Ritorno al mistero

Ritorno al mistero

La grandiosità della montagna (e con essa la grandiosità della natura selvaggia) è stata erosa per quasi 250 anni dalla sete di conoscenza dell’uomo. E la progressione odierna nella medesima direzione è oggi esponenziale: nasce il legittimo sospetto che il mistero, nocciolo nucleare della grandiosità apparentemente inconoscibile e inconquistabile, stia per esaurire la sua carica vitale.

 

Cosa caratterizza l’alpinismo nei confronti delle altre attività sportive? Molti sono gli elementi di differenza, ma basta osservare la quantità di scritti, memorie, relazioni, discussioni cui l’alpinismo ha dato luogo per cogliere al volo l’abissale dimensione della «passione» alpinismo. Una documentazione gigantesca, in tutte le lingue, un’immaginaria biblioteca altrettanto impossibile da conoscere a fondo. Ma io so che, se voglio, posso trovare ogni particolare e ogni dettaglio, attraverso gli indici, attraverso Internet, attraverso il tale che sa le cose che io non so, attraverso i collegamenti di un’intelligenza che sa muoversi e districarsi nella babele di informazioni. Non esiste più alcuna montagna sulla quale aleggi un pieno alone di mistero.

Ciò e vero oggi, ma lo è già da tempo. Consideriamo la gran parte delle relazioni, delle autobiografie, delle cronache, dei racconti d’avventura. Quante volte abbiamo interrotto una lettura, magari anche interessante per altri versi? Certo, il tempo è poco per tutti, ma se si è incominciata una lettura, perché la si interrompe? Noia? Scarsa capacità di raccontare? Può darsi. Ma spesso ciò che c’infastidisce è un messaggio strisciante, un dubbio atroce. L’autore sottintende che il lettore condivida con lui un ideale, la cosiddetta passione per la montagna. Ma ci siamo mai chiesti quanto noi, oggi, crediamo veramente a questo ideale? Siamo sicuri che vogliamo, da un punto di vista collettivamente inconscio, porci ancora come antagonisti della natura selvaggia? O forse non avvertiamo che il tempo dell’ebbrezza è concluso, che la festa è finita, che domani il lavoro riprende? Certo, è dura riprendersi dall’era delle vittorie. Prima l’epoca d’oro del Sesto Grado, poi l’artificiale onnirisolutiva, poi il Settimo Grado, poi l’arrampicata spinta ai limiti estremi di bravura. E il gioco continua anche oggi, perché giustamente i giovani vanno avanti, e al galoppo. Forse abbiamo semplicemente paura di non vincere più abbastanza, o di non vincere più sulla Natura. Se sai tutto della storia dell’alpinismo, pieno di ammirazione come sei per i fasti passati, vedi il grigiore espressivo di oggi agitarsi nella retorica; se non sai nulla del passato, ancora peggio: la tua ignoranza ti porta ancora di più ad osannare e a incensare la cronaca odierna e a non vedere quanto stai fuggendo. Possiamo essere ignoranti o meno, ma è sempre difficile riconoscere se i nostri ideali sono vivi o morti. C’è chi vede il proprio deserto interiore come l’unica oasi di vita, ma qualche dubbio prima o poi gli viene. E più il dub­bio interiore su questi ideali è forte, più le nostre frasi pubbliche rischiano il vuoto di sostanza e di ascolto.

È infatti difficile anche per l’ascoltatore o il lettore infrangere i retorici muri che noi stessi inconsciamente erigiamo scalando, scrivendo, leggendo.

Apparentemente in contrasto con la retorica, l’esperienza dell’arrampicata sportiva, dell’agonismo e della frammentazione dell’alpinismo originario in varie e diverse specialità hanno introdotto la cultura del nudo risultato; la divisione di terreno sportivo e terreno d’avventura (di matrice francese) è il risultato di un’ulteriore classificazione tendente ad incasellare e definire una serie di esperienze. Tutto ciò riuscirà prima o poi a far tacere ogni nostra vocina interiore e il silenzio totale (unico possibile spettatore del nudo risultato e della cronaca) sarà raggiunto. Ma era questo l’obiettivo? Solo in apparenza il mistero tornerà con l’assenza di relazioni dettagliate, con il silenzio coatto, ma non sarà che un mistero non riconosciuto, sospinto brutalmente al fondo dei nostri abissi incoscienti.

È vero, come ho sentito dire dal docente di letteratura a Genova Giorgio Bertone, recentemente scomparso, che la lingua italiana è difficile per qualunque italiano. Secondo Bertone la lingua italiana è così naturalmente retorica che diventa difficile per tutti i natii esprimersi per iscritto senza esserne permeati. Forse gli italiani non credono nell’italiano, perché siamo una nazione giovane? L’esperienza alpinistica britannica sembra infatti patire meno di queste limitazioni. È facile per un alpinistica britannico scrivere in maniera oggettiva, raccontare così, semplicemente, e quindi avvincere il lettore. Fare il best seller. Forse raggiungere l’arte. Di certo il real climbing britannico è quello che si avvicina di più alla confidenza con la natura. Se si escludono i mezzi e le tecniche aggressivi (allo scopo di rendere sicuro con protezioni concrete un percorso roccioso), se si arrampica il più possibile secondo un’etica precisa che veda la montagna come partner e non come oggetto di superamento, necessariamente occorre, per sopravvivere, ricorrere al sentire la natura e l’ambiente circostante come quel qualcosa che è con te: occorre porre il proprio senso di sicurezza nella pronta intuizione che lo stesso ambiente circostante provvede a suggerirti al momento. L’esperienza di fusione con la Natura, nata già con John Muir, è forse a portata di mano: e lì si concluderebbe l’epoca romantica.

Il futuro del Mistero è nelle nostre mani. Vogliamo ucciderlo definitivamente? Vogliamo isolarlo? O vogliamo esserne compresi?

In ogni caso l’avvenire della documentazione storico-geografico-culturale degli accadimenti alpinistici si troverà nel problema più grave della sua storia, e potrà uscirne solo con un salto di qualità. Sono già state avanzate ipotesi di non più scrivere relazioni di vie alpinistiche appena aperte, lasciando così intatto il mistero per chi seguirà. Questo modo di agire, al di là della concreta possibilità di applicazione (remota?) avrebbe due conseguenze importanti. Il legittimo orgoglio per una prima ascensione, finora più o meno sentito, più o meno mascherato, sarebbe letteralmente violentato dal non racconto e dalla non relazione. Siamo pronti per questo, e soprattutto siamo sicuri che sia la soluzione per riappropriarci del mistero? In secondo luogo ci si troverebbe nell’impossibilità di esprimere quella gioia di dare agli altri che spesso permea una grande o piccola impresa alpinistica. Quando un’impresa è grande? Quando fa sognare, indipendentemente dai numeri tecnici, dall’exploit. Questo scambio emotivo tra persone è insostituibile, la rinuncia sarebbe troppo grande nei confronti dell’obiettivo stesso. Se perdiamo il gusto di dare agli altri, e la conseguente emozione, verrebbe meno lo scopo di ogni associativismo, si potrebbero mettere in discussione perfino le utilità dei vari club alpini, delle scuole, eccetera. L’alpinista come monade a sé stante e a sé bastante sarebbe una triste conclusione.

Quindi è ben diverso il salto di qualità che ci attendiamo. Scalare ancora, scrivere e leggere ancora. Ma assieme al Mistero, nel silenzio e nel rispetto. I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi (Goethe).

   

4
Ritorno al mistero ultima modifica: 2017-04-21T05:08:02+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Ritorno al mistero”

  1. Per millenni gli uomini hanno evitato le terre alte, ma da un paio di secoli ci dedichiamo ad una capillare esplorazione di ogni loro centimetro quadrato. È solo un esempio del tipico procedere umano, almeno occidentale. Non credo possibile un cambio di paradigma, l’uomo non ha saputo frenare questo suo desiderio fino ad ora e non sarà la mancanza di pareti vergini ad imporre il cambiamento. Sicuramente la concezione “misteriosa” in senso lato della montagna è andata perduta, inutile negare che i vuoti nelle cartine sono stati riempiti perfettamente. Ma non vedo un male assoluto in questo. Il mistero esiste sempre, forse in forme diverse.
    Infiniti passaggi hanno inciso solchi profondi nelle rocce, è difficile uscirne. Ma chi è disposto a faticare per fare il salto è sempre riuscito a venirne fuori. Appena in parte alle grandi strade maestre ci sono sentieri perduti tra gli arbusti. Ripercorrerli sarà doppiamente bello. Non scriveremo solo la nostra personalissima storia, ne (ri)scopriremo di dimenticate, correndo il rischio di scoprire affinità che valicano lo spazio e il tempo. Sicuramente faticoso, ma bellissimo.

  2. “Sono già state avanzate ipotesi di non più scrivere relazioni di vie alpinistiche appena aperte, lasciando così intatto il mistero per chi seguirà.”

    Già negli anni 60 l’alpinista americano Gary Hemming diceva di non scrivere relazioni, di non lasciare traccia del proprio passaggio.
    Questa la sua idea di avventura, del suo mistero.

  3. Bello, bravo Sandro!
    Mi permetto di dire solo un mio pensiero.
    La cultura della nostra società separa l’uomo dalla natura e lo definisce dominatore della seconda.
    Forse se superassimo questa convinzione, che per me è una illusione millenaria, continueremmo a restare aperti ai misteri e alle avventure del corpo e della sua mente.
    Ma noi siamo così da sempre e siamo solo capaci di vivere così, pensiamo sempre di poter riuscire ad essere superiori a tutto e dominarlo, questa è l’unica forza della nostra vita.
    Abbiamo persino inventato la psicanalisi per darci delle spiegazioni, non riusciamo più a “guardarci” immersi nel tutto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *