Quelli che han Naso 2

Storia del Naso di Zmutt 2 (2-2)
continua da ieri 16 giugno 2014

Altre avventure
Più tardi nello stesso mese fu la volta dei tedeschi Robert Jasper e Rainer Treppte. Jasper aveva già tentato nel 1994, da solo, una via nuova sul Naso ma il cattivo tempo lo aveva costretto a scendere da metà altezza. In discesa si era pure rotto un piede e certo ebbe le sue pene a tornare alla base. Questo gli rafforzò sempre più la voglia di salire quella via tra la Gogna/Cerruti e la Piola/Steiner. Jasper è fortissimo, famoso sia per le performances di dry-tooling che per alcuni successi  extraeuropei (con Stefan Glowacz al Cerro Murallon in Patagonia, per esempio). Partono il 22 agosto, con l’intenzione di salire con la tecnica delle big wall. La loro via è per un breve tratto in comune con la Piola/Steiner (in corrispondenza della 17° lunghezza di quest’ultima), poi quasi certamente incrocia, quasi all’uscita, la Gogna/Cerruti, dove questa obliqua lungamente a destra per incapacità dei primi salitori di uscire direttamente. Nelle 30 lunghezze totali, la sezione difficile è di 12 tiri, con difficoltà fino al 6c+ e A2. Uscita in vetta il 26 agosto, la via sarà battezzata Freedom.

Patrick Gabarrou e Cesare (Cege) Ravaschietto di ritorno dalla 1a asc. di Padre Pio prega per tutti al Picco MuzioPatrick Gabarrou e Cesare (Cege) Ravaschietto di ritorno dalla via Padre Pio prega per tutti al Picco Muzio. Archivio Patrick Gabarrou-Ravaschietto, XXX.

L’inverno seguente, il Naso di Zmutt è ancora al centro dell’interesse. Lionel «Dod» Daudet ha questo progetto in fondo al cuore (con etica e approccio particolari, senza radio, né telefono), salire la trilogia delle Nord (Grandes Jorasses, Eiger e Cervino) per le loro vie più difficili, da solo, d’inverno e con trasferimenti in bici o in sci.

Il 12 gennaio 2002 inizia la sua avventura sulla via Eldorado alle Grandes Jorasses (dal 7 all’11 aveva portato, da solo, 70 kg di materiale fino all’attacco!). Gli occorrono dodici giorni, fino al 23 gennaio, per aver ragione (salendo in capsule style) di questo mitico itinerario estremo, aperto nel 1999 da Valeri Babanov. Era logico però che anche altri fossero solleticati da un’idea del genere, la trilogia invernale per le vie dirette e difficili. Tra questi, certamente Stéphane Benoist e Jérôme Thinières che salivano la via Rolling Stones alla Punta Walker (dal 9 al 13 gennaio), mentre «Dod» saliva da solo su Eldorado alla Punta Whymper.

Scesi dalle Grandes Jorasses, i due compari raggiungono Zermatt per tentare la Gogna/Cerruti. Si aggiunge loro un terzo, Olivier Larios e attaccano il 17 gennaio, quando Daudet è ancora a metà parete sulle Grandes Jorasses…

In seguito i tre francesi avrebbero giudicato la Gogna/Cerruti nel complesso maggiormente impegnativa rispetto alla Rolling Stones delle Grandes Jorasses. Riescono a salire non più di 150 m al giorno, su una roccia secondo loro più ripida e delicata che sulle Jorasses, con difficoltà fino al 6a e all’A3. Superano lentamente un tratto dove evidentemente era franato qualcosa. Ad un certo punto, ben in alto, a viveri quasi finiti e con Thinières stanco e sofferente per inizio di congelamento, i tre si accorgono che il vento sempre più gelido ha portato un peggioramento del tempo. Sono sotto ad uno spit che però non riescono a raggiungere.
Quale spit, di che via? Stiamo parlando di uno spit sulla Gogna/Cerruti, messo evidentemente da altri, o di uno spit di Freedom? Non perdono ulteriore tempo in domande oziose e iniziano la ritirata nella tormenta. La stessa tempesta che rallenterà la fine dell’impresa di Daudet alle Grandes Jorasses.

Alla ritirata sono pure costretti i nizzardi Patrick Pessi e Patrice Glairon-Rappaz che nel frattempo salivano la direttissima Piola/Steiner.

Lionel Daudet

Naso2-Portrait-Lionel

Dopo la prima ripetizione e prima invernale e solitaria di Eldorado, il trentaquattrenne Daudet persevera nel voler realizzare il suo progetto di trilogia. Parte da Chamonix con gli sci per raggiungere Zermatt via Haute Route, ma è costretto dal pericolo di valanghe a divallare su Arolla e da qui a Zermatt in bici. Vuole salire la via aperta da lui e Gabarrou, farne la prima integrale, oltre che invernale e solitaria.
Parte il 13 febbraio dalla Hörnlihütte e già la prima notte si accorge che la sua portaledge non è stata riparata bene per i danni riportati sulle Grandes Jorasses. In più c’è vento forte: il 15 e il 16 rimane bloccato all’interno della tendina, con temperature fino ai -30°. Credendosi sufficientemente forte per resistere, Daudet aspetta il ritorno del bel tempo, continua a salire il 18, ma poi il 19 una bufera di maggiore violenza lo arresta. Ormai ha deciso di scendere, ma può cominciare solo il 21. Al nono giorno di parete inizia una complessa ritirata per raggiungere il ghiacciaio alla base, colpito da congelamento alle mani e ai piedi. Dopo 12 ore prima di calate da grande esperto poi di nuotate nella neve fresca, Daudet riesce a riguadagnare la Hörnlihütte alle 20.30 e far partire la chiamata di soccorso. Notte orrenda, dolori atroci. Il 22 un elicottero dell’Air Zermatt lo trae in salvo e lo trasporta immediatamente a Berna con piedi e le mani in avanzato stato di congelamento. Perderà otto dita. E nella convalescenza avrà modo di scrivere un libro bellissimo, La montagne intérieure, pieno di avventure e di riflessioni, come quella sulla wilderness «Il faudra bien un jour que l’homme comprenne combien il est important pour lui-même que des lieux vierges de son empreinte subsistent, comme autant de taches blanches sur les cartes des premiers explorateurs. Le droit au rêve, et, plus encore, le droit à l’éveil devraient faire partie de notre Constitution (pagg. 217/218)».

Ecco il brano di Daudet (tratto dal suo libro) che ci racconta la sua ritirata invernale da Aux amis disparus.
«Je longe la formidable paroi du Nez, toujours à se vriller sur elle-même, comme tourmentée par des forces incommensurables, inouïes. J’ai attaché à moi le portaledge encore monté. Certes, c’est encombrant et gênant, mais on ne sait jamais… Une sécurité: si de nouveau la tempête revenait… Et la rencontre. Une simple broche à glace avec une petite sangle rose en guise de rencontre. La rencontre avec d’autres «hivernaliers», d’autres hommes de l’ombre. C’est un cercle très fermé, un cercle un peu à part dans le monde des alpinistes. Quelques semaines auparavant, deux cordées étaient venues et avaient buté, quasiment à la sortie du Nez: Patrick Pessi et Patrice Glairon-Rappaz dans la voie Piola-Steiner ‘81, Jérôme Thinières, Stéphane Benoist et Olivier Larios dans la Gogna-Cerruti ‘69. Ce sont des acteurs d’une montagne dure. Leurs ascensions discrètes participent d’un bel alpinisme, bien vivant, et j’éprouve beaucoup d’estime pour ces voyageurs effacés. L’esprit se détend un peu, la route du bas est peut-être tracée et je reprends leurs ancrages. Je fais venir mon énorme sac jusqu’à moi, poursuis cette descente désormais jalonnée et perds rapidement de l’altitude. Dans ma tête, soudain, comme un éclair d’indécence et d’amertume à perdre si rapidement ces mètres chèrement gagnés. Mais très vite, la claire vision de ces jonquilles qui ne cessent de dodeliner, frivoles et rieuses, dans les verts alpages de mon cœur, chasse ce sentiment: il n’y a rien à regretter.
J’ai perdu les ancrages de mes prédécesseurs: peut-être était-ce une sangle accrochée à un becquet, que le vent aura arraché? Ou un abalakov désormais enfoui sous la neige? Pas grave. Merci les gars. Vous m’avez fait gagner un temps précieux. Un temps bien plus précieux que je ne l’aurais jamais imaginé! Car, une fois les gelures installées, commence une course contre la montre. Plus vite elles sont traitées, plus grandes sont les chances de récupérer un maximum de phalanges… et Dieu sait si les millimètres sont précieux dans ces cas-là.
A cent lieues de soupçonner quoi que ce soit (la fatigue? la difficulté à évaluer la gravité d’une gelure?) , je poursuis ma descente en reprenant des rappels de cent mètres, les précédents devant être à soixante. Toujours la vigilance, ne pas aller trop vite, passer outre une manip de sécurité: j’aborde la partie mixte du bas de la face, où mon sac risque fort de se bloquer. Choisir, donc, un itinéraire présentant le moins d’accroches possibles, ce qui, au vu de toutes ces roches saillantes, ne me paraît pas du tout évident. Néanmoins, l’expérience des Grandes Jorasses aidant, je ne m’en sors pas trop mal: plutôt que de descendre systématiquement jusqu’au bout de ma corde, il m’arrive de m’arrêter avant, si je sens un passage douteux…
Un rappel depuis la rimaye et je retrouve la base, l’horizontalité et c’est délicieusement bon de ne plus être suspendu, encordé en permanence ! Ahanant comme un bûcheron, je tire mon sac relié à l’extrémité de ma corde et l’abandonne là, sur le plat du glacier, avec le portaledge, le tout arrimé à un bloc de glace. Dans quelques jours, je reviendrai te chercher. Dans quelques jours, c’est ça…».

Robert Jasper impegnato nella prima ascensione della via Freedom

Robert Jasper impegnato nella prima ascensione della via Freedom al Naso di Zmutt (22-26 agosto 2001). Archivio Robert Jasper.


La disposizione degli itinerari

Pochi hanno provato a capire come sono disposte le vie sul Naso di Zmutt, dopo 45 anni di storia. E ancor meno si sono illusi d’esserci riusciti completamente, me incluso.

Volker Leuchsner gentilmente mi ha fornito un numero della rivista tedesca Klettern (dicembre 2001): gli itinerari sono tracciati in modo grossolano su una foto piccola in cui non si distingue alcun particolare: e quando ho chiesto a Robert Jasper di disegnarmi su una bella foto aerea il suo itinerario, lui mi ha risposto che il miglior tracciato lo potevo trovare su Klettern! Allora ho insistito, e il risultato è quello che potete vedere qui.

Nel luglio 2002 sulla rivista inglese High appare una fotografia a cura di Lindsay Griffin, l’accuratissimo estensore della rubrica Mountain Info. La parete appare completamente nera perché in ombra, gli itinerari sono segnati in modo assolutamente impreciso.

Michel Piola, da me interpellato e riferendosi al suo articolo apparso su Alpinisme et Randonnée gennaio 1982, riconosce che «En fait, pour le topo, la voie est dessinée proportionnellement un peu trop à droite… Une info: en 2002, un auteur suisse (Paul Borer, ndr) a écrit un livre assez complet sur le Cervin, Matterhorn – Faszination, Herausforderung, Geschichte, avec le tracé des voies du Nez de Zmut notamment. Il avait déjà tenté de positionner toutes les voies, dont celle de Robert Jasper qui, peut-être, a des sections communes avec la nôtre. C’est en tout cas ce qu’on dit les niçois (Pessi e Glairon-Rappaz, ndr) qui ont répété notre Directissime en hiver il y a 2 ou 3 ans (2002, senza completare la salita, ndr) et trouvé le matériel – dégaines en place – au niveau de notre 2e bivouac et de notre 17e longueur. A vérifier, car moi je serais bien incapable de retracer avec précision la voie sur une photo…».

Sono andato a controllare sul libro di Borer, una pregevole storia condensata del Matterhorn, ricca di spunti e di notizie anche nuove. Ma quanto ai tracciati delle vie sul Naso…

Mentre m’interesso a questa «storia» collaboro con Christian Beckwith alla stesura di un bel saggio monografico sulla rivista americana Alpinist: e anche qui vedo che, nonostante le preziose indicazioni del grande esperto Hervé Barmasse, i tracciati del Naso sono lacunosi ed imprecisi.

E infine Cesare Ravaschietto, che mi ha fornito gentilmente il «topo», si dichiara “incapace” di disegnare su una foto la via da lui aperta con Gabarrou.

Ma la colpa di tutto questo non è dei singoli attori. Io stesso ho faticato parecchio, nonostante l’aiuto di una relazione tecnica stesa a suo tempo e assai precisa, a tracciare sulla bella foto di Beat Perren il mio itinerario con la minor indeterminazione possibile… La responsabilità è del Naso stesso, una parete avvitata su se stessa che ha permesso l’apertura di cinque itinerari (finora), tutti che possono per motivi differenti essere definiti diretti o direttissimi, senz’altri punti di riferimento che strapiombi di roccia stratificata a rovescio.

Su una parete che non è rettangolare o triangolare bensì è trapezoidale, qual è infatti la via più diretta? Quella più breve, o quella più lunga ma più integrale? Quella più al centro o ancora magari quella più strapiombante?
Come si fa a tracciare gli itinerari su una fotografia quando l’intera parete si mostra alla luce del sole del tramonto (e quindi con i dettagli) solo per poco più di un mese all’anno?

Dopo la prima ascensione della via Freedom sul Naso di Zmutt, Robert Jasper (a sinistra) e Rainer Treppte sono in posa in vetta al CervinoDopo la prima ascensione della via Freedom sul Naso di Zmutt, Robert Jasper (a sinistra) e Rainer Treppte sono in posa in vetta al Cervino. Archivio Robert Jasper.


Ritorno al mistero

La grandiosità della montagna (e con essa la grandiosità della natura selvaggia) è stata erosa per quasi 250 anni dalla sete di conoscenza dell’uomo, nasce il legittimo sospetto che il mistero, nocciolo nucleare della grandiosità apparentemente inconoscibile e inconquistabile, stia per esaurire la sua carica vitale.

Scrivere di montagna sottintende la condivisione dell’interesse per la conoscenza specifica. Ma ci siamo mai chiesti quanto noi, oggi, crediamo veramente a questo ideale? Siamo sicuri che vogliamo, da un punto di vista collettivamente inconscio, porci ancora come antagonisti della natura selvaggia e quindi descriverla sempre meglio?

Se sai tutto della storia dell’alpinismo, pieno di ammirazione come sei per i fasti passati, vedi il grigiore espressivo di oggi agitarsi nella retorica; se non sai nulla del passato, ancora peggio: la tua ignoranza ti porta ancora di più ad osannare e a incensare la cronaca odierna e a non vedere quanto stai fuggendo. Ignoranti o no, ci richiamiamo conti­nuamente a ideali che intimamente rifiutiamo. E più il dub­bio interiore su questi ideali è forte, più il discorso è retorico, cioè vuoto.

Dopo l’orgia industriale e nel pieno dominio dell’informatica virtuale e globale, nasce il sospetto che lo scopo di questo oceano d’informazioni sia di far riacquistare alla montagna (e quindi un po’ anche al mondo) tutto il suo vigore e il suo mistero. Dentro noi alpi­nisti moderni c’è come una censura spontanea che c’impedisce l’ingresso nell’arte e nella letteratura maggiori. Quanto più la montagna è tecnicamente conosciuta, descritta, sfrut­tata, tanto più coercitiva è l’autocensura. Quanto più l’alpinismo diventa tecnico e mediatizzato, tanto più s’avvicina ad un prodotto della civiltà industriale, in piena opposizione a una ve­ra esperienza umana.

E appare chiaro che questa contraddizione non può rivelarsi che nel nostro intimo, diventando quindi un nuovo tabù.

In ogni caso l’avvenire della documentazione storico-geografico-culturale degli accadimenti alpinistici si troverà nel problema più grave della sua storia, e potrà uscirne solo con un salto di qualità. Il Naso di Zmutt è solo un piccolo esempio.
Il salto di qualità che ci attendiamo potrebbe essere lo scalare, scrivere e leggere ancora: ma assieme al Mistero, nel silenzio e nel rispetto. I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi (Goethe).

Il Naso di Zmutt con le sue vie. Da sinistra a destra, via Gogna-Cerruti, via Piola-Steiner, via Freedom, via Free Tibet e via Aux amis disparus. Foto aerea di Beat. H. Perren, ZermattItinerari di salita al Naso di Zmutt: da sinistra a destra, via Gogna-Cerruti, via Piola-Steiner, via Freedom, via Free Tibet e via Aux amis disparus. Foto aerea di Beat. H. Perren, Zermatt

postato il 17 giugno 2014

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Quelli che han Naso 2 ultima modifica: 2014-06-16T22:53:03+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Quelli che han Naso 2”

  1. Marco non lo metto in dubbio che se ne ciava ma “per incapacità” non lo credo. Io credo sia più per “adattamento” .

  2. ….”poi quasi certamente incrocia, quasi all’uscita, la Gogna/Cerruti, dove questa obliqua lungamente a destra per incapacità dei primi salitori di uscire direttamente”….

    Alessandro, per incapacità??

    Oppure solo perché avete cercato il facile nel difficile. Avete salito una parete molto difficile, seguendone la linea dettata dalla natura.

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