Rinuncia al web: sfida “impossibile” per i base jumper?

Dopo una tragica estate, l’immancabile epilogo. E’ del 5 ottobre 2016 l’ordinanza del sindaco di Chamonix che vieta la pratica del Wingsuit Base Jump (lancio in tuta alare) a tempo indeterminato su tutta la zona francese del Monte Bianco, con affissione alle partenze degli impianti di risalita dell’Aiguille du Midi e di Planpraz, i più frequentati dai base jumper.

La decisione è stata presa sull’onda emotiva dell’ultimo incidente mortale del 3 ottobre 2016, quando per mancata apertura del paracadute l’esperto jumper russo, Ratmir Nagimyanov si è schiantato contro uno chalet a fondovalle. Ed è il colmo, se si pensa a quanto lo stesso Nagimyanov scriveva pochi giorni prima il 18 settembre sui social riguardo al suo desiderio di fare un passo indietro dopo tutte le morti di questa stagione.

rinunciaalweb-14502846_1820594408175506_3434659857389268729_n
Le considerazioni di Montagna Magica
Sulla pagina facebook di Montagna Magica Federico Bernardi, il “minatore del web, è il primo (almeno in Italia) a denunciare il ruolo dei social nel meccanismo che determina il crearsi delle condizioni per una tragedia. Il 6 ottobre 2016 Montagna Magica scrive:
L’Associazione di Paralpinismo locale terrà un’assemblea il 29 ottobre 2016 dove verranno proposte nuove regole, evidentemente più stringenti, di concerto con le Autorità locali. Si parla di proibire assolutamente ogni tipo di flyby (volare radenti a case, cabinovie, persone, animali), atterrare lontano dal centro abitato, ecc. Quello che sta succedendo a Chamonix … è che alcuni albergatori e B&B non accettano né vogliono più saperne di ospitare i wingsuiter. La comunità locale, comprensibilmente, ha paura che il prossimo schianto avvenga contro una persona, un’auto, una cabinovia; non ne può più di essere al centro delle cronache per morti e difficili operazioni di soccorso per recuperare le salme … Il dibattito nei forum dei base jumper è molto acceso: “Quest’anno la vallata ha non solo visto una carneficina impressionante ma soprattutto gente che atterrava dove gli pareva, stupide merde volare sopra elicotteri del Soccorso Alpino, ignorando le più semplici regole, correndo ovunque come drogati per fare un altro salto, per finire, ora, a schiantarsi sulle case” … E’ tristissimo dover arrivare alle proibizioni ma il tempo del “faccio come voglio, quando voglio, I’m free, mucho mucho love, crediamo sia finito e ciò non è affatto un male: tutta la comunità di chi svolge questa disciplina affascinante ma sempre più controversa deve reagire e maturare, come già avvenuto in altre discipline sportive montane, e compiere un radicale lavoro di educazione al suo interno e per i nuovi praticanti, attirati come falene dall’incredibile overhead mediatico e social”.

Le considerazioni del Denverpost
Anche se in ambito diverso (montagna invernale, fuoripista), il 10 ottobre 2016 Jason Blevins su Denverpost.com riferisce della presa di posizione degli istruttori USA contro l’influenza dei social media sulle decisioni di chi frequenta la montagna invernale. Blevins racconta di come un video girato da Emery Rheam, una sedicenne di Jackson (Wyoming), sia stato mostrato durante l’International Snow Science Workshop a Breckenridge in Colorado, e i partecipanti abbiano potuto assistere a una valanga dal Teton Pass provocata da giovani freerider, e di come questi si siano precipitati a postare online la loro “bravata”, alimentando così il terribile gioco a “chi ce l’ha più duro”.

rinunciaalweb-amaca-19-ott-16

 

L’opinione di Michele Serra
Come potete leggere nel box qui accanto, il 19 ottobre 2016 anche Michele Serra, ispirato dall’articolo di Giampaolo Visetti pubblicato il giorno prima su www.repubblica.it, prende posizione con un breve ma potente scritto nella sua rubrica L’amaca su La Repubblica. Riassumendolo ancora, riportiamo le parole dello stesso Maurizio DiPalma, jumper di altissimo livello: “Se non ci fossero i social, il 90% di noi farebbe altro”. Secondo Serra: “ci si lancia solo a patto che questa esperienza estrema (e solitaria) possa avere un pubblico. Solo se la webcam è accesa”…. e ancora: “il cinismo pubblicitario non è certo una novità, mister Barnum lo conosceva già nell’Ottocento… la novità è la perdita dell’esperienza individuale (che fu il vero scopo dell’alpinismo classico) al difuori della sua condivisione pubblica. O tutti vedono quello che sto facendo o è come se non lo facessi…”. E conclude: “il supremo lusso futuro in tema di libertà sarà fare qualcosa solo per noi stessi, badando bene che nessuno sappia”.

