal I al V. Non ritengo neppure una via, questa: non esce neppure su una qualche vetta. Comunque ci tornerò, non abbandono il progetto. Con un po’ più di tempo a disposizione si potrebbe fare di meglio (a tutt’oggi, 2017, non ho più rimesso piede su quelle rocce, anche se le ho fatte fotografare per bene dall’amico Gianfranco Negro. Ritengo necessaria una chiodatura a spit per riuscire a creare qualche bell’itinerario, NdA).

Val Borbera, sinistra idrografica, un settore della Costa della Ripa. Foto: Gianfranco Negro

14 aprile 1965. Ancora con Giova Scabbia, fedele compagno di queste follie su puddinga. Oggi vogliamo dare un forte attacco alle ultime resistenze della Biurca. Iniziamo con la fessura di sinistra della parete ovest (una via di Euro). Un buon IV grado. Bellissimo il tiro centrale, di 40 metri esatti. Poi scendiamo dall’altra parte, nel versante Vobbia, e cominciamo a risalire la parete est della Carrega del Diavolo. Erba e detriti in basso. Poi piccolo risalto facile fino a che il canalino si dirama a V. Il ram di destra nn è mai stato slito e termina sul “Sedile” est. Il ramo di sinistra si percorre sulla paretina, un magnifico tiro su roccia ottima e pressoché verticale. Sempre la guida di Euro dice che da qui si può proseguire o a destra per cengia fino al Sedile est, o diritti per la fessura diretta, o a sinistra per altra cengia che permette di prendere una fessura che sale e finisce sul Sedile sud. La fessura diretta è data di IV e finisce proprio in vetta e questa scegliamo. Da lì scendiamo sul Sedile est, cengia, fino all’altra fessura, per cui (IV) riusciamo sul Sedile sud. Da qui scendiamo e andiamo all’attacco di quel famoso Caminetto ovest sul quale, con Carlo Ventura, h tanto sofferto il giugno scorso. Ebbene, oggi me lo mangio in quattro e quattr’otto, e ritiro tutto quello che ho detto sul sesto grado in puddinga. Ma non ritiro questo: le difficoltà di questo tiro sono sempre superiori al V… Infine torniamo a Crocefieschi, e in conclusione qui alla Biurca ho più ben poco da fare: soltanto la fessura destra della parete ovest della Biurca e le eventuali vie nuove. Rivedo i miei programmi su puddinga e l’8 maggio 1965 scrivo: “Nel programma delle esplorazioni in puddinga si sono aggiunti anche quei torrioni che mi ricordo di aver visto nei pressi del Passo della Rocca con Marco Ghiglione il 23 maggio 1962, poi la paretina ovest della Rocca Bruna, la paretina vest del Monte Gifarco e la nord-nord-est (mi sembra) del Monte CastelloFante. Quest’ultima è quasi un punto d’onore. Vittorio Pescia, che è nato da quelle parti, non ha mai osato toccarla, tanto gli ha sempre fatto paura. Oltre che fare una prima, gli daremmo anche una bella soddisfazione…

27 maggio 1965. Con Piero Musina salgo lo spigolo Avanzini del Torrione Grande del Castello della Pietra mentre pioviggina! Quando poi, in discesa, entriamo nella grotta, decido di finire la via del Caminetto: si deve uscire in vetta per una fessura prima e poi per una parete, il tutto molto lichenoso. Quindi, con la pioggia, saponoso. Uscita in vetta sul marcio. Torniamo alla macchina (ore 17.29) completamente fradici.

30 maggio 1965. Con Gianni Pàstine andiamo al Grillo dove, sulla paretina sud, mi butto su per un fessurino marcio all’estremo destro della paretina. Questo termina a un camino che porta a uno spiazzo (IV+, poi II+). Pi si va al masso terminale e, per la fessurina strapiombante di tre metri (V-) si guadagna la vetta. Probabile via nuova. Poi scendiamo e attacchiamo la via Montagna sulla fessura a est. Gianni non riesce a salire (IV+) e lo calo alla base (25 m). Scendiamo al sentiero, poi saliamo sulla Est della Carrega (quella da me salita pochi giorni fa) evitando la variante finale diretta e tagliando con la cengia. Scendiamo in doppia dalla croce e poi gli do dimostrazione di alta tecnica rifacendo (terza volta) il Caminetto ovest. Gianni non mi segue ma trae utile profitto dalla lezioncina.

 

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Puddinga mon amour ultima modifica: 2018-02-22T05:27:29+00:00 da GognaBlog

1 commento su “Puddinga mon amour”

  1. 1
    Alberto Benassi says:

    Marco Marantonio lo conosco.

    Oramai da anni è diventato Pietrasantino.

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