Quando ero del GAM-CAI UGET

GAM-CAI UGET (Torino): un gruppo-élite
pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI nel giugno 1970

Avete mai provato a risalire interamente una qualsiasi valle piemontese? Le quattro stagioni si avvicendano, cambiano i colori, le forme, le dimensioni. Costante è solo una vaga sensazione di tristezza.

Alessandro Gogna sul Passaggio delle Tre Vie (verso il Diedro del Terrore), Parete dei Militi. 12 settembre 1982
Valle Stretta (Bardonecchia,  Parete dei Militi, A. Gogna sul passo delle Tre Vie (inizio di vie Gervasutti di sn e di ds e di Diedro del Terrore), 12.9.1982
Lasciamo l’automobile alla fine della strada. L’afa pomeridiana ci appesantisce; la camicia si appiccica sulle spalle sudata, ci dà fastidio la lana dei calzettoni. Un ronzio insistente d’insetti, un frinire di cicale, campanacci in lontananza : forse vengono da quel “gias”, laggiù, basso, largo, sporco.

Ci aspettano due ore di cammino per arrivare al rifugio. Di solito mi adat­to sempre malvolentieri alle sfacchinate, ma oggi, per quanto lo condizioni climatiche non siano del tutto riposanti, oggi, è con piacere che salgo su questo sentiero, ormai fuori dai pini; mentre appoggio ora l’uno ora l’altro degli scarponi sui sassi lisci che ingombrano il cammino, mi sento leggero.

Quanti colori intorno! Ci sono veramente tutti, e il cielo è azzurro. Ci circonda una natura viva, al culmine del suo splendore: l’erba, verde e cosparsa di fiori; il torrente, grosso e spumoso di neve sciolta. La camicia a scacchi sgargianti del mio compagno, il suo zaino, giallo. Ecco il colori del supermercato, i colori umani. Né l’industria né l’arte potranno mai creare un insieme così armonico, come invece la natura ha potuto in queste valli.

Ma guardiamo bene, cerchiamo di vivere una volta, almeno una volta sola. Lasciamo stare un istante i nostri progetti, i ricordi, i sentimenti, le scorie culturali, gli interessi. Basta comportarci da gitanti! Basta con la geologia, la botanica; lasciamoci sorreggere da immagini e suoni, da forme e colori. “Sentiamo” questa natura!

Vedi quelle rocce? Non dar loro alcun nome, non classificarle. Che t’importa, per un attimo solo… Vedi come sono brune, vestite di lichene? E quel pendio scosceso, sopra a noi. Guarda come sono scheletriti gli alberi, secchi, come è giallastra quell’erba, ispida, pungente.

No, aspetta, ancora un poco. Prova a mischiarti a quelle erbe, a quelle gramigne, che fasciano i piedi delle rocce. Senti che profumo diverso, con che cortese freddezza ti accolgono. Si sono accorte di te, che le osservi. Forse questa natura non è poi cosi fredda, forse è solo dimessa. E ora guarda ancora in su, in giù, ai lati. E chiudi gli occhi. Cosa ti è rimasto, ora che hai chiuso le luci? Non ti sembra di vedere una diapositiva a colori, forse un po’ smorti, perché timidi, ma belli, di un’eleganza riservata? E ora guarda te stesso, prova a capire se ti hanno regalato qualcosa. Non sei un po’ triste? Non sei pieno d’amore per questo incantesimo, non senti in fondo al cuore come una forte nostalgia, una attaccamento particolare a questa terra, umile, povera, severa?

Ora vai pure al rifugio, fai pure una bella cena, e domani divertiti sulla via che hai scelto. Ritorna domani sera, stanco, con l’unica voglia di un bel gelato. Non importa se domani sera non sentirai più niente. Avrai tempo per vivere ancora ciò che hai già vissuto. Te ne ricorderai nelle occasioni più impensate, raramente nei momenti di gioia, più spesso quan­do lo sconforto ti prende alla gola. Allora soltanto ti meraviglierai di aver trovato una natura amica.

La Parete dei Militi
Valle Stretta (Bardonecchia), Parete dei Militi.

Novembre 1968. Val d’Ala, Brachiello.
Scendiamo ancora dall’auto, e questa volta fa freddo. Abbandonate le ultime case entriamo nel bosco. L’autunno trasforma queste montagne, le rende ineguagliabili.
Un’esplosione violenta di rosso, di giallo… Solo l’essenza, il senso di tristezza, rimane.

I piemontesi sono gente pratica. Il ligure traffica e commercia, il piemontese lavora sodo e produce. Differenze di carattere e di formazione. Abitudini. Non preoccupatevi. Non voglio iniziare argomenti in cui non sono certo molto ferrato. Molto semplicemente, quando devo occuparmi di come sono di­versi gli uomini uno dall’altro, mi rifaccio e a quelli che più conosco, e cioè agli alpinisti.

Un numero enorme di piemontesi va in montagna (Il CAI è nato a Torino) e tutti hanno una fondamentale caratteristica: sono particolarmente avversi a ogni forma di esibizionismo e reclamizzazione.

Ma come mai l’Accademico è stato fondato a Torino?

Oggi il distacco è avvertito molto meno. Ma a quei tempi, e parlo del 1904, fra alpinismo senza guida e alpinismo con guida c’era un abisso. E i senza guida che, almeno da noi, si contavano pressapoco sulle dita, ap­parivano addirittura dei giovani arrabbiati, dei ribelli, dei rivoluzionari, teste calde, fuorilegge, pazzi.
Esibizionisti.

Ma quando, il 5 aprile 1904, il CAAI fu fondato, in Torino, da 16 alpinisti in maggioranza piemontesi, non c’era alcuna mentalità da élite.

“Art. 1. È costituito tra i soci del CAI, il Club Alpino Accademico Italia­no, con sede in Torino, che si propone di coltivare e diffondere l’esercizio dell’alpinismo, affiatare i soci tra di loro, unirne l’esperienza, le cogni­zioni e i consigli per formare la sicura coscienza e l’abilità indispensabile a chi percorre i monti senza aiuto di guide”. (Statuto Sociale, 1904).

Uomini come Emilio Questa, Ettore Canzio, Lorenzo Bozano, Ettore Allegra, Adolfo Hesse, e come i fratelli G. Battista e Giuseppe Gugliermina e Felice Mondini, seppero tenere fede a quanto esposto nello statuto sociale. Guardiamo oggi l’Accademico, trasformato, ovviamente, dagli anni e dagli uomini. Non voglio cadere in facili critiche, non voglio enunciare, dimo­strabili, né pregi né difetti. Voglio solo dire: dei due scopi esposti nell’articolo 1 dello statuto, non uno oggi ha ancora senso.

“Affiatare i soci tra di loro”. Credo che oggi le conoscenze e le amicizie si facciano in un altro modo. Se si va a un’assemblea generale di soci, si ritorna a casa con lo stesso numero di amici che si aveva prima. “Formare la sicura coscienza e l’abilità indispensabile a chi percorre i monti senza aiuto di guide”. Per questo ci sono le Scuole d’Alpinismo; chi le organizza è quasi sempre un accademico, però il CAAI non agisce in questo senso ufficialmente. E allora? È evidente che l’organismo si è trasformato, e ha assunto necessariamente forma e sostanza di un gruppo scelto. Ed è logico che sia stato così.

Non sono il primo a dire che dopo la prima guerra mondiale ha predominato la scuola monachese, che subito però ha ricevuto ottima accoglienza negli ambienti dolomitici. La battaglia del sesto grado. In quel periodo nelle Alpi Orientali si compiono imprese veramente eccezionali. E in Piemonte? I senza guida erano ancora sospettati; e a loro volta diffidavano degli orientali. Un po’ come il mondo intero sta facendo oggi con l’America. Si andava dall’assenza di rapporti diplomatici allo splendido isolamento (di sapore gollista); raramente ammirazione aperta, ma sempre a denti stretti, con sufficienza per via di una pretesa superiorità spirituale, sull’ingenua e materiale vita “americana”. Il “gap” tecnologico tra le due scuole era infatti fortissimo.

La sfida americana e la battaglia del sesto grado. Jean-Jacques Servan-Schreiber e Vittorio Varale.

Alcuni, Gervasutti in testa, s’incaricano di avvicinare e di fondere le due scuole. E ben presto si hanno i risultati, si cerca di recuperare il terre­no perduto: pensate alle grandi vie occidentali aperte dagli accademici e dalle guide, Boccalatte, Gervasutti, Rivero, Chabod, Cretier, Carrel.

Si pensa ora all’utilità di una palestra per formare nuovi capicordata. Si comprende che l’allievo deve frequentare due scuole contemporaneamente: il masso e il “quattromila”.

Esistevano già palestre come la Sbarüa o i Denti di Cumiana, ma erano chiaramente insufficienti. Occorreva il severo e l’impegnativo, la successione continua di passaggi difficili, la morte del famoso concetto di “mauvais pas”. Tutto ciò lo si trova sulla Parete dei Militi.

A costo di duri sforzi e non senza incidenti fu aperta la prima via lungo il profondo camino del pilastro di sinistra. Poi la gola in centro: due splendide arrampicate di notevole impegno: due firme del “fortissimo” Gervasutti.

Michele Rivero aveva osservato a destra della sezione centrale un’esile fessura. Gli parve un ramarro gigantesco, mostruosamente abbarbicato alla parete. E nacque così la via del Ramarro.

La scuola torinese sembrava cosi aver finalmente trovato la sua giusta dimensione, quando tutto precipitò in un breve istante. Cadono Boccalatte pri­ma, Gervasutti poi, e con loro i pilastri dell’edificio. Sfiducia, disorientamento, la guerra appena finita.

Ma poco per volta i giovani tornano a quella parete, salgono i vecchi itinerari e ne aprono dei nuovi. Una parete che riassume una valle e un po’ tutte le montagne piemontesi. Per un certo periodo essa fu veramente sentita nell’ambiente torinese. Ha il suo fascino, triste, Quelle rocce, cangianti dal rosso al grigio, dall’ocra al giallo; le sue cenge, costellate di pini secchi e morti; danno un senso di serenità e di pace. È bello comprendere perché l’ambiente torinese si attaccò in tal modo a quello “sporco muro”. Si vivevano anni difficili, con mezzi di comunicazione limitati, disponibilità finanziarie assai scarse, e non si poteva, come oggi, raggiungere nelle uscite domenicali, gruppi così lontani come il Bianco e le Dolomiti.

Fu così che un nucleo di giovani entusiasti trovò nella “Militi”, non più la palestra, ma l’appagamento delle proprie aspirazioni. E non fu un passo indietro, perché dopo la morte del “fortissimo” si era creato il vuoto. Un vuoto che non poteva essere colmato improvvisamente.

Non fu quindi per i soli motivi di carattere economico che quei giovani si rivolsero alla “Militi”. Fu un sincero amore per la valle, dai mille suggestivi colori, per le ghiaie, per i camini neri e contorti.

E giustamente oggi si dice che se i Guido Rossa, i Dino Rabbi, i Mario De Albertis, i Marco May, insomma i migliori di quegli anni, avessero potuto ampliare il loro rag­gio d’azione, avrebbero sicuramente effettuato imprese di ordine internazionale, tanto era il livello tecnico raggiunto. Soprattutto Guido Rossa. un vero artista. Un moderno. Sembra che non conosca ostacoli sulla parete. Passa dovunque, in cordata, da solo, in estate e in inverno. È ammirevole la passione di chi da tutto sé stesso per la risoluzione di problemi che pochi apprezzeranno o potranno capire.

Guido Rossa
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«Un giorno Guido lascia Torino, se ne va lontano. Per un po’ il silenzio avvolge la grande parete. Forse anche lei sa di aver perduto la sua stessa anima». Cosi scrive Gian Piero Motti, un giovane, come me. Mi sembra di vederla, la parete. La vedo vivere, e con lei tutte le montagne che la cir­condano, le valli, le nevi, le ghiaie.

Un gruppo di amici che vanno la domenica in Valle Stretta, affiatati e con le stesse idee. Nasce così il GAM.

Il Gruppo Alta Montagna è uno dei tanti gruppi alpinistici di élite che attualmente esistono in Italia. Dagli Scoiattoli di Cortina, ai Ragni di Lecco; dai Granchi di Venezia ai Camosci di Auronzo, ai Gufi di Merano, ai Pel e Oss di Monza, è tutto un fiorire di “gruppi”. Ognuno con il suo regolamento, le sue caratteristiche, in netta o velata contrapposizione al CAAI.

I piemontesi sono gente pratica, lo ripeto. Appena nato il GAM funziona su­bito egregiamente e senza chiasso. Gli uomini che lo compongono non fanno troppo rumore, ma soprattutto le montagne che salgono non sopportano lo spettacolo. Sono montagne tristi. Grandi imprese si compiono, lotte terribili a volte. Quasi sempre l’uomo vince; a volte torna indietro in un sacco; allora le montagne piemontesi si trasformano e sembra che piangano un amico scomparso.

Bastano due uomini per fare una società; per fare un gruppo, ne bastano tre. Ma in tre si fa poco, specie se occorre ottenere qualcosa da qualcuno. Il gruppo deve rinforzarsi crearsi un nome; in mancanza d’una tradizione, va bene l’attività dei componenti. E così, pur mantenendo severissimi i criteri di ammissione, si fa di tutto per avere nuovi soci, gente che “vada” e dia garanzia di continuare. Il punteggio minimo per essere ammessi è veramente alto, e in effetti l’entrata è difficile.

A questo punto, avendo sottomano tutta l’attività alpinistica dei soci del GAM, sento la forte tentazione di trascrivere qualcosa. E sarebbe veramente significativo. Non lo farò, e non per malintesa e stupida modestia. Gli elenchi delle salite sono già stati pubblicati; e poi non interessa tanto sapere cosa ha fatto il GAM, quanto come.

Si venne e sapere di due importanti prime invernali solo dopo molto tempo, solo perché altri fecero la stessa salita e ne diedero regolarmente noti­zia. Si tratta della prima ascensione invernale della parete nord della Tour Ronde (3 febbraio 1957), compiuta dai soci del GAM, Ettore Russo, Marco May e Giovanni Miglio; e della prima invernale alla parete sud del Dente del Gigante (14 marzo 1956), salita dallo stesso May e da Ugo Prato. E chi sa che la prima ascensione solitaria della cresta sud dell’Aiguille Noire de Peuterey è stata merito di May? E che Guido Rossa l’ha salita 2 volte da solo?

Guido Rossa
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Rossa si è limitato a darne notizia nel ristretto ambito del GAM, e questo è veramente un malcostume. Occorre sempre dare una relazione, non devono esistere camere stagne. Eppure non posso fare a meno di ammirare questi uo­mini. E oggi non si sono verificati grandi cambiamenti.

Il 9 e 10 febbraio 1969 Gianni Altavilla, Giancarlo Grassi, Ugo Manera e Alberto Re, tutti soci del GAM, salgono, in prima invernale, la via di Guglielmo allo spigolo ovest del Becco di Valsoera, probabilmente il più difficile itinerario delle Alpi Graie. Nessuno ne parla. Io stesso ne sento notizia più di un mese dopo.

Sembrava un inverno scarso ai imprese, fino a marzo. Poi, la via delle Guide al Crozzon di Brenta, e tutti i giornali ne parlano; la via dei Ragni al Gran Capucin, e al ritorno troviamo perfino la televisione; una via nuova degli Scoiattoli sulla Cima Scotoni, seguitissima dalla stampa, come pure la salita alla Concilio Vaticano II, sulla Roda ai Vael.

E la via di Guglielmo? E la via Rivero-Castelli sullo spigolo sud delle Petites Jorasses? Imprese che, rispetto alle precedenti, sono anche, sotto certi aspetti, superiori.

Qualcuno dice: – Singolarmente presi, siete persone eccellenti. Ma come gruppo, cosa create? Attualmente poco. Poco date e poco riceve­te. Nel gruppo per cosa? Per il distintivo? Quale deve essere lo sco­po di un gruppo alpinistico specializzato? Innanzitutto lo scambio delle esperienze personali affinché l’esperienza singola arricchisca quella collettiva. Una nuova tecnica, un nuovo modo di legarsi, un nuovo tipo di chiodo, i rapporti con le guide alpine, i problemi dei rifugi, del soccorso, dei segnavia… l’allestimento di imprese collettive, la ricerca di affiatati compagni di corda, ecc. Quindi uno studio, un pensiero e poi un’azione comune.