 

Altre considerazioni
Prima di leggere l’esauriente articolo di Visetti La sfida all’impossibile dei base jumper. In un anno 37 morti, tutti in diretta web, occorre riflettere ancora. C’è chi pensa che questa strage inaudita sia colpa del cinismo degli sponsor e delle rassegne cinematografiche adrenaliniche che fanno da grancassa pur di “fare cassa”.

Il fenomeno non è certo nuovo. Avverte Roberto Serafin (www.mountcity.it): “quanti grandi alpinisti sarebbero diventati grandi se non avessero inseguito, ricambiati, i media facendo commercio delle proprie avventure e disavventure?”.

I siti web che incensano questi “aspiranti suicidi”, e i social media in toto, sono gli amplificatori di un malessere (già intravisto da Michele Serra) non nuovo ma che oggi letteralmente pervade l’intera frequentazione della montagna e dell’avventura in generale.

Maurizio DiPalma
rinunciaalweb-mauriziodipalma9

Ciascuno di noi (alpinisti, wingsuiter, ecc.) dovrebbe porsi queste domande: 1) Quanta ambizione sta contaminando la mia genuina passione per questo gioco? 2) Qual è la differenza tra il mio iniziale approccio libero e scanzonato a questa disciplina e quello mio attuale (più o meno professionale) in cui, giorno dopo giorno, i miei exploit determinano un interesse pubblico sempre maggiore? 3) Durante il mio ciclo di esperienza presumo di raggiungere un picco oltre il quale il voler dimostrare di essere ancora e sempre a quel livello diventa pericoloso, perché negare la propria maturità è come se la mela volesse impedirsi di cadere dall’albero. Ho già raggiunto questa maturità? 4) Di conseguenza: qual è la soglia oltre la quale IO non devo procedere?

Se ci rivolgiamo seriamente queste domande, e se ne tentiamo una risposta sincera con noi stessi, passano in secondo piano quelli che superficialmente ci appaiono i responsabili: sponsor, media, spettacoli organizzati. La loro importanza e la loro influenza decrescono di pari passo con il NOSTRO disinteresse, mentre al contrario crescono smisuratamente con la nostra incapacità di tenerli lontani e, soprattutto, a bada.

Tra gli innumerevoli video a disposizione, ne abbiamo scelto uno dell’altoatesino Uli Emanuele, tragicamente caduto sulle montagne di Lauterbrunnen (Svizzera) il 17 agosto 2016

In volo dal Monte Brento
rinunciaalweb-221856343-a9f3598c-a248-47d0-8b6e-4deb20811d95

 

La sfida all’impossibile dei base jumper. In un anno 37 morti, tutti in diretta web
di Giampaolo Visetti
(pubblicato su www.repubblica.it il 18 ottobre 2016)

Monte Brento (Trento) – Un passo in più nel vuoto, non un rumore sul Becco dell’Aquila. Ancora dieci secondi di silenzio assoluto, mentre l’ombra si mangia l’ultimo raggio di sole del Garda: poi uno schiocco lontano e il paracadute si apre mille metri più in basso, in fondo alla parete più strapiombante d’Europa. Il base jumping è semplice: un salto in là dentro l’aria. Ma volare via liberi da un luogo fisso è difficile e per l’uomo che indossa una tuta con le ali ha ragioni e conseguenze più vaste. Gli psicologi lo sintetizzano così: provare a se stessi di non aver paura di morire aiuta a continuare a vivere. Per i neuroscienziati l’ormone dell’adrenalina, simile a una droga, allevia il dolore. Quale? Il più diffuso: affrontare la realtà. Per la prima volta la voglia di essere liberi e il bisogno di calmare il male quotidiano si abbracciano in un gesto puro, bellissimo, agghiacciante ed estremo, che non impone un fisico perfetto, o una meta al limite. Ci si può gettare da palazzi, antenne, ponti e rocce: una città vale un oceano, un grattacielo sostituisce una montagna, chiunque si scopre fuoriclasse.
Anche per quella che si considera la regina delle discipline-limite, la realtà comincia però a diventare inaccettabile. In 35 anni i morti sono 311. Oltre la metà si è schiantata dopo il 2009. L’anno nero è questo, il 2016: 37 ragazzi uccisi in un’estate, una strage, 15 solo in agosto. L’ultimo il 9 ottobre, un canadese. Tutti hanno un dettaglio in comune: sono morti in diretta, filmandosi con una mini telecamera, o con il cellulare. “Senza social – dice Maurizio DiPalma, 37 anni di Pavia trapiantato a Dro, uno dei base jumper più forti del mondo, famoso per il salto di due anni fa dal Duomo di Milano – il 90% di noi farebbe altro. Ma la società più esibizionista della storia non può puntare il dito contro l’egocentrismo di chi, quantomeno, conserva il coraggio di lasciarsi precipitare davvero“.

rinunciaalweb-base-jumping

 

Località Gaggiolo, in Trentino, oltre un chilometro sotto uno degli “exit” più spettacolari del pianeta, quasi diecimila salti all’anno: il punto è che nessuno, tra chi indossa una tuta alare e chi ripiega il paracadute, non controlla prima di tutto che la GoPro sia già sulla modalità “automatico”. Va in scena lo spettacolo del mito di Icaro nell’era del web. È un altro debutto sociale: la specie umana sviluppa un’attività non umana grazie alla prevalenza della realtà virtuale su quella fisica.
Al mondo ci sono tremila base jumper – dice Cristian Benedini, aero-fotografo e cineoperatore – in Italia meno di sessanta. Eppure su YouTube e su Facebook il video di un volo raccoglie milioni di like. Pochi lo fanno, molti criticano, una massa incontenibile si limita a guardarci in Rete“. È uno shock che imbarazza perfino i politici, fino ad oggi incapaci di fissare le regole dello sport estremo più di moda tra i giovani. Le immagini più condivise del 2016 sono quelle che ha girato il meranese Armin Schmieder, pochi istanti prima di sfracellarsi vicino a Berna.
Sotto accusa tutti e nessuno: gli sponsor che ingaggiano chi rischia di più, i web-inserzionisti che linkano gli spot ai video di chi ha ripreso in diretta la propria morte, i materiali sempre più spinti, le società di eventi che si contendono i saltatori più folli, i sindaci che chiudono gli occhi per non perdere il turismo di tendenza, i base jumper che cominciano a schiantarsi contro le case e per la strada. “Nove morti su dieci – dice DiPalma – sono vittime della forma più estrema di volo con la tuta alare. La comunità del web esige emozioni sempre più forti: è tempo di riportare il limite sotto controllo“. Il suo nome è Proximity: picchiata radente, seguendo il contorno di una montagna, o nella variante Terrain, sfiorando gli ostacoli. La distanza fatale è ridotta a meno di cinque metri, in qualche caso a due, mentre l’uomo precipita a 250 km all’ora. Chi risale le pareti arrampicando, ma pure gli sciatori estremi, parlano di “istigazione al suicidio a fini di lucro”. Nessuna attività conta una percentuale di vittime tanto alta, nell’assenza totale di regole e di codici di autocontrollo.

rinunciaalweb-221857808-0a88d892-b19e-497f-bfcf-8a68c7f1664d

 

