Quelli di Incino

Negli anni del dominio austriaco sul Veneto e sul Friuli (1814-1866), il controllo sociale esercitato dallo Stato e auspicato dai ricchi proprietari innovatori non fu totale e senza costi. I contadini tentarono in vari modi, con ribellioni, furti, atti di banditismo, di opporsi ai cambiamenti imposti, perché percepivano chiaramente che per loro si prospettava la perdita dei beni comuni e dei diritti – di raccolta, di pesca, di pascolo sui terreni pubblici e anche privati – che costituivano fino ad allora gli unici mezzi, se pur miseri, per poter sopravvivere.

Quelli di Incino
di Piero Brunello
(estratto dal libro Ribelli, questuanti e banditi – proteste contadine in Veneto e in Friuli 1814-1866 – Marsilio editori, Padova, 1981 pagg 156–162)
(trenta anni dopo il libro è stato ristampato da Cierre edizioni)

Di andare a requisire grano e farina se ne parlava fin dai primi di maggio del 1817. Alla mietitura mancavano due mesi circa, il raccolto del granoturco era lontano, la carestia durava ormai da tre anni. (…) Verso le sei del mattino di quel lunedì 19 maggio, una decina di uomini di Incino scesero fino alla casa di Gervasio Arboit, deputato comunale della Rocca. La moglie dell’Arboit, Angela, si trovava a governare il bestiame nella stalla, era sola in casa, e il marito a quell’ora stava già lavorando nei campi. Per intuire lo scopo della visita, sarebbe bastato far caso al sacco vuoto che ciascuno degli uomini portava sulle spalle, ma la donna chiese ugualmente perché fossero venuti a casa sua. Stavano cercando il deputato comunale, risposero, e volevano del sorgo. Non ce n’era di sorgo in casa, ribatté Angela Arboit. E gli altri: non ha importanza, “il deputato verrà con noi e ce lo ritroverà”. Cosa abbiano fatto subito dopo quei dieci, dodici uomini di Incino non si sa, e nemmeno il cancelliere del censo di Fonzaso, Mengotti si preoccuperà di chiederlo nel corso degli interrogatori. Probabilmente tornarono a Incino a raccogliere gente. Tra i due paesi c’è meno di un’ora di strada a piedi, e in questo caso i conti tornerebbero, è certo infatti che poco dopo le otto si presentarono in piazza della Rocca dalle sessanta alle ottanta persone, per la quasi totalità di Incino. Il parroco don Giuseppe Leonardi che se ne stava in canonica chiacchierando con il consigliere comunale Giacomo Grando in attesa dell’ora della messa, li vide arrivare in piazza, dopo un primo momento di perplessità, Giacomo Grando intuì dal loro atteggiamento che non erano venuti per la processione ma “che si fossero sollevati per la fame”.

Vi erano famiglie intere con il padre, la madre e i figli, e qualcuno era munito di un grosso bastone. Il fatto che tutti i testimoni ricordino unanimi il particolare del bastone lascia supporre che il fatto provocò una certa apprensione. Ma il parroco spiegherà nel corso della deposizione che il bastone serviva loro “per sostenersi nello stato proprio del languore”. Don Leonardi e il consigliere comunale uscirono sulla piazza. In mezzo a un grande vociare tutti si fecero attorno ai due. Una voce confusa di molti – dichiarò poi il parroco – rispose che volevano andare in cerca di aiuto, e soccorso. Il parroco cercò di fargli desistere dalle loro intenzioni, ammonendoli che stavano compiendo un grave delitto e che si sarebbero esposti all’”atrocità della pena” prevista dalla legge. Non avevano più niente da temere ormai, gli fu risposto, perché tanto valeva morir d’una morte, come di un’altra, che il parroco e il consigliere comunale continuassero pure nelle loro prediche, essi volevano andare a prendersele dove ve n’era – il parroco stava per mandare a chiamare il deputato comunale, in fin dei conti era affar suo risolvere la cosa, quando Gervasio Arboit arrivò in piazza di propria iniziativa avendo saputo dalla moglie che i sollevati volevano suonare le campane a stormo. Nuovi tentativi di farli desistere: lusinghe, buone intenzioni, promesse. Niente da fare, i sollevati non volevano andarsene. Solo qualche momentanea sussistenza, spiegherà il parroco, avrebbe potuto sedarli. Mentre don Leonardi restò in piazza, Gervasio Arboit e il consigliere Giacomo Grando si recarono a cercare farina di granoturco e formaggio presso le famiglie migliori di Rocca e di Arsiè. L’attesa del loro ritorno era lunga per chi aveva fame. Mentre si aspettava il soccorso, raccontò il parroco, certo Antonio Zancanaro di Francesco, 32 anni, villico, sposato con tre figli, cadde boccone sul suolo per languidezza. In un attimo si sparse la voce, era svenuto un giovane di Incino, così non poteva continuare. Come spesso succede in casi analoghi un fatto imprevisto può mutare a un tratto il comportamento di una folla. Un fratello dello svenuto, Agostino, poco più che ventenne, corse verso il campanile gridando “campana a martello, altrimenti qui periamo uno alla volta”. Alcuni lo seguirono tentando di entrare nel campanile, ma non vi riuscirono perché poco prima il parroco lo aveva fatto chiudere per precauzione.

Al suono della campana a martello la folla sarebbe aumentata e avrebbe magari mutato atteggiamento. Consapevole del pericolo, impadronendosi del campanile aveva un chiaro significato simbolico, il parroco della Rocca intervenne personalmente per impedirlo: ma io mi vi opposi, dichiarò al cancelliere Mengotti, con tutta la forza della ragione, e della persuasione, ed ebbi la sorte di divergere il loro attentato. Dopo aver fatto rinvenire il giovane svenuto, don Leonardi fece entrare tutti in chiesa per assistere alla messa. In chiesa un altro degli “attruppati svenne per inedia, un certo Giacomo Grando che il parroco definì “ladro, disturbatore della quiete pubblica e miserabilissimo”, e che altri definirono “questuante”. Forse perché si era in chiesa, o più probabilmente perché si trattava di un mendicante, questo fatto non provocò una reazione simile a quella avvenuta poco prima in piazza.

Usciti tutti di chiesa al termine della messa, il deputato e il consigliere di ritorno dalla questua fecero cucinare la polenta. Nell’attesa, un altro cadde svenuto, ma era ormai questione di poco tempo, e la polenta fu servita a tutti, non è chiaro se nella piazza o dentro la chiesa. Bastò che si spargesse la voce che alla Rocca c’era da mangiare, e subito accorsero famiglie dalle contrade di Incino, del Corlo e dei Berti. In piazza si affollarono verso mezzogiorno dalle centoventi alle centocinquanta persone, i testimoni furono d’accordo nel riferire che una metà era composta da donne e di bambini. Molti, una buona metà dei presenti, vennero in piazza solo quando seppero che c’era da mangiare.

Si sa che un villico di Incino, Antonio Zancanaro, che doveva scendere in pianura quel giorno stesso in cerca di lavoro e che la fame rendeva talmente debole da impedirgli di affrontare il viaggio, saputo che si faceva la polenta alla Rocca vi scese verso mezzogiorno e solo il giorno successivo si mise in cammino. Altri erano in quel momento di passaggio per la Rocca e si fermarono giusto il tempo di mangiare la loro parte, come un certo Giovanni Maria Fantin del Corlo: egli giunse, raccontò il parroco, un’ora dopo gli altri, con fagotto sulle spalle e diretto verso Longarone per colà vivere coll’arte del carboniere, giunto in piazza, ed infirmato, che si faceva la polenta, si fermò per mangiarla, indi proseguì nel suo cammino.

Nei giorni seguenti il cancelliere del censo di Fonzaso procedette agli interrogatori di dieci uomini tratti in arresto, nove dei quali erano di Incino. Vennero inoltre ascoltati in qualità di testi il deputato comunale Gervasio Arboit, sua moglie Angela, il consigliere comunale Giacomo Grando e il parroco don Leonardi. I testimoni furono concordi nell’attribuire il tumulto alla fame, ed esclusero qualsiasi altro motivo. Al Mengotti premeva appurare “se i sollevati nutrissero qualche intenzione in odio al governo”, ma le risposte furono tutte negative. Il deputato Arboit, richiesto “se gli attruppati avessero in mira altro oggetto fuori di quello di mettere a contribuzione i possidenti”, rispose: “non altra mira che quella di provvedere alla loro fame. Tra i sollevati v’erano anzi molti individui smunti, e cadaverici, che dimostravano la vera necessità, e la vera fame”. Il parroco don Leonardi fornì un quadro impressionante della miseria di quell’anno di carestia: “non avevano in mira, che di vivere in qualche modo meschinamente, e di non morire ne’ loro tuguri. Molti in fatto sono già morti per questa causa, e molti più ancora sono prossimi a morire. Io ho somministrato loro anche oggi gli ultimi uffici della Religione, e sono nella dolorosa sicurezza di dover fare ogni giorno lo stesso, se non giunge una speciale provvidenza. In caso diverso io pronostico, e non mi inganno certamente, che la metà della popolazione (di Incino) dovrà per questa causa soccombere”.

Gli imputati tratti in arresto erano tutti uomini, “villici” di professione e “illetterati “, che non sapevano fare nemmeno la propria firma. Due erano diciottenni, uno quarantenne gli altri avevano tra i 23 e i 32 anni. Tutti si difesero dichiarando che non vi era stata premeditazione, che tutto era avvenuto all’improvviso, e che loro personalmente si erano recati in piazza richiamati dalla gente che c’era. Uno era capitato a mezzogiorno sentendo parlare della distribuzione di polenta, un altro passava per la Rocca di ritorno dal farmacista di Arsiè dove era stato ad acquistare medicinali per il padre, un altro ancora aveva visto passare la folla per strada mentre era al lavoro nei campi. Se avevano partecipato all’attruppamento lo avevano fatto per l’unico oggetto di ottenere qualche soccorso per vivere. Alvise Nardino di 24 anni di Incino dichiarò: “in questo attruppamento vi entravano molte donne e fanciulli, ed era una cosa assai commovente il vedere che molti per inedia cadevano sul suolo, è prova che l’unione era mossa dalla fame, il riflesso che appena ci fu distribuita un po’ di polenta e farina ritornammo tutti alle nostre case arrendendoci alle insinuazione della Deputazione comunale e del parroco locale”.

Nessuno degli imputati seppe indicare chi fossero stati i promotori, sui quali il Mengotti avrebbe voluto avere notizie più precise. Più facile fu sapere il nome di molti partecipanti, grazie soprattutto alle indicazioni fornite inizialmente dai testimoni i quali dimostrarono una grande conoscenza degli abitanti dei borghi, delle loro famiglie e dei gradi di parentela.

Alla fine degli interrogatori Mengotti poté individuare una settantina di partecipanti, quelli cioè che per primi scesero alla Rocca. A ognuno fu chiesto “se sappia che tra gli ammutinati vi sia stato qualcuno che abbia minacciato di suonare le campane a stormo”.

Gli imputati negarono decisamente. Ammetterlo significava infatti che qualcuno voleva dare il via a un tumulto per requisire grano e farina presso i possidenti. Unico tra tutti, intimorito forse dai toni dell’interrogatorio, Alvise Nardino di 24 anni confessò di aver avuto l’intenzione assieme ai due giovani Zancanaro il cui fratello era svenuto per la fame, ma subito dopo attenuò il significato di tale proposito: “Alcuni manifestarono questa intenzione colla vista soltanto di unire la gente, e di provvedere al loro bisogno, e fra questi io stesso, Agostino Zancanaro e Bortolo di lui fratello. Io stesso li ho sentiti a gridare di suonare ciocché non ebbe poi luogo, mentre era stato chiuso il campanile”.

Gli arrestati per i fatti avvenuti alla Rocca furono sedici, tutti uomini. A un mese circa dal loro arresto, il tribunale di Belluno, prese in esame il delitto di sollevazione di cui erano imputati. Fu deciso che non si dovevano punire coloro che solo formarono parte del seguito attruppamento, ma solo quanti palesarono il maggiore accanimento e prima di tutti quelli che si erano persino proposti di far suonare a stormo. Fu inoltre deciso che, invece di sottoporli a un processo, sarebbe bastato infliggere loro una misura di polizia. Vennero così tradotti nel carcere della Giudecca a Venezia sette abitanti di Incino, i quali scontarono una detenzione di tre mesi (per un’altra fonte, quattro mesi). Si deve aggiungere infine che oltre alla misura repressiva, il cancelliere di Fonzaso provvide nei giorni immediatamente seguenti il 19 maggio a inviare qualche soccorso al comune della Rocca. Egli fece pervenire 300 lire e 24 sacchi di lenticchie e fave da distribuire ai più miserabili di Incino. Lo stesso fece il delegato di Belluno, il quale inviò 550 lire.

   

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Quelli di Incino ultima modifica: 2017-03-31T05:06:35+00:00 da Alessandro Gogna

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