Così vive un grup­po. Ma perché invece non è sempre così? Difficile è dare una risposta, perché sul piano materiale le osservazioni sono giuste. Io però credo d’aver intuito cos’è che mi lega al gruppo, sebbene sia solo una delle ul­time leve. Una forza vincolante, che a maggior ragione dovrebbe essere valida per chi ha più anzianità di me.

Il Gruppo recentemente si è allargato. Ha ammesso nelle sue file al­pinisti non più solo di Torino, ma anche di Genova e di Pinerolo. E tra qualche tempo si passerà a Biella, siamo in 29, più 9 onorari. Tralasciando i genovesi che sono entrati con me, le mie amicizie di vecchia data nell’ambito del gruppo si restringono a 4 elementi. Ciò nonostante sono legatissimo anche agli altri, non per la loro bravura, e tanto meno per un’eventuale concomitanza d’idee. Ciò che mi lega, sfugge, non si può classificare, ma è in comune.

Ricordo il giorno in cui Gian Piero Motti mi propose di entrare. Tornavamo da una salita proprio sulla Parete dei Militi. Ancora stanco per una difficile ascensione nei giorni precedenti, lo seguivo un po’ automaticamente. E lui mi guidava all’attacco, di una via che lui co­nosceva a memoria. Ricordo con quanta precisione, senza annoiarmi, mi raccontava ciò che era successo su quella parete affocata.

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Lo lascio fare. Con sicurezza, con movimenti lenti e misurati, sale il primo passaggio obliquo, difficilissimo. Poi tocca a me. Ora la parete si abbatte, prima di ricominciare ad essere verticale e strapiombante. Camminiamo, con la corda in mano, attorno a noi fischiano alcuni sassi. No, Gian Piero, non disprezzerò mai la “tua” parete, perché ad un certo punto molla le difficoltà. Cosa interessa a me un passaggio difficile in più o in meno? Sono anch’io emozionato nel vivere in questo mondo di rocce così diverse.

Ricordi la discesa, interminabile, su sfasciumi titanici, nel caldo più soffocante, senza un filo d’acqua? Io, stanco morto, e tu, in for­ma, a correre verso la valle. I pini arsi, le colate di pietra, visioni da socchiudere gli occhi, il pediluvio nel torrente.

Ritornati a Torino, in quel pomeriggio afoso e grigiastro, mi hai fatto girare la tua città e il Monte dei Cappuccini. Ed io continua­vo ad ascoltare ciò che dicevi. Ho voluto essere del GAM perché mi sarei sentito in mezzo a persone legate alle “loro”montagne.

Sono stato fiero di appartenere al GAM quando, tornato con Leo Cerruti, dall’invernale al Gran Capucin, dopo tre giorni di lotta al limite, sono entrato nel rifugio Torino e ho incontrato due miei amici: il giornalista Emanuele Cassarà, che ci corre incontro abbracciandoci, e il fortissimo quanto modesto Giorgio Griva, di Pinerolo, socio del GAM. Non ci abbraccia, ma ci aiuta a toglierci gli scarponi, i sovrapantaloni: in silenzio.

E quando, le rare volte che sono a Torino, alla sera vado al CAI, non sento l’unione della corda, ma qualcosa di più forte, anche se parliamo di sesto grado, e di staffe, e di cunei e di placche lisce, nel nostro linguaggio ermetico e chiuso, anche se ci perdiamo a descrivere il superamento di determinati passaggi (per qualche chiodo in più!), anche se, insomma, sembriamo tutti quanti dei pazzi scatenati.

Anche se questi alpinisti non arrampicheranno mai insieme porteranno sulle montagne più disparate del mondo, il loro modo di sentirle. Dal Lirung alla Yerupaya, dal Banda Ko al Puchahirca, dall’Ararat al Granat Bjerg.

Alessandro Gogna, febbraio 1970

postato il 1° novembre 2014

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Quando ero del GAM-CAI UGET ultima modifica: 2014-11-01T07:30:19+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Quando ero del GAM-CAI UGET”

  1. Ieri ripetuta la DeAlbertis-Rivero. Gran bella via!. Certo tutta quella smitragliata di fix lascia un pò perplessi. Le fessure della DeAlbertis avrebbero ben altro impegno se non ci fossero.
    Qualcuno dice che così le vie non vengono dimenticate. Sarà…

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