Per chi ama saltare e volare i filtri sono invece sufficienti. “Devi essere maggiorenne – dice Luca Tondelli, modenese, campione mondiale di volo a testa in giù – aver fatto almeno duecento lanci da un aereo con il paracadute, aver frequentato un corso specifico ed esserti buttato prima da un ponte. Anni di addestramento e di passione: l’emergenza non è il base jumping, ma l’irresponsabilità di certi praticanti verso un’azione che non perdona l’errore“. Dal Brento a Chamonix, dall’Eiger a Verbier, sulle Alpi la verità è che gli uomini volanti ormai sono un fenomeno inarrestabile. Grazie a internet, investendo meno di 5mila euro, chiunque può acquistare tuta e paracadute, scovare un “oggetto” non ancora “bruciato”, raggiungerlo in pochi minuti e buttarsi di sotto condividendo il selfie in diretta. A Dro per il sogno di lanciarsi a beneficio di YouTube bastano 500 euro. Da due anni è possibile fare tandem-base, una picchiata assicurati all’istruttore, unico luogo al mondo dopo il primo aperto da Sean Chuma in Idaho, negli Usa. Tra urla di terrore e pose da modelle, nel weekend si tuffano pensionati e casalinghe, ingegneri nucleari e studentesse.
È un’emozione che in pochi secondi ti cambia per sempre – dice Valentina Tagliapietra, 30 anni, barista della “Parete Zebrata”, Gaggiolo – Il salto sconvolge la tua valutazione delle cose, impari a gestire la paura, atterri e già aspetti il prossimo“. La società che ha consumato l’ultimo strappo con la natura e che dirotta in una palestra lo sforzo fisico scopre così di aver bisogno degli spazi perduti e della fatica per ritrovare, dopo uno shock, l’idea di un valore personale. “Demonizzare chi salta in wingsuit dalla Nord del Cervino – dice Luca Giovannini, 26 anni, istruttore di sky-diving indoor – e imporre divieti come negli Usa non risolve il problema di contenere le vittime e garantire la sicurezza nei centri abitati. Dobbiamo capire il significato nuovo del rischio individuale nel tempo delle delusioni collettive e scoprire perché chi finge di non vedere la tragedia delle guerre passa il tempo a guardare i video di chi muore per divertimento“.
La comunità globale dei base jumper, riunita sul Brento in questi giorni d’autunno, nonostante l’anarchica purezza che la ispira una prima risposta tenta di definirla. Il sacrificio che si profila, per scongiurare divieti difficili da far rispettare, è oscurare i filmati di Proximity sui social e indurre gli sponsor a non finanziare gli “eroi” che oltrepassano consapevolmente, per soldi o per esibizionismo, il confine con la morte.

In volo dal Monte Brento
rinunciaalweb-221857116-d5623913-6b91-497e-9deb-d2488ccdf650
Censura e proibizionismo, ma un impressionante monito di gruppo c’è già. È la Spoon River web degli uomini con le ali, il cimitero virtuale dei base jumper, chiamato base jumping fatality list. Ognuno può leggere la biografia delle 311 vittime di un salto da Patrick de Gayardon in poi, guardare i loro volti, sapere cosa e come è successo. “Ci aiuta a non ripetere gli errori – dice il padre della tuta alare contemporanea, il croato Robert Pecnikma pure a concentrarci sul rapporto tra la morte e la bellezza. Deve vincere la bellezza e perdere la vita annulla la possibilità della sua ricerca“. A quota 1544 m, in vetta alla parete della via Vertigine (salita la prima volta nel 1992 da Marco Furlani, Andrea Andreotti e Diego Filippi, NdR), una stele espone i dieci comandamenti di chi salta. Consigli paterni, datati e nascosti tra i rami di faggio e di nocciolo. Qui la lista dei caduti non è aggiornata da vent’anni e si ferma a tre. Erano giovani, volevano volare, YouTube non esisteva, nessuno ha fermato quel passo in più oltre il vento. Prima di scoprire che anche nel vuoto, lanciati dentro la bellezza, si sente il dolore.

0
Rinuncia al web: sfida “impossibile” per i base jumper? ultima modifica: 2016-11-21T05:28:47+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “Rinuncia al web: sfida “impossibile” per i base jumper?”

  1. 2
    max9000 says:

    BELLO IL BLOG…MA DIFFONDERE SENZA I TASTI SOCIAL…? CIAO SCALADUR…

  2. 1
    paolo panzeri says:

    Mi spiace quando una attività, che richiede un altissimo livello di controllo del rischio, cade nel circolo vizioso dell’apparenza e del consumismo della nostra società. E molti giovani la pratichino quasi solo per superare la loro frustrazione, concentrandosi soltanto nell’essere degli attori, in questo caso delle comparse.